Otto anni non sono pochi / 14b

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[Ce lo dissero in tanti, all’epoca, che l’unico vero difetto di Pausa caffè era la mole: 352 pagine. Io non so. Mi pare che molti lavoratori dell’editoria abbiano stampata nella mente, come un imperativo categorico, l’intimazione: Tagliare!. Eppure, se scorro la mia biblioteca, vedo che molti grandi libri sono anche dei libri grandi. La mole ha la sua importanza. Questo articolo di Andrea Cortellessa apparve nel mensile L’indice del luglio 2004. gm]

Non è vero che la critica non serve più a nulla. L’articolo di Aldo Nove, su “ttL” lo scorso 8 maggio, ha colpito un po’ tutti. E quando è uscito il nuovo libro della collana diretta da Giulio Mozzi (che si conferma la migliore oggi su piazza), ci siamo precipitati a leggerlo. Il perché è semplice. L’articolo di Nove ha forza in quanto è di uno scrittore importante, ma soprattutto perché è raro. Laddove certi salamelecchi reciproci, fra scrittori compagni di merende, ormai non dicono più nulla. Invece se Nove, che di norma al blurb non indulge, dice che “Falco è l’attuale poeta epico del mondo del lavoro precario”, io il libro di Falco lo leggo.

Quando si parla di epica lo si fa al modo novecentesco, che da tempo ha lasciato dietro di sé le condizioni antropologiche della coralità epica originaria. E dunque sì: non c’è nel libro di Falco una voce privilegiata di ‘narratore’, bensì una serie di voci giustapposte senza ordine apparente. La totalità epica tradizionale è però capovolta; il mondo che racconta Falco è quello della frammentazione sociale, della frammentazione emotiva di ciascuno di noi, della frammentazione del tempo e dello spazio: la sua tecnica narrativa non può che essere quella del frammento. Né si può propriamente parlare di coro, perché ogni singola tessera è rigidamente monologica (se non per gli inserti materici di cui si dirà). Il risultato è più simile, dunque, a un collage. In questi casi, certo cinema post-minimalista americano (quello rifondato dall’Altman di Short cuts) ci ha abituato a effetti di ritorno a loop, di situazioni e personaggi; non per caso il magnifico Magnolia di Paul Thomas Anderson finiva per mutuare il principio wagneriano dei leitmotive (e viveva infatti della ‘melodia infinita’, della sua prorompente forza di flusso).

Nulla di tutto questo in Pausa caffè: i personaggi (se così li vogliamo ancora chiamare, privi come sono di qualsiasi marca identitaria) si susseguono senza tregua a cantare di volta in volta la loro tragica inappartenenza, la loro sottile malinconia, la stolida euforia di chi sente di essersi issato, almeno di un gradino, sopra la massa bruta (sono Quadro!, dice di sé orgoglioso; sono teamleader!: per subito riallogarsi, bovino, alla macina). E poi non tornano più: annichiliti dalla stritolante macchina narrativa come nel mondo ‘reale’ vengono – veniamo – tutti stritolati dai co.co.co (e peggio): “una rete che permetta a tutti di svolgere qualsiasi lavoro ed essere sostituiti in ogni momento: questa è democrazia!”. A tornare sono invece certi particolari ossessionanti, tanto più insistiti quanto più spoglio è il décor dal quale vengono prelevati. Sono gli inserti ‘materici’ cui accennavo: le martellanti campagne promozionali delle ditte di telefonia mobile (quelle che proprio mentre scrivo fanno arrivare a decine di milioni di telefoni gli affettuosi sms del Grande Fratello di Palazzo Chigi), le performance sudaticce della supericona pubblicitaria Megan Gale, i sovratoni scampanellanti dei jingles. (Per inciso: ci dev’essere qualcosa di profondo se qui, come nell’archetipo dell’allegoria politica in forma di romanzo, Amerika di Kafka, l’emblema più torturante del lavoro alienato viene individuato nella condizione del telefonista.)

Ha ragione Mozzi a segnalare gli influssi “della neoavanguardia italiana come dei cosiddetti cannibali”. Se è proprio Nove (non parliamo più però, per favore, dei “cannibali”; parliamo dell’unico scrittore uscito da quella stagione) la matrice della stupefazione che contempla certe icone commercial (dai brand delle merci alle intoccabili super-modelle), c’è anche molto del disincanto combinatorio del Balestrini narratore nella formula di Pausa caffè. Ma rispetto a questi classici moderni il rischio che corre Falco è quello di eccedere, per così dire, in grammaticalizzazione. Voglio dire che lo zapping del primo Nove, quello di Woobinda, era una pratica di rottura: salutare in quanto sperimentale. Non a caso il Nove attuale è da un’altra parte. Istituzionalizzare quello spezzettamento, o il balestriniano mix di materiali orali (per esempio riportando pressoché per intero una mattinata di cazzeggio a “Radioitaliasuper”, come si fa alle pp. 130-138; oppure citando tutto il listino delle offerte di abbonamento Omnitel), sospende ogni ipotesi di sperimentazione e, al contrario, assume un linguaggio dato: per dire determinati contenuti. Come fa, con indubbia capacità di denuncia (non senza auto-irridersi sul piano fattuale: si leggano le amare pp. 180 e sgg.), il nostro scrittore. Eppure, a lettura compiuta, non si riesce a non pensare che non era un caso se Woobinda non superava le 140 pagine. Una volta dimostrata la capacità urticante di uno spot, non si vede il bisogno di replicarlo sei o sette volte.

Dove però Falco si salva dal rischio di meccanicismo è in certe pieghe più riposte del suo libro. Indicherei almeno due passaggi di grande efficacia: la descrizione della campagna elettorale del Polo nelle periferie romane, condotta in controcanto coi documentari sui grandi predatori della savana, e l’episodio (già riportato da Nove) del barista innamorato e scaricato che ubbidisce all’ennesimo ordine sbraitato dal principale: “sale su una sedia, in punta di piedi, allunga le braccia e afferra un barattolo di olive verdi molto grandi, la superficie liscia, levigata, olive solide che galleggiano nell’acqua e si sfiorano caute tra loro”. In passaggi come questi ci si ricorda di un altro maestro di Giorgio Falco (citato in epigrafe): Elio Pagliarani. Che nella grande epopea novecentesca del sotto-lavoro di massa, La ragazza Carla del ’57-60, allineava sì, con la dovuta brutalità, materiali verbali. Ma non escludeva il ricorso alla voce propria, in ‘a parte’ laceranti proprio perché inaspettati. Quando leggiamo “È nostro questo cielo d’acciaio che non finge / Eden e non concede smarrimenti, / è nostro ed è morale il cielo / che non promette scampo dalla terra, / proprio perché sulla terra non c’è / scampo da noi nella vita”, capiamo fino in fondo – con qualcosa che dobbiamo ammettere commozione – che il destino della ragazza Carla, no, non è solo il suo.

Giorgio Falco. Fotografia di Sabrina Ragucci.

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