Otto anni non sono pochi / 11b

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Il più dolce delitto, di Giancarlo Onorato è, scrivevo ieri, un perfetto esempio di romanzo a scomparsa istantanea. Nel marzo dell’anno scorso, dopo l’articolo che ieri ho ripubblicato, Giancarlo mi scrisse questa lettera. gm]

“La cartilagine spessa della disattenzione”
(vibrisse, 29 marzo 2008, qui)
di Giancarlo Onorato

Caro giulio,
probabilmente abbiamo avuto lo stesso sentimento, se tu come me a un anno esatto dalla pubblicazione del mio romanzo, hai avuto l’idea di andare a riprenderlo e domandarti le ragioni della disattenzione di cui è stato sin qui vittima.
Per tutto questo anno-lampo non ho mai aperto una volta Il più dolce delitto, mai dopo il primissimo rapido esame fatto al momento in cui ho ricevuto le mie copie. Questo fino al giorno di pasqua, che per me è un giorno come gli altri, tanto che mi trovavo in studio per le sessioni del nuovo disco. In una pausa di lavoro il libro mi ha chiamato, e allora scorrendolo ho percepito nettamente la sensazione che da noi, in questo momento storico, produrre pensiero rischi di non contare nulla. O di essere un fatto del tutto secondario.

Mi ero concesso un lasso di tempo indefinito prima di concludere che inspiegabilmente quasi nessuno tra gli addetti ai lavori avesse accolto il mio testo, e avevo vissuto di elogi privati, a volte lodi sperticate, ricevute da questo o quel lettore, tra essi mescolati professionisti della sanità mentale, giornalisti musicali che mi hanno proposto collaborazioni a questa o a quella pubblicazione, come gli spiriti sensibili al di fuori di ogni ordine. Certo, radio raiuno mi ha dedicato uno speciale notturno, risoltosi però in musica, e la radio della svizzera italiana mi ha dedicato una puntata di una trasmissione ascoltatissima, ma solo per via dell’ambientazione del romanzo. Ma nessuna traccia visibile tra coloro che avrebbero il ruolo di segnalare il valore o i limiti di un libro. Così, dopo aver fatto la considerazione definitiva, tanto rimandata, che a nessuno è importato di prendere in considerazione il romanzo, digito il mio titolo su google e mi appare il tuo pezzo su vibrisse.

E questo mi conferma senza più alcun dubbio che nessuno lo ha considerato.

Non so quanto sia significativo valutare se da noi accada più facilmente che altrove, (del resto qui parla uno che ha nel cuore le valigie sempre pronte per tornarsene in svizzera o provare a stabilirsi a berlino). Ciò che conta e va considerata è la netta sensazione di operare per il nulla. E che “la gente” indistintamente, compresi i presunti competenti, si accorga solo di ciò che per ragioni x o y, ottenga visibilità conclamata. Questa visibilità pare di capire che avvenga quasi immancabilmente per fatti di costume, legati a qualche avvenimento, un fatto di cronaca che ti permette di commentare in maniera arguta il tal assassinio, un clamoroso litigio televisivo, un fidanzamento dai risvolti mondani, o l’essere pontificato dagli egemoni dei mezzi di massa, i ferrara, i costanzo. Non ci si accorge mai, o non ci si accorge più, o non ora, di qualcosa o qualcuno per questioni di merito. Dal momento della tua imposizione nasce l’importanza, e il fatto di avere raccolto visibilità comporta come conseguenza una certa qual rispettabilità. In fondo è il ragionamento di chi ti dice di non essersi mosso verso il mio testo non avendone sentito parlare se non da te. Come se per potersi accorgere di qualcosa non basti la parola di un conoscente capace e attento, ma sia necessario che la cartilagine spessa della disattenzione debba essere violentemente lacerata da avvenimenti spettacolari, talmente eclatanti da sovrastare il brusìo indistinto e senza senso in cui viviamo immersi. Solo allora si alza la testa e si rivolgono sguardo e orecchi. Il contenuto di per sé non è motivo sufficiente per muoversi, e questo genera una crescente paralisi intellettiva che investe e travolge tutta la società che, lo si voglia o no, si accresce o si avvilisce a seconda di ciò di cui si nutre. Si potrebbe obiettare che se non se ne parla, non si possa pretendere che qualcosa seppure di valore, venga riconosciuta nel mare magnum delle pubblicazioni di ogni genere. Vero. Ma è quanto descritto sopra a decretare a mio modo di vedere il fallimento a priori del valore come merito, perché oramai ha appreso questo modo di operare anche molta parte di addetti ai lavori ed esperti.

Un amico mi ha fatto notare che è presunzione “presumere” appunto di poter fare un distinguo tra ciò che sarebbe valido da ciò che non lo è, dal momento che qualunque avvenimento, di qualunque natura esso sia, assuma in sé valore a partire dalla fruizione che se ne fa. Da questo punto di vista, per così dire, fenomenologico, di pura catalogazione di un comportamento, (direi persino antropologico), non si può più di tanto commiserare le orde di fruitori di Federico Moccia o quelli di Gigi D’Alessio, giudicando invece positivi e apprezzabili gli estimatori che so, di Gide in lettere o PJ Harvey in musica, giacché a nessuno è dato in assoluto catalogare come più utile ciò che sia di valore da ciò che non lo è. E’ affascinante, non trovi?

Non fosse che per il semplice dato storico oggettivo che se ci fossimo solo nutriti di feuilleton e non ci fosse stato ad esempio anche de Sade, forse non avremmo avuto la rivoluzione francese, e molte delle conquiste dei diritti per una vita più dignitosa, nonché il riconoscimento delle potenzialità dell’individuo, sarebbero chimere ancora piuttosto lontane dall’essere riconosciute universalmente; di fatto poi sono tuttora lontane, ma almeno come concetti sono largamente diffusi.

Accettando e condividendo l’atteggiamento da spettatore televisivo che noto intorno a me e di cui mi sento di accusare buona parte dell’intellighenzia italica, (gli stessi per intenderci, o della stessa fatta di coloro che si lanciano in iperboliche analisi su testi e motivi presentati al Festival), perché mai faticare, correndo ogni rischio, per il miglioramento della nostra come dell’altrui vita, se ciò rimane alla fine dei conti un fatto del tutto trascurabile? Facilmente ignorato. Anni e anni di lavoro dimenticati in pochi mesi, e resi vani.

Se davvero siamo “cose” della storia e se è vero che questa macina tutto e tutti senza alcun riguardo, senza che ciò comporti alcuna variazione percepibile nell’ordine delle cose, allora anche solo discettare se sia o meno utile che la gente si accorga di sé, delle proprie pulsioni, dei propri bisogni, attraverso un testo, è già una perdita di tempo. Ma allora non parliamo neppure più di diritti, migliorie, qualità della vita o cose simili di cui riempiamo quotidiani e simposi vari. E non lamentiamoci quando a essere vittime di ogni sorta di ingiustizie siamo noi, presi in prima persona. Poiché con la mancanza di curiosità, di vitalità mentale, di capacità critica, contribuiamo a decretare la morte del valore. Anche del nostro. Se a tutti sta bene così, allora teniamoci questa realtà da fondale cui sono relegate e destinate le idee, e godiamoci il carosello della ribalta di chi è emerso. E buon per lui, chissà che non tocchi anche a noi, prima o poi. Basterà ottenere visibilità nel modo più impensabile, non so, salendo su un tetto, o spogliandosi in pubblico, o prendere clamorose posizioni politicamente scorrette o essere puttana di un qualunque vigente regime per avere ragione e proseliti disposti a crederti utile e necessario. Se “la fortuna” è il metro con cui misurare la storia, allora sono più sereno nel rammarico di non avere messo al mondo dei figli, ma solo dischi e libri e concerti.

Caro giulio, tutta questa considerazione non sia scambiata per lamentela o per un rimpianto o un qualunque moto di risentimento, al contrario, essendo io da tempo preparato alle avversità e alle difficoltà di percorso, il silenzio sul mio testo non lo colgo con dolore, bensì come un dato che rispecchia una realtà che forse abbiamo oramai tutti il dovere di esaminare sul serio. E di combattere. Così io sento il diritto e il bisogno di scendere nell’arena, a differenza di tanti cacasotto che popolano la fetta degli intelligenti di questo paese, i primi ad avere colpa se il paese non è più tanto intelligente. Quanto al mio romanzo, come ti dissi già una volta, io non sono di quelli che si fermano, e sono certo che riuscirà a trovare una collocazione adeguata, in qualche tempo e modo che al momento non so. Lavorare con le idee presuppone il mettersi in discussione, sperimentare, lavorare su di sé e spesso contro tutto e tutti. Presuppone accettare il rischio di fallire. Esattamente come fa il mio Marlo, che da questo punto di vista mi rappresenta in pieno.

Però capisco come sia più facile trascendere la dimensione pura e avanguardista dell’ideare, del lanciare cioè ponti tra un individuo e il senso ultimo e primo delle cose, e sia più comodo per molti di noi occuparsi di trovare un posto al sole, della pizza e del culo della soubrette.

Un abbraccio e un caro ringraziamento.

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4 Risposte to “Otto anni non sono pochi / 11b”

  1. federica sgaggio Says:

    Mi domandavo una cosa.
    Pensate che avrebbe un senso discutere de visu di queste cose?
    Pensate che possa avere un senso guardarsi in faccia, non so in quanti, e ragionarci un po’?

    E’ ovvio che il senso non potrebbe (né dovrebbe, credo) essere la stesura di un elenco di lamentazioni, e francamente non so se sarebbe possibile evitarlo.
    Però è tanto tempo che ragiono sull’essere outsider, sullo sradicamento come forza propulsiva.

    Dite che è una ca**ata?
    Ecco: se lo dite, non sparate.
    Vi prego.
    Ho un cuore.

  2. Pietro Says:

    Questo libro è bello, ambizioso. Totalmente fuori moda.
    Ho lavorato come ufficio stampa per la promozione di questo libro. Penso proprio per questo di avere un punto di vista privilegiato.
    Le segnalazioni e le recensioni avvengono per motivi molto complessi (i tempi: fondamentali; l’argomento del libro, l’autore, l’ufficio stampa, le parole chiave e i discorsi che si riescono a costruirci intorno, il titolo? la copertina? Le capacità di autopromozione dell’autore, il caso! la qualità letteraria, i riferimenti che si intravedono e molti altri).
    Questo libro è per me un piccolo cruccio proprio perché lo trovo bello. è successo che è stato poco segnalato, almeno rispetto ad altri libri Sironi e alle mie apsettative (professionali intendo non personali).

    Ma non è per questo che sto scrivendo questo post. è per suggerire una sorta di azione una tantum (poi non si potrà più replicare, pena l’inefficacia).
    Si tratta deve essere chiaro di una proposta che faccio a titolo personale e non dell’editore.
    Rimandiamo le copie del libro ai recensori (poi vediamo con quali criteri costruire la lista). Mandiamo le copie con una lettera (con titolo provocatorio a caratteri cubitali: grassetto 36 punti. Sono anche queste le cose che contano) dove si dice che questo libro è bello è inspiegabilmente passato sotto silenzio, che vogliamo dargli una seconda chance, raccontiamo ai critici selezionati che vorremmo tanto ricevere un feedback se non sui giornali almeno personale (due parole, due righe di e.mail), vogliamo capire se ci sbagliamo, se il libro è inutile, se merita di essere passato sotto silenzio.
    Poi la facciamo firmare da quanti (del settore) credono che il libro non meriti di passare sotto silenzio. Poi facciamo una bella telefonata e spieghiamo questa cosa della seconda chance.
    Nella lettera spieghiamo che non è solo per il libro che facciamo tutto questo ma perché non ha senso che libri belli passino totalmente inosservati. Io vorrei ascoltare anche l’opinione di chi nei giornali lavora – sono in tanti a essere bravi e preparati, bisogna smetterla con la solfa dell’incompetenza o dell’indifferenza – di chi viene sommerso da 10 libri ogni giorno e da 100 telefonate.
    Come fanno a restare lucidi? Quali criteri adottano?

    Per i costi di questa iniziativa, se piace. Io posso metterci le mie pause pranzo per identificare magari con Giulio e Giancarlo la lista. E metterci gli indirizzi ;–) E qualche telefonata dal mio cell.

  3. vibrisse Says:

    Se l’editore vuol fare una cosa del genere, sono disponibile. gm

  4. jan Says:

    Non sapevo che Sironi non ti avrà più, in bocca al lupo Giulio.

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