Anche i gatti vanno via / I racconti del terremoto, 6

by

di Enrico Macioci

[Enrico Macioci abita a L’Aquila. Attualmente è ospite di parenti nella Marsica. Questo racconto è il sesto di una serie di dieci. Se vuoi, puoi prelevare il testo in pdf].

«Che ci fai lassù?»

«Sei della protezione civile?»

«No. Sono un civile.»

«Sicuro?»

«Sì. Abito nell’altra scala.» L’uomo sapeva che il ciccione sapeva che erano vicini di casa, ma sostenne la parte. «Sono venuto a prendere della roba.»

«E dov’è la roba?»

«Non l’ho trovata. Che ci fai lassù?»

«E’ casa mia, questa. Me ne sto qua.»

«Non hai sentito le nuove scosse?»

«Me ne sto qua.»

L’uomo considerò il ciccione alla finestra del primo piano, coi gomiti sul davanzale e la testa nelle spalle, e pensò per l’ennesima volta che si trattasse d’un ciccione infelice. Il volto bruno, dai tratti forti e la fronte prominente, sormontato da un casco di capelli neri e lerci, non aveva l’espressione gaia che contraddistingue molti uomini pingui; e persino l’arancio acceso della maglietta a maniche corte che indossava pareva su di lui ben poco allegro. «Vieni via» gli ripeté. «Vieni alla tendopoli con me.»

«Me ne sto qua.» E serrava le labbra in un’espressione ottusamente tenace.

L’uomo si guardò intorno. Il quartiere era deserto. I palazzi, quali integri quali danneggiati, parevano finti. Le serrande abbassate. I balconi vuoti. Qualche sedia accanto alle porte chiuse, o poggiata a una parete. Scope, scatole, tintinnio di ferri, carte vocianti. Scarpe sui davanzali. Mollette per terra. Chiazze d’intonaco. Il vento risucchiava la polvere in fugaci mulinelli e smuoveva l’erba alta, che nessuno da mesi si preoccupava più di tagliare. L’erba era ancora verde dopo le piogge primaverili, ma iniziava a dorarsi. I pini cigolavano. Le ringhiere sembravano più arrugginite, anche se con ogni probabilità si trattava d’un’impressione. Su un muretto giacevano in fila alcune scodelle con un po’ d’acqua dentro.

«Casa mia è abbastanza in ordine» disse l’uomo dalla strada. «E la tua?»

Il ciccione alla finestra tenne le labbra serrate.

«Ma noi stiamo comunque in tendopoli. Vieni anche tu. C’è posto.»

Gli occhi del ciccione, sotto la sporgenza della fronte, divennero liquidi. «Per me non ci sarebbe posto.»

L’uomo trasalì, quasi se l’aspettasse. «Sei bello grosso, ma ci stringeremmo.» Provò a sorridere. Non avrebbe mai pensato di sorridere al ciccione.

«Sì. Non ho dubbi che lo fareste. Non ho dubbi. Tutti da un lato.»

«Allora scendi.» L’uomo continuava a fingere di non capire. Perché bisognava sempre cercare di capire? Perché gli uomini sono così complicati? Perché neppure innanzi a un disastro gli uomini sanno smettere di essere disastrosi?

«E perché mai?»

L’uomo si riebbe dalle proprie domande, dato che pure il ciccione domandava. Non c’è su questa terra chi non domandi. Gli occhi del ciccione erano sul punto di sciogliersi. Sembravano due palline di ghiaccio opaco esposte al caldo. L’uomo non fece in tempo a ritrovare il filo del discorso.

«Perché dovrei scendere?» ripeté il ciccione, petulante.

«Così non te ne starai più da solo.»

«Ti chiederò una cosa.» La gola del ciccione sembrava una zampogna da cui non potesse venir fuori musica alcuna e faceva schifo. «Cerca di rispondere a tono.»

«T’ascolto.» L’uomo cominciava a sentirsi nervoso. Ne aveva abbastanza. Non poteva farsi intimorire dal ciccione, ci mancava soltanto questa. Imbruniva, e coll’avvicinarsi della notte non gli piaceva trovarsi nei pressi degli edifici, sani o non sani. E farsi incastrare dal ciccione rappresentava un ulteriore sintomo di quanto la faccenda girasse poco bene.

«Rispondi, se ti riesce» intimò il ciccione, la fronte poco spaziosa, i capelli unti in quel casco nero e compatto. «E’ meglio stare soli da soli, o stare soli in compagnia? Eh?» La voce del ciccione tendeva a salire e, nel salire, a deformarsi. Come gli occhi, anche la voce dava idea di cedergli da un momento all’altro. Il ciccione andava in malora, stava capitolando nella struttura portante. Non si trattava di tamponature o piastrelle, erano i pilastri a scricchiolare. Lo scheletro dell’anima.

L’uomo pensò: “Ottavo grado della scala Richter, caro il mio ippopotamo.” Poi ribatté: «Capisco cosa vuoi dire.»

«No che non lo capisci.»

«Sì invece.»

«Sei sposato?»

«Sì.»

«Hai figli?»

«Due.»

«E quanti amici hai?»

«Qualcuno.» Pausa. «Pochi.» “Al diavolo” rifletté l’uomo. “Sono un incapace egoista figlio di puttana. Ecco cosa sono.”

«Vattene via.» Adesso il ciccione piangeva, ma il pianto consisteva nel fatto che gli occhi s’erano sciolti. L’espressione del volto rimaneva saldamente ottusa e l’adipe non subiva la minima increspatura, eccettuato il sacco della gola. Il ciccione si limitava a sputar fuori dagli occhi due fiumiciattoli e a tirare su col naso. Non tentò nemmeno di pulirsi le guance con le mani, che restarono sul davanzale della finestra, la destra sotto il gomito sinistro, la sinistra sopra il gomito destro. Gli avambracci del ciccione avevano le dimensioni delle cosce d’un bambino di dieci anni.

L’uomo in strada sprofondò in una tetra mortificazione. «Manderò qualcun altro» disse solo; e s’incamminò via di là. Odiava sentirsi mortificato a quel modo.

«I gatti» replicò il ciccione tossendo.

L’uomo, fatti due passi appena, si voltò. «Cosa?»

«I gatti.» Il ciccione si ricompose. «Anche loro se ne vanno via. Anche i gatti vanno via. Uno dopo l’altro.» Il ciccione scuoteva l’elmo di capelli sozzi. «Ogni giorno riempio le scodelle di carne, latte, acqua e crocchette, quelle che mi sono avanzate. Adesso le crocchette sono quasi finite, e anche il resto. Capisci?»

«Capisco.»

«No che non capisci.»

«Capisco invece» ribatté l’uomo, riflettendo il più velocemente possibile. “Stavolta non debbo sbagliare” si ripeteva. “Stavolta debbo dire la cosa giusta.”

«Le ho razionate» proseguì il ciccione. «Le crocchette. Ho dovuto farlo, per trattenerli un po’ di più. Ho anche spiegato loro che non li avrei lasciati a bocca asciutta, ma è chiaro che i gatti comprendono meglio il linguaggio delle crocchette. Mi ascoltavano, si mettevano in cima al muro a leccarsi i baffi e a lavarsi le muffole e ad ascoltarmi senza mai interrompere. Anche dopo che si erano lavati pelo e muffole rimanevano sul muro, la coda arrotolata attorno al corpo, e ascoltavano. Ma la faccenda delle crocchette era fondamentale. Un do ut des. Io offrivo loro le crocchette, loro mi offrivano un po’ di compagnia. E adesso le crocchette sono quasi finite, e anche il cibo è quasi finito. Mi sono messo a dieta, ma non è bastato. Devo pur mangiare.» Il ciccione si guardò la pancia.

«Il cibo te lo porteremo noi. E anche le crocchette.» L’uomo parlò prima ancora di rendersi conto di quel che diceva.

Il pianto del ciccione riprese. Lui non si muoveva ma le lacrime sgorgavano copiose. Cominciarono a impiastricciargli la maglietta arancio, disegnando silenti aloni circolari. «Davvero? Davvero?»

«Sì. Ma certo. Stasera stessa, se vuoi.» L’uomo continuava ad aprire bocca senza riflettere. Gli pareva d’aver trovato una chiave preziosa di comunicazione, e gli pareva importante comunicare con quel ciccione che conosceva di vista da dieci anni, col quale condivideva il medesimo stabile e il medesimo tetto, e con cui aveva sempre evitato di scambiare anche soltanto il saluto, anche solamente uno sguardo.

«Stasera stessa?»

«Sì.»

La luce s’inclinava e il vento pungeva. Sui tetti volavano i corvi in cerchi concentrici. Nuvole blu si spostavano da est a ovest sopra la collina di Roio, verso Campo Felice i cui prati brillavano entro raggi pallidi, esangui, svanendo nel crepuscolo come lenzuola stese ad asciugare e dimenticate lassù. I palazzi naufragavano nell’ombra, e il quartiere si tramutava in un porto fantasma pieno di vascelli in secca, e tutta quell’erba trascorreva dal verde all’indaco al blu, si riempiva di grilli e zampe e scricchiolii. La temperatura fuggiva verso il giorno seguente, e con essa ogni forma di tranquillità, ogni raziocinio.

Il ciccione si stropicciò gli occhi e le guance con le mani. Le mani erano polpette enormi e glabre. Poi guardò al di là dell’uomo che in strada attendeva una risposta. «Vattene via» disse infine il ciccione all’uomo. La voce e la gola non tremavano. Aveva preso una risoluzione definitiva. «Non muovono più le orecchie.» Tacque. «Come fanno, hai presente? Hai presente come le girano di continuo da ogni lato, di qua e di là, in su e in giù, in modo da controllare la situazione? Beh, adesso non lo fanno più, da tanto che è deserta la città.» Sospirò e si rimise a braccia conserte. «Nemmeno quello fanno più. Sono andati via.» E scuoteva il capo.

«Chi è andato via?» Ma l’uomo lo sapeva benissimo.

«I gatti. Non se ne vede neppure uno. Ieri sera sono venuti in due, quello pezzato grigio e nero e quello guercio, col pelo confuso e un orecchio a metà, un vero combattente. Ma si capiva che erano stufi, e stasera non verranno.»

«Chi ti dice che non verranno? Magari tardano un po’.»

Il ciccione guardò l’uomo con disprezzo. «I gatti non tardano mai. Non verranno. Non devono nemmeno più muovere le orecchie di qua e di là e in su e in giù per individuare i rumori o gli odori. E’ tutto finito per loro in questo posto, e non verranno più.»

«E se corressi in tendopoli a procurarmi un po’ di cibo? Magari sentono l’odore e vengono.» L’uomo continuava a parlare senza pensare, continuava ad assumersi impegni che un tempo non gli sarebbero neppure passati per la testa, e sentiva d’aver smarrito la chiave. La comunicazione, seppure fosse mai stata possibile, non lo era più.

«Non verranno. Hanno le orecchie ferme e sanno che non c’è più cibo né amici o nemici. Sanno che non debbono più azzuffarsi o innamorarsi e se ne vanno. Non verranno più. Nemmeno il guercio verrà più. Farà a botte da qualche altra parte. Non lo sentirò neppure urlare, ma farò comunque il tifo per lui.» Adesso la voce del ciccione era spaventosamente ferma, un suono di pietra, inciso e quadrato, ed egli parlava come un attore che recita con eccessiva concentrazione.

«Verranno invece.» L’uomo s’ostinava senza motivo. La notte cadeva veloce, e con essa la paura. La notte e la paura da alcuni mesi erano una cosa sola, in città.

«No. Non verranno. Sono andati via. Se la caveranno. Loro sanno come cavarsela, con le orecchie e i sensi e il resto. Quanto a me, resto qua. Gli terrò comunque da parte qualche scorta, non si sa mai dovessero tornare, un giorno o l’altro.»

Benché l’uomo avesse compreso molte più cose di quante avrebbe desiderato, insisté: «Vieni via allora, dato che non ci sono più nemmeno i gatti.»

«Ma forse torneranno» replicò il ciccione, stufo.

«Hai detto tu che sono andati via e che non torneranno.»

«Non torneranno, ma se dovessero mai decidersi mi troveranno qui.» Spiegava la cosa come se avesse a che fare con un idiota.

L’uomo s’intestardì. «Ma qui sei solo, adesso. Voglio dire, senza nemmeno i gatti sei davvero solo.»

Il ciccione aprì quel suo volto tondo in uno spaventoso sorriso, che tramutò il volto tondo in un teschio. Il sorriso mostrò d’un tratto l’intelligenza e la sofferenza del ciccione, ciò che l’aspetto fisico del ciccione generalmente nascondeva, quel che si celava sotto lo strato di carne e lardo e sudore accumulato durante anni e anni di ciccionaggine. «In tendopoli sarei meno solo, invece. Non è vero?» chiese il ciccione sorridendo, il teschio stampato attraverso la cute.

L’uomo abbassò la testa. Voleva proprio fuggire, adesso. La mensa della tendopoli, coi suoi odori troppo forti e la calca, gli sembrava affettuosa e desiderabile paragonata al sorriso da teschio dietro e dentro e nonostante il grasso.

Il ciccione trasse d’impaccio l’uomo ancora una volta, benché non senza quell’acuta crudeltà da ciccione. «Anche i gatti sono andati via, anche loro m’hanno abbandonato. Perché non dovresti farlo tu?»

L’uomo si mosse.

Le stelle si stagliavano con nettezza, ferite bianche e inderogabili. Un elicottero passò, aprendo nello stagno serale circonferenze d’ansia. Due macchine sfrecciarono sulla strada, a cinquanta metri di là. Il silenzio, dopo qualsivoglia rumore, riprendeva fulmineo ad avvolgere il quartiere, e i grilli non facevano che aumentarlo. La luna pendeva sul Gran Sasso come un ciondolo d’ambra appeso al chiodo di Venere. Nell’erba frusciante non v’era traccia di gatti.

«Torneranno» riuscì a dire l’uomo, col tono di chi vuol parlare ma non farsi sentire.

«Non torneranno» ribatté il ciccione spietato. Il ciccione era più forte perché diceva la verità, perché non mentiva a nessuno. «Ma è più probabile che tornino loro, piuttosto che io venga ben accolto nella tua, nella vostra tendopoli.»

L’uomo era stanchissimo. Se ne andò senza una parola. Sentiva alle proprie spalle la presenza adiposa e ostile del ciccione alla finestra, muto, cementificato nel tradimento degli animali e degli uomini. Quando girò l’angolo e seppe che il ciccione non poteva più vederlo, si mise a correre. Erano anni che non correva con tale foga, e il cuore gli sfarfallò. Desiderava abbracciare la moglie, i figli, le tante persone con cui ogni giorno condivideva la solitudine, la mediocrità e la sventura.

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