La differenza

by

di giuliomozzi

Ci sono tre libri italiani importanti in giro. Concordo con quel che dice Giuseppe Genna qui (nelle prime righe). Di due di questi tre libri si parla molto (cosa di cui sono felice); di uno non si parla quasi per niente. Indovinate qual è, e immaginate perché.

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21 Risposte to “La differenza”

  1. andrea branco Says:

    Perché ancora non ce l’ho!

  2. low Says:

    Ne hanno parlato su nabanassar.

  3. francesco sasso Says:

    Immagino che ti riferisca al Genna pensiero: “Sono tre romanzi che mi appaiono fondamentali per il nostro tempo narrativo italiano.”

    forse perché ogni lettore (critico/scrittore) ha i propri preconcetti giudizi di valore? E che il salire alle stelle e il crollare delle quotazioni dei libri nella Borsa della letteratura (“di uno non si parla quasi per niente”) non dipende poi tanto dall’editore con cui si pubblica?

    Ugualmente “La differenza” o lo scrivere: “Ci sono tre libri italiani importanti in giro”. La prima parte della frase è un dato di fatto (“ci sono tre libri italiani”), la seconda un giudizio di valore non tanto pacifico da sembrare un dato di fatto (“importanti in giro”).

    [provocazione per provocazione…]

    Francesco

  4. vibrisse Says:

    Dipende appunto dall’editore con cui si pubblica. gm

  5. cletus Says:

    stando all’articolo di ieri, su Tuttolibri (La Stampa), a far data settembre, diventeranno quattro, i romanzi di cui si parla…o no ?

    forza, Giulio !

  6. vibrisse Says:

    Non ho capito, cletus. gm

  7. cletus Says:

    Stando all’articolo citato per settembre dovrebbe vedere la luce il tuo romanzo. Tutto qui.

    mica poco.

    http://www.lastampa.it/_settimanali/ttL/default_pdf.asp?pdf=10

    In basso: La svolta di Sironi senza Mozzi

  8. cletus Says:

    pardon…non e’ il romanzo, ma raccolta di racconti.

  9. nabanassar Says:

    In effetti di Vasta (se suo e’ il libro del quale Mozzi dice si sia parlato poco… ma per me e’ piu’ quello di Paolin) ne ha detto Angelo Rendo ad inizio anno, lettura poi messa anche in blog, qua: http://nabanassar.wordpress.com/2009/02/08/percezioni-ultraliriche-e-brezze-ultrapsichiche-lettura-de-%E2%80%9Cil-tempo-materiale%E2%80%9D-di-giorgio-vasta/

    Pero’ noi non muoviamo un lettore e non aggiungiamo alcun profitto ad alcunche’, per cui sta bene non essere segnalati nelle rassegne stampa, neppure in quella di minimum fax stessa, a quanto vedo sul loro sito. E’ peraltro assai probabile che ne’ Mozzi (sempre se Vasta e’ ecc. ecc.) ne’ Minimum Fax fossero al corrente della lettura di Rendo, che nel 2008 ha scritto anche di Walter Siti, Massimiliano Parente, Paul Muldoon, Gesualdo Bufalino e Fausto Melotti, in una ricognizione nell’epica del linguaggio che parte dalla sua stessa poetica.

  10. vibrisse Says:

    E’ difficile sostenere che si sia “parlato poco” di un romanzo come quello di Giorgio Vasta, del quale hanno parlato tutti. gm

  11. patrizia patelli Says:

    La domanda di Giulio mi sembra molto chiara e ovvia la risposta. Dei libri dei due Giorgio si è parlato molto e bene, giustamente. Del libro di Demetrio pure bene ma meno e ingiustamente. Perché? Secondo me perché quando è difficile parlarne si preferisce tacere. La difficoltà sta nel dover entrare dentro un cuore narrativo che brucia, che avennturarcisi diventa impegnativo. Io ho fatto la scuola Holden e una volta a un laboratorio avevo portato da analizzare un mio testo abbastanza bruciante, in cui toccavo temi che hanno dignità narrativa quanto gli altri ma difficili per l’ambiente in cui mi trovavo (l’omosessaulità tra donne, l’anoressia, …) e la persona che doveva lavorarci, Davide Longo, già scrittore, disse: di questo testo non so cosa dire. Eppure almeno a livello formale di cose ne avrebbe potute dire tante.

  12. enpi Says:

    be’ in realtà nel post e nei commenti di giulio, c’è scritto chiaramente:
    “dipende dall’editore”. ovvero c’è scritto che pubblicare con Transeuropa non è lo stesso che pubblicare con Einaudi [e qui c’è poco da replicare] o con Mf.
    ora, io vorrei chiedere: perché di un libro Mf si parla più che di un libro Transeuropa? [se ho capito la tesi che si sostiene nel post e nei commenti]

    e.

  13. demetrio Says:

    che pubblicare per un editore piuttosto che un altro non sia la stessa cosa è vero. ma io faccio una domanda. Uno dei libri più belli che io abbia letto negli ultimi mesi è Piccoli Animali di Torchio (Einaudi). Chi ne ha sentito parlare?

    questo per dire e portare un dubbio alla tesi che dipende dall’editore e basta, dipende dall’editore ma c’è qualcosaltro.

    uscendo dal merito dell’articolo ci tengo a dire una cosa che ho ribadito in privato e pubblico: Giorgio Vasta è di quelli della mia generazione o intorno alla mia generazione il più bravo di tutti, senza se e senza ma. E’ quindi normale che si parli di lui e tanto.

    Per una volta che c’è il talento e lo si riconosce io credo che vada bene così.

    d.

  14. andrea barbieri Says:

    Piccoli Animali di Torchio (Einaudi)
    Mai sentito. Grazie della segnalazione.

  15. cletus Says:

    proprio perchè adoro farmi del male, mi sono messo alla caccia dei tre volumi citati.

    Mondadori via Appia: aveva solo quello di Falco. Preso.
    Feltrinelli via del babuino aveva quello di Vasta. Preso.
    Quello di Demetrio, per la cronaca, a video non risultava presente in nessuna Feltrinelli di Roma (c’era solo una copia in ordinazione).

    Di cosa stiamo parlando ?

  16. demetrio Says:

    quello che dici tu cletus è un problema che riguarda la distribuzione.

    penso che, credo che, il problema sollevato da giulio sia legato ai recensori, a chi ha il compito di dire che un libro è bello o meno.

    ai recensori il libro è spedito, solitamente, e quindi non si pongono il problema di visibilità che è legato alla distribuzione.

    per chiarire credo che non stiamo parlando di distribuzione, o almeno io non ho letto così la domanda di giulio.

  17. cletus Says:

    sono a digiuno di politiche distributive, ma a corredo di quanto sopra chiedo: c’è una relazione (e se c’è quanto è condizionante) fra il numero di recensioni e le copie sui banchi delle librerie ?

    Posto che il libro di Demetrio “passi” da Fazio (per dire il primo che mi viene in mente) cos’è che scatena la possibilità di trovarlo finanche negli scaffali di un autogrill ?

    La distribuzione, come tante altre cose, da questo punto di vista, sembra disinteressarsi da qualsiasi concetto di qualità.
    E’ un automatismo, al quale accedono solo “pochi eletti”.
    In altri termini, se cosi fosse, si riverbera un concetto avvilente (che andrebbe serenamente esteso anche ad altri campi): la qualità è indipendente dal “successo”.

    O sbaglio ?

  18. enpi Says:

    >cos’è che scatena la possibilità di trovarlo finanche negli scaffali di un autogrill?

    la tiratura, per esempio. per accedere all GDO devi garantire tirature notevoli

    >La distribuzione, come tante altre cose, da questo punto di vista, sembra disinteressarsi da qualsiasi concetto di qualità

    certo. la qualità dovrebbe essere compito degli editori. e – ancor prima – degli autori.
    la distribuizone è un ingranaggio del commercio. il commercio non si basa sulla qualità [si basa sulla promozione, sulla pubblicità, sul marketing, sulla logistica ecc.].

    e.

  19. cletus Says:

    @ enpi, grato per le risposte. approfondiamo ?

    – “devi garantire tirature notevoli. appunto: chi garantisce cosa ? letta cosi, sembra valido il paradigma espresso nei commenti sopra: a piccolo editore, piccole tirature.

    – la qualità, in ordine al rapporto con la distribuzione, non c’entra nulla. Vero ? Non del tutto. Continuo a credere che se un libro “vale”, la casa che lo ha editato lo “spinga” adeguatamente.

    In ultimo: se diamo per vera l’ultima affermazione (“la distribuizone è un ingranaggio del commercio. il commercio non si basa sulla qualità [si basa sulla promozione, sulla pubblicità, sul marketing, sulla logistica ecc.].) stiamo messi male.

    Non mi sento disposto a crederci ancora (anzi per farla breve ci ho sempre creduto poco, mi occupo di vendita anche io (sebbene in tutt’altro settore) ma nessuno mi leva dalla testa che se un prodotto vende la qualità non sia importante.
    Ancora: posso spingere un prodotto quanto voglio, investirci capitali significativi, ma se il prodotto non è all’altezza delle aspettative i numeri non li raggiunge lo stesso.

    Detto cosi, solo per inciso.
    Ma la discussione è interessante.

  20. enpi Says:

    Cletus,
    probabilmente l’equivoco è sulla parola “distribuzione”.
    tu dici: “Continuo a credere che se un libro “vale”, la casa che lo ha editato lo “spinga” adeguatamente”.
    editore e distributore sono – nella piccola media editoria – cose del tutto separate. e – quasi sempre – in totale contrasto.

    e.

  21. vibrisse Says:

    Cletus domanda: “C’è una relazione (e se c’è quanto è condizionante) fra il numero di recensioni e le copie sui banchi delle librerie?”. Sì, c’è una relazione. Ma non è detto che sia una relazione del tipo: “Più recensioni, più copie in libreria”. Può anche essere: “Più copie in libreria, più recensioni”.

    Poi: non conta solo il numero delle recensioni. Conta anche il loro tempismo. L’editore industriale fa un libro che ha dieci recensioni: queste arriveranno probabilmente tutte in quindici giorni, e il lettore di giornali precepirà che “si parla” di questo libro. L’editore artigianale fa un libor che ha dieci recensioni, che escoo nell’arco di sei mesi: nessuno si accorgerà che “si parla” di questo libro.

    Le agenzie di distribuzione sono interessate alla pura vendibilità di un titolo. Loro non producono libri, non li vendono al dettaglio: forniscono le librerie. Cercano di far prenotare dalle librerie le copie che le librerie effettivamente venderanno: sennò il libraio dirà: “Cosa mi hai fatto fare? Mi sono riempito di libri che non vendo”. L’errore peggiore che un editore può fare è stampare un numero sbagliato di copie, troppe o troppo poche. Ne facemmo l’esperienza in Sironi con Avoledo: de “L’elenco telefonico di Atlantide” stampammo circa quattromila copie inizialmente, ed erano troppo poche: nei giorni in cui si parlava di più del libro, il libro era introvabile. Finché non arrivò la ristampa (altre diecimila), adeguata, e poi la successiva ristampa (altre quindicimila), del tutto esagerata. Alla fin fine vendette diciassettemila, e ci ritrovammo dodicimila copie invendute.

    Per l’editore, “spingere” un libro vuol dire fare molte cose. Vuol dire:
    – agire sulla distribuzione, sollecitandola a sollecitare i librai perché tengano il libro, e lo tengano ben visibile (agendo eventualmente su: sconti, tempi di pagamento ecc.);
    – agire sulla stampa, sollecitando recensioni e altro;
    – inventare iniziative particolari, magari puntando sull’autore, sulla sua storia personale, sul suo corpo eccetera.

    Alla fin fine è una faccenda di potere.

    gm

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