Gli ultimi occhi di mia madre

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di Demetrio Paolin

ultimi-occhi-di-mia-madreGli ultimi occhi di mia madre (Sironi), l’esordio narrativo di Patrizia Patelli, è un libro molto bello. Avrei potuto dire che Gli ultimi occhi di mia madre è un romanzo molto bello, ma il termine “romanzo”, secondo me, non definisce appieno questa narrazione, che è un ircocervo di ricordi, memorie, squarci lirici, momenti più prettamente narrativi.
Tutto questo materiale, molto eterogeneo, è tenuto insieme da una scrittura che è incandescente e intransigente, che chiede al lettore molto in termini di attenzione e di lettura. La sintassi è spesso torta per seguire le esigenze espressive dell’autrice, ma è un libro che restituisce al lettore altrettanto in termini di umanità e di verità.

Gli ultimi occhi di mia madre è un libro bello e molto vero, in cui la storia – una figlia racconta il suo rapporto di amore e di odio con la madre – trascende il personale e arriva a riguardare ognuno di noi. Patelli parla di sé, ne parla in prima persona e spudoratamente, non ci nasconde niente eppure alla fine abbiamo consapevolezza che si parli di noi.

Gli ultimi occhi di mia madre è un libro rischioso, fraintendibile. Può venir letto come uno dei tanti documenti “verità”, in cui una donna racconta se stessa; può andare a fare il paio con le testimonianze della ragazza che racconta il suo stupro, o con donna che narra la sua esperienza in un harem eccetera. Testi, di cui le librerie, gli editori e i lettori sono particolarmente ghiotti.

Il testo, invece, non rientra in questo genere. Patrizia Patelli usa una parola per definire il libro, che mi è parsa illuminante: memoriale. La scrittrice è troppo attenta per aver usato un vocabolo casualmente. Provo a farmi suggestionare, perché credo che memoriale spieghi benissimo, lo spirito de Gli ultimi occhi di mia madre.

La parola memoriale ha un legame con la memoria, il ricordo, la rimembranza. Da un lato pare scontata, perché è un testo in cui la Patelli rievoca i rapporti con sua madre.

Poi nel libro succede questo. A poche ore dalla morte della donna una sorta di sonnolenza si impossessa dell’autrice, che nelle profondità di quel dormiveglia avverte in maniera sensibile che sua madre è lì con lei. Non è un sogno, non è una illusione, è una presenza certa.

Chiunque abbia letto qualche pagina di San Giovanni della Croce, ad esempio, sa benissimo che due sono le categorie che definiscono la mistica: la nostalgia e il ricordo. Gli ultimi occhi di mia madre sono un testo intriso di una nostalgia, descritta con ferocia e rabbia, umana umanissima per la madre che non c’è più, per le occasioni perdute e per l’amore non detto. La descrizione del momento in cui la madre in spirito appare alla figlia, che è raccontata all’inizio del testo – che altrimenti procede per sbalzi temporali secondo gli umori e le ubbie dell’autrice – sancisce questa malinconia che dà il tono al libro. Scrivere diventa quindi una evocazione di quel momento, la Patelli vorrebbe con la sua scrittura rivivere quella grazia. E scrive le sue pagine per suscitare quella visione: è una sensazione struggente di perdita irreparabile e di amore sconfitto.

La parola memoriale, però, possiede un’altra suggestione, ispirata al passo paolino in cui viene tramandata l’ultima cena. Paolo usa la parola memoriale, che in questo caso è legata al fare, all’agire. Se vogliamo ricordare qualcuno, dobbiamo fare e agire.

Il testo della Patelli, pur essendo un testo profondamene introspettivo, non cede mai nello psicologismo spicciolo, i personaggi non pensano, ma fanno. Questo rende il libro molto diverso da quei testi ‘testimoniali’ di cui parlavo prima, proprio perché la memoria non è alambiccarsi nelle proprie ossessioni, non facile introspezione, non è ricerca della commozione a tutti i costi, ma invece è azione, gesto, fatto.

E proprio questo fare che, infine, ti lascia disarmato, perché riconosci in esso un atto d’amore a cui non puoi che abbandonarti.

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