Trovarobe, 10

by

di giuliomozzi

[Nel giugno del 2005 Gianni Bonina, direttore di Stilos (una bella rivista che oggi non c’è più, per la quale avevo già compilate le 100 puntate del (non) corso di scrittura e narrazione) mi chiese di inventarmi una nuova rubrica. Nacque così Trovarobe, rubrica dedicata (almeno in teoria) all’andar cercando libri. Poiché non mi sembrano poi brutti articoli, li ricupererò qui. Leggi tutti i Trovarobe].

Sono a Milano. Sto facendo un giro di librerie di libri usati. Alcuni ne sto cercando per me; altri per la casa editrice per la quale lavoro (abbiamo in programma un certo numero di “ripescaggi” di opere degne ma dimenticate); altri li cerco per conto di amici. Ho con me una lista: trentasei libri in tutto. Alcuni li conosco, nel senso che ho presente come sono fatti (la mia memoria dei libri è in buona parte una memoria visiva); altri non li ho mai visti, e trovarli sarà difficile.

Le librerie di libri usati sono spesso dei luoghi caotici, dove l’interessante, il bello e il curioso si mischiano alla spazzatura. E spesso i libri non sono disposti in un ordine comprensibile.

C’è una cosa, che non tutti hanno: l’occhio del cercatore. Ossia la capacità di dare uno sguardo a uno scaffale e di mettere a fuoco subito le cose interessanti. Certi formati, certi marchi editoriali, certi colori delle copertine o delle coste, certi caratteri di stampa: ci sono dei segni che l’occhio allenato riconosce subito, anche se il libro interessante è semisommerso da una marea di libri spazzatura.

(Tra parentesi: i libri spazzatura non sono un’invenzione del nostro tempo. Negli anni Trenta, ad esempio, se ne stampavano moltissimi. Ma questo è un altro discorso).

Entro dunque in una libreria. Esploro. Trovo qualcosa. Esco. Prendo un tram. Entro in un’altra libreria. Esploro. Non trovo niente. Esco. Un altro tram. Un’altra esplorazione.

La quarta libreria, è una nella quale non sono entrato mai. Me ne ha parlato un amico. Sottovoce, senza farsi sentire da altri, un giorno mi ha confidato: «Sai, ho visto… in quella certa libreria… avevano questo e quest’altro… se vuoi fare un salto… ma non dirlo a nessuno, eh!… che se poi la scoprono tutti, è la fine…». In effetti la libreria è interessante. Trovo subito due libri della lista, poco dopo altri due. E trovo altre cose, che non sono nella lista ma, davvero, non posso lasciarle lì.

Il libraio è un ragazzo giovane. Mentre io perlustro, e accumulo sul banco della cassa una pila di due, quattro, sei, otto libri, lui va e viene. Scarica dal furgone una dozzina di scatoloni. Poi comincia a tirare fuori tutto.
Lo sorveglio con la coda dell’occhio. Vedo che sono tutti libri degli ultimi dieci, vent’anni. Ben scelti, anche: niente edizioni tascabili, tutti autori buoni. Adocchio un Altri libertini di Tondelli in prima edizione, con ancora la fascetta che dice (vado a memoria): «Sequestrato e dissequestrato». Un Diario di un millennio che fugge di Lodoli, nella prima edizione Theoria. Gli sfiorati di Veronesi (a tutt’oggi il più bel libro di Veronesi, secondo me). Cose così.

A un certo punto mi accorgo che da una scatola è saltato fuori un libro mio. La felicità terrena, uscito da Einaudi nel 1996. Lo guardo. Ha l’aria particolarmente vissuta. Sembra essere stato letto e riletto, o almeno più volte consultato.

«Posso?», dico.

«Prego», dice il giovane libraio.

Apro il libro. È pieno di sottolineature. Ci sono anche delle parole scritte nei margini. Guardo il frontespizio. Mi accorgo che c’è una dedica, firmata da me. Le solite parole: «A Paola. Grazie», e la data e il luogo. Mi ricordo la data e il luogo. Mi ricordo che, dopo l’incontro in biblioteca, mi ero fermato a parlare una mezz’oretta con una ragazza molto simpatica. Una che aveva già letto il libro, che voleva dirmi: questo libro è stato importante per me, è importante per me. Che sia lei, «Paola»?, mi domando. Ma se è lei, come mai il libro è qui?
Il giovane libraio sta continuando a tirar fuori i libri. Li accumula sul banco, su una sedia, per terra. Non so dove li metterà: la bottega è tutta piena, strapiena.

«Mi scusi», dico.

«Prego», dice il giovane libraio.

«Questa», e faccio un gesto indicando gli scatoloni ancora chiusi, i libri dispersi su pavimento banco sedie, «è tutta una biblioteca?».

«Sì», dice il libraio. «Niente roba di valore, di valore economico intendo, ma parecchi libri che non si trovano più».

«Doveva essere una lettrice attenta», dico, «questa signora».

«Eh sì», dice il libraio. «Al marito invece non importa niente. Me li ha venduti perché lo ha consigliato un vicino. Lui stava per buttarli via».

«Ah», dico. «Ma cos’è successo? Si sono separati?», e penso: non sono fatti miei.

«No», dice il giovane libraio. «La signora è morta. Un incidente, mi ha detto il marito. Qualche mese fa».
Ho comperato il mio libro.

[La ripubblicazione di Trovarobe è dedicata ad Alex Fringberger, i cui libri sono così difficili da trovare che abbiamo dovuto inventarceli. gm]

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2 Risposte to “Trovarobe, 10”

  1. Carlo Capone Says:

    Io perciò odio la morte. E non tanto perchè è la fine dell’essere ma perchè un suo aspetto non evidente ha le forme dell’incuria. Gli scatoloni, i libri sparpagliati, il negozio dimesso, tutto questo mi ha procurato una malinconia indicibile.
    Provo affetto per quella donna e ringrazio l’autore per aver restituito dignità alla sua morte.

  2. Anna Petrazzuolo Says:

    Il libro è portatore di storie: quelle che scrive l’autore dentro le pagine, e quelle vissute dai lettori fuori. Penso che questo valore aggiunto sia incommensurabile, ciascuno di noi può constatarlo: la dedica, le note a margine, i bigliettini ficcati a mo’ di segnalibro; e poi l’odore…

    Io da un po’ sto cercando “Sylvie” di Nerval nella traduzione di Umberto Eco. Finora, nulla.

    Anna

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