Trovarobe, 15

by

di giuliomozzi

[Nel giugno del 2005 Gianni Bonina, direttore di Stilos (una bella rivista che oggi non c’è più, per la quale avevo già compilate le 100 puntate del (non) corso di scrittura e narrazione) mi chiese di inventarmi una nuova rubrica. Nacque così Trovarobe, rubrica dedicata (almeno in teoria) all’andar cercando libri. Poiché non mi sembrano poi brutti articoli, li ricupererò qui. Leggi tutti i Trovarobe].

Mi fa sempre una certa impressione quando mi trovo in mano libri che avrei potuto o voluto pubblicare, e che invece sono stati pubblicati da un editore diverso da quello per il quale ormai da cinque anni lavoro. Se è un libro che abbiamo (uso il «noi» perché quasi tutto si discute e si decide in gruppo) rifiutato, la prima domanda naturalmente è: «Non ci saremo sbagliati?». Se invece è un libro che avremmo voluto pubblicare ma che per qualche ragione (di solito per ragioni economiche) è finito presso un altro editore, le domande sono: «Avrà fatto bene, l’autore? Saremmo stati capaci di essere altrettanto buoni per lui, quanto lui ritiene che gli sia questo editore qua?».

Non sono, queste, domande oziose. Se una persona (una persona che, lo metto come premessa, abbia scritto un libro che sia un buon libro – buono per un motivo o per un altro, ma buono comunque ) ti dice: «Voglio fare il libro, certo, voglio e fortissimamente voglio, ma non lo voglio fare mica con un editore piccolo, ve’, io voglio puntare alto, ché non voglio mica smarronamenti, io, voglio fare lo scrittore, con la fatica che ci ho messa a fare su ‘sta roba, voglio guadagnarci decentemente, almeno», allora ti rendi conto di dove sta il punto debole, l’inghippo, il trucco, di tutta le retorica laudatoria circolante da anni sul ruolo di ricerca dei piccoli editori: il punto debole sta negli autori. Che sfacchinano e sfacchinano, lavorano di giorno e di notte, tolgono tempo al lavoro alle persone amate a tutte le altre passioni delle quali una vita seria e intensa è comunque piena – per sentirsi dire magari che di anticipi («Lo chiamano anticipo! Ma io sono tre anni che ci lavoro! Il mio lavoro è già finito!») non se ne parla o se ne parla così, in termini simbolici; e per sentirsi dire che le ottocento, le mille, le milleduecentocopie di prenotazione sono già un buon risultato («Ma se non lo si trova da nessuna parte! Sono stato dappertutto, ho chiesto dappertutto, non ne sa neanche niente nessuno!»), e si può magari sperare nei riordini, tanto per arrivare a due, tre, quattro, cinquecento copie in più («Guarda, ho fatto i conti: pagato come si paga una donna delle pulizie, dico, una donna delle pulizie, extracomunitaria, in nero, dico, con tutte le ore che ci ho messe, pagato come si paga una di queste, sai che ti dico? che dovevo prendere almeno ventitré volte di più di quello che ho preso. Ventitré. Non scherzo mica, eh!: ventitré volte di più, dovevo prendere»).

Che poi da un libro ci prende, l’autore, all’incirca, mediamente, facendo un prezzo medio di dodici euro, una percentuale di diritti media del sette per cento, che fanno ottantaquattro centesimi per copia venduta, naturalmente lordi, cioè da pagarci le tasse, benché defiscalizzati al venticinque per cento, cioè le tasse, per ogni ottantaquattro centesimi che porti a casa, le paghi solo su sessantatré: che è una goduria, e un sollievo fiscale, che non so descrivervi.

Dove voglio arrivare? Mica tanto distante. Solo a dire che è difficile, oggi, dire a qualcuno che il suo lavoro difficilmente sarà remunerato in misura equa e sensata; e non perché (prima ho forse un poco esagerato) gli autori, o candidati tali, siano tutti assatanati dal denaro; ma perché, semplicemente, e giustamente, tutti si aspettano, almeno per un lavoro artistico, culturalmente considerato, una remunerazione equa e sensata. Come si fa a dargli torto?

(Poi, naturalmente, ti viene da domandarti se il tuo lavoro presso un piccolo editore ha senso. Ma ne parliamo tra quindici giorni).

[La ripubblicazione di Trovarobe è dedicata ad Alex Fringberger, i cui libri sono così difficili da trovare che abbiamo dovuto inventarceli. gm]

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