Un “minore” da un milione e duecentomila copie

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di Roberto Carnero

[Questo articolo di Roberto Carnero è apparso nel quotidiano L’Unità oggi 12 marzo 2009.]

Carlo Coccioli

Carlo Coccioli

Torna in libreria un “grande minore” della narrativa del secondo Novecento, un autore irregolare, eterodosso, una sorta di “marziano” delle patrie lettere. Parliamo di Carlo Coccioli, di cui Sironi ha appena ripubblicato Davide (pp. 352., euro 17), uscito per la prima volta nel 1976, quando entrò nella cinquina del Campiello. Il merito di questa riproposta va a Giulio Mozzi, il quale, affascinato dalla scrittura e dalla tensione itellettuale di questo autore, ha deciso che valeva la pena scommettere su un narratore difficile, ma di grande interesse. non è un caso che i “coccioliani” si siano raccolti in questi ultimi anni (a partire da una sponsorizzazione d’eccellenza come quella di Pier Vittorio Tondelli negli anni Ottanta) in gruppi e fan club legati da un vero e proprio “culto” attorno a questa figura così sfuggente.

Il suo romanzo Il cielo e la terra (1950) vendette alla sua uscita in Francia un milione e duecentomila copie. Quando gli editori lessero il manoscritto dell’opera successiva, Fabrizio Lupo, lo avvisaroo che con quel testo avrebbe perso gran parte della sua popolarità. perchè si era negli anni Cinquata e il libro affrontava in maniera esplicita un tema allora indigesto: l’omosessualità. Coccioli, però, decise di pubblicarlo, e l’opera fu un vero caso, la cui portata andò ben al di là dell’ambito letterario. Fabrizio Lupo raccontava le ansie e le difficoltà di un ragazzo cattolico alle prese con la scoperta della propria diversità. Fu come infrangere un tabù secolòare: lo scrittore ricevette migliaia di lettere, sia di plauso che di rimbrotto, e fu duramente attaccato dalla Chiesa.

L’ansia religiosa è un tratto distintivo della figura di Coccioli, una religiosità all’insegna di un nomadismo spirituale che l’ha portato dal cristianesimo all’ebraismo, dall’iduismo al buddismo e allo scintoismo. E proprio alla fase di avvicinamento all’ebraismo si collega, nel 1976, l’uscita di questo Davide. Forse non il suo libro più importante ma di certo un lavoro di assoluta originalità nel panorama della narrativa di allora.

La struttura del testo sembra essere modellata su un grande antecedente, le Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar. Si tratta infatti di una grande “autobiografia apocrifa” del re biblico Davide, che, anziano e malato, rievoca la propria vita. Tutto in un serrato dialogo con Dio, a colloquio con il quale rilegge la sua vicenda esistenziale alla ricerca di un senso. Quello con la divinità è un rapporto intenso e quasi ossessivo, in cui anche il peccato e l’infedeltà sono superati da un amore, appassionato e passionale, che tutto comprende.

Dicevamo “autobiografia apocrifa”. Eppure la fedeltà al dettato biblico è pressoché assoluta, pur con la necessaria dose di invenzione letteraria. L’andamento dell’opera è di tipo riflessivo e digressivo, e a tratti il lettore sente la mancanza di uno schema narrativo più lineare. Molti capolavori della narrativa del Novecento hanno sistematicamente rinunciato alla “trama” e qui c’è anche una necessità interna: il testo cerca di rendere così il modo spontaneo e disordinato con cui i ricordi rampollano nella memoria del protagnista.

Ora, letto questo Davide, si fa ancora più acuto il desiderio di avere a disposizione gli altri titoli della ricca bibliografia coccioliana. Chissà se Sironi ha in cantiere la riproposta di altre sue opere. Ma forse sarebbe il momento che anche le case editrici maggiori si accorgessero di lui. Il quale i vita non ha avuto molta fortuna. Scomparso nell’estate del 2003, dopo una vita trascorsa in volontario esilio, sarebbe bello che potesse tornare a casa. Almeno con i suoi libri.

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