Otto anni non sono pochi / 11d

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[Ultimo articolo su Il più dolce delitto, di Giancarlo Onorato. Degli “amici scrittori”, l’unico – che io sappia – che si prese la briga di leggere il romanzo e pure di scriverne fu Livio Romano. E gliene sono grato. Il suo giudizio sul romanzo è sostanzialmente negativo, ma l’articolo contiene un riconoscimento fondamentale: “Onorato è uno scrittore vero, dotato di una profonda consapevolezza del mezzo utilizzato […] e probabilmente spinto da un sincero afflato fabulatorio”. E a me tanto basta per pensare che io non fui pazzo a innamorarmi di questo libro e che l’editore Sironi non fu pazzo a pubblicarlo. gm]

Lirismo o languore
(vibrisse, 2 giugno 2008, qui)
di Livio Romano

Questo dottor Marlo, psichiatra italiano che s’agita nella Svizzera del 1968, nel Più dolce delitto di Giancarlo Onorato, entra in scena intonando una voce languida e adottando lo stesso timbro va avanti per le restanti 280 pagine del libro. Già dopo un paio di capitoli ho cominciato a sospettare dove avessi già ascoltato quel registro. Nei tanti manoscritti di poetesse dark che riempiono la mia libreria. Nei blog delle studentesse di lettere intitolati “Nascita e declino della polvere di stelle” o “La morte sempre mi sarà sorella”. La differenza rispetto all’ingenuità di quegli esperimenti risiede sostanzialmente nel fatto che Onorato è uno scrittore vero, dotato di una profonda consapevolezza del mezzo utilizzato – uno dei suoi possibili, fra l’altro, essendo quest’autore, oltre che scrittore, anche musicista, pittore, fotografo – e probabilmente spinto da un sincero afflato fabulatorio.

L’uso massiccio e sicuro di allitterazioni, assonanze, omeoteleuti, paronomasie (“ogni cosa sparisce sbiadisce quando tocco con le ginocchia il bordo del suo letto, e la malata seminuda mi sorride annunciando definitivamente il giorno come un trionfo di tristezza, di bellezza”, oppure “…il cui bianco si pone a metà tra l’orgoglio ultimo di vivente e il vagore assente del più fitto nulla, un vero fragore per il pensiero che ognuno ha di sé”) o la semplice ricerca della sineddoche inedita (bellissimo: “scorgere il denso dell’amore”): testimoniano una forte tensione musicale nella scrittura di Onorato.

Ma è davvero qui che si ferma il mio apprezzamento per un libro il quale, per altri versi, ho trovato piuttosto fastidioso. A cominciare, dicevo, da quella voce. Ho letto nelle recensioni: lirica. Ma è propriamente il languore con cui Marlo, l’io narrante, racconta questa storia di malattia e amore e morte che travalica ogni immaginabile pazienza del lettore di media istruzione e gusto (sono tentato di aggiungere: di genere maschile).

Quando studiavo, c’era un libretto che a primo acchito, data l’esiguità del numero di pagine da mandare a memoria, pareva una robetta facile facile per studenti abituati a imprimere volumi da tremila pagine. Tuttavia la goliardia aveva disseminato le librerie di un talloncino adesivo che qualcuno si divertiva a incollare sulla prima pagine di quel manuale “L’autore di questo libro non ha mai riso in vita sua”, e che ti metteva sulla strada giusta quanto al contenuto del volume. Il quale, già dopo tre pagine, risultava esser scritto con una prosa talmente complicata, penosa, grave, da far pentire amaramente lo studente di aver scelto quel complementare da cento pagine anziché uno “normale” da settecento. Non voglio dire che Onorato non ha mai riso nella sua vita. Rispettandone la poetica, non dirò neppure, con Franzen, che “è rarissima la buona narrativa che non sia divertente, ed è ancora più rara l’ottima narrativa che non sia molto divertente”. Tutt’altro.

Io ho l’impressione che questo Marlo faccia la voce languida, spesso svenevole (“Sono in lutto con me stesso”, è l’esempio più fulgido, ma non è male neppure: “Ha un bel sorriso invitante che dice la primavera del suo corpo” oppure: “Nello scoparla mi scoppiavano davanti centinaia di fontane di sperma di cui la ricoprivo come fosse vino denso, schiumante, la lavavo e lei rideva felice e ancora si ruzzolava in quella replica interminabile e orripilante del dai e dai e poi ancora acqua, dolorosa, inutile, meschina e meravigliosa nello stesso istante”), altre volte posticciamente corrucciata e solenne (“Benedicevo il sangue, lei sembrava non averne più e mi pareva di poter fargliene dono, il mio dio era il sole che vacillava nell’alba, e io ero con lei, accolto alla sua mensa astratta, dove tutto è divorabile. […] Il cielo ci evocava, ci passava attraverso, noi eravamo il cielo”): al sol scopo di presentare di sé un’immagine autocommiserativa che gli renda meno greve il fatto che per 280 pagine non fa che accoppiarsi annoiatamente con infermiere, dottoresse, prostitute, studentesse, pazienti in cura.

È un bell’indorare la pillola tutto questo preziosismo: “E le sue cosce presto divennero, solo perché io lo volevo, i pilastri di un tempio caldo dove bruciare incensi e inventare ogni cosa, dove tutto era proibito, e per questo violabile” oppure “Stendetevi sopra strati tiepidi di pensieri e aspettate sereni, sereni e senza dubitare: l’amica del mondo verrà, riempirà il cielo con il suo passo odoroso, e la città ne sarà indorata, abbiate ancora un poco di fiducia, pazienza ci vuole, razza di minorati, e le vostre amanti saranno più vellutate, ammesso che voi abbiate donne di velluto sulle quali carezzarvi” in una pagina in cui la stessa donna di velluto, dopo poche righe, “abbandona la guancia al coperchio del water” illuminandosi di una “luce” ovviamente “rara”.

O ancora la maniera all’interno dell’amplesso centrale del romanzo, quello con la malata della quale il medico si innamora (il corsivo è mio): “Ho vissuto per questo […] poi discesi con la lingua, un piccolo viaggio sul suo territorio bianco, sulla tiepida valle del ventre, nel distacco immane e insieme inesistente che c’è tra un viso leggermente affannato e il pube”. E all’altra pagina: “Le ho chiesto perdono per essere ancora sano”. Ma è a pagina 269 che il dottor Marlo mostra come, dietro quella maschera afflitta, se la goda e ridacchi della sua stessa pantomima: “Simone venne tre volte di seguito”. Insomma si piace, il dottor Marlo. Si piace da morire. Tanto più che è pieno di soldi. Poiché, se non lo fosse, non pronuncerebbe con tanta incuranza, lui che aderisce alle teorie progressiste del Fuori I Matti dai Manicomi: “Odiai la morte sociale che chiamiamo lavoro. […] La sua estate di morto e dimenticato. Lavoratore.” E a pag. 271, da Nerone che brucia insieme a Roma: “Mentre voi crepate ogni giorno di più nelle vostre ridicole carcasse”.

D’accordo: l’ambiente rappresentato è esso stesso ricchissimo. I malati son figli di ricchi e le cliniche dei lussuosi sanatori nei quali si perpetrano abusi indicibili. Però il romanzo accenna esplicitamente alle battaglie basagliane, e ci par proprio di ricordare che lo psichiatra triestino dedicò la sua vita a liberare non tanto e non solo malati di lusso, quanto reietti della società dimenticati in quei lager mostruosi che erano i manicomi. Il caso poi vuole che io conosca molto bene Basilea, città in cui è ambientato Il più dolce delitto, e che proprio nel novembre scorso mi sia trovato a cena con una un tempo abbiente parrucchiera del centro storico la quale, dopo un incidente stradale e sei mesi di ricovero senza il conforto di alcun amico o parente, guarita dalle fratture ma ammalatasi di depressione: sia stata spedita in quello che gli svizzeri continuano a chiamare “manicomio”, posto nel quale, mi raccontava, finivano tutti i disperati senza famiglia del cantone, indipendentemente dalla gravità del morbo mentale. Posto dal quale, soprattutto, è riuscita a farsi dimettere soltanto dopo aver assoldato una squadra di avvocati spendendo tutti i soldi che le erano rimasti.

Dico questo per dire che l’illuminato Marlo sentenziò invano, nel 1968, rivolgendosi a un collega “Se vuole aiutare un altro non c’è altra via che quella della compassione. Si interroghi, entri nella vita del suo paziente o non ci sarà mai medicazione”. E, passando dal personaggio all’autore, se, come a volte sembra, quell’amore così proibito ed estremo fra dottore e paziente sembra suggerire il paradigma dell’amore tout court che dovrebbe animare la professione psichiatrica: la civilissima Svizzera è ben distante tutt’oggi da questa integrazione così radicale. D’altro canto è Onorato stesso a non chiamare mai le malattie col loro nome. Solo a pag. 219 c’è scritto “schizofrenico” e “maniaco ossessivo”. Per il resto, forse simulando la caligine di ipocrisia intorno alla malattia mentale tipica di quarant’anni fa, i pazienti sono genericamente “alienati”, lapsus linguistico che, proponendosi di accogliere, tradisce un’ennesima negazione dello statuto di umanità a colui il quale soffra di una malattia e abbia il diritto che essa sia nominata prima che curata.

Non che a volte la macchina narrativa non parta e si faccia pure coinvolgente. Ma son scatti immediatamente interrotti dall’inverosimiglianza di certi dialoghi, anch’essi artificiosi, seduttivi. “Avanti, fatemi vedere come le vostre cosce diventino fonte di luce morbida che dalla tristezza che emanate arrivi fino a me”: alzi la mano chi ha mai ascoltato un’affermazione del genere nella vita reale.

Un’ultima osservazione è riservata all’esportabilità di questo romanzo. Mi scrive un professore di Harvard: “Il problema con gli autori italiani in America non è che gli americani siano poco interessati a ciò che arriva da fuori: è anzi il contrario, e nei confronti dell’Italia c’è ormai anzi un pregiudizio largamente positivo. Il problema è che qui, nella narrativa come per qualunque cosa, c’è una concorrenza fortissima, che produce, di media, prodotti di alta qualità, molto professionali, anche se non necessariamente capolavori”. Io non ho motivo di dubitare che questo di Onorato sia, per usare la terminologia americana, un “prodotto” di alta qualità letteraria. Quello che retoricamente mi chiedo, da lettore qualunque, è se il gusto medio occidentale non abbia subito una specie di superamento di certi stilemi sospirosi che avrebbero avuto gran presa, immagino, fra le élites annoiate della Belle Époque.

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2 Risposte to “Otto anni non sono pochi / 11d”

  1. Livio Romano Says:

    Tanto è vero -che Onorato è un narratore molto dotato- che moltissime delle immagini, delle scene, molti dialoghi, certe descrizioni della luce: ancora ogni tanto mi ritornano in mente. E, fra le tante robacce che leggo e che fortunatamente dimentico, ciò vuol dire che “Il più dolce delitto” è un buon libro e che ciò che mi disturbava era solo l’eccesivo lirismo (ricordo che dissi a Giulio: “Non ho voglia di scriverne male”, ma lui mi pregò di farlo, se la cosa fosse stata argomentata). Del resto, anche Giancarlo stesso ho poi scoperto essere una persona meravigliosa che ha provato a comprendere il mio imbarazzo e -IN PIU’- m’ha regalato anche due dei suoi dischi più belli che ascolto spesso in macchina quando devo fare tragitti un po’ più lunghi.

  2. andrea barbieri Says:

    Hai ‘Io sono l’angelo’?

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