“Io non darò neanche un centesimo di euro”

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di Giacomo Di Girolamo

[Questo articolo di Giacomo di Girolamo è apparso qualche giorno fa in FaceBook, e forse prima ancora nella rivista in rete Marsala da lui diretta; è stato riprodotto un po’ dappertutto; lo si trova in una quantità di siti; è stato commentato da Adriano Sofri in Repubblica; poi è corsa voce che fosse stato cancellato da FaceBook (vedi qui). Io l’ho ricevuto poco fa da un amico. In calce all’articolo di Di Girolamo riproduco quello di Sofri. gm]

Scusate, ma io non darò neanche un centesimo di euro a favore di chi raccoglie fondi per le popolazioni terremotate in Abruzzo. So che la mia suona come una bestemmia. E che di solito si sbandiera il contrario, senza il pudore che la carità richiede. Ma io ho deciso. Non telefonerò a nessun numero che mi sottrarrà due euro dal mio conto telefonico, non manderò nessun sms al costo di un euro. Non partiranno bonifici, né versamenti alle poste. Non ho posti letto da offrire, case al mare da destinare a famigliole bisognose, né vecchi vestiti, peraltro ormai passati di moda.

Ho resistito agli appelli dei vip, ai minuti di silenzio dei calciatori, alle testimonianze dei politici, al pianto in diretta del premier. Non mi hanno impressionato i palinsesti travolti, le dirette no – stop, le scritte in sovrimpressione durante gli show della sera. Non do un euro. E credo che questo sia il più grande gesto di civiltà, che in questo momento, da italiano, io possa fare.

Non do un euro perché è la beneficienza che rovina questo Paese, lo stereotipo dell’italiano generoso, del popolo pasticcione che ne combina di cotte e di crude, e poi però sa farsi perdonare tutto con questi slanci nei momenti delle tragedie. Ecco, io sono stanco di questa Italia. Non voglio che si perdoni più nulla. La generosità, purtroppo, la beneficienza, fa da pretesto. Siamo ancora lì, fermi sull’orlo del pozzo di Alfredino, a vedere come va a finire, stringendoci l’uno con l’altro. Soffriamo (e offriamo) una compassione autentica. Ma non ci siamo mossi di un centimetro.

Eppure penso che le tragedie, tutte, possono essere prevenute. I pozzi coperti. Le responsabilità accertate. I danni riparati in poco tempo. Non do una lira, perché pago già le tasse. E sono tante. E in queste tasse ci sono già dentro i soldi per la ricostruzione, per gli aiuti, per la protezione civile. Che vengono sempre spesi per fare altro. E quindi ogni volta la Protezione Civile chiede soldi agli italiani. E io dico no. Si rivolgano invece ai tanti eccellenti evasori che attraversano l’economia del nostro Paese.

E nelle mie tasse c’è previsto anche il pagamento di tribunali che dovrebbero accertare chi specula sulla sicurezza degli edifici, e dovrebbero farlo prima che succedano le catastrofi. Con le mie tasse pago anche una classe politica, tutta, ad ogni livello, che non riesce a fare nulla, ma proprio nulla, che non sia passerella.

C’è andato pure il presidente della Regione Siciliana, Lombardo, a visitare i posti terremotati. In un viaggio pagato – come tutti gli altri – da noi contribuenti. Ma a fare cosa? Ce n’era proprio bisogno?

Avrei potuto anche uscirlo, un euro, forse due. Poi Berlusconi ha parlato di “new town” e io ho pensato a Milano 2 , al lago dei cigni, e al neologismo: “new town”. Dove l’ha preso? Dove l’ha letto? Da quanto tempo l’aveva in mente?

Il tempo del dolore non può essere scandito dal silenzio, ma tutto deve essere masticato, riprodotto, ad uso e consumo degli spettatori. Ecco come nasce “new town”. E’ un brand. Come la gomma del ponte.

Avrei potuto scucirlo qualche centesimo. Poi ho visto addirittura Schifani, nei posti del terremoto. Il Presidente del Senato dice che “in questo momento serve l’unità di tutta la politica”. Evviva. Ma io non sto con voi, perché io non sono come voi, io lavoro, non campo di politica, alle spalle della comunità. E poi mentre voi, voi tutti, avete responsabilità su quello che è successo, perché governate con diverse forme – da generazioni – gli italiani e il suolo che calpestano, io non ho colpa di nulla. Anzi, io sono per la giustizia. Voi siete per una solidarietà che copra le amnesie di una giustizia che non c’è.

Io non lo do, l’euro. Perché mi sono ricordato che mia madre, che ha servito lo Stato 40 anni, prende di pensione in un anno quasi quanto Schifani guadagna in un mese. E allora perché io devo uscire questo euro? Per compensare cosa? A proposito. Quando ci fu il Belice i miei lo sentirono eccome quel terremoto. E diedero un po’ dei loro risparmi alle popolazioni terremotate.

Poi ci fu l’Irpinia. E anche lì i miei fecero il bravo e simbolico versamento su conto corrente postale. Per la ricostruzione. E sappiamo tutti come è andata. Dopo l’Irpinia ci fu l’Umbria, e San Giuliano, e di fronte lo strazio della scuola caduta sui bambini non puoi restare indifferente.

Ma ora basta. A che servono gli aiuti se poi si continua a fare sempre come prima?

Hanno scoperto, dei bravi giornalisti (ecco come spendere bene un euro: comprando un giornale scritto da bravi giornalisti) che una delle scuole crollate a L’Aquila in realtà era un albergo, che un tratto di penna di un funzionario compiacente aveva trasformato in edificio scolastico, nonostante non ci fossero assolutamente i minimi requisiti di sicurezza per farlo.

Ecco, nella nostra città, Marsala, c’è una scuola, la più popolosa, l’Istituto Tecnico Commerciale, che da 30 anni sta in un edificio che è un albergo trasformato in scuola. Nessun criterio di sicurezza rispettato, un edificio di cartapesta, 600 alunni. La Provincia ha speso quasi 7 milioni di euro d’affitto fino ad ora, per quella scuola, dove – per dirne una – nella palestra lo scorso Ottobre è caduto con lo scirocco (lo scirocco!! Non il terremoto! Lo scirocco! C’è una scala Mercalli per lo scirocco? O ce la dobbiamo inventare?) il controsoffitto in amianto.

Ecco, in quei milioni di euro c’è, annegato, con gli altri, anche l’euro della mia vergogna per una classe politica che non sa decidere nulla, se non come arricchirsi senza ritegno e fare arricchire per tornaconto.
Stavo per digitarlo, l’sms della coscienza a posto, poi al Tg1 hanno sottolineato gli eccezionali ascolti del giorno prima durante la diretta sul terremoto. E siccome quel servizio pubblico lo pago io, con il canone, ho capito che già era qualcosa se non chiedevo il rimborso del canone per quella bestialità che avevano detto.

Io non do una lira per i paesi terremotati. E non ne voglio se qualcosa succede a me. Voglio solo uno Stato efficiente, dove non comandino i furbi. E siccome so già che così non sarà, penso anche che il terremoto è il gratta e vinci di chi fa politica. Ora tutti hanno l’alibi per non parlare d’altro, ora nessuno potrà criticare il governo o la maggioranza (tutta, anche quella che sta all’opposizione) perché c’è il terremoto. Come l’11 Settembre, il terremoto e l’Abruzzo saranno il paravento per giustificare tutto.

Ci sono migliaia di sprechi di risorse in questo paese, ogni giorno. Se solo volesse davvero, lo Stato saprebbe come risparmiare per aiutare gli sfollati: congelando gli stipendi dei politici per un anno, o quelli dei super manager, accorpando le prossime elezioni europee al referendum. Sono le prime cose che mi vengono in mente. E ogni nuova cosa che penso mi monta sempre più rabbia.

Io non do una lira. E do il più grande aiuto possibile. La mia rabbia, il mio sdegno. Perché rivendico in questi giorni difficili il mio diritto di italiano di avere una casa sicura. E mi nasce un rabbia dentro che diventa pianto, quando sento dire “in Giappone non sarebbe successo”, come se i giapponesi hanno scoperto una cosa nuova, come se il know – how del Sol Levante fosse solo un’ esclusiva loro. Ogni studente di ingegneria fresco di laurea sa come si fanno le costruzioni. Glielo fanno dimenticare all’atto pratico.

E io piango di rabbia perché a morire sono sempre i poveracci, e nel frastuono della televisione non c’è neanche un poeta grande come Pasolini a dirci come stanno le cose, a raccogliere il dolore degli ultimi. Li hanno uccisi tutti, i poeti, in questo paese, o li hanno fatti morire di noia.

Ma io, qui, oggi, mi sento italiano, povero tra i poveri, e rivendico il diritto di dire quello che penso.

Come la natura quando muove la terra, d’altronde.

***

“Lo scritto è bello, risoluto, retorico quanto basta”
di Adriano Sofri

Succede che faccia il record di letture e commenti su Facebook un articolo che comincia così: “Io non darò neanche un centesimo di euro per le popolazioni terremotate”. Il pieno di Facebook vuol dire alcune migliaia di lettori, poca cosa, direte. Tuttavia l´episodio merita attenzione. L´autore è un giovane giornalista di Marsala, Giacomo Di Girolamo. E´ tutt´altro che cinico. E´ perentorio. “Non dò un euro. E credo che questo sia il più grande gesto di civiltà, che in questo momento, da italiano, io possa fare”. È scandalizzato dall´Italia dei pasticci e della beneficenza, “ferma ancora sull´orlo del pozzo di Alfredino”. I soldi ci sono, dice: per coprire i pozzi, per gli aiuti ai terremotati, e anche per i tribunali che facciano giustizia. Sono i soldi di chi paga le tasse. “Io non lo dò, l´euro. Perché mi sono ricordato che mia madre, che ha servito lo Stato 40 anni, prende di pensione in un anno quasi quanto Schifani guadagna in un mese. Quando ci fu il Belice i miei lo sentirono eccome quel terremoto. E diedero un po´ dei loro risparmi. Poi ci fu l´Irpinia. E anche lì i miei fecero il bravo e simbolico versamento”. Ma niente cambia mai, dice. A Marsala, dice, l´Istituto Tecnico è un albergo mutato da trent´anni in scuola, come la Casa dello Studente all´Aquila, e basta uno scirocco (“c´è una scala Mercalli per lo scirocco?”) per far venire giù il controsoffitto – in amianto. Il terremoto, dice, è il gratta e vinci della politica. L´articolo, che leggerete per intero sul web, finisce così: “E io piango di rabbia perché a morire sono sempre i poveracci… Io qui, oggi, mi sento italiano, povero tra i poveri, e rivendico il diritto di dire quello che penso. Come la natura quando muove la terra, d’altronde”.

Non è vero che a morire siano sempre solo i poveracci, non è stato vero all´Aquila, ma lo scritto è bello, risoluto, retorico quanto basta – l´annuncio “Non dò un euro, non dò una lira” lo scandisce come un ritornello – ed esprime esemplarmente un´impressione dell´Italia che è di una minoranza non solo dissenziente, ma esasperata. Gli stessi gesti che, a stare ai sondaggi, conquistano il favore della maggioranza, ripugnano a questa minoranza: le lacrime del capo del governo, le gaffe vere e supposte, le dentiere donate, la passerella dei ministri, le trivialità dei cronisti, le vanterie dei telegiornalisti. Per non dire delle ininterrotte ultime novità di legge: le ronde, le denunce dei disgraziati al pronto soccorso, le norme antisismiche addomesticate, le new towns… Una pentola ribollente che vuole scoppiare. I commenti a Di Girolamo sono di due tenori opposti – anzi, due e mezzo. Gli uni di adesione entusiastica, del tipo: “Non avrei saputo dire meglio”. Gli altri di dissenso drastico, del tipo: “Parole vanesie per nascondere una grettezza di cuore”. E il mezzo? Sono i commenti, numerosi anch´essi, che approvano tono ed esempi, ma danno per scontato che quella del centesimo è una provocazione retorica, e che il proprio centesimo ciascuno fa bene a darlo. A questo mezzo – lasciando da parte i dettagli, in una questione così decisiva – appartengo grosso modo anch´io, e non conoscendo l´autore (che ha pubblicato, vedo, un libro di viaggio con un sacerdote missionario in Ecuador) e pur non volendo essere indiscreto, scommetterei un euro che il suo centesimo è pronto a darlo, e l´ha già dato.

Penso che si sia affidato a quell´espediente retorico, e il risultato gli ha dato ragione. Però si è esposto a un paio di difficoltà. La prima, di offrire una spalla a chi è tanto risentito da mettere a tacere la voce della compassione. Non sarei contento se una mia frase a effetto facesse dire a qualcuno: “Mi hai convinto: non darò una lira…”. La contrapposizione dei commenti mi ha ricordato il famoso precetto di Confucio: «Se uno ha fame, non dargli un pesce, insegnagli a pescare». Bella idea, per affrontare alle radici la fame di quel povero (una versione più pregnante dice: «Non dargli un pesce tutti i giorni…»). Ma se l´affamato ce l´hai lì davanti, e magari l´acqua è lontana, e invece di dargli il pesce che hai nel tuo cesto gli fai un bel discorso sul vantaggio di imparare a pescare, quello intanto muore di fame, oppure – ipotesi auspicabile – raccoglie le sue estreme forze e ti salta al collo e ti vuota il cesto.

L´altra difficoltà sta nel ritenere che compassione e solidarietà volontarie siano una complice supplenza alla pubblica inerzia o, peggio, corruzione. La legalità, e le tasse pagate per intero, non renderebbero affatto superflua la mobilitazione personale e volontaria, mai, e a maggior ragione in una disgrazia che tocca tanti. Nel nord Europa che sta agli antipodi dello stereotipo italiano deplorato da Di Girolamo, la solidarietà privata è esemplare, nei confronti del prossimo e del più distante. Sono tanti i giovani che trasformano i regali della festa in donazioni fatte a chi ne ha bisogno, e intestate al festeggiato. Farsi un regalo. Gli italiani che hanno mandato il loro obolo ai loro vicini d´Abruzzo si sono magari, anche, lavati a buon prezzo la coscienza: ma certamente, la gran maggioranza di loro, dunque indipendentemente dal sentimento politico, si sono fatti il regalo di aiutare i loro simili di cui era così facile vedere e immaginare il dolore. Proprio come i genitori di Giacomo Di Girolamo coi loro parchi e degni risparmi.

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13 Risposte to ““Io non darò neanche un centesimo di euro””

  1. Felice Muolo Says:

    Sbaglio, o nell’intervento di Di Girolamo c’è la musicalità delle canzoni di Povia? A prescindere.

  2. Lucia De Angeli Says:

    Apriamo una sottoscrizione per portare le arance a sofri?

  3. andrea barbieri Says:

    Più che
    “Scusate, ma io non darò neanche un centesimo di euro a favore di…”
    è
    “Scusate, ma io non ho dato neanche un centesimo di euro a favore di…”
    Insomma conta anche il momento in cui si fanno le cose. Se comunichi la tua intenzione prima della tragedia, con la retorica giusta, forse qualcuno ascolta.
    Ma dirlo il giorno dopo la tragedia, a che serve se non a far stare peggio le vittime?

  4. cletus Says:

    è orrendo (ma estremamente affascinante, come tema) il parallelo fra l’istanza repressa di essere solidali e l’indignazione portata a gesto conseguenziale.

  5. andrea barbieri Says:

    Ecco bravo!
    Così l’indignazione sembra essere conseguenza del terremoto, invece dovrebbe essere conseguenza dei comportamenti di alcuni politici tenuti prima del terremoto. Quindi viene da chiedersi: dov’era l’indignazione quando il terremoto non era ancora avvenuto?
    Perché è ovvio che l’indignazione, la protesta è doverosa prima, non dopo. Se è dopo, è colpevole.

  6. federica sgaggio Says:

    Solo una cosa veramente veloce, che non ha un riferimento diretto (ovviamente) col terremoto, ma solo con la solidarieta’ in se stessa.
    La gratitudine e’ un sentimento pesantissimo da portare.
    Capisco che Di Girolamo provoca, ma tra la provocazione e il “volemose bbene” ci deve pur essere una via di mezzo.

    Come incolpevole destinataria di interventi di volontari – in quanto sorella di un handicappato – invito a considerare (e ripeto che non e’ segnatamente il caso del terremoto, ovviamente) quanto scomoda sia la posizione di chi offre (non per scelta, ma perche’ qualcuno ci si piazza addosso) la sua schiena piegata ai desideri di ascensione al cielo dei volontari.

    Cosi’, come spunto un po’ cosi’.
    Che – ripeto – non c’entra col terremoto.

  7. macondo Says:

    La sua posizione Di Girolamo l’ha sostenuta anche nell’ultimo “annozero” di Santoro. Peccato però che in chiusa si sia fatto “recuperare” dal buonismo santoriano, quando questi gli ha chiesto: “Ma lei non lo darebbe l’euro nemmeno se andasse veramente a favore della popolazione colpita, se la ricostruzione venisse fatta con serietà e trasparenza, ecc. ?”. Al che Di Girolamo non se l’è sentita di proseguire nel suo rifiuto e ha detto: “Sì, allora lo darei”. Peccato, dunque che non abbia ribattuto che la situazione preconizzata dal Santoro sia da libro dei sogni buonisti. Per me è più realista il silenzio che ci sarà sugli appalti preconizzato da Saviano.

  8. pamela Says:

    Io non ho dato e non darò neanche un euro ai terremotati, per gli stessi motivi di Di Girolamo. Ho dato però qualcosina in più di un euro agli animali della zona terremotata e ho perso mezza giornata di ferie per andare a consegnare personalmente il mio contributo alla volontaria di un’associazione animalista, che partiva per l’Aquila. Ho pensato agli animali, perché agli animali non pensa quasi nessuno. L’Italia è piena di animali randagi, per la maggior parte abbandonati dai proprietari. Chissà se loro, i proprietari, l’hanno mandato, l’euro.
    In Abruzzo, dopo il terremoto c’erano cinquemila animali vaganti e terrrorizzati, affamati, in parte feriti. Randagi o dimenticati dai proprietari o anche animali che appartenevano a persone morte nel terremoto. Sono passati diversi giorni dal sei aprile, prima che i giornali cominciassero a parlare degli animali. Ci sono molti cani e gatti e anche altri animali domestici, che hanno bisogno di ospitalità temporanea, in attesa che i proprietari siano in grado di riprenderli, o di adozione, perché non hanno più un padrone.
    L’euro, no, con il comodo sms, non l’ho mandato. E non mi sento in colpa.

  9. mauro baldrati Says:

    Sono d’accordo con alcune considerazioni di Sofri. Il ragionamento di Di Girolamo non è sbagliato in via di principio, per cui davanti al supermercato quando siamo assediati da chi chiede l’elemosina, da chi chiede l’euro del carrello, spesso bambini o ragazzini zingari, e i ragazzi di colore che ci seguono fino al parcheggio insistendo per venderci calzini e accendini; e ai semafori, coi finti storpi che puliscono il vetro, ecc., c’è chi sostiene, con ragioni alla mano, che l’elemosina non solo non risolve i problemi ma contribuisce all’accattonaggio minorile, che paghiamo già tasse per l’assistenza che non funziona, e così via.

    Ma questo atteggiamento – retorico, lo definisce Sofri – è anche una sottrazione personale di generosità. Una negazione della compassione tra esseri umani, in nome del principio. Io l’elemosina la faccio, quasi ogni giorno, anche ai ragazzini. Accetto la contraddizione, e temo che la posizione così granitica di Di Girolamo finisca per diventare una forma psicologica di aridità interiore.

  10. macondo Says:

    @ mauro baldrati,
    personalmente mi sono imposto di non fare elemosina o beneficienza per le seguenti ragioni:
    – perché ritengo che la beneficienza si confaccia più a una scelta cristiana di vita che a una laica, e io cristiano non lo sono
    – perché i miei pochi centesimi sarebbero una goccia nel mare (peraltro dati a caso, ai primi che mi si avvicinerebbero) che non risolverebbero alcun problema
    Di contro a ciò, ho cercato di agire nel seguente modo, ma forse illudendomi:
    – ho cercato e cerco come posso di essere oppositore al sistema vigente, considerando che è il sistema vigente a produrre sempre più impoverimento nel mondo
    – ho cercato e cerco di operare un “intercambio solidario” con quei gruppi sociali impoveriti che però lottano a livello mondiale per un progetto politico di cambiamento radicale del sistema mondiale vigente (a questo proposito ho raccolto soldi e consegnati direttamente a quei gruppi)

  11. cletus Says:

    Se c’è un precetto della religione cattolica che ha resistito ad una graziosa opera di demolizione progressiva nella mia mente devastata è “non sappia la mano destra ciò che fa la sinistra”.
    Ecco, il mio rapporto con la carità si gioca in questo sottile crinale, volutamente interpretato in senso laico. Non credo che il concetto di solidarietà, sia pure attraverso la dazione di denaro, sia, possa, essere appannaggio di chi è animato da istanze religiose. Mi piace pensare ad un esercizio “a prescindere” dettato unicamente, in senso darwiniano, di appartenenti alla stessa specie, che si aiutano, se necessario, nel momento del bisogno. Me ne frego se e quanto quella goccia nel mare che può rappresentare il mio aiuto possa o non possa arrivare a chi ha realmente bisogno.
    Voglio sottrarmi, e mi sottraggo puntualmente, come detto, all’indignazione fine a se stessa.
    Lì c’è gente, ce la fanno vedere i tg ogni sera, che vive in tenda, dal sei di aprile, il proprio personale carosello. Stanno resettando, ed è un niente quello significano un paio di miei bonifici.
    Voglio continuare a pensare ai miei simili come a dei sodali. Che dividono insieme a me questa esperienza biologica con minore fortuna della mia. Che altro dovrei fare ?

  12. vibrisse Says:

    Anch’io, come Macondo, penso che “i miei pochi centesimi sarebbero una goccia nel mare”. Perciò ho deciso di investire qualcosa di più di “pochi centesimi”, ossia circa un mese del mio reddito. E li ho fatti avere a una persona, una sola, per la quale quei quattrini rappresentano qualcosa di più di “una goccia nel mare”.
    Poi, vabbè, c’è tutto il resto. Sentire qualcuno al telefono, pubblicare due poesie, offrire di tenere i bambini durante le vacanze. Qualcosa che lo Stato non può fare.
    Secondo me si tratta di questo: scegliere quelle azioni che lo Stato non è in grado di compiere.

    giulio mozzi

  13. paola Says:

    sono d’accordo con mauro. l’elemosina e’…abbracciare e avere compassione, cioe’ far sentire che soffri insieme a chi ti tende la mano. anche io mi contraddico. il principio e’ giusto, ma l’anima va oltre.
    p.

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