Una domenica pomeriggio, d’estate / I racconti del terremoto, 2

by

di Enrico Macioci

[Enrico Macioci abita a L’Aquila. Attualmente è ospite di parenti nella Marsica. Questo racconto è il secondo di una serie di dieci. Se vuoi, puoi prelevare il testo in pdf].

Aveva rubato una vecchia scassona bianca con la gommapiuma che usciva dai sedili, i vetri a manovella e il tachimetro stinto. Teneva il vetro abbassato perché faceva caldissimo, e il volante scottava. Non sapeva di preciso che giorno fosse, ma i tizi in camice parlando fra loro la sera prima dicevano: da un po’ la situazione è tranquilla, forse il peggio è passato, le pause cominciano ad allungarsi anche se non si sa mai, eccetera eccetera. Così aveva rubato la scassona ed era venuto sin qua. Non era stato difficile nemmeno per lui – salvo che lui aveva assolutamente le carte in regola, tutte tranne una. E benché s’ostinassero a considerare questa sola carta mancante come un problema degno di cure lunghe e scrupolose, lui si sentiva bene. Desiderava capire e ricordare; nient’altro.

Il cimitero protendeva i cipressi bruni nell’afa, e il centro commerciale, un po’ più in alto a destra, si deformava nel calore che saliva dal suolo. Il parcheggio era vuoto, a eccezione d’un chiosco con le bibite e gli hot dog. “Eppure erano sempre aperti, anche di domenica” pensò l’uomo proseguendo. Avanzava lentamente, guardava con attenzione ogni minimo particolare, e due cose lo colpivano: il silenzio e l’incuria. Il silenzio non somigliava alla siesta domenicale estiva, in cui risuona il passaggio monotono della Formula Uno dai televisori, il brontolio delle falciatrici, le urla dei ragazzi nei cortili, le chiacchiere tenui della gente sotto gli ombrelloni dei bar; no. Questo silenzio sembrava un lenzuolo steso sopra un cadavere; e penetrava ovunque, come una malattia dell’aria. L’incuria invece era più sottile: l’erba accanto ai marciapiedi un po’ troppo alta, i cassonetti aperti, i rami degli alberi troppo sporgenti sulle strade, e una polvere tenace sui camminamenti, sui guardrail, sulle auto, nei piazzali, nelle aiuole secche, sugli orli dei muri. Una polvere malefica almeno quanto il silenzio di cui pareva intrisa.

L’uomo, con entrambi i finestrini aperti, svoltò a sinistra scendendo e costeggiando il recinto del cimitero; lo stadio da rugby in costruzione pareva intatto; dopo poco vide a sinistra, sul fianco dell’altura di Collefiorito, alcuni palazzi danneggiati in mezzo ad altri sani; sembrava che i palazzi fossero stati bombardati; qua e là s’aprivano grossi buchi attraverso cui si vedevano i mobili all’interno delle stanze (da uno di questi buchi l’uomo vide un armadio con le ante aperte, e dentro l’armadio un enorme gatto grigio acciambellato); e poi crepe, calcinacci, tamponature saltate, vetri rotti. L’uomo ripensò ai camion militari fermi al casello, alle auto della polizia che l’avevano sorpassato entrando in città. “C’è stato un terremoto, oppure siamo in guerra” pensò subito. “Che sia scoppiata infine la guerra coi musulmani? Oppure è un affare civile? Un colpo di stato?”

Accelerò e svoltò a destra in fondo alla discesa, quindi risalì, imboccò il tunnel di Collemaggio e uscì di fronte alla stazione degli autobus. La stazione era a posto. Pochi pullman col motore spento, qualcuno seduto sulla banchina, o in attesa nelle rade pozze d’ombra. L’uomo rallentò e guardò meglio le persone, concludendone che non erano tranquille; depresse, stanche o nervose, oppure queste cose combinate assieme. Un signore sfogliava il giornale con aria assente, una donna si puliva le mani con gesti pigri sotto una pompa d’acqua, un vecchio sventolava piano il biglietto della corriera, dimentico, la bocca ciondoloni. L’uomo decise di non fermarsi, diede gas e risalì verso Collemaggio. Quando, dopo cento metri, il piazzale della basilica si spalancò sulla sinistra mostrando una gigantesca tendopoli blu dove un tempo c’era il prato, e la basilica fasciata da una serie di reti e cavi, l’uomo nel pomeriggio torrido sentì freddo. Non era un freddo cutaneo: lo sentì nelle ossa, nel midollo. “Siamo in guerra, o c’è stato un terremoto. Ma un terremoto bello forte” rifletté ancora. Si sforzò per l’ennesima volta di ricordare, ma non vi riuscì: il buco nero rimaneva là, in mezzo alla memoria, prendendosi gioco di ciò che lo precedeva e di ciò che lo seguiva. “Forse i tizi in camice hanno ragione, in fondo. Eppure io mi ricordo un sacco di cose. Un sacco di cose” considerò l’uomo. Proseguì verso la villa comunale lasciandosi alle spalle la basilica ma, percorso il viale alberato, accostò e scese nella calura. Una fontana tossiva un esile nastro d’argento. Silenzio e polvere erano disturbati solo da qualche suono proveniente dalla tendopoli blu, sotto cui s’intuiva un brulichio quasi disumano, degradante. Un uccello scoccava richiami a intermittenza dalle fronde impregnate di sole, chine al giogo di quel caldo liquido. Il vento spirava vagamente atroce, senza apportare alcun refrigerio, ma anzi rivoltando la polvere nel silenzio, il silenzio nella polvere. Le carte rotolavano sull’asfalto con solennità. L’uomo guardò in basso, verso la casa in rovina, e i ricordi fluirono abbondanti, un’emorragia di ricordi.

Il vecchio e il bambino si separavano dopo un breve scambio di battute. Poi il vecchio andava a dare da mangiare alle galline e a zappare l’orto, e il bambino riempiva una ciotola di sassi, sedeva su un cippo di legno e tirava i sassi con la fionda, mirando ai tronchi più sottili. Il bambino era triste perché sapeva che il vecchio sarebbe morto, che il vecchio era morto, ed era triste anche per un altro motivo che non riguardava il vecchio bensì lui, il bambino che sarebbe cresciuto, e un po’ tutti assieme a lui. Ma il bambino non riusciva a ricordare quest’altro motivo, gli sfuggiva per un pelo e non si faceva afferrare, e il bambino sapeva che la casa sarebbe andata in rovina un brutto giorno, e che la rovina non sarebbe stata colpa del tempo e della morte del vecchio e dell’incuria. Adesso il bambino, nella luce forte del sole mischiato alla vegetazione e al profumo dei tulipani e al ronzio delle api e all’odore della resina sui pini, sorrideva perché aveva colpito il tronco con un sasso. Sorrideva ma era triste per via di quella confusione ingiusta e crudele di ricordi. Anche il vecchio sorrideva. Bel colpo, vecchio mio, diceva il vecchio al bambino. Il bambino sapeva che il vecchio non sarebbe vissuto abbastanza da affrontare il buco nero, quel che c’era nel buco nero che lui custodiva nella memoria, quel rumore orrendo dentro il buco nero. Il bambino pensò che voleva molto bene al vecchio, che il vecchio era forte e coraggioso, ma che quella volta il vecchio non avrebbe potuto proteggerlo in alcun modo.

Poi i ricordi svanirono, e il buco nero era là, e l’uomo montò sulla scassona bianca coi finestrini giù che lasciavano entrare l’afa e la polvere, e l’uomo recitò ad alta voce, ponderando con accuratezza le parole: «Siamo nell’estate dell’anno 2009. Non so il giorno esatto perché laddove mi custodiscono ho perso la cognizione del tempo, ma dovremmo stare suppergiù all’altezza del mese di luglio. In questo momento mi trovo all’Aquila, lungo il Viale di Collemaggio, presso l’incrocio con la strada che conduce alla Sanatrix, che da qui non riesco nemmeno a intravedere; della strada non rammento il nome, ma il nome non lo rammentavo neppure prima, se l’ho mai saputo. Si può vivere a lungo in una città, foss’anche in una città non grande, e non conoscere i nomi d’ogni strada. Può succedere. Anzi, direi che è normale. I miei ricordi si fermano al 5 aprile scorso. Ricominciano il 7. In mezzo è accaduto qualcosa che i tizi in camice affermano io abbia cancellato. Non vogliono dirmi di cosa si tratta. Parlano di rimozione da trauma. Di elaborazione inconscia del lutto. Sono reticenti, come tutti i medici – giacché è chiaro che si tratta di medici. Sono scapolo. Mio fratello e mia sorella non sono mai venuti a trovarmi da quando sto dai tizi in camice. L’ultimo ricordo che ho di loro risale alla domenica del 5 aprile scorso, quando pranzammo tutti insieme a casa di mia sorella e del marito di mia sorella. I tizi in camice sostengono che le case di mio fratello e mia sorella, come anche la mia, si trovano in zona rossa. Sostengono che in zona rossa non si può andare, nemmeno accompagnati. Che non ci si potrà andare ancora a lungo. Sostengono che di mio fratello e mia sorella e delle loro famiglie non hanno notizie, ma io mi sono accorto subito che mentivano. Non sono scemo, ho soltanto un vuoto di un giorno. Un misero giorno. Credo che ai miei fratelli e alle loro famiglie sia accaduto un evento molto brutto, altro che mancanza di notizie. Credo in buona sostanza che siano morti. Che i miei nipotini siano morti. E’ terribile. Potrei impazzire per questo. I tizi in camice ritengono per l’appunto che io sia impazzito, e perciò non mi fanno nemmeno leggere i giornali, guardare la tivù o ascoltare la radio. Non tentano di spiegarmi il buco nero, non lo illuminano. Ma io invece devo sapere, e finché non saprò non impazzirò. Dunque i tizi in camice, credendo di proteggermi, mi stanno danneggiando». L’uomo fece una pausa, durante la quale ascoltò il vento trascinare la polvere sull’asfalto ardente. Gli sembrò che la polvere parlasse uno spaventoso linguaggio polveresco, che articolasse nel suo fruscio sillabe e frasi d’una lingua in cui la pietà non era contemplata. L’uomo distolse il pensiero dall’ipnotica combinazione di vento e polvere e riprese a dire, con voce sicura: «Noi vivevamo in centro, io in Via delle Tre Marie, mia sorella in Via Cascina, mio fratello in Via Roma. Io facevo l’avvocato. Avevo lo studio nello stesso palazzo in cui abitavo, al piano terra. Me la cavavo bene. Indossavo sempre completi d’una certa eleganza e la clientela mi stimava. Non ero un avvocato disonesto, ma nemmeno un idiota. Perciò ero stimato e potevo permettermi completi raffinati e cravatte di buon gusto. Adesso mi vestono di merda. In questo preciso istante indosso una t-shirt verde pisello e un paio di bermuda color cachi. Quando esercitavo la professione vestivo in giacca e cravatta (possedevo svariati completi e molte cravatte, e sapevo fare bene gli abbinamenti e avevo buon gusto ma anche i soldi per soddisfarlo) e me la cavavo alla grande e mi ricordo un sacco di articoli del codice civile benché mi trattino come un povero scemo e mi vestano così di merda che quasi non mi riconosco. Se i miei clienti mi vedessero si stupirebbero di come vesto male. E io dovrei spiegare loro che non sono io a scegliere questi vestiti, e dovrei anche spiegare loro perché mi trovo in un posto dove non posso scegliere come vestirmi. Ero un avvocato civilista e me la cavavo alla grande».

L’uomo tacque. Respirò a fondo e contemplò i palazzi ragnati di fenditure, con le serrande chiuse e i portoni storti o in pezzi. Salì in macchina, rimise in moto e giunse presto innanzi alla chiesa di Cristo Re: detriti, qualche spacco, una recinzione di nastro rosso davanti all’ingresso invaso da cocci e pietrisco. Non c’era traffico, cosicché ebbe tempo di guardare giù verso Porta Napoli, ma la visuale era ostruita dai camion della protezione civile e dalle gru, smisurate e immobili nella vampa d’acciaio. Alcuni poliziotti stavano in piedi in mezzo alla strada, a trenta metri da lui, con le mani sui calci delle pistole. Parecchi masticavano chewing gum. Allora l’uomo girò a destra, verso il centro. La strada saliva costeggiando la villa comunale. La villa era a posto, sebbene vi spirassero polvere e silenzio. Lo chalet era aperto. L’uomo n’ebbe un sobbalzo di gioia. Accostò e scese. Pensò che adesso era facile parcheggiare, e gratis. Pensò che ciò gli metteva tristezza, nonostante il guadagno di tempo e denaro. Pensò che spesso sottovalutiamo le cose importanti e sopravvalutiamo quelle sciocche. Ai tavoli all’aperto, per essere una domenica pomeriggio d’estate, sedeva poca gente. La gente parlava a bassa voce con facce tristi e sfatte. Gli uomini indossavano canottiere, pantaloncini corti e sandali, le donne non avevano trucco, i loro capelli erano stopposi, e apparivano trasandate e rugose. Anche quelle giovani e carine sembravano rugose. S’udiva all’intorno, sotto i platani fruscianti, nell’ombra pallida traversata dai pollini, un chiacchiericcio malinconico, a tratti ostile. Gli occhi bassi, le labbra serrate. Dalle labbra le parole uscivano a stento, rubate a quel silenzio e scese nella polvere, dove morivano d’asfissia.

L’uomo non ebbe coraggio di parlare. Sedette a un tavolo e il barista arrivò. Era dimagrito, il volto cavo, gli occhi rossi e il berretto sghembo. Si conoscevano di vista poiché talora l’uomo, prima del 6 aprile, andava allo chalet.

«Desidera» chiese il barista in tono sbrigativo.

L’uomo ci restò male. «Come va?» domandò.

«Va» replicò il barista, che non aveva voglia di parlare. Era stanco e non aveva voglia di parlare e non si preoccupava di non darlo a vedere.

«Si ricorda di me?» domandò l’uomo.

«Oh, un po’» sbuffò il barista.

«Ha saputo di mio fratello e mia sorella».

«No».

«Ma sa il cognome?».

«No. Senta, se vuole da bere ecco il menù, altrimenti la saluto. Fa caldo».

«Un’aranciata» disse l’uomo.

Il barista si voltò, svanendo nell’oscurità dei platani come un fantasma.

I ragazzi sedevano in genere al tavolino accanto al suo, che adesso era vuoto, con due foglie secche sopra, proprio al centro, accanto al buco per infilare l’ombrellone. Ridevano e guardavano passare le ragazze in minigonna e commentavano. Il juke box cantava e lampeggiava. Poco più sopra, nello slargo davanti al monumento ai caduti, i bambini correvano sui tricicli e sulle biciclette e le madri li richiamavano e poi parlavano fra loro e il trenino sbuffava e i padri compravano lo zucchero filato e si caricavano i figli sulle spalle e musica d’organetto si spandeva fra le betulle e fra i cespugli di rose e i mazzi di fiori e le panchine di pietra bianca e i tronchi rivestiti d’edera. Loro, i ragazzi, bevevano birra oppure, a sera, vino con patatine e bruschette e salame e olive e stuzzichi vari. La sera si riempiva di moscerini attorno ai lampioni che cominciavano a sbocciare, ed era bello che sbocciassero puntuali dentro i folli stormi d’inchiostro dei moscerini. I pipistrelli svolazzavano in alto, nel labirinto sospeso e terso dei rami, e anche ciò era bello e puntuale. Si vedeva pure lui fra di loro, felice e irrecuperabile. Sedeva là con loro. Parlavano di ragazze, o di calcio, o di qualche stupidaggine, ma soprattutto ridevano, ridevano senza ragioni valide – che poi è il modo migliore di ridere. Ridevano e scherzavano e facevano gli scemi senza esserlo – non tutti erano scemi benché qualche scemo vi fosse, ma tutti facevano un po’ gli scemi perché è così che si fa d’estate, con gli amici, con le ragazze che passano in minigonna e tacchi, nella tua città piena di verde e di bar e di moscerini e di betulle e di caldo che durerà al massimo tre mesi, è così che si fa quando puoi vedere le ragazze più carine della tua città scoprirsi, puoi vederle abbronzate prima che torni il lungo, l’interminabile inverno. E’ così che si fa, è così che loro facevano d’estate, specie il sabato e la domenica pomeriggio fino a sera, quando i moscerini macchiavano il fiato dei lampioni e i pipistrelli facevano quel rumore di stracci umidi in mezzo al crepitare delle fronde. E’ così che fecero per alcuni anni, prima di fidanzarsi seriamente e di lavorare e di diventare grandi e di smettere di conoscersi e di cominciare a dimenticarsi.

L’uomo bevve l’aranciata, s’alzò ed entrò nello chalet per pagare.

Il barista sedeva dietro la cassa, lo sguardo vacuo; ogni tanto scacciava una mosca con la paletta. Si riebbe: «Un euro e cinquanta» disse.

L’uomo mise sul bancone due euro e domandò: «Come vanno gli affari?».

Il barista avvampò. «Mi prende per il culo?».

«No».

«Non si vede, come vanno?».

«Male».

«Sì».

«Perché?».

«Mi prende per il culo?».

«No».

«Perché non stanno mantenendo neppure una promessa, ecco perchè». Il barista alzò la voce. «Perché il governo fa ridere, ecco perchè. Perché la gente sta male e non ha voglia di venire al bar a consumare e a divertirsi. Gesù, non ha voglia nemmeno di chiacchierare. Perché sto andando alla malora, io e il mio bar. Perché la città intera sta andando alla malora. Avevano detto che avrebbero riaperto almeno una parte del centro. Almeno una parte del centro già tre settimane fa. Al diavolo, hanno riaperto un budello per farlo riprendere dalle telecamere del cazzo, e noi con quel budello non ci facciamo un cazzo. Al diavolo loro, il G8 e i grandi della terra».

L’uomo prese il coraggio a quattro mani. «Sa dirmi cosa è accaduto?» chiese a bassa voce, sporgendosi leggermente verso il barista furibondo.

Il barista abbozzò una specie di sorriso, che spiccava come una cicatrice nella faccia accaldata. Tese una mano grande come una padella. «Un euro e cinquanta. Poi fuori di qua, se non vuole che le sfasci quel brutto muso».

L’uomo prese i due euro da sopra il bancone, li mise con grazia nell’ampio palmo aperto del barista, si voltò e uscì. Mentre usciva sentì un oggetto fischiargli accanto all’orecchio sinistro, sbattere con violenza contro il muro e precipitare a terra. Era la moneta da due euro. Rotolò su se stessa e giacque accanto a un batuffolo di sporcizia.

«Se la tenga la sua mancia, e non si permetta più di venire a prendermi per il culo nel mio bar!» urlò il barista da dietro la cassa. L’urlo fu poderoso, ma il barista non si sarebbe alzato per inseguirlo e picchiarlo. Era troppo stanco e amareggiato. Infatti ricadde con un tonfo sulla sedia dietro la cassa, scatarrando.

L’uomo passò in mezzo ai tavolini popolati da spettri smunti che lo guardarono appena, nello sciacquio delle foglie e la polvere sottile ma implacabile, e risalì in macchina. S’asciugò la fronte e il collo con una pezzuola. Ripose la pezzuola nel vano portaoggetti e partì. Il motore della scassona bianca ruppe la quiete pomeridiana come un petardo. Dopo cento metri in leggera salita, giunto presso il benzinaio subito prima del cinema Massimo, l’uomo trovò un altro posto di blocco. C’erano le transenne, e quattro energumeni in divisa militare appoggiati con aria annoiata a due camion militari. L’uomo accostò la macchina a destra vicino all’edicola chiusa e scese. Attorno all’edicola erano cresciuti i rampicanti. Subito l’uomo fu avvolto da una bava di scirocco. S’avvicinò e domandò al primo dei quattro, un tizio coi capelli rasati e piccoli occhi azzurri, alto e robusto: «Il centro è chiuso?».

«Tu che dici?» quegli lo rimbeccò.

«Perché?».

«Perché è chiuso».

«Questo lo vedo» replicò l’uomo mantenendosi calmo. «Ma voglio sapere il motivo». Intravedeva dietro i camion il Corso salire verso Piazza Duomo, e Ricci Baby conciato male, e i portici davanti a Mazzitti cinti da mucchi di rena; e dappertutto squarci, scampoli di muro, e aree delimitate da nastri rossi, e tranci di città, e tagli obliqui di desolazione.

«Il motivo eh?» lo canzonò il militare grande e grosso, stringendo gli occhietti.

«Sì. Il motivo».

Il militare gli s’accostò sino a sfiorarlo. Era venti centimetri più alto e trenta chili più pesante di lui. «Avanti, fila via».

«Voglio sapere».

«Fila via, prima che te le do di santa ragione».

«Non posso sapere?».

Il militare lo spintonò e l’uomo quasi cadde col sedere per terra. «Via dalle palle!» tuonò il militare.

Il Corso era sempre bello e movimentato, ma l’ora migliore restavano le sette di sera, specie d’estate. Alle sette di sera potevi incontrare pressoché tutti gli aquilani che conoscevi e che non stavano fuori città, al mare o per lavoro, nel tratto compreso fra la Fontana Luminosa e il cinema Massimo, con punte di eccezionale intensità nel tratto compreso fra i Quattro Cantoni e Piazza Duomo. Il sabato e la domenica in special modo. La gente camminava con calma e anche con una certa alterigia che però non sconfinava nell’eccesso. Si respirava un clima di provincia fiero ma non maleducato. Coppie, capannelli d’amici, gruppi di giovani donne, anziani da soli, col giornale o col cappello o semplicemente con le mani giunte dietro la schiena e la giacca a quadri del giorno di festa. Di lontano, verso nord, sbucava la Fontana Luminosa e all’orizzonte, se non era nuvoloso, il cancello severo del Gran Sasso. Lui stesso, quando passeggiava costeggiando i portici e analizzando e sviscerando e soppesando la propria vita sino a lì, rammentava l’adolescenza trascorsa davanti al Credito o al vicolo del Rex, in attesa della fanciulla del momento, in attesa di poterla guardare per qualche istante e illudersi che anch’ella l’avesse guardato, in attesa di fare il pieno di sogni fino al giorno successivo. E ricordava le fumate di nascosto, le pizze, gli appuntamenti che non c’era bisogno di fissare, e la sensazione che poi man mano svanisce che non si sarà mai soli. Mai. E poi gli tornavano in mente il ragazzo biondo dell’ottica (un tipo davvero in gamba), il bar all’angolo che faceva prodigiosi caffé macchiati al cioccolato, l’agenzia di viaggi con le impiegate zelanti, e lo sfogo della piazza coi piccioni, la facciata possente del Duomo, quella intarsiata delle Anime Sante, e d’estate, specie la domenica, specie poi la domenica pomeriggio, specie la domenica pomeriggio verso le sette, i gonfiabili coi bimbi e le urla e le risate e le bancarelle coi dolci e poi a settembre il baracchino dei burattini che preludeva alla riapertura delle scuole (sempre, sempre aveva associato Pulcinella e l’odore dello zucchero filato alla dolce mestizia della scuola in avvicinamento), e l’aria da festa paesana che infastidiva ma metteva anche un bel calduccio nel cuore, il calduccio che credi di conoscere e persino di odiare finché non te lo strappano via. Così era stato fino al 5 aprile. Dal 7 si era ritrovato nel posto coi tizi in camice. Il 6 doveva essere accaduto qualcosa di molto grave, una guerra o un terremoto, delle due l’una. Quella devastazione, quel clima d’allerta, quei militari. Tutti quei militari e tutti quei buchi nelle case. Tutte quelle ferite. Peccato, però. Che peccato.

L’uomo, che stava tornando alla scassona bianca, ebbe un sussulto e si voltò, riavvicinandosi al militare col capo rasato e gli occhietti azzurri.

«Cosa c’è ancora» questi gli ringhiò. Un anello di saliva gl’incorniciava la bocca.

«Un’informazione deve darmela» ingiunse l’uomo.

Il militare tacque.

Anche l’uomo tacque. Poi, prendendo fiato: «E’ stato un terremoto o siamo in guerra?» domandò. Lo scirocco gli scompigliò i capelli. L’ombra dei platani si stagliava sul Grand Hotel come china inquieta. Una nuvola fluorescente migrava da sinistra a destra. Due rondini scesero sul filo lucido della corrente elettrica e vi rimasero come oggetti di chincaglieria. Il giorno saldava gli oggetti in una materia viscosa, compattava gli spazi e riempiva d’abulia le distanze.

Il militare soppesò a lungo col suo sguardo idiota l’uomo, e poi scoppiò a ridere. Rise di gusto e in modo screanzato, gli occhietti azzurri si bagnarono d’un velo lacrimoso e l’anello di saliva attorno alla bocca aumentò di superficie. Nel gettarsi all’indietro per ridere, la camicia gli uscì fuori dai pantaloni svelando una lunga piega di lardo, un maniglione roseo e glabro. Questo particolare fece svanire d’incanto la battagliera virilità e il cipiglio guerresco del militare. Fece svanire anche il buco nero dalla memoria dell’uomo. Ciò che i tipi in camice non erano riusciti a ottenere, l’ottenne la visione di quella pancia repellente. La verità risucchiò il buco nero.

Quando ebbe riso abbastanza da accumulare due macchie di sudore sotto le ascelle, il militare si schiarì la voce e intimò all’uomo con durezza: «Vattene».

Stavolta l’uomo se ne andò pur non avendo più un posto, neppure squallido come quello in cui lo tenevano i tipi in camice, dove andare.

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  1. fabio bussotti Says:

    Mi piace. Complimenti!

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