Trovarobe, 16

by

di giuliomozzi

[Nel giugno del 2005 Gianni Bonina, direttore di Stilos (una bella rivista che oggi non c’è più, per la quale avevo già compilate le 100 puntate del (non) corso di scrittura e narrazione) mi chiese di inventarmi una nuova rubrica. Nacque così Trovarobe, rubrica dedicata (almeno in teoria) all’andar cercando libri. Poiché non mi sembrano poi brutti articoli, li ricupererò qui. Leggi tutti i Trovarobe].

L’altra settimana c’è stata la Fiera del Libro, a Torino. Immagino che ne abbiate sentito parlare (pure troppo). Immagino che parecchi di voi ci abbiano fatto un salto, o abbiano pensato di farlo, o l’abbiano fatto l’anno scorso, o meditino di farlo l’anno prossimo. Secondo me, è un’esperienza utile e istruttiva.

Io la Fiera del Libro la conosco bene, perché l’ho conosciuta in tre delle mie diverse vite. Durante la mia prima vita, quando ero uno che leggeva libri e, per puro caso, si era ritrovato a lavorare come fattorino in una libreria tecnico-scientifica.

Durante la mia seconda vita, quando ero uno che aveva pubblicato uno, due libri.

Durante la mia terza vita, quella tuttora in corso, che mi ritrovo a essere uno che lavora per una casa editrice.

Quando visitavo il Salone del Libro (si chiamava così, all’inizio), durante la mia prima vita, mi pareva di visitare un luogo da favola. Una specie di castello di Atlante, dal quale mi sarebbe stato assai difficile uscire: non perché qualcuno me lo impedisse, ma perché proprio non ne avevo voglia. Passavo le ore a perlustrare gli stand, comperavo libri su libri (avevo uno stipendio fisso, allora), investigavo il magico mondo dei «piccoli editori». M’incantavo allo stand dell’editore Corraini di Mantova (l’editore dei libri per ragazzi, e non solo per ragazzi, di Bruno Munari; nonché di altri libri bellissimi e divertentissimi). Disertavo gli stand dei grandi editori: che me ne facevo di uno stand Feltrinelli, quando avevo una Libreria Feltrinelli nella mia città? Di uno stand Mondadori, quando Mondadori è dappertutto?

Oggi, nella mia terza vita, la Fiera è prima di tutto una sfacchinata. Di visitarla non se ne parla neanche. Devo stare allo stand dell’editore per il quale lavoro, e lì incontrare chiunque voglia incontrarmi (per lo più persone piacevolissime, a dire il vero). Dobbiamo (parlo anche a nome dei ragazzi dell’ufficio stampa) inseguire tutte le occasioni di far parlare dei nostri libri, principalmente di quelli che escono giustappunto in occasione della Fiera, nonché per parlare noi, dei nostri libri, a lettori, commercianti, librai, giornalisti, critici e chiunque altro ci càpiti a tiro. È anche divertente, tutto questo: ma farlo per dieci ore al giorno e per due, tre, quattro giorni di fila, è una cosa che fa calare la voce a forza di parlare e fa venire i piedi grossi come tonni (perché – questo è un assioma – in Fiera si sta sempre in piedi: sempre).

Ma che cosa sia veramente la Fiera del Libro, l’ho imparato durante la mia seconda vita. Per la precisione, giusto un momento prima che la mia seconda vita cominciasse.

Era il 23 maggio del 1992. Lavoravo ancora in Libreria. Avevo appena firmato un contratto con un editore per la pubblicazione del mio primo libro (sarebbe uscito il 30 aprile dell’anno successivo). Ero alla Fiera. Mi aggiravo. Facevo esercizi d’immaginazione. Che cosa mi succederà, pensavo, quando il mio libretto, quello che ancora non esiste, sarà uno dei centomilamilioni di libri che stanno dentro questo capannone, questa Fiera, in mezzo a tutta questa baraonda?

Passò di bocca in bocca la notizia. Il magistrato Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo, gli agenti Rocco Di Cillo, Antonio Montinaro, Vito Schifani: tutti ammazzati.

Che cosa accadde, lì al Salone? Accadde quello che sarebbe accaduto, che so, a Sanremo o alla Sagra del Suino. Non accadde niente. Lo show continuò.

(Io feci quello che potevo. Scrissi un racconto in memoria di queste persone ammazzate, e lo inclusi nel libro).

[La ripubblicazione di Trovarobe è dedicata ad Alex Fringberger, i cui libri sono così difficili da trovare che abbiamo dovuto inventarceli. gm]

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