Trovarobe, 1

by

di giuliomozzi

[Nel giugno del 2005 Gianni Bonina, direttore di Stilos (una bella rivista che oggi non c’è più, per la quale avevo già compilate le 100 puntate del (non) corso di scrittura e narrazione) mi chiese di inventarmi una nuova rubrica. Nacque così Trovarobe, rubrica dedicata (almeno in teoria) all’andar cercando libri. Poiché non mi sembrano poi brutti articoli, li ricupererò qui. Colgo l’occasione per informare che il (non) corso di scrittura e narrazione diventerà presto, dopo un’opportuna revisione, un libro stampato. Il pdf originale resterà comunque in rete. La foto qui sopra viene da qui. gm]

Buongiorno. Ho contato i libri di uno scaffale a caso della mia libreria. Lo scaffale in alto a destra. Cinquantatrè libri in doppia fila. Sedici li ho comperati di seconda mano; undici nelle librerie a metà prezzo; sette li ho ricevuti in omaggio (il privilegio dello scrittore); e solo diciannove – una minoranza – li ho comperati in librerie, per così dire, normali.

Di questo, per l’appunto, parlerà Trovarobe, rubrica che apparirà quindicinalmente in Stilos: di come i libri siano difficili da trovare, di come certi libri giochino a nascondersi, di come a volte cercare un libro sia più o meno come andare a caccia dell’Araba Fenice, di come altre volte, frugando in scaffali polverosi o in scatoloni sudici, si trovi dell’oro (pagandolo poi a peso d’oro o quasi nulla, secondo le situazioni).

Nell’estate del 1974 per la prima volta andai a lavorare, e quindi per la prima volta mi trovai ad avere soldi miei in tasca. Volevo comperare libri. La mia città, Padova, era allora assai ricca di librerie. La libreria per antonomasia era la Libreria Draghi. Aveva gli scaffali alti alti, di legno nero nero; la stanzetta riservata ai professori dell’università, dotata di poltroncine e tavolino basso; l’English Room tutta piena di libri in lingua inglese (i libri francesi, invece, e non ho mai capito perché, se ne stavano accanto a quelli di diritto); e c’erano commessi dall’aria truce che non appena mettevi dentro il piede ti si avvicinavano, ti salutavano distintissimamente, e – aiuto! – ti domandavano che cosa cercassi.

Io non sapevo che cosa cercavo. Non avevo idea, di che cosa ci fosse dentro i libri. Ne volevo, e basta.
La Libreria Ginnasio, invece, era perfetta. Era una libreria Remainder’s. I libri costavano pochissimo. Il titolare ti lasciava guardare dappertutto. Gli scaffali erano di impiallacciato bianco. C’era luce.

I primi libri che comperai, erano dei volumetti di una collana che si chiamava: «Sansoniana Straniera», dell’editore Sansoni, appunto. Libri stampati nel primissimo dopoguerra, di formato piccolissimo, con carta giallina rilegati in cartone bianco con scritte e alamari in rosso e nero, stampati in caratteri che oggi senza occhiali non riuscirei a distinguere. Costavano cento o duecento lire l’uno, e li comperai tutti. Il Don Chisciotte (quattro volumetti), l’Evgenij Onjègin di Puskin (nella traduzione di Ettore Lo Gatto – insigne slavista: ma questo lo scoprii anni e anni dopo – che continuo a preferire a quella pur bellissima di Giovanni Giudici), i drammi di Goethe Goetz Von Berlichingen (del quale non ricordo nulla) e Torquato Tasso (che non mi piacque), i libretti di alcune opere di Wagner che allora lessi trovandoli demenziali e che peraltro, a tutt’oggi, non sono ancora riuscito ad ascoltare in musica.

Comperai anche, nei primi mesi di frequentazione della Libreria Ginnasio, un libro che s’intitolava, a occhio, qualcosa come Comunicazione e città (ho traslocato da un anno e mezzo, ma metà dei libri stanno ancora negli scatoloni in cantina: non ho modo di controllare). Era pubblicato dalle edizioni Il Saggiatore ed era era un testo per professionisti: io lo lessi tutto (facendo anche, come facevo allora, i rissuntini capitolo per capitolo, nel quaderno che si chiamava «Quaderno di letture numero», e seguiva il numero progressivo; in cantina ce n’è uno scatolone pieno) e non ci capii, così mi parve, proprio niente. Venticinque anni dopo mi ritrovai a lavorare come descrittore di luoghi con urbanisti e architetti. Un bel giorno, mentre vagavo per gli scaffali alla ricerca di un libro che non voleva farsi trovare, tac, mi capita in mano questo. Lo guardo. Lo sfoglio. Decido di leggerlo. E scopro le seguenti cose: (a) che alcune cose che mi pareva di sapere da sempre, e che usavo in quel mio lavoro con urbanisti e architetti, le avevo imparate da quel libro lì; (b) che era un libro eccellente e – di questo m’informò Google – una pietra miliare del pensiero urbanistico; (c) che era esattamente il libro che mi serviva per fare bene il lavoro che stavo facendo.

A volte, dicevo prima, i libri si nascondono, fanno i difficili, non si fanno trovare. Altre volte, invece, quando meno te l’aspetti ti si fanno incontro, profeticamente ti instillano dentro idee, concetti, modi di pensare, parole, che venticinque anni dopo ti torneranno utili.

Di questo, e non d’altro, quindicinalmente vi parlerò. Grazie per la pazienza.

[La ripubblicazione di Trovarobe è dedicata ad Alex Fringberger, i cui libri sono così difficili da trovare che abbiamo dovuto inventarceli. gm]

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3 Risposte to “Trovarobe, 1”

  1. cletus Says:

    memorabile (almeno per me) in questa rubrica, il pezzo su Frinberger, che ancora, gelosamente, conservo.

  2. Toni La Malfa Says:

    tengo custodito il pezzo cartaceo di Trovarobe dedicato a fringberger come una reliquia

  3. Tonino Pintacuda Says:

    Stilos ritorna come rivista mensile: http://toninopintacuda.wordpress.com/2009/12/21/il-ritorno-di-stilos/

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