“Davide” di Carlo Coccioli: l’introduzione del 1989

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di Domenico Porzio

[Prima dell’attuale ripubblicazione presso Sironi, il Davide di Carlo Coccioli ebbe anche un’edizione tascabile, negli Oscar Mondadori. Riproduco qui l’introduzione, firmata da Domenico Porzio, che arricchiva il volume. gm]

Davide negli Oscar Mondadori

Davide negli Oscar Mondadori, 1989

Tra le molte religioni che fioriscono il mondo, alcune abbracciate da milioni di fedeli, altre da poche; alcune fondate su verità rivelate, altre su ingenue idolatrie, vi è una setta (ignara di essere tale) che si è propagata da millenni lungo tutti i meridiani. Non sono eretici, anche se la loro dedizione appare talvolta deviante: sono persone che amano la natura creata e le palesano un rispetto che può sfiorare il sacrificio. Oggetto del loro culto è una creatura dalle apparenze dissimili, ma sempre umile e capace di dedizione infinita: il cane.

Tale religione, che ad ogni generazione suscita nuovi proseliti, non ha leggi se non quelle dettate dall’istinto. La planetaria cinofilia si fonda su una credenza che alcuni appena sospettano e molti apertamente dichiarano, ed è una credenza, una verità, che confuta quanto scritto nel Genesi. Essa afferma che il Signore, lo Spirito che si rivelò per la voce dei Profeti, creò i campi, i giardini e le acque della Terra perché fossero a disposizione del cane, la più nobile e fedele creatura dell’universo conosciuto. Lo scopo della creazione fu, dunque, la “caninità” e non la “umanità”. L’uomo fu l’ultimo e obbligato gesto dell’Onnipotente: apparve sulla Terra perché facesse compagnia al cane. L’ipotesi, ovviamente, è azzardata; tuttavia la millenaria storia della caninità, seppure costellata da afflizioni e da ignobili crudeltà verso il quadrupede, è pur ricca di aneddoti e di episodi che sembrano confermare l’antica credenza. Di questa religione del cane recano testimonianza numerosi apostoli: coloro che con scritti, azioni, predicazioni e associazioni proclamano il cane non solo amico designato dell’uomo, ma unico oggetto di disinteressato amore.

Lo scrittore toscano (ma poi francese, ma poi spagnolo) Carlo Coccioli, nato a Livorno nel 1920, è uno di tali apostoli e alla religione canina ha dedicato, originalmente scritto in spagnolo, un libro, Fiorello, réquiem para un perro, Mexico 1973 (Fiorello, requiem per un cane), al quale ha affidato una sublimata attestazione di affetto per un suo cane e che molti considerano uno dei vangeli della cinofilia.

La quasi furiosa sete d’amore, il quasi disperato desiderio di trascendenza visti in ogni oggetto della creazione, e così teneramente evidenziati nel “Requiem”, sono precise caratteristiche della folta narrativa di Coccioli, nella quale è stato ripetutamente sottolineato “un impegno cristiano alla Julien Green” (Giuseppe Valentini) e l’esplosione di una “rissa d’anima e di corpo” (Giancarlo Vigorelli, qui): qualità che spesso ne fanno uno scrittore “scomodo”.

L’autore di Davide non si colloca con facilità nel catalogo della nostra narrativa. Egli è un irregolare, anche per la facilità con la quale scrive in più lingue: dei suoi titoli almeno quindici ebbero la prima stesura in francese e sei in spagnolo.

Vagabondo per vocazione genetica, Coccioli ha spesso detto di essere “nato per andare”. Dopo i primi studi fatti a Livorno, frequentò l’università a Roma e quindi si specializzò, all’Istituto di Lingue Orientali di Napoli, in letterature camitosemitiche. Iniziato il mestiere di giornalista (collaborerà con gli anni ai più noti quotidiani, non solo italiani), già pubblicò a Firenze, tra il ’46 e il ’48, i suoi primi tre romanzi. Nel 1949 si trasferì in Francia dove rimase per circa un lustro scrivendo in francese libri che gli procurarono vasta notorietà e credito tanto da esser tradotti in più di dodici lingue.

In un libro autobiografico di confessioni del 1986, Rapato a zero, ha dichiarato: “Mi sono sempre visto correr dietro a quello che convenzionalmente suole chiamarsi Dio – il mysterium tremendissimum – e.. non l’ho mai trovato… Quel tremendissimo Grande Sfuggente è, per mia disgrazia, l’unica realtà che a me importi; e non si fa, da me, neanche sfiorare”. Che egli sia narratore di forte valenza religiosa è indubbio; e tuttavia non è scrittore settario, poiché la sua “ricerca” l’ha condotta, oltre che sul sentiero infuocato dei Vangeli, anche sulle antiche strade dell’ebraismo e dell’induismo. Dal momento che lo studio comparato e approfondito delle religioni è, insieme, fonte di cultura e di immaginazione, entrambe queste coloriture scorrono nella sua opera dando unità a titoli e tematiche spesso contrastanti.

Coccioli ha cercato nelle sue pagine di coniugare la realtà con la metafisica, la violenza carnale con l’ascesi spirituale, profetizzando soluzioni di equilibrio (o di disaccordo) sì rigorose, ma assai personali le quali non sempre trovano in sintonia il lettore.

Dopo il soggiorno parigino egli si trasferì in Messico, paese come pochi sciamanico e con lui in armonia, ma la cui magia e spiritualità lo irretirono. Qui divenne scrittore di cultura e, in qualche modo, di temperamento sudamericano: senza tralasciare però, in ciò che s’accingeva a pubblicare, le precedenti nostalgie religiose, politiche e sociologiche.

L’Antico Testamento, unico libro che si sappia direttamente dettato dallo Spirito, ha esercitato da sempre una particolare provocazione nell’immaginario di Coccioli, e Davide è la summa della sua confidenza con la Bibbia. Questa fantasticata ma ben documentata “autobiografia” del secondo leggendario monarca di Israele – regnò per quarant’anni – gli è costata quasi dieci anni di preparazione, scrittura e revisione; la prima edizione italiana è del 1976, quando il titolo entrò nella cinquina del veneziano Premio Campiello.

Chi ha conoscenza dei due libri del profeta Samuele e del primo libro dei Re, constaterà che l’intera tradizione ebraica su Davide è stata meticolosamente rispettata. Coccioli ha immaginato il re ormai ultrasettantenne e morente il quale, mentre una giovane concubina gli riscalda il corpo già privo di calore e di vigore, rammenta a se stesso, in un’apparente confessione-offerta a Dio (il senza-Tempo e senza-Spazio), la sua avventurosa vita governata da un enigmatico destino che lo elevò, da giovane pastore dotato di talento musicale, al trono di Israele. Il narratore è affascinato da quell’ “anelito verso il sublime” che non abbandonò mai il grande re neppure nelle giornate più amare quando lo assalirono dolori e crudeltà, sia familiari sia causate dall’estenuante guerra dapprima contro lo stesso re Saul, del quale aveva alleviato col canto e la cetra la malinconica follia, e poi contro gli indomiti filistei. Davide morente, più che ricordare i momenti di gloria o il misero “gran segreto del famosissimo caso Davide-Golia”, indaga, nella sua affannata confessione, il segreto della propria sorte di re, di amante e di padre. Lo circondano e lo confortano numerose presenze e fantasmi: Mical, figlia di Saul, che gli generò eroici figli perduti in guerra; Betsabea, la “tigre femmina” madre dell’erede Salomone; l’amatissimo Assalonne, il terzogenito che gli insidiò il trono e che venne inseguito da un suo generale e ucciso nella foresta di Efraim.

Ciò che tormenta e fortifica la fede di Davide è il misterioso fine della creazione, governata da leggi che ci sfuggono, ma che devono avere una giustificazione nel progetto d’amore dell’Eterno. E’ questo l’assillo che Coccioli, narrando Davide, fa anche suo e che costituisce l’originalità del libro. Il romanziere ha intuito, come altri, che Dio ha scritto due libri: uno, quello esplicito, è la Bibbia; l’altro, quello segreto, è la Creazione della quale – secondo un sospetto sottolineato da Borges – noi siamo, a nostra insaputa, le parole, le sillabe, le umili lettere.

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