L’esperienza, la narrazione, le nude cose, l’invenzione (e tutto il resto, compreso il dio)

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di giuliomozzi

[Questo testo fu scritto per essere letto in pubblico, nel 2004. Nel pubblicarlo qui ora l’ho modificato un poco. In fondo al testo, due immagini spiegano tutto. gm].

Buona sera.
Questa sera non vi leggerò un racconto o un brano di romanzo. Vi leggerò invece un testo nel quale cerco di dire qual è la relazione, secondo me, tra l’esperienza e la narrazione.
Di questo testo che sto iniziando a leggervi, non sono tanto sicuro. È venuto fuori un testo un po’ filosofico, e io non sono molto competente in filosofia. E poi ogni volta che provo a parlare di questa cosa, di esperienza e narrazione, finisco col dire delle cose un po’ diverse.
In somma: non sono in grado di offrirvi un pensiero perfettamente definito. Sono in grado, al massimo, di dirvi che tipo di pensieri si agitano nella mia mente.
Vado per punti, dicendo: «Uno, due, tre…», non perché il mio pensiero sia sistematico (ve ne accorgerete) ma perché inizio raccogliendo pensieri davvero molto sparsi.

Uno. Qualche giorno fa una mia giovane amica mi ha detto: «Vado a lavorare sei mesi in Africa».
«Perché?», le ho domandato.
«Per fare un’esperienza», mi ha risposto.

Due. Quindici giorni fa, qui, in questa stessa sala, a Marco è capitato un piccolo incidente. Cercava di aggiustarsi il leggio, che era troppo basso per lui, ma il tubo della parte superiore si è sfilato dal tubo della base, e lui è rimasto così, con in una mano il libro da quale voleva leggere e nell’altra la parte superiore del leggio.
Ha avuto un momento di imbarazzo.
Naturalmente, abbiamo messo a posto il leggio in due minuti. Ma per quei due minuti, Marco è stato in imbarazzo. Vabbè: lui è timido, gli succede. Ma questo piccolo imbarazzo mi ha fatto pensare.

Tre. Mi è venuto in mente un luogo comune. Tutti noi siamo nel mondo. Ci viviamo. Facciamo continuamente esperienza del mondo. Ma tutti noi siamo, come si usa dire, uomini di mondo. Ossia: conosciamo il mondo. Sappiamo che cosa aspettarci dal mondo. Qualunque cosa accada nel mondo, ci trova preparati. Di qualunque cosa accada abbiamo, chiamiamola così, una precomprensione.
In altre parole: noi non facciamo mai esperienza del mondo. Facciamo esperienza, al massimo, della nostra precomprensione del mondo. Questo è il luogo comune.

Allora, quattro: succede, raramente ma succede, che qualcosa accada e ci trovi impreparati. Qualcosa che non possiamo precomprendere, e nemmeno comprendere.
Pensate all’etimologia della parola «comprendere»: è un prendere-con, un portare-dentro di noi.
Ciò che comprendiamo, lo portiamo-dentro di noi.
Ciò che precomprendiamo, lo abbiamo già dentro di noi.
Marco, durante quel piccolo incidente, si è trovato in imbarazzo. Si potrebbe dire: si è trovato in una situazione che non poteva precomprendere, e quindi nemmeno comprendere. Una situazione da niente, sia chiaro: una sciocchezza. Eppure…

Cinque. Alla mia giovane amica ho domandato:
«Ma a che cosa ti serve, andare in Africa?».
«A niente», mi ha detto. «Ma così faccio un’esperienza. È da tanto che volevo fare un’esperienza importante».
Attenzione. La mia giovane amica ha detto: «Per fare un’esperienza». Non ha detto: «Per fare esperienza».
Se si tratta di fare esperienza, allora siamo tutti d’accordo. Si accetta un posto di lavoro non perfettamente consonante con le nostre aspettative, per fare esperienza. Si accetta di essere sottopagati, per fare esperienza. Magari ci si trasferisce a Milano, con tutti i rischi del caso, perché abbiamo un’occasione di fare esperienza.
Fare esperienza non è imbarazzante. È, invece, consolidante. Di una persona diciamo: «Ha esperienza», per dire che se ne intende del mondo, che è capace di precomprendere quasi tutto quello che può capitargli.
L’esperto, colui che ha esperienza, è colui che non si stupisce mai e non è mai in imbarazzo.
Ma quando parliamo di fare un’esperienza, intendiamo un’altra cosa.

La mia giovane amica andrà in Africa per «fare un’esperienza», ossia andrà in Africa allo scopo di trovarsi in una situazione che non è capace di precomprendere. Potremmo dire, e scusate se paragono una cosa così seria a una cosa così futile, che la mia giovane amica intende andarsi a cacciare di propria volontà in una situazione imbarazzante, come quella (fatte le dovute proporzioni) nella quale si è trovato, non di sua propria volontà, qui, quindici giorni fa, il povero Marco.
Tutti i miei auguri alla mia giovane amica.

Sei. Qualcuno si ricorderà, forse, di quel film con Benigni e Troisi che s’intitola Non ci resta che piangere. Un film che è tutt’altro che un capolavoro: la storia bislacca di due giovanotti che all’improvviso, per caso e senza ragione, vagando nelle campagne vicino a Firenze, si trovano trasportati nel tempo: fino al millequattro (quasi millecinque). Lì, ovviamente, si sentono un po’ fuori posto. Si sentono, e sono davvero, del tutto inadeguati.
A un certo punto i nostri due eroi, un po’ per guadagnare punti nella società del tempo e un po’ nel tentativo donchisciottesco di adeguare quel mondo arcaico a loro stessi — cioè di trasformare quel mondo in un mondo che loro possano precomprendere —, cercano di introdurre nel millequattro (quasi millecinque) le innovazioni tecnologiche del ventesimo secolo. Hanno la fortuna di incontrare Leonardo da Vinci. Cercano di spiegargli il treno, la lampadina, la lavatrice, perfino la scopa (il gioco di carte). Leonardo li ascolta attentissimo. Loro parlano, parlano, spiegano, spiegano, ma tragicamente mentre parlano e spiegano si rendono conto di non essere capaci di spiegare alcunché. In realtà, non sanno minimamente come funzionino il treno, la lampadina e la lavatrice; e anche con la scopa hanno dei problemi.
In somma: i nostri eroi scoprono che la loro precomprensione del mondo — del loro mondo, del mondo dal quale provengono, quello a noi contemporaneo — è tutt’altra cosa da una comprensione. Scoprono che del loro mondo, che credevano di avere compreso, ossia di conoscere, per filo e per segno, non sanno un accidente. Non sanno nemmeno come funziona una lampadina: la sanno usare, ma non sanno che cos’è.
Poi nel film succede questo: Leonardo ascolta e ascolta i nostri eroi, crollando il capo come difronte a due cretini. Ma in una delle scene finali, compaiono dei binari; e sui binari arriva, a bordo di una locomotiva a vapore rombante e sbuffante, un Leonardo entusiasta e felicissimo.
Lui sì, Leonardo, è capace di comprendere.

Be’: spero proprio che la mia giovane amica, laggiù in Africa, non si comporterà come i due eroi del film. Direi che non mi sembra proprio il tipo.

Se pensate che stia divagando, avete ragione. D’altra parte, non so bene come affrontare la faccenda. E allora ci giro intorno.

Sette. Se io ora cominciassi a urlare come un disperato, mi spogliassi nudo, tirassi fuori dallo zaino un coltellaccio e cominciassi a infierire su me stesso, probabilmente voi entrereste in imbarazzo. Non avreste una precomprensione disponibile, per questa cosa.
Ma se domandaste: «Che cosa sta succedendo?», e qualcuno vi rispondesse: «È un artista contemporaneo, sta facendo una performance», voi direste: «Ah, sì, vabbè: è un artista contemporaneo, sta facendo una performance». Magari direste anche: «Che schifo», oppure: «Per me è fuori di testa», oppure: «Non c’è più religione». Ma, comunque, avreste una precomprensione disponibile. E non vi verrebbe in mente di chiamare la neuro: io sono un artista contemporaneo, sto facendo una performance. In un certo senso, ciò che sto facendo non è vero.
Avere una precomprensione significa, tra le altre cose, non avere bisogno di pensare che ciò che abbiamo davanti sia vero.

Allora, otto, adesso entro dentro la questione.
Dico che noi facciamo un’esperienza quando, per un motivo o per l’altro, ci troviamo sbalzati fuori dal mondo, e gettati in mezzo alle nude cose. Le cose nude sono quelle che non sono vestite di precomprensione – quelle alle quali noi non riusciamo a gettare addosso subito, appena entrano nel nostro campo, una precomprensione. Quindi, a essere precisi, quelle che non entrano nel nostro campo, pur essendo là.
Il mondo è ordinato. Il mondo è precompreso. Il mondo ha senso. Il mondo ci dà soddisfazione. Il mondo è ciò che noi siamo.
Le cose nude sono un caos, non sono comprensibili, non offrono nessun senso, non danno soddisfazione. Le cose sono un altro. Le cose non ci sono, pur essendo là.
Marco, qui, quindici giorni fa, per un momento è stato sbalzato fuori dal mondo, e gettato in mezzo alle nude cose.
Per lui, in quel momento, niente aveva più senso. Lui doveva leggere, era lì per quello, e non poteva farlo. Il leggio doveva stare ben fermo, e invece non stava. Il clima doveva essere raccolto, e invece c’era già chi ridacchiava (giustamente). Lui è una persona seria, e si sentiva esposto al ridicolo.
Ecco: in quell’istante, Marco ha fatto un’esperienza. Futile quanto volete, ma un’esperienza era.

Nove. Pensate al povero Giobbe (questo è uno dei miei argomenti preferiti). Amava il dio, lo adorava secondo tutte le regole prescritte, e viveva felice: circondato da persone che lo amavano, da figli che lo rispettavano, da greggi abbondanti, da campi rigogliosi e da servi fedeli.
Poi, un giorno, succede che il dio è lì che guarda il mondo, e contempla Giobbe tutto contento. Passa di là l’avversario, e il dio non resiste: «Guarda là Giobbe», dice il dio all’avversario, «guarda come mi adora, come mi è fedele».
«Sfido io», dice l’avversario. «L’hai ricoperto, come si dice, di ogni ben di dio».
Anche se la battuta è vecchia, a questo punto il dio ride.
«Làsciamelo un poco», insiste l’avversario, «méttilo nelle mie mani. E vediamo se poi ti adora ancora».
Il dio accetta la scommessa, e lascia Giobbe nelle mani dell’avversario.
L’avversario fa morire le mogli, i figli, le bestie, i servi di Giobbe; fa inaridire i suoi campi, crollare le sue case; fa venire a Giobbe ogni sorta di malattia schifosa. Non lo uccide perché evidentemente, per vedere se Giobbe continuerà o no ad adorare il dio, bisogna lasciarlo vivo.
Che cosa fa Giobbe? Da ricco che era, si ritrova a essere solo e nudo, ricoperto di croste; ormai abita in un letamaio, e l’unico suo bene è un pezzo di coccio con il quale si gratta le croste.
Allora Giobbe si volta in su, verso dove presume che abiti il dio, e comincia a protestare: «Perché mi hai fatto questo, tu, a me che ti ho sempre amato e adorato?».
Alcuni amici che la sanno lunga vanno a trovare Giobbe. Si siedono a rispettosa distanza da lui (lui puzza, è contagioso, eccetera) e cominciano a martellare: «Se il dio ti ha punito, vuol dire che hai peccato».
«No che non ho peccato!», urla Giobbe.
«Se non hai peccato tu, avranno peccato i tuoi padri, i tuoi figli, le tue mogli, le tue bestie, i suoi servi», dicono gli amici.
«Qua nessuno ha peccato!», urla Giobbe.
«Non può essere», dicono gli amici.

Ora: gli amici di Giobbe, sono i difensori del mondo. Il problema sollevato da Giobbe — come possa un uomo che ama e adora correttamente il dio non esserne ricompensato — loro semplicemente lo negano. Se non vieni ricompensato, vuol dire che non hai amato e adorato correttamente il dio.
Ecco: Giobbe è stato sbalzato fuori dal mondo, e gettato in mezzo alle nude cose (dall’avversario, su permesso del dio). I suoi amici negano: sei ancora nel mondo, dicono.

La storia finisce così: che a un certo punto il dio si stufa di sentire Giobbe che urla e strèpita e i suoi amici che dicono sciocchezze. Allora squarcia le nubi, e appare a Giobbe.
Giobbe dice: «Oh!».
E il dio dice: «Chi sei tu, per mettere in questione ciò che io ho fatto? Dov’eri tu, quando io creavo il cielo e la terra? Io sono il dio e faccio quello che voglio, perché sono il dio».
Giobbe dice: «Mi scusi».

Nota: il dio non dice: «Ho lasciata mano libera all’avversario». Il dio si prende in prima persona la responsabilità di ciò che è stato fatto a Giobbe. Se il dio può prendersi la responsabilità di ciò che ha fatto l’avversario e quindi, alla lettera, identificarsi con l’avversario, allora il mondo è insensato.
Seconda nota: se il dio dice che lui fa quello che vuole semplicemente perché lo vuole, quindi del tutto irresponsabilmente e senza sottostare nemmeno alle regole stabilite da lui stesso, allora il mondo è insensato.
Ossia: il dio dice a Giobbe che il mondo non esiste se non provvisoriamente, per finta; le nude cose esistono veramente, e lui è la nuda cosa più nuda cosa di tutte.
Avere che fare col dio, è pericoloso.
Il mondo esiste così per finta, che dopo questa sparata il dio — che non si capisce bene se, alla fin fine, abbia vinta o persa la sua scommessa con l’avversario — ripristina la condizione di Giobbe. Gli dà altri figli, altre mogli, altre bestie, altri servi, altri campi.
Giobbe è quindi di nuovo felice?
Provate a immaginare. Provate a immaginare che tutte le persone care vi siano sottratte e, dopo un po’, sostituite da altrettante persone care. Non vi sembreranno, queste nuove persone care, queste persone care sostitutive, dei semplici simulacri? Non sono persone finte? Non è forse un incubo, quello che il dio ha regalato a Giobbe per ricompensarlo della sua sostanziale fedeltà — o perché non rompesse più i coglioni?
Era uno dei peggiori sogni che facevo da bambino, questo: che mia madre morisse, e che venisse sostituita da un’altra mia madre, perfettamente uguale, ma non quella. Non una madre-mondo, ma una madre-cosa.

Dieci. Certo: ci sono esperienze, ossia uscite dal mondo, non così futili come quella capitata a Marco e non così terribili come quella capitata a Giobbe. La perdita. L’esclusione sociale. La povertà improvvisa. La violenza immotivata. Il fare male nel tentativo di fare bene. L’avere male da chi dovrebbe dare bene.

Undici. Che cosa facciamo, noi, quando ci troviamo sbalzati fuori dal mondo e gettati in mezzo alle nude cose? Facciamo il possibile per tornare nel mondo.
Possiamo, ad esempio, decidere di fare finta di niente: una bella rimozione, ed è come se niente fosse stato. Dimentichiamo.
Oppure possiamo razionalizzare: cerchiamo, nell’intrico di cause e conseguenze che è la nostra vita, di dimostrare che quelle nude cose non sono nude cose, ma sono mondo. È quello che tentano di fare i saputelli amici di Giobbe.
Oppure possiamo decidere, magari perché siamo stanchissimi e non ne possiamo più, di restare in mezzo alle cose: allora diventiamo matti. E così via.
Oppure possiamo decidere di accettare il nostro passaggio in mezzo alle cose, e ci mettiamo a costruire un altro mondo. Un altro mondo che, di quelle cose in mezzo alle quali siamo stati, conservi una memoria, una traccia, un sentore. Un altro mondo che non tenti né di includerle né di escluderle, ma che accetti la loro presenza: là, fuori.
Questa, beninteso, è una cosa che ha dell’impossibile.
Tentare di costruire un mondo che accetti la presenza delle cose, là fuori, è come tentare di concepire una totalità che sia una totalità (il mondo è una totalità), ma che abbia comunque qualcosa d’altro, là fuori.
È più o meno come tentare di pensare che esista il dio.

Dodici. E adesso comincio, finalmente, a parlare della narrazione. Che cosa fa la narrazione? Le narrazioni, si dice comunemente, costruiscono dei mondi. Che relazione c’è tra la narrazione e l’esperienza? La narrazione, dirò così, tenta appunto di costruire dei mondi che accettino la presenza delle cose, là fuori.
Addirittura: la narrazione è il tentativo di portare-dentro nel discorso l’esperienza delle nude cose, e/o addirittura di produrre un discorso che sia, per chi lo legge, un’esperienza.

Tredici. A questo punto parlo un momento dei poeti. Chi di voi legge poesia, sa che i poeti sono capaci di dare un brivido. È un effetto specifico della poesia: noi leggiamo, e improvvisamente abbiamo un brivido.
Che cosa succede, quando abbiamo il brivido? Succede che la poesia ci ha messi istantaneamente, cioè per un istante, in contatto con le nude cose. La poesia fa questo, di solito, almeno nel nostro tempo, per mezzo di quella cosa che, con una semplificazione brutale, chiamiamo: la metafora. La poesia giustappone due parole (una detta, l’altra non detta), e questa giustapposizione produce il brivido.
La parola detta, è mondo. La parola non detta, è cosa.
La poesia è sempre stata considerata un’attività più alta della prosa — anche oggi che non la legge nessuno — proprio perché ha il potere, per mezzo delle parole, di metterci istantaneamente a contatto con le nude cose. Meglio: di ammetterci istantaneamente alla presenza delle nude cose.

Quattordici. Ho letto tempo fa un libretto di Manlio Sgalambro che s’intitola La consolazione. Che cos’è la consolazione?, si domanda Sgalambro. E si risponde: la consolazione è un’attività di pure parole con la quale modifichiamo una situazione reale. Il mio amico ha persa la donna amata; io gli parlo, lo consolo; dopo, il mio amico è meno addolorato, è più vivo.
Strabiliante.
La parola può assopire il dolore più vivo.
Come fa?
Fa nel solito modo: il dolore è un sintomo, è il sintomo di un male che c’è, di una nuda cosa che è presente; questa nuda cosa, con la sua sola presenza, sia pure velata e nascosta dal dolore, fa sì che il mondo attorno a me si sfaldi, crolli, svanisca; l’amico che mi discorre, che parla, letteralmente mi ricuce addosso un mondo. Chirurgicamente taglia il filo che lega il dolore (il sintomo) al male (la cosa). Così io ho ancora dolore, ma non ho più il male. E col dolore è molto più facile cavarsela.
Questo è un esempio della potenza del discorso. Di un discorso che, ambivalentemente, ammette la presenza delle cose fabbricando un velo che ne nasconde la presenza, che nel nascondere la presenza delle cose ci permette di conservarne una memoria, una traccia, un sentore.

Quindici, cercando di arrivare a una qualche provvisoria conclusione. Io dico: la narrazione è un’attività di discorso che serve alla costruzione di mondi. E la relazione tra esperienza e narrazione è questa: la narrazione tenta di costruire mondi che ammettano, che accettino, la presenza delle nude cose, là fuori.
La narrazione, per così dire, include le nude cose senza includerle.

Ora: la narrazione è una lingua. La vicenda, la separazione degli amanti, le peripezie, i colpi di scena, le agnizioni: la narrazione ha la sua sintassi e il suo lessico, come una lingua. Articolare una narrazione è come articolare una lingua.
La narrazione, come la lingua, è ordinata, ha le sue regole. Appartiene al mondo. Narra il mondo avvolgendolo, ricoprendolo, esaurendolo. Occupa tutto il mondo e sta sempre dentro al mondo.
Allora io immagino una narrazione, che è nel mondo, che in un certo senso è il mondo stesso — che cos’è la precomprensione, se non un esercito di narrazioni sempre pronte a venire in mio soccorso? —, che da dentro il mondo, che per così dire da dentro sé stessa, si protenda fuori, fino a toccare le nude cose. E che poi rientri in sé, come si dice di chi è andato fuori di sé, portando di queste nude cose una memoria, una traccia, un sentore.

Io so di che cosa parlo.
Io, se non avessi fatto questo, se almeno una volta nella mia vita non fossi riuscito a farlo, sarei morto.
Sarei — semplicemente — morto.

Sedici. Ancora un esempio. Non so se qualcuno di voi usa farmaci omeopatici. Ma tutti voi sapete, immagino, che l’omeopatia usa farmaci disciolti nell’acqua in diluizioni e ri-diluizioni successive. Si arriva, a forza di diluire, ad avere un’acqua nella quale è arduo sostenere che la sostanza medicinale sia ancora presente.
Bene. Così. La narrazione, sono disposto a dirlo, ha una memoria delle nude cose in infinite diluizioni. È un’acqua dotata di memoria.

Diciassette. Credo che, oggi come oggi, il segno del tentativo della narrativa di portare una memoria delle nude cose stia nella lentezza.
Non so se ci avete fatto caso: sempre più, nelle narrazioni contemporanee, in quelle che ci lasciano il segno, avvengono rallentamenti quasi insopportabili.
Ci sono narrazioni nelle quali due minuti di un’esistenza vengono raccontati in duecento pagine. Narrazioni che hanno una durata di lettura superiore a ogni credibile durata degli avvenimenti che raccontano.
È come se il narratore d’oggi tentasse una infinita diluizione del tempo.
Prolungando il tempo, riempiendo ogni istante della narrazione di atti, dialoghi, descrizioni, documenti, elucubrazioni, letteralmente stipando la propria pagina, saturando il tempo quanto più possibile, il narratore produce un’acqua sufficientemente diluita da poter contenere la memoria delle nude cose, ed essere bevibile.
Le nude cose in soluzione concentrata, uccidono.
Tra i principi dell’omeopatia c’è quello — da cui il nome, che significa: «curare con l’uguale» — di curare un male introducendo nel corpo, in dosi diluitissime, la stessa sostanza che genera il male.
Magari, nella narrazione, le nude cose non ci sono nemmeno più, tanto estesa è stata la diluizione. Ma ne è rimasta, se non una traccia, almeno una memoria. La narrazione ci ammette alla presenza delle nude cose, che uccidono, accogliendo dentro di sé dosi diluitissime delle nude cose stesse.

Ciò che i poeti fanno con la metafora, con la giustapposizione di una cosa che viene detta a una cosa che non viene detta, i narratori lo fanno con la lentezza, con l’infinita diluizione del tempo.
Magari ci sono altri strumenti. Non so. Io ho visto questo. Se ne può parlare.

Infine, diciotto, mi domando: se la lentezza è lo strumento che consente alla narrazione di diluirsi per ammettere la presenza, magari solo in memoria, delle nude cose; che cos’è invece che permette al narratore, prima della narrazione, di entrare in contatto con le nude cose? Qual è, chi è, che cos’è, quel mediatore che mi permette di stare alla presenza delle nude cose senza esserne bruciato?

La mia risposta, per il momento, è: l’invenzione. L’invenzione è la facoltà che mi permette di pensare il mondo come una vacca gravida di infiniti mondi possibili. E quindi di pensare la narrazione come una vacca gravida di infinite narrazioni possibili.
Io sono l’ostetrico che, con tutta la lentezza di cui è capace, cerca di far sì che la vacca partorisca un mondo, una narrazione.
L’invenzione è un mediatore sensibilissimo. È capace di sostituire istantaneamente un mondo con un altro, una narrazione con un’altra, una totalità con un’altra.
È capace addirittura di produrre parti di mondo e parti di narrazione che possono appartenere contemporaneamente a più mondi e più narrazioni diversi e incompatibili.
È capace, addirittura, di pensare a una narrazione che dica tutto, che ricopra interamente il mondo, e che tuttavia ammetta la presenza, là fuori, delle nude cose.

Invece la finzione, la fiction, è l’incubo. Le nuove mogli e i nuovi figli di Giobbe sono fiction, incubo. L’invenzione è il contrario della finzione. La finzione imita, l’invenzione produce. La finzione fa come se le nude cose non esistessero, non fossero mai esistite. L’invenzione ci ammette alla loro presenza.

Sono arrivato a pensare fin qui. Non posso dire di sentirmi sicuro di ciò che ho detto, né di avere presenti le conseguenze di ciò che ho pensato.
Vi prego di accettare ciò che ho detto come un tentativo di fare una narrazione della mia esperienza.
Grazie.

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16 Risposte to “L’esperienza, la narrazione, le nude cose, l’invenzione (e tutto il resto, compreso il dio)”

  1. DaniMat Says:

    Caro Giulio,
    questo pezzo è formidabile. L’ho letto di corsa non per superficialità mia o per … facilità del testo, ma per la sua stessa natura … potabile. Volevo solo dirti che personalmente ho sempre pensato agli scrittori come a … fegati, e alle loro narazioni come a interi apparati di organi del ricambio: la metafora clinica mi appassiona…

  2. patrizia patelli Says:

    Mi viene da aggiungere un’osservazione, Giulio, al tuo discorso che porta a pensare e a considerare. Sì l’invenzione. Il narratore inventa e partorisce. Secondo me il narratore fa anche altro. Ha il tempo, l’occhio, quella particolare capacità di guardarsi e di guardare ciò che nello scorrere ordinario del tempo, la gente normalmente non vede. E allora si ferma su una cosa e la racconta e ci racconta intorno e lo fa per tutti coloro che quel tempo, quella voglia, quella capacità non hanno e che allora poi si vanno a comprare in libreria il libro di quella narrazione. Pagano dei soldi al narratore che si è fermato su un pezzo di cosa nuda e ha fatto il lavoro anche per loro. Non è originale il mio pensiero e non lo sono neanche i versi famosi che mi si sono impressi in memoria da quando li ho letti la prima volta (da I limoni di Montale), ma sono esattemente ciò che penso della narrazione (e della poesia):
    talora ci si aspetta
    di scoprire uno sbaglio di Natura,
    il punto morto del mondo, l’anello che non tiene,
    il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
    nel mezzo di una verità .

    Ecco io pesno che la narrazione sia questo e in questo vedere e restituire le nude cose, consoli.

  3. federica sgaggio Says:

    Per raccontare bisogna tenere in mano un filo e lasciarlo andare a poco a poco. Il filo va posseduto anche se non si sa da dove cominci e dove porti.
    Il problema nasce quando i fili sono troppi, e quando – per usare le tue descrizioni, forse impropriamente – sono incrostati (ma non uso il participio in senso negativo) di mondo.
    In questo caso non si può raccontare niente; bisogna solo vivere. Piangere, ridere e fare.
    Fino a che di tutti i fili che tieni fra le dita non ne resta che uno, quello che veramente ti attraversa.
    E secondo me si racconta per chi sta andando in cerca di quell’unico filo. Chi non lo cerca, non è disponibile a trovarlo non accetterà mai che qualcuno, un raccontatore, gli metta in mano il proprio filo.

  4. federica sgaggio Says:

    Il proprio del raccontatore, intendo.

  5. Federico Platania Says:

    Sto attraversando una fase di inebetimento: le due immagini in fondo, a me, non spiegano nulla… :-O

  6. vibrisse Says:

    Hai ragione, Federico. g.

  7. Federico Platania Says:

    @Giulio
    Cioè confermi il mio inebetimento? 🙂

  8. vibrisse Says:

    No, confermo che le immagini non spiegano nulla. Al massimo (forse) suggeriscono qualcosa. g.

  9. scritture Says:

    nella prima immagine c’è un occhio con una piccola luce, nella seconda una persona si affaccia da un mondo per guardare un insieme di cose, fa da tramite tra il mondo e le nude cose. Penso che le due immagini suggeriscano l’importanza dello sguardo e la capacità di portare lo sguardo oltre il mondo senza abbandonarlo.
    Il tuo discorso è molto affascinante.
    Ciao Lucia

  10. Ausilio Bertoli Says:

    @ Giulio
    Post acuto, affascinante, che ci spinge a riflettere sul mondo e sulle interpretazioni che ciascuno di noi dà al mondo e alle proprie visioni del mondo. Interpretazioni magari provvisorie, suscettibili di variazioni o di modifiche.
    Mi è piaciuto il metodo che hai usato nelle enunciazioni: metodo che per certi versi mi ricorda il metodo utilizzato dallo scienziato Richard P. Feynman nell’opera “Il senso delle cose” (Adelphi). Opera eccellente, da non perdere. Come non è da perdere – detto onestamente – questo tuo pezzo.
    Riguardo alla ragazza partita per l’Africa a fare un’esperienza, beh, penso che voglia “assaggiare” il gusto della fuga, stanca dei soliti riti quotidiani, insomma del solito mondo. Oppure, potrebbe darsi che nelle pieghe della sua psiche si nasconda il “demone” dell’avventura e della sfida, peraltro sperimentato spesso da me.
    Ciao, e ancora complimenti, A. B.

  11. Ivano Porpora Says:

    (Questo testo ha ispirato un lungo lavoro, oggi)

  12. cristiano prakash dorigo Says:

    Caro Giulio, tempo fa leggevo qui un confronto( se non ricordo male fra Cletus, Bart e te) nel quale dicevano che vibrisse fosse peggiorato, in termini di “bollettino letterario”. a me pare invece che stia migliorando.
    Cristiano

  13. Gaetano Says:

    caro Giulio, non ti conosco ma è come se ti conoscessi. Mi ritrovo in quanto scrivi, ed è una cosa di grande chiarezza. Mi fermo però davanti alla tua idea della diluizione (per la verità anche nella farmacopea omeopatica non mi convince affatto).
    Per me, la diluizione è già scelta stilistica. Qualcosa al di là o al di qua dell’ontologia della narrazione da te descritta con lo strumento della precomprensione e delle nude cose. In questo sono (con) marziale. Esiste una scrittura delle nude cose che non diluisce. Forse reinventa. Ma è come una scommessa tra scrittura e dolore che non si (e non ci) risparmia nulla.
    E poi l’ostetrico davanti alla vacca gravida non ha nessuna voglia di tirarla per le lunghe. Urla e bestemmia, come Giobbe non fece e forse avrebbe dovuto, perché vuol far presto con quel dannato vitello. E anche la vacca gravida se è per questo. Quando è il momento, è il momento.

  14. Gianluca Minotti Says:

    “La finzione imita, l’invenzione produce. La finzione fa come se le nude cose non esistessero, non fossero mai esistite. L’invenzione ci ammette alla loro presenza”.

    Credo questo sia il punto.
    La finzione, imitando il mondo, si preoccupa soprattutto di ricopiarlo. E più la copia è uguale all’originale, più si dà valore alla finzione, ma non in quanto tale, ma in quanto fedele al Mondo.
    L’invenzione, invece, creando altri mondi possibili retti e giustificati soltanto da regole interne – regole narrative di coerenza e necessità – mostrando implicitamente l’artificio, apre uno squarcio sulle nude cose.

    Può essere così?, mica lo so bene…

  15. Gaetano La Rosa Says:

    Il punto è che intere vite, intere narrazioni possono essere racchiuse in una riga.

  16. cletus Says:

    @ Cristiano, perdona, ma forse ricordi male. Per quanto mi riguarda lamentavo invece la deriva da questo tipo di post, con la presenza di altri a sfondo politico. Solo per precisazione, e poi come si dice “le parole restano”.

    Quanto al tema. La prosa di Giulio ha un che di logorroico (inteso qui nell’accezione più positiva possibile). Lavora per addizione. Ogni punto aggiunge qualcosa, nella direzione della costruzione del senso. E’ premura, e comunque, al di là dell’intenzioni, rovescia, in chi legge, una tale quantità di dettagli che ne impedisce di rovesciarne il senso. E’ operazione degna, pregnata da
    Altruismo. E’ questo darsi che poi suggerisce e innesca pensiero.

    Della mia esperienza di scrittura, condivido questo (con l’impianto del post): la costruzione di mondi. Un al di là, immaginario ma perfettibile. Quando accade, io sono “dentro” questo mondo, e alla stregua di un ragazzino intento a giocare con il Lego su un tappeto, e indipendentemente dalla qualità, mentre scrivo, sto in realtà costruendo un universo, portatile, effimero, estremamente labile, ma non per questo meno divertente.

    Grazie, Giulio.

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