Tendopolis / I racconti del terremoto, 3

by

di Enrico Macioci

[Enrico Macioci abita a L’Aquila. Attualmente è ospite di parenti nella Marsica. Questo racconto è il terzo di una serie di dieci. Se vuoi, puoi prelevare il testo in pdf].

“Non è poi così male, se ti abitui al puzzo dei cessi chimici là dietro, credetemi. Abituarsi. Ci si abitua a tutto. Letteralmente a ogni cosa che non ti uccide, finché non ti uccide. E finché non ti uccide ti fortifica, diceva qualche filosofo del cazzo. Una volta lessi un racconto in cui un tizio restava ficcato a testa in giù dentro il water di un cesso chimico, un cesso tipo quelli là dietro. Che ve ne pare? Eh? Dentro, e a testa in giù. Nella tazza. C’è di peggio che starsene qui ore su ore a giocare a carte e a parlare del nulla e a sentire quest’odorino di feci calde provenire dai cessi chimici arroventati dove andiamo a depositare le nostre feci calde che poi si arroventeranno. O no? Non dico bene? Fidatevi che c’è di peggio.”

“Non lo so. Io sto male. Sto talmente male che non riesco nemmeno a trovare la voglia – la forza, anzi no, la voglia – di mettermi a tavolino – non abbiamo qua dei veri e propri tavolini del genere dello scrittoio ma insomma penso d’aver reso l’idea dato che pure voi vivete qua con me e usate gli stessi tavolini, purtroppo per voi e purtroppo per me – e scriverlo (non ho la forza), scrivere quanto sto male. Eppure ne avrei voglia, dato che poiché sono uno scrittore e nella vita faccio – facevo? – di mestiere lo scrittore dovrei averne voglia, o perlomeno dovrei avere voglia di scrivere che non ho nemmeno voglia di scriverne, di tutto quanto. E invece no. Sto male e non ne ho voglia – di scriverne.”

“Non è il caldo quando è caldo, o il freddo quando è freddo, o il bagnato quando piove o l’umido quando è umido o il drenaggio che non drena o i panni stesi ad asciugare davanti agli occhi di tutti o il mio corpo davanti agli occhi di tutti ovunque e sempre tutti i giorni tutto il giorno, e nemmeno le scoregge o il russare di gente che nemmeno conoscevo fino a quando non ho dovuto conoscerla, ma è questo aver dovuto, capite?, questo aver dovuto, questo dovere che non mi va giù, che mi fa impazzire come un gatto posseduto dal demonio in una stanza piena di sedie a dondolo, mi spiego? Adesso me ne sto seduta all’ombra della mia tenda a quaranta gradi centigradi senza granché d’umidità poiché per fortuna all’Aquila il clima non è mai troppo umido, guardo la mia gonna da quattro soldi che nella vita normale mettevo solamente per le pulizie di casa, e non riesco a mandar giù questo dover stare all’ombra della tenda a quaranta gradi centigradi con la gonna che nella mia vita precedente più confortevole di questa e in cui avevo due figli e un marito usavo solamente per le pulizie di casa. E’ questo, più che altro. Il dovere.”

“Mentono. Sulla magnitudo, poiché la magnitudo è stata molto più forte di quella che dichiarano. Molto di più, diamine. E su ciò che si poteva prevedere o non prevedere. Molto di più, diamine. Oh sì. Io non voglio dare retta a ogni chiacchiera che si sente in giro, non sono mai stato il tipo da chiacchiere in giro, credetemi, ma trovo assolutamente plausibile che il casino sia stato provocato da un’esplosione nucleare verificatasi nel dannato laboratorio del Gran Sasso, un errore con quelle particelle della malora, neutroni e neutrini e positroni e positrini e cosini e cosoni vari, capite, e orbite e altre diavolerie che nemmeno loro ci capiscono un accidenti, ne sono certo, loro gli scienziati intendo, oppure come dicono in giro è stato provocato da una bomba atomica sganciata direttamente nel sottosuolo dell’Aquila per qualche esperimento di distruzione intelligente di massa, in previsione di doverlo presto rifilare ai cinesi o ai coreani o agli africani, quando gli africani si decideranno a invadere l’Occidente che si limita a buttargli quei pochi sacchi di cibarie e medicinali facendoli chirurgicamente morire di fame e di Aids in fondo alle siepi africane secche e aride coi baobab in lontananza e i leoni e le zebre al pascolo in mezzo alla savana come si vede nei documentari di Piero Angela, capite, o ancora come pure dicono in giro magari è stato provocato da una verifica aliena, qualche alieno che si diverte a spettinarci i capelli e a giocare con noi da là sopra prima di decidersi a piombarci fra capo e collo e letteralmente squartarci, oppure dal movimento fattosi inevitabilmente tellurico di un enorme animale sotterraneo che abbiamo avuto la sfiga di ritrovarci proprio esattamente sotto i nostri poveri pallidi culi, magari risultato (l’enorme animale) di qualche radiazione di troppo che ha trasformato un innocuo lombrico di dieci centimetri in un enorme animale telluricamente pericoloso. Insomma mentono. Non vogliono che capiamo. Vogliono che stiamo tranquilli e proni ai piedi del Presidente del Consiglio e del capoccia della Protezione Civile, capite, con le loro facce sorridenti e felici, quei due che non fanno altro che atterrare e ripartire con quegli elicotteri cazzuti con le pale lunghe mezzo chilometro che non fai a tempo a vederli arrivare che stanno già decollando di nuovo soffiandoti in faccia la polvere di qualche piazzale che dovresti baciarlo, secondo loro, soltanto perché ci hanno poggiato le suole, le loro preziosissime suole. Capite. Scendono, sorridono un poco e ripartono. Che stiamo proni ai loro piedi considerandoli eroi che possano tirarci fuori da questa merda a ventilatore, che possano tirarci fuori da questa merda che forse chissà non è stata proprio una merda a ventilatore casuale, ma non voglio dare eccessivo credito a quel che si dice in giro, perchè non sono il tipo io, proprio no, da dar retta alle voci che si sentono in giro.”

“Mentono sulle promesse, più che altro. Non i mostri o le bombe all’idrogeno, amico che neppure ti conosco ma dici un sacco di stronzate e scusami ma te lo debbo dire in faccia, seduta stante. Sulle promesse mentono. Sui decreti mentono. Sulle prime e le seconde case. Sul rimborso di questo e di quello. Sulle tasse. Sulle agevolazioni fiscali. Le agevolazioni! Le nostre mura! Costruite, senza tema d’esagerare, senza tema di retorica, senza possibilità alcuna di sconfinare nel patetico o nel fantastico, voi mi darete ragione immagino, costruite col sudore della nostra fronte!”

“Quello che non sopporto veramente più, vedi, è vedere la tua faccia di terremotato ogni mattina davanti a me quando mi alzo, quando vado a lavarmi i denti e le ascelle, quando mi metto in fila per il cornetto, quando mi metto in fila per il pranzo, quando mi metto in fila per il caffé, quando mi stendo per il pisolino pomeridiano, quando voglio smazzarmi un giro di carte e quando a sera resto in mensa a farmi un bicchiere in un triste bicchiere di plastica con le scanalature che mi fa tornare in mente le feste di compleanno delle elementari coi bicchieri e i piatti e le bottiglie di plastica che si faceva il gioco della bottiglia che mi vergognavo sempre a farlo, quel gioco. Vedi. E così, vedi, quello che mi resta da fare per non vedere dovunque il tuo grugno da terremotato è camminare lungo il bordo di Piazza d’Armi, laggiù, sotto i pioppi, torno torno e filo filo, pioppo dopo pioppo, e andarmene per di là disintossicandomi in tal modo dal tuo muso di terremotato che si vede ad ogni secondo che maledice il fatto d’essere terremotato e domanda al cielo perché proprio a me (cioè a te) è toccato d’essere un terremotato con tanti potenziali terremotati nel mondo e nella storia di questo pianeta, vedi?”

“Non capisco come tu possa accontentarti d’un racconto per stare bene. Non mi pare una consolazione accettabile, pur volendo essere incredibilmente predisposti in positivo nei confronti del fatto che la vita ci ha sodomizzati, ci ha stuprati, ci ha falciato le gambe lasciandoci a culo per terra come papere senza zampe, papere con le zampe staccate da un tipo cattivo e con le pinze e privo di scrupoli di qualsiasi genere. E’ un racconto quello, maledizione. Questa è la realtà. Tu sei qua, e anche noi. Il protagonista del racconto, con la faccia ficcata nel cesso chimico intrappolato all’ingiù, c’è stato solo nella fantasia dell’autore. E invece quei cessi chimici sono . Sono reali. Li vedi? Li senti? Senti che bell’alito? Hai proprio il cervello andato in vacanza, cessi veri o presunti, senza discussioni!”

“Mille volte li rivoterei. Ho fiducia in loro. Ci salveranno da questa situazione. Usare l’elicottero non ha mai offeso nessuno. Che lo usino. Saranno loro a salvarci. E chi se ne importa degli elicotteri. E’ più offensivo (dell’elicottero) che tu la mattina non mi aiuti a raccogliere il calzino bianco caduto nel fango della mia figlioletta di nove anni, è molto più offensivo questo dato, questo piccolo evento quotidiano ma illuminante, molto illuminante riguardo il tuo livello di umanità. Avete capito che signore, il signore? Il calzino di una bimba di nove anni, bianco e appena lavato e asciugato, si stacca dalla molletta per qualche motivo non imputabile a me…”

“Ehi non la fare tanto lunga! Guarda che ti ripeto che mi stavo solamente riprendendo le mie maglie, e ti ripeto che non l’ho visto cadere il tuo calzino bianchino che aveva invaso lo spazio delle mie maglie, e basta porca puttana!”

“…e lui, che ha visto tutto, che ha visto il calzino staccarsi e cadere, lo ha visto, fa finta di non aver visto niente e continua come se godesse a passarsi il filo interdentale fra i denti putridi che si ritrova mentre io debbo chinarmi e fare il giro dello stendino per raccattare dal fango il calzino di mia figlia novenne.”

“Ma che razza di scrittore sei, scusa, che razza di scrittore sei se non riesci a scrivere nemmeno dopo un cazzo di evento come questo? Se non scrivi adesso, quando mai cazzo scriverai mai?”

“Non è che qui ci si diverta a guardare culi e tette a pioggia, mia cara. Non ti rivolgere a me, se è a me che ti rivolgevi non farlo. Non rivolgerti. Se vuoi posso anche spiegarlo a tuo marito che nelle ore calde te ne vai in giro mezza nuda fra una tenda e l’altra, se proprio ci tieni posso anche dirglielo che ti aggiri da una tenda all’altra con gli shorts che ti stringono le chiappe a mortadella e in reggiseno, che ne diresti se glielo dicessi, eh?”

“Tu sei fuori di fagiolo, più fuori di un balcone in una casa dove tutti i balconi sono tutti crollati tranne uno, ed è a quel balcone preciso che ti sto paragonando, sappilo, a quel balcone precipuo. Tu e le menate para/militar/fanta/scientifiche.”

“Non so come ringraziarla. Come posso ringraziarla?”

“Questo pane fa pietà. Fa più pietà di un accattone cieco in un vicolo notturno senza illuminazione artificiale.”

“Vatti a fare una doccia!”

“E’ perché passi troppo tempo seduto sopra quella sedia, e sopra quella sedia ci batte il sole tutto il santo giorno tranne la mattina presto, ma tu la mattina presto dormi ancora della grossa nella tua branda puzzolente perché la sera fai tardi davanti a internet dove puoi nutrirti di quelle stronzate pseudo/interessanti che poi ci vieni a propinare dopo a noialtri che siamo troppo stanchi per legnarti in un punto che ti faccia molto molto male, e vaffanculo!”

“Volevo dire che la mia gonna da quattro soldi contribuisce a farmi sentire a disagio, non all’altezza di me stessa, se mi spiego, non della me stessa che mi sono costruita studiando e superando esami in poco tempo con una media di ventotto punto cinque e laureandomi con lode e lavorando poi sodo e tosto e con serietà, ecco. Non è tanto l’aver perso due figli e un marito sotto le macerie, lì la mia serietà non è in discussione nonostante il dramma famelico di quelle macerie che mi divora le viscere un nanosecondo dopo l’altro. Forse adesso sono stata più chiara.”

“Non deve ringraziarmi. Stia tranquilla. Stia tranquilla e basta.”

“L’altro giorno laggiù nell’angolo più scuro della tenda c’era un topo. Una zoccola. Lunga trenta centimetri, e dico poco. Con la coda rosa che guizzava come un verme assai sveglio. Gli ho tirato una ciabatta ma lei (la zoccola) è corsa a nascondersi dietro quel mucchio di zaini vostri e nostri che né voi né noi riusciamo a sistemare meglio che nell’angolo scuro (questa tenda, non si riesce a trovare qua sotto una collocazione minimamente umana nella quale non impazzire come ragni con la tela presa d’infilata in una bufera di vento), e per noi intendo la mia famiglia e per voi le vostre famiglie, nessuno escluso, e poi di là (da dietro il mucchio di zaini), mentre intanto m’ero alzato e avevo preso la scopa per terminarla, la bestia è sgusciata nel suo modo zoccolesco e s’è dissolta e in qualche modo l’ho persa, la brutta zoccola.”

“Vi dico che ci daranno una mano, che manterranno le promesse. Il mio futuro è nelle loro mani! Il mio, nelle loro.”

“Io ho visto una merda umana. Lo sopporterò, sia chiaro, ma non è stato carino vederla. Occhieggiarla. Non è stato affatto carino. E non nel cesso chimico l’ho vista, eh no. Sul prato, sotto un pioppo, in mezzo a un ciuffo d’erba verde smeraldo. Una bella merda tonda, che girava su se stessa e s’attorcigliava come i gusti del gelato artigianale sul cono quando è fatto bene e con i crismi, il gelato artigianale. E puzzava da morire (la merda intendo, non il gelato artigianale che qua che io sappia non fanno da nessuna parte, sotto nessuna tenda anche a girarle una per una), e sopra ci ronzava uno sciame di mosche, ma grosso, così grosso che faceva il rumore di un phon lanciato alla massima velocità e di tanto in tanto copriva la visione della merda ammucchiata attorcigliata come un gelato artigianale fatto bene, e la merda attorcigliata dietro lo sciame somigliava a una merda attorcigliata mezzo coperta da un grosso sciame di mosche.”

“Il caldo. Il caldo che fa. Un forno. Un caldo da pazzi.”

“Non è possibile che sia accaduto ciò.”

“Vuole una mano?”

“La ringrazio ugualmente.”

“Credo che non scriverò mai più. Sento la mia sorgente interiore totalmente disseccata, anzi la paragonerei a una spugna secca abbandonata nel deserto del Sahara, nel punto più lontano da ogni oasi che costella il deserto del Sahara quant’è vasto, e già ricoperta – la spugna – da uno strato di sabbia di qualche sabbioso centimetro. Uno strato destinato inesorabilmente a crescere.”

“Non è semplicemente possibile.”

“I mutui. L’assistenza sociale. In uno stato civile. Una democrazia. Le seconde case. Il problema delle seconde case. Voi immaginatevi quante persone saranno rovinate da questo bastardo di decreto sulle prime e seconde case, insisto. Quante? Chi sa dirmelo? Eh? Il decreto.”

“Farà freddo quest’inverno, e invece di un forno avremo un frigo. Un frigo di freddo.”

“Dovete, dobbiamo aver fiducia! L’hanno promesso, e manterranno le promesse. Il nostro futuro dipende interamente da loro.”

“Allora adesso ti faccio saltare tutti i denti. O chiedi scusa o te li faccio saltare in allegria, tipo pop corn in padella. E’ una solenne promessa, quella che stai ascoltando. Solenne.”

“Per me è un piacere. E’ un piacere se posso aiutare. Certe volte mi domando se questo bisogno che sento di aiutare gli altri non dipenda da qualche oscura compensazione psichica, e cioè se io non abbia questo bisogno per soddisfare una parte di me che è rimasta traumatizzata, completamente svuotata, una parte di me che si sente addirittura in colpa d’essere ancora viva mentre altre persone sono morte e non si sa il perché, e che cerca in ogni modo di esorcizzare la terribile colpa d’esistere e allora si rifugia nell’aiuto degli altri, inteso come aiutare io gli altri. Ma per me è un autentico, purissimo piacere aiutare gli altri. Senza ombre che non siano dubbi o interrogativi profondamente psichici se non metafisici, su cui non starò certo adesso a tediarla.”

“Ehi, mi senti? Di’ un’altra volta che manterranno le promesse e ti faccio entrare il naso nel cervello prima ancora che tu riesca a pensare ciccia. Ci credi, ciccione? Ci credi che per soffiarti il naso dovrai andare dal neurochirurgo?”

“Grazie.”

“Basta adesso, non trascendiamo.”

“La mia vocazione, vedete, sembra essersi essiccata. Come una sorgente che a un certo punto finisce, non si sa perché. Puf! Finita. Una sorgente cui tolgano alimentazione, tipo rubinetto o polla dei boschi o che so io. Succede. Può capitare. La creatività è un mistero. Un mistero alle volte doloroso. Un mistero che mi sta inculando con lenta, efficacissima crudeltà.”

“Forse hai un concetto del chiedere scusa alquanto spostato nella direzione del tuo ego.”

“Ne vuoi un altro po’?”

“Come. E’. Possibile.”

“Trovo addirittura offensivo che tu non riesca a scrivere un misero rigo su questa cazzo di tragedia che c’è toccata, che ci ha spazzati via tutti, cazzo. Offensivo. Altro che Sahara e polle di bosco. Indecente.”

“Tu credi in Dio?”

“Grazie.”

“E le patate fritte?”

“Che domanda è?”

“Voi non potete nemmeno immaginare cosa fanno nelle viscere della terra questi maledetti scienziati al soldo dei governi. I governi del mondo. Coi loro cervelli del cazzo esplorano ogni possibilità e anche di più. Chi se lo può immaginare che vanno mai farneticando? Mica te lo vengono a spiegare all’uscio di casa. Io penso che i governi ci fottano in continuazione, questa è l’amara verità che alberga nella mia testa. In continuazione e da tutti i lati ci fottono. Anche giù dal culo.”

“Secondo me a fine novembre sarà tutto pronto, come hanno detto chiaramente e ripetutamente. Io non mi bevo la controinformazione dei miei coglioni. Io ci credo.”

“Sì, ci credo. Ma non domandarmi perché ha lasciato che si compisse questo.”

“Non dicono nemmeno una cosa con chiarezza, ficcatelo nella zucca e lascialo a maturare finché non ti si tramuta in pensiero coerente. Sparigliano le carte come nel gioco regina c’è, regina non c’è. E la regina, però, non c’è mai. Mai. Coagulalo nel tuo cervello.”

“Puoi anche dire le cose senza offendere.”

“Come faccio a dirti senza offenderti che ti puzzano i piedi? Che ti puzzano come topi morti per indigestione di formaggio guasto e lasciati a marcire in una cantina piena di muffa? Messi in croce su una croce di formaggio muffito nello scantinato di Dracula? Che ti puzzano come topi sbudellati che hanno mangiato caciotta coi vermi esplodendo, fino a esploderne della caciotta verminosa? Che ti puzzano insomma al di là di ogni livello di puzza sopportabile da narici umane?”

“Credo che Dio ci metta alla prova, in qualche modo. Non so dire molto più di questo. So che non è sufficiente come cosa da dire dopo una tragedia simile, ma veramente non saprei cos’altro dire oltre al fatto che ho la sensazione che alle volte Egli ci metta alla prova.”

“Passami la mortadella, ma non quel pezzo marroncino, l’altro, quello ancora vivo.”

“Hai finito con quel giornale, o devi leggerlo fino al tramonto dell’umanità?”

“Adesso sì che mi sento sollevata. Rischiarata.”

“Siamo sulla stessa barca, se non te ne sei accorto. Spaliamo lo stesso schifo. E con le mani. Con la lingua, tra poco. Spaliamo con la lingua.”

“E’ il mio turno!”

“Ci metta alla prova talvolta duramente. Molto duramente. Della durezza di un acciaio inox, per la precisione. E noi, dentro la plastica delle tende che trasformano il sole in una palla ossessiva e il cielo in un quadro grigio e l’aria in un gas venefico e la vita, per realizzare un totale che risponda a sufficienza all’effettività, in un vomito puro e duro, come possiamo noi capire, comprendere il perché di tanta durezza inox che apporta il vomito?”

“Vacci tu.”

“Io so che manterranno tutte le loro promesse, perché dal mantenimento di tutte le loro promesse dipende tutto il nostro futuro.”

“Ma molto duro.”

“Penso che ognuno dovrebbe avere l’intelligenza di appendere i propri panni in un punto in cui non sono appesi i panni altrui. Non mi pare di chiedere tanto. Mi rifaccio a un livello d’intelligenza medio.”

“Dio è buono, fondamentalmente.”

“Tu non puoi capire cosa s’inventano in quel dannato laboratorio laggiù. I neutroni impazziscono come cavalli con la febbre alta. Schizzano nell’interspazio e tornano sotto terra inferociti come cani idrofobi gettati in una vasca d’acqua fredda. I neutroni e i neutrini sballano, sono da psicanalisi. Digrignano i denti o che so io come linci con le emorroidi e poca selvaggina da mangiare in una foresta d’alberi morti. Come linci scimunite.”

“Ti ringrazio, davvero.”

“Pane e salame.”

“Gol!”

“Guarda cosa dice il Centro.”

“Potremmo farlo dietro i gradoni, la notte tardi.”

“Passami una Sprite.”

“Sono triste.”

“Fino a poco tempo fa qua ci venivo a giocare a basket.”

“Non ho capito perché non mi uccido pur non avendo più nessuna voglia di vivere. Forse non mi uccido perché in realtà ho ancora un po’ di voglia di vivere.”

“Il vino bianco?”

“Oppure perché ho più paura di morire che voglia di vivere, quindi non ho voglia di vivere ma la non voglia è meno forte della paura.”

“Non ho fame.”

“Il rotolo di carta igienica è là.”

“Grazie.”

“Mi ami?”

“Te li faccio saltare uno a uno. Li conto uno a uno. Uno dopo l’altro, e qualche volta due o tre assieme. Ti faccio sentire i fuochi d’artificio nella bocca sparacazzate che ti ritrovi. Ti ci allestisco un’autentica festa di paese.”

“Io vorrei che Lo fosse anche superficialmente.”

“Non è male vedere un bel seno dentro o fuori un reggiseno, basta non farsi vedere che non ti sembra male vederlo. Per tutta una serie di questioni con tutta una serie di persone. Ma a parte questo, è uno schifo quaggiù. Un vero schifo.”

Inox.”

“Già.”

Tag:

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: