Una faccenda importante / I racconti del terremoto, 1

by

di Enrico Macioci

[Enrico Macioci abita a L’Aquila. Attualmente è ospite di parenti nella Marsica. Questo racconto è il primo di una serie di dieci. Se vuoi, puoi prelevare il testo in pdf].

L’uomo sedeva sul terzo gradino del pianerottolo del secondo piano, coi gomiti sulle ginocchia, a testa in giù. Indossava un pigiama viola con un sole color canarino stampato sul petto, i cui raggi serpeggiavano a trecentosessanta gradi. Portava grossi occhiali da lettura coi quali da lontano vedeva male, specie di notte, ma erano i primi su cui nella foga aveva messo le mani. Se ne stava chino, i lunghi capelli scuri rovesciati in avanti, osservando attentamente gli scarponcini invernali che calzava. “Sono scarponcini della Geox”, pensò con calma, scandendo bene i pensieri. “Sono neri con un bollino rosso laterale e un altro bollino rosso sulla linguetta. Anche le cuciture sono nere, e anche le decorazioni. Le decorazioni consistono in questi piccoli bottoni sporgenti dietro e di lato. Ecco, se li tocco li sento. Tocco. E sento. Sporgono. Gli scarponcini sono slacciati. I lacci (il laccio, si tratta d’un unico laccio, ma adesso non mi pare il momento di sottilizzare) nei buchi degli scarponcini s’incrociano a x, tranne in fondo, dove per curvare e risalire descrivono una breve linea retta. Oppure: prima i lacci (il laccio) descrivono una breve linea retta, e poi salendo cominciano a incrociarsi. In ogni caso bisogna che allacci gli scarponcini, ora che sono uscito di casa”. L’uomo alzò il capo volgendosi all’uscio chiuso del suo appartamento. Il riquadro del campanello ardeva d’un tenue bagliore rosso, e così il pulsante per accendere l’illuminazione delle scale. Le scale erano piene di gente; la gente non faceva altro che urlare e scendere; nessuno saliva e nessuno taceva; e l’illuminazione delle scale quella notte era sempre accesa.

Il dirimpettaio dell’uomo seduto sul gradino, un tizio giovane, alto e magro con occhi cavi e una moglie orrenda, irruppe sul pianerottolo spalancando la porta, ficcato dentro jeans sdruciti, un’ampia maglietta heavy metal con un sacco di teschi bianchi su sfondo nero, e ciabatte di cuoio. Aveva lo sguardo iniettato di sangue, la rada capigliatura in disordine e l’espressione di chi ha appena incontrato Moby Dick nel proprio letto. «Ehi, ehi» disse. La sua voce saliva e scendeva anche pronunciando poche sillabe, come se in gola gli vibrasse un colibrì.

L’uomo seduto sul terzo gradino del pianerottolo del secondo piano non rispose, quieto dietro le lenti da lettura.

«Ehi, ehi, lei» ripeté il tizio alto e magro, la voce tremante.

«Sì?».

«Cosa cazzo fa sul trespolo? Si sente male? Le viene da vomitare? Si è cacato addosso? Mica si vergognerà, spero. E no. Proprio no. Di vista ci si conosce, si risparmi i complimenti, prego. E poi, chi non si è perlomeno pisciato sotto stanotte? Perlomeno, dico io?».

«Sto bene. Debbo solamente allacciarmi le scarpe».

Il tizio alto reagì come se l’avessero schiaffeggiato. «Merda» commentò rivolto alla moglie immobile, tetra e pingue, due fosse buie per occhi. Poteva trattarsi d’un manichino, non fosse stato per il torace che s’alzava e s’abbassava e per il fatto che camminava. «Merda. Le scarpe» ripeté il tizio, girandosi verso la parete.

«I lacci, più che altro» precisò l’uomo sul gradino.

«I lacci?». Il tizio, al contrario della moglie, non riusciva a star fermo. «Venga giù, cazzo. Qua viene giù tutto. Venga giù pure lei, altro che lacci del cazzo! Non mi faccia perdere tempo e venga giù, brutta testa di cazzo!». Il tizio guizzava per ogni dove sotto la maglietta heavy metal troppo larga, sulla quale i teschi ghignavano soddisfatti. Sembrava che sotto la maglietta s’agitasse un mucchio d’anguille vive.

«Io non le ho chiesto d’aspettarmi» replicò l’uomo, le mani intrecciate e i gomiti sulle ginocchia. «Perché m’insulta?».

«Se ne fa un’altra, le scale crolleranno» tentò di controllarsi il tizio alto. «Crolleranno, cazzo! Tutte una per una giù!». Non sapeva a che santo votarsi. Dava idea di voler menare le mani. Ogni tanto le sbatteva in un brevissimo applauso. La faccia gli sprofondava nel cervello. «Scimunito». biascicò. «Dannato stupido scimunito. I lacci. Che cazzo».

«I lacci, vede, sono una faccenda importante» rimbeccò imperturbabile l’uomo sul gradino.

«Affanculo» tagliò corto il tizio, trascinando il silente fagotto della moglie via di là. «Andiamocene a fare in culo, prima che l’ammazzo, giuro che l’ammazzo sennò, che diamine, cazzo». E scesero di corsa, lui spintonando l’orribile moglie sempre zitta.

L’uomo tornò a chinarsi sulle scarpe. “Puoi farcela”, rifletté. “Hai imparato ad allacciarti le scarpe a cinque anni. Tua madre rimase stupita e ti disse bravo. Ti diede un bacio e una caramella. Il sole entrava piano piano dalla finestra del salone e inondava il grande orologio di noce con le lancette d’oro. Le lancette d’oro brillavano e lei ti accarezzò i capelli e ti diede un bacio sulla guancia destra, e poi una caramella al miele. Quando tuo padre rincasò tua madre, per prima cosa, gli raccontò che tu avevi saputo allacciarti le scarpe da solo. Tuo padre disse Oh, wow. Ti ricordi pure che scarpe erano. Un modello verde e azzurro della Chicco, coi lacci bianchi e lunghi. Anche quelli descrivevano tante x. La vita è piena di tante x. Non sta a te stabilire se sono troppe, ma ci sono. Adesso tua madre è morta e anche tuo padre è morto, e non possono baciarti né dirti bravo, ma non conta. Se fossero qui, ti raccomanderebbero d’allacciarti le scarpe, visto che lo sai fare. Lo sai fare da quando avevi cinque anni. Sennò inciampi. Ruzzoli e ti fai male. E tu non vuoi farti male. Non vuoi assolutamente farti male. Dopo che le avrai allacciate sarai più al sicuro, e ogni cosa andrà per il meglio. Tutto andrà molto, molto meglio. Non può non andare meglio, con le scarpe allacciate. Tu lo sai, l’hai sempre saputo”.

«Si sente poco bene?» chiese dietro di lui la voce del professore di filosofia, che dal terzo piano si precipitava giù per quanto glielo permettevano i reumatismi. Il professore soffiando accostò l’uomo seduto, lo superò e si fermò sul pianerottolo. Respirava a fatica. Era di temperamento calmo, ma quella notte pareva camminasse sopra un campo minato.

«Tutto a posto» borbottò l’uomo seduto, rialzando il capo malvolentieri.

«Andiamo» l’incitò il professore, tendendo la mano. «Andiamo a salvare la pelle». Uno schianto echeggiò all’esterno, seguito da urla altissime, asessuate.

«Un momento. Debbo prima allacciarmi le scarpe».

Il professore guardò l’uomo seduto sul gradino con attenzione. «Uhm» disse. «Ma dopo che le avrà allacciate verrà giù con me?». Respirò a fondo.

«Sì. Dopo che le avrò allacciate. Non prima».

«Bene. Se le allacci, allora. Siamo in pericolo qui. Non è il momento di filosofeggiare». “E forse non lo è mai stato”. aggiunse mentalmente, gettando un’occhiata alle crepe nei muri.

«Preferirei restare solo» replicò l’uomo sul gradino, fissando il professore da dietro gli occhiali che gli davano un’aria fragile e indifesa. «Sa, è una faccenda importante».

«Allacciarsi le scarpe».

«Sì».

«Beh». meditò il professore. «Se vuole mi volto».

«No».

«Mi sposto due metri in là».

«Nemmeno».

La terra tremò. Più piano di prima, ma comunque forte. Anche l’edificio tremò. Ma non si limitò a tremare: girò su se stesso. Grida salirono e scesero lungo la tromba delle scale. Il professore aspettò, mentre la sua carnagione assumeva una tonalità lunare. Quando fu finita si strinse nella vestaglia, strofinò le scarpe da tennis una sull’altra alla maniera in cui le mosche strusciano le zampette, e disse: «Lei è impazzito».

«No».

«Sì invece».

«No. Voglio soltanto ottemperare ai miei doveri di cittadino decoroso».

«Allacciandosi le scarpe?».

«Esatto».

«Mentre il pigiama che indossa sarebbe decoroso, secondo lei?» s’impuntò il professore.

«Il pigiama è a posto così. Il sole non l’ho stampato io. Non è il massimo, specialmente i raggi sono eccessivi, ma non ce l’ho messo io. E’ colpa della fabbrica. Di chi l’ha disegnato».

«Ma quando l’ha comperato, il pigiama l’ha scelto lei» puntualizzò il professore.

«Non è vero. Fu mia madre a sceglierlo per me. Non posso migliorarlo in alcun modo».

«Capisco» replicò il professore in tono grave.

«I lacci invece sono in disordine. Ma è un disordine rimediabile».

«L’intera città è in disordine. Un disordine, temo, irrimediabile».

«E con ciò? Dovrei forse mancare di rispetto alla mia persona?». L’uomo sul gradino alzò la voce. «E’ così che si va in rovina, capisce. Quando ognuno comincia a pensare che se tutto va male, lui non può farci niente. Quando persino un uomo colto, un professore di filosofia come lei, comincia a pensare così. Che se tutto va male, il singolo non può porre rimedio in alcun modo».

Il professore taceva, il viso calato in quella tonalità lunare. «La saluto e le auguro buona fortuna». concluse. «Manderò qualcuno a cercarla. Sono troppo vecchio per trascinarla giù a forza. E maledette le madri che comperano certi pigiami».

«Arrivederci». salutò l’uomo dal gradino, reimmergendo il volto fra le gambe, mentre il professore già scendeva con passo cauto, timidissimo. “Ragiona”, si disse l’uomo sul gradino. “Non puoi andare giù, in mezzo agli altri, in mezzo a quella marea di gente, conciato così. Non è soltanto che potresti inciampare. E’ che non saresti all’altezza di te. Faresti una pessima figura nei confronti tuoi e delle cose in cui hai imparato a credere. A credere ciecamente. Sarebbe un vero e proprio tradimento. Credere ciecamente in qualcosa e poi, alla prima difficoltà, smettere di crederci. Avanti dunque, concentrati. Inizia dalla scarpa destra. Afferra i due capi del laccio, poi incrociali, fanne passare uno sotto, metti un dito sul punto in cui si toccano, prendi l’estremità di destra e falle descrivere una specie di cerchio o ellisse, poi prendi l’altra estremità e faccela girare intorno, poi trova il pertugio, ficcacela dentro e infine stringi. Trovare il pertugio ed entrare”. si sorprese a riflettere sommovendo misteriosi istinti, desideri cui da tempo aveva rinunciato. “Trovare il pertugio ed entrarci. Nient’altro. La soluzione è là”.

Stava per cominciare l’operazione quando alle sue spalle sbucò la zitella del quarto piano, avvolta in una camicia da notte trasparente, la testa piena di bigodini, le infradito ai piedi. Aveva i pollici dei piedi grossi come albicocche. Senza trucco era di gran lunga peggio del solito, le guance spiegazzate come vecchi panni. «Ha visto cosa è accaduto» esclamò con voce querula e indignata, battendosi le mani ad artiglio sulle cosce magre e sciupando la veste. Sotto la veste baluginavano forme acute e al contempo ottuse, angoli e sporgenze fuori posto. Il corpo della donna era un assemblaggio di parti montate nei luoghi sbagliati.

«Ho visto» replicò l’uomo senza muoversi dal gradino, solo rialzando la testa ornata dal bruno cespuglio capelluto.

«Gesummaria! Che dobbiamo fare?».

«Scappare, immagino».

«Certo! Scappare! Gesummaria che disastro! La nostra casa! La nostra povera casa!».

«La rimetteranno in sesto» disse l’uomo tanto per dire qualcosa.

«Ne è certo?» berciò la zitella, artigliandosi i fianchi stretti. Le sue nocche somigliavano a noci.

«Certissimo». Ma non lo credeva affatto. Riteneva che le scale su cui sedeva fossero da abbattere, invece. Che la casa fosse da abbattere. Che il quartiere e l’intera città fossero da abbattere. L’intero mondo, forse.

«Gesummaria! Che guaio! Come faremo?».

«Ce la caveremo, signora».

«Signorina, ahimé! Signorina!». scappò detto alla donna in un lampo di rancore e languore, col quale le asperità del suo corpo d’incanto si misero a narrare una storia.

«Ce la caveremo, signorina».

La zitella aveva voltato pagina. La casa non si trovava più al centro dei suoi pensieri. Qualcosa di più importante ne prendeva il posto. «Grazie per queste parole. Le terrò care nel mio petto» sussurrò all’uomo, le mani al seno. «Signorina. Signorina» ripeteva. Non era più posseduta dalla paura, ma rassegnata ad un sentimento affatto nuovo.

Mentre ella se ne andava l’uomo si sentì in dovere di specificare: «Devo risolvere una faccenda importante, e poi scenderò anch’io». Ma la donna già fluiva via per le scale.

Adesso le voci diminuivano. Nella notte saliva un fumo vermiglio. I fari delle auto riverberavano fin sulle cime degli alberi, che nella brezza luccicavano come tanti pezzetti di mica. Qualcuno si lamentò d’aver dimenticato la dentiera sul comodino e qualcun altro gli rispose d’andare a farsi fottere.

L’uomo tornò sugli scarponcini invernali. Non erano adatti per quel periodo, ma se fossero stati allacciati ciò avrebbe rappresentato un passo avanti. Un piccolo, ma significativo problema in meno. Un primo riavvicinamento alla normalità. La mossa iniziale per dipanare il groviglio. Uno scongiuro contro la malasorte. Una faccenda importante, insomma. L’uomo rifletté, concentratissimo: “Sono semplicemente i tuoi scarponi neri della Geox. Hanno un bollino rosso sul lato e un altro sulla linguetta. Hanno dei piccoli bottoni decorativi di lato e dietro, sul tallone. Se li tocchi senti che sporgono. Gli scarponi sono slacciati. Per allacciarli devi incominciare. Incomincia dalla destra, come facevi già a cinque anni, come hai sempre fatto tutte le mattine fino a ieri mattina. Anche adesso è mattina, benché sia buio. Hai la possibilità di non saltare nemmeno una mattina. La possibilità di non permettere a questa cosa di sconvolgere la tua esistenza nemmeno per una mattina. Il tuo ordine. Prima il destro. Afferra i due capi del laccio, incrociali, fanne passare uno sotto, punta il dito laddove si toccano, prendi l’estremità di destra e falle fare una specie di cerchio o ellisse, poi prendi l’altra estremità e faccela girare attorno, poi trova il pertugio, ficcacela dentro e stringi. E’ facile”. L’uomo rifiatò, i lunghi capelli scuri appiccicati dal sudore, gli occhiali appannati. Sotto il suo sedere il freddo gradino di marmo si mosse ancora. Quando succedeva, il marmo si tramutava in un budino. L’uomo non riusciva a trovare il pertugio, perché le sue mani tremavano. Fu colto da un familiare senso di disperazione, da uno sgretolarsi d’ogni speranza che in fondo non l’aveva mai lasciato. Riprovò, tirandosi indietro i capelli dalla fronte. “E’ facile. Non dare troppo peso ai significati, non correre troppo avanti né troppo indietro. Non ripiombare nelle tue vecchie angosce e non tuffarti in quelle future. Un passo per volta. Dunque. Inizia dal laccio di destra. Come hai sempre fatto sin da bambino. Ti ricordi che tua madre ti baciò e ti diede una caramella al miele? Ti ricordi com’era dolce? Ti ricordi come il sole entrava dalle vetrate del salone e illuminava il grande orologio di noce con le lancette d’oro? Ti ricordi come le lancette d’oro brillavano nella sala con le piante e i tappeti e la credenza piena di bicchieri a fiori? E ti ricordi com’eri orgoglioso? Prendi le due estremità del laccio e incrociale. Fanne passare una sotto e punta il dito laddove si toccano. Pensaci: potrai dire che neppure quel che è accaduto ha modificato le tue abitudini, ha sconvolto i tuoi ritmi. Le tue certezze. Poche, ma buone. E ciò significa che sarai già molto avanti. Che potrai difenderti e sopravvivere e continuare, anche così come sei stato. Anche così come sei. Prendi l’estremità di destra e falle fare una specie di cerchio o ellisse. Coooosì. Prendi l’altra estremità, faccela girare attorno e cerca il pertugio. Coooosì. Il pertugio c’è. C’è”.

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