Otto anni non sono pochi / 11c

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[Ancora su Il più dolce delitto, di Giancarlo Onorato. Qualche settimana dopo il mio articolo e la lettera di Giancarlo, Luigi Preziosi mi avvisò di aver scritto un articolo sul romanzo. Per la rivista Stilos: che però chiuse prima che fosse pubblicato. Lo riprese poi Il Sottoscritto, che di Stilos era, e tuttora è, la (spero) provvisoria reincarnazione. gm]

Dicerie su una clinica svizzera
(vibrisse, 15 aprile 2008, qui)
di Luigi Preziosi

Giancarlo Onorato con Il più dolce delitto sperimenta percorsi non del tutto consueti per la narrativa italiana di questi anni, distanziandosi da minimalismi tematici e stilistici vari per indagare sugli intrecci tra follia e saggezza, e tra eros e thanatos con una scrittura di onusta sontuosità, molto adatta a sondare gli abissi più segreti della mente, i più arcani da comprendere e i più difficili da rappresentare. Il romanzo vibra con ammirevole costanza di una sorprendente tensione lirica. Una particolare intensità emotiva vi si coniuga con un pathos rivisitato con stilemi tardo romantici: certamente sul rigore espressivo prevale il turgore delle urgenze che attraversano l’anima del protagonista e ne debordano. E della creazione romantica ha anche i furori e le deflagrazioni emotive e soprattutto le disarmonie, le asimmetrie cercate ed esibite, a cui non giova certa ripetitività nella proposizione dell’ossessione erotica del personaggio principale, che pone a rischio di banalizzazione proprio ciò (la libertà assoluta nel rapporto tra uomo e donna, per quanto anomalo possa essere) che l’autore intende palesemente sublimare.

La fascinazione di una scrittura in cui le oltranze espressionistiche sono sapientemente padroneggiate è d’altro canto ineludibile: una tecnica compositiva particolarmente raffinata contempla, ad esempio, l’uso alterno dei tempi, del presente e dell’imperfetto, combinato con il frequente cambio della voce narrante, prima e terza persona, in cui comunque è sempre lo stesso protagonista a parlare: strumenti che consentono focalizzazioni a distanza variabile dall’oggetto della narrazione, ed alonano il racconto di indefinitezza, rendendo al contempo possibili gli eccessi di sensualità.

Un giovane psichiatra, Marlo, viene inviato in una clinica svizzera per un’ispezione. Dicerie, ma forse anche qualcosa di molto più concreto, attribuiscono all’istituto una fama ambigua, con racconti di maltrattamenti sistematici sfocianti ripetutamente in abusi sessuali ai danni delle ricoverate. L’ospedale è a prima vista ben tenuto ed inappuntabilmente organizzato, ma l’impressione positiva svanisce repentinamente quando Marlo assiste ad un tentativo di violenza nei confronti di Geli, una giovanissima paziente gravemente disturbata, e lo sventa intervenendo con fermezza. Da quel momento, la permanenza presso la clinica si trasforma in una lenta e progressiva discesa agli inferi, attraverso il graduale svelamento di ambienti e relazioni che si manifestano molto diversi da come sembrano, impregnati da una lutulenta torbidità che rende indistinguibili innocenza e perversione, vizio e virtù, malattia e sanità. Mentre il direttore della clinica conserva una sua apparente dignità, il restante collegio medico rivela la sua inconsistenza umana prima ancora che professionale, malamente celata dietro un’arrogante sopravvalutazione di sé ed una strenua difesa del proprio status.

Ma ciò che è ben più importante nell’economia della narrazione è la fioritura – quasi un’abnorme gemmazione, tra soprusi fisici, plagi e sopraffazioni – dell’innamoramento di Marlo per Geli. E’ questa una creatura menomata nelle sue facoltà più immediatamente razionali, ma dotata di acuminata sensibilità, di una capacità di esprimersi oltre le parole e oltre la ragione, chiusa ed al tempo stesso esplosa in un ossimoro che compone la cifra del personaggio, una fisicità assoluta che è anche oscuramente ma prepotentemente espressione di una muta interiorità, ignota a tutti. Intorno a questa relazione, che imprigiona medico e paziente, ruota l’intera storia: anche negli incontri con le altre donne del racconto, Mirna l’insegnante che si occupa del recupero a volte improbabile dei malati, o Simone la caposala, o Jana la specializzanda, la qualità dei rapporti, e quindi la loro intensità emotiva e la loro virulenza sensuale, per Marlo non può che parametrarsi, per inconsapevoli riecheggiamenti di sotterranee pulsioni, sulla passione per Geli.

Il protagonista, nel penetrare con un sistematico sovrappiù di intensità attraverso le vite altrui, di Geli anzitutto, ma anche delle altre donne che lo stesso pensiero fisso di lei gli rende presenti (per un assurdo confronto? per compensazione nei confronti dell’imperfezione, non ammessa, ma percepita di Geli?), percorre anche itinerari interiori di cui non sospettava l’esistenza. Pervade allora la sua storia un opaco senso di liberazione (dai tabù? dalle convenzioni? dagli obblighi sociali o dalla deontologia medica?), che sorprendentemente riesce a convivere, resistendole, con quella limitatezza dell’orizzonte che è un po’ la caratteristica peculiare del paesaggio interiore che Onorato tratteggia.

La signoria della passione, che nonostante la parvenza di un’irrefrenabile esplosione di sensualità interessa una più generale bramosia di vita in ogni forma essa si manifesti, confonde in un solo turbine normalità e follia, malattia e guarigione, sesso e sentimento, verità e tradimento. In ciascuno dei rapporti che Marlo instaura c’è un cotè di anormalità secondo i canoni correnti, in ognuno si ridisegnano i profili di potere e sottomissione, di pietà e perversione, in un anelito libertario che forse racchiude in sé una inconsapevole nostalgia di ritrovarsi nell’attimo di ogni singolo incontro al centro della vita. Può indovinarsi redenzione (se non richiesta, almeno accettata) nel destino di Marlo? Il lungo, straziante addio finale a Geli potrebbe indicarne una forma, proporzionata certo, nei suoi tratti di tragica grandezza, alla potenza distruttrice della passione che ha avvinto i due protagonisti.

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