Otto anni non sono pochi / 14a

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[Giorgio Falco è in questi giorni sugli scudi per L’ubicazione del bene, suo secondo libro, pubblicato da Einaudi Stile Libero. Ma già il primo libro, Pausa caffè, fu accolto con grande attenzione. Questo articolo di Aldo Nove apparve in Tuttolibri, supplemento del quotidiano La stampa, l’8 maggio 2004.]

Per parlare di un libro bellissimo e anomalo come Pausa caffè di Giorgio Falco voglio partire da lontano. Dall’epica. E’ strano, il sentire comune sull’epica. Sa di scuole medie, di ginnasio e si è abituati a pensarla, solo, come tematicamente legata alla guerra, alla sua celebrazione. Ma l’epica è innanzitutto l’inventario dei fatti o, meglio, delle divagazioni, che a partire da un mondo, da un’idea narrativa di mondo, lo saziano fino a dargli una forma che non ha centro, perché è un mondo e diviene. Un po’ il contrario del romanzo tradizionale, dove è la retta che conduce la narrazione a delineare il tragitto, e nella fine si dispiega e congeda fissandosi. L’epos si muove invece a zig-zag, continua a indugiare sulle periferie, trova il proprio focus dove il romanziere rischierebbe di perdersi. In questo senso, tracce di epos persistono in tutta la tradizione letteraria occidentale fino a oggi. Epiche sono le digressioni infinite di Dostojevskij, epiche erano, alle origini picaresche del romanzo, le avventure di Don Chisciotte, i cataloghi di Rabelais come epiche hanno continuato a essere, nel nostro Novecento, le “sbandanti” esasperazioni sintattiche e lessicali di Gadda (e Manganelli) e gli inventari di cronaca di quattro decenni italiani di Nanni Balestrini.

Giorgio Falco è l’attuale poeta epico del mondo del lavoro precario. Un mondo che unitario non è se non nel comune malessere. Un mondo dove non esistono “categorie” di lavoratori ma individui che vivono il loro personale dramma (la loro “divagazione esistenziale”) all’interno di una struttura esplosa in mille realtà. Se il liberismo estremo esalta l’individuo e le sue libertà, il lavoratore (il soggetto multiplo di Pausa caffè) è la pura esteriorità dell’individuo (un corpo, un fantoccio, una parvenza di ego aziendale camuffato attraverso una molteplicità di lemmi professionali o paratali) e il suo tentativo di avere una voce. Un inventario dunque di tutto quel mondo sommerso (che è poi il mondo dei “giovani” di oggi, spesso quarantenni alla ricerca del primo lavoro “serio”, dove di serio c’è solo la speranza) che la televisione non racconta e i libri non descrivono, uniformati allo stesso modello di fiction.

Una recente, sterile e autoreferenziale polemica lamentava l’incapacità degli scrittori italiani di descrivere la realtà che ci circonda. Era una polemica tutta all’italiana, in cui ciascuno ritagliava il proprio spazio per dire, come chi l’aveva iniziata, che esisteva. Giorgio Falco a quella polemica non ha partecipato. L’ha letteralmente vanificata con un libro che con la lucidità di un provetto entomologo applicata al marasmo sociale odierno ne fa l’autopsia. Come recita la quarta di copertina: «Pausa caffè è un tavolo anatomico. Sul quale sta distesa, in tutta la sua nudità, la vita dei lavoratori e delle lavoratrici precari, temporanei, interinali, a termine, a contratto». Come per un moderno Plauto che ha imparato la lezione di Ballard e l’ha ridotta a quella dell’Italietta nostra, mostruosa e pericolosa, nel teatro di Giorgio Falco si muovono esseri più reali che mai e che la letteratura di oggi (quella “che alza il tiro”, almeno in quanto a classe sociale di riferimento, e così il cinema che la promuove, dalla Mazzantini a Muccino: quella che va per la maggiore) ha schifo solo a immaginare.

Ed ecco in rassegna la guardia giurata che vive, in un monologo vertiginoso, la mancanza di senso del proprio lavoro, e che quando gli piglia il nervoso va a sparare alle nutrie. Ecco il delirio collettivo aziendale di chi lavora alla Omnitel poi Vodaphone e vive la scalata all’Olimpo dell’immaginario collettivo di Megan Gale, dea sudata del profitto con il segno del reggiseno in vista e il sorriso che è marchio di successo planetario.

Giorgio Falco si riappropria magistralmente di un “noi” che è somma di zeri posti in coda ai profitti di una ditta, e ne esprime l’incongrua gioia, l’apoteosi del capitalismo che gira a vuoto, come nel momento di pura poesia del bambino che nel “tempo libero”, per tirare avanti, confeziona con la madre fischietti e poi come un bambino normale compra un pacchetto di patatine e trova un fischietto fabbricato da lui, finale agrodolce se non tragico di un corto circuito sociale dove non sono solo i cinesi della Nike a sopravvivere producendo merci a salari da prima della rivoluzione industriale. E c’è l’amore, quello impossibile del barista che ogni giorno vede la bella impiegata sorseggiare il cappuccino e ne recupera il numero di cellulare, la chiama e lei lo congeda per sempre e lui torna nel bancone del bar, si «passa le mani nei capelli, il gel ormai secco» e poi ritorna «nel retro, dove ha appena parlato con la ragazza. Accende nuovamente la luce, sale su una sedia, in punta di piedi, allunga le braccia e afferra un barattolo di olive verdi molto grandi, la superficie liscia, levigata, olive solide che galleggiano nell’acqua e si sfiorano caute tra loro».

Insomma, se non vi interessa niente di Elisa di Rivombrosa e volete capirci qualcosa di quello che in Italia accade adesso comprate, leggete, studiate Pausa caffè di Giorgio Falco.

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