Altri dèi. Se Dio è buono, allora perché?

by

di giuliomozzi

[Questa è la prefazione che ho scritta per il libro di Andrea B. Nardi Altri dèi. Se Dio è buono, allora perché?, pubblicato da Eumeswil, in questi giorni in libreria]

Questo libro di Andrea B. Nardi è costituito da circa centoquarantanove pagine di introduzione e da due pagine di libro vero e proprio. E, per quanto possa sembrare bizzarro, va bene così.

L’introduzione è, in sostanza, una serie di schede sulle diverse risposte date dall’umanità – prevalentemente, ma non solo, dall’umanità cosiddetta «occidentale», ovvero «greco-mesopotamico-ebraico-cristiana» – a una domanda non da poco: se una divinità esiste, e se questa divinità pare pensabile solo come potentissima, magari onnipotente, e fondamentalmente orientata al bene, com’è che il mondo è pieno di male? Nardi non scheda tutte le soluzioni – ci vorrebbe un’intera biblioteca – ma certamente le più significative per noi e per il nostro tempo; e il testo ha il pregio della semplicità, sia d’esposizione sia di lessico, della precisione, e soprattutto della passione. Perché si sente bene, si vede bene, che per Nardi la questione è una questione vitale. Si sente bene, si vede bene, che Nardi non fa qui collezionismo teologico, ma cerca di capire con quali carte ci si gioca la vita: tutta la vita, anche eventualmente quella eterna.

Dalla risposta a questa domanda enorme, infatti, dipende la risposta a un’altra domanduccia: se la creatura sia libera o no (dico «la creatura» e non «l’uomo», perché la domanda può essere posta non solo sull’uomo, ma anche sul mondo intero, o sulle altre creature quali gli angeli, i demoni, gli animali, i vegetali, i virus eccetera). Infatti, stringi stringi, pare che secondo buona parte delle tradizioni il male sia stato generato da un atto di libertà. Lucifero poteva starsene lì a lodare il dio in eterno: usò la libertà, e cercò fortuna in altro modo. Eva poteva astenersi dal frutto dell’albero proibito: usò la libertà, e convinse anche Adamo a usarla, con le conseguenze che sappiamo. È legittima quindi un’altra domanda: che relazione c’è tra la libertà e il male?

E qui si arriva, dopo le centoquarantanove pagine d’introduzione, alla sostanza del libro. A quelle tre paginette pudicamente confinate in «Appendice», nelle quali Nardi scrive un’ipotesi di risposta alle tre domande di cui sopra. Un’ipotesi appuntata, scrive Nardi, per un eventuale «futuro studio». E l’ipotesi è, semplicemente: si è liberi solo se non si può scegliere.

Questo libro riporta, nelle prime pagine, una breve storia. Tre condannati, due adulti e un bambino, vengono impiccati. I due adulti muoiono in fretta, il bambino agonizza mezz’ora. Tra le persone costrette ad assistere allo spettacolo, una dice: «Dov’è dunque dio?». E un’altra risponde: «È lì, appeso a quella forca». Si può leggere questa storia nichilisticamente: il dio è morto, l’hanno impiccato, e buonanotte al secchio. Si può leggerla cristianamente, ricordando che Gesù disse: «Qualunque cosa avrete fatto a questi piccoli, l’avrete fatta a me», e immaginando il dio tutto impegnato ad allestire per quelle povere persone il più confortante dei Paradisi.

Si può leggerla anche, e forse è il modo più misterioso, pensando che solo l’agonizzante, al quale più nessuna scelta può essere offerta, gode di una libertà paragonabile a quella che attribuiamo al dio.
Giobbe, privato di tutto e reso quasi agonizzante, fece cattivo uso della sua ultima residua possibilità di scelta: poteva interrogare, e scelse di interrogare. E fu così insistente e petulante da meritarsi uno dei più impressionanti cazziatoni di tutta la storia dell’umanità: il dio spostò una nube di qua e una nube di là, si affacciò dall’alto dei cieli, e disse: «Io sono il dio, e pertanto faccio quello che voglio. Chi sei tu per chiedermi conto?». Mentiva, naturalmente, il buon dio, mentiva per bontà, per non terrorizzare Giobbe: egli, infatti, il dio, poiché è libero, non può scegliere, non ha nessuna scelta, e quindi nemmeno vuole, letteralmente, nulla. Onnipotente, ottuso e impavido abita nel cielo – e, per un amore incomprensibile, non abbandona gli umani.

Il sito personale di Andrea B. Nardi.

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16 Risposte to “Altri dèi. Se Dio è buono, allora perché?”

  1. Carlo Capone Says:

    Da scettico speranzoso (altra se pure paradossale definizione non saprei trovare delle mie attuali e dolorose e contorte faccende di fede) questo libro mi attira parecchio. Spero di trovarlo in libreria.

  2. claudia Says:

    resto sempre straziata di fronte all’ottusità di chi pone ipotesi come fossero dogmi e ci si muove dentro con la convinzione che quello che lui si è inventato sia l’unico mondo possibile.
    ci sono anche altri mondi, in cui ciò che origina il male non è la libertà, ma la conoscenza, per esempio, anche se pure questo caso si rimane sotto la precaria tettoia di un dio effettivamente esistente.
    l’esistenza di dio a me pare che complichi la vita e porti a tante e tali aberrazioni che veramente mi chiedo.. forse l’origine del male è proprio costui ? (o meglio, la convinzione che qualunque cosa discenda da lui).
    non è più semplice e veritiero pensare che dio è prodotto di una semplice, banale, ingenua e disonesta ipostatizzazione di valori ?
    capito questo, ci si è almeno liberati dalla necessità di ricondurre le categorie del bene e del male a qualcosa che viene dall’alto, a qualche ipotetica intelligenza superiore di indimostrabile esistenza.
    posto che i risultati dell’ipotesi “esistenza di dio” sono sempre insoddisfacenti, quando non assurdi, dannosi o aberranti.. cosa ci vuole per arrivare a cambiare ipotesi ?
    perchè tante difficoltà ?
    io non mi capacito.

  3. vibrisse Says:

    Per curiosità: chi sarebbe che “pone ipotesi come fossero dogmi”? Non certo il mio breve testo, che si limita a portare un’ipotesi fino alle sue conseguenze paradossali.

    E: chi avrebbe “la convinzione che quello che lui si è inventato sia l’unico mondo possibile”? Non certo Andrea B. Nardi: il libro è appunto un’esplorazione degli immaginari divini, un confronto con dozzine di mondi possibili.

    Peraltro: se nonostante le conseguenze “insoddisfacenti, quando non assurde, dannose o abberranti” dell’ “ipotesi ‘esistenza di dio’ “, ancora questa ipotesi viene posta e riproposta, ciò significa – appunto – che ci sono delle difficoltà; e sarebbe interessante studiarle.

    Potrebbe darsi ad esempio che, indipendentemente dall’esistenza o inesistenza del dio, sia nella natura umana postulare l’esistenza del dio. Su questo vi sono opinioni diverse. A esempio Richard Dawkins, nel suo libro “L’illusione di Dio. Le ragioni per non credere” (Mondadori 2007) sostiene che credere in un qualche dio, o comunque il pensiero religioso, non dia nessun vantaggio competitivo; ma Felice Cimatti, in “Il possibile e il reale. Il sacro dopo la morte di Dio” (Codice 2008) critica Dawkins e presenta la tesi che il “senso del sacro” (che però distingue nettamente dalla credenza in un qualche dio) dia invece alla specie umana un vantaggio competitivo. Che esista una “natura umana” è pure argomento su cui si discute: Carlo Ginzburg, ad esempio, nell’introduzione a “Storia notturna. Una decifrazione del sabbba” (Einaudi 1995) scrive (cito a memoria): quando cominciai queste ricerche, volevo dimostrare l’inesistenza di una natura umana; ora sono dell’opinione esattamente opposta.

    Ecc.

    giulio mozzi

  4. lycopodium Says:

    Ci sono diversi aspetti interessanti in questo post; uno relativo a Dio, l’altro all’uomo:
    1) mi sembra sia quasi un rapporto di cogenza tra il “si è liberi solo se non si può scegliere” e l’ipotesi di un “dio ottuso”, generico e genericamente ottuso;
    2) peraltro, a livello umano, una versione molto alla moda di libertà come semplice emancipazione, sembra una pura e semplice trascrizione della libertà divina; il “sarete simili a Dio” del serpente prevede però, per funzionare, una libertà come assoluto arbitrio …dal lato di Dio e dal lato dell’uomo;
    3) in alternativa propongo quella che dispone di un Dio niente affatto eckhartianamente ottuso, anzi dotato di molto criterio, che liberamente sceglie, predilige, elegge …; e di un uomo che liberamente scopre che la stessa libertà, come dono, nel suo essere e operare, necessita di una continua liberazione dalla emancipazione coattiva.

    luigi puddu

  5. giuliomozzi Says:

    “Ottuso” vale in contrapposizione a “brillante”, “bright” – il termine che persone come Dawkins propongono in un senso che sembra una traduzione attualizzante della parola “libertino” (nel senso filosofico). Per quanto mi riguarda – e speravo che si capisse, visto il tenore complessivo del testo – “ottuso” è una parola che esprime ammirazione. (E non ho studiato Eckhart).

    L’uso della parola “libertà” nel senso di “semplice emancipazione” non è “una versione molto alla moda di libertà”, ma è il senso della parola “libertà” che è stato elaborato – nella sua sostanza – dagli illuministi (inglesi e francesi): ed è il senso che normalmente si dà alla parola, almeno da un paio di secoli. Contavo che lo stridore tra i due sensi della parola si sentisse, nel mio testo.

  6. Carlo Capone Says:

    Invidio chi crede in dio, sinceramente, e penso, ho sempre pensato, che crederci sia redditizio, giusto per riprendere Pascal. Il guaio è che da quella sala scommesse ci sono uscito tanti anni fa, senza nemmeno ragionarci, al più rimandando al domani. Tanto c’è tempo. Oggi, che quel tempo è passato, mi ritrovo per strada solo come un cane, sempre più convinto che crederci, ma veramente, non sarebbe costato nulla, e che invece in nulla finirò, il nulla eterno. Me lo suggeriscono l’evidenza dei fatti, la mentalità scientifica – sono ingegnere chimico – gli studi, le letture, una certa cultura. Il nulla, questo mi aspetta, la non coscienza di me.
    Qualche anno fa un vecchio parente cui tenevo molto stava per finire. Per un ritardo dell’aereo riuscii a vederlo solo nella sala mortuaria dell’ospedale. La cassa era aperta, io mi sporsi, era giallastro. Per la conseguenza, credo, di tutte quelle flebo che si fanno a chi è grave. Ma come può essere, ricordo di aver allora pensato, di getto, che tutto si riduca a un corpo prosciugato, a un po’ di pelle ingiallita, a un viso senza storia e manco ricomposto nella serenità definitiva? no, dico, e le idee, l’intelligenza, l’amore, l’odio, la rabbia, l’estasi sessuale, la tristezza, la felicità, il sapere, la voce!, tutta quella roba là, che fine ha fatto? mica si tratta di ossa o cartilagini o muscoli o brani cerebrali, vasi sanguigni e palpebre e liquido seminale? sono impalpabili, quelle cose lì, non hanno forma, e non odorano, e neanche puzzano. Sono nell’aria – a questo pensai – e per questo, forse, ancora esistono.

    Carlo Capone

  7. lycopodium Says:

    Ops! Avevo colto (sbagliando) un retrogusto eckhartiano in “quindi nemmeno vuole, letteralmente, nulla”, mentre del tutto ignoravo la neolingua di Dawkins. Non posso che apprezzare il fatto che venga ribadito che “libertà” e “libertà illuminista” non coincidono.
    Devo dolermi degli equivoci, che però attribuisco alla recente, e dunque inesperta, frequentazione del blog.
    luigi puddu

  8. claudia Says:

    e insomma si finisce sempre per restare impigliati nel materialismo. che la religione cristiana sia la più materialistica di tutti, si sa. inutile farsi passare per ottusi, ovvero di ampie vedute 🙂 .. quando l’orizzonte rimane quello angusto di una sola dottrina, con il suo materialismo e la sua totale, cieca irrazionalità, che ha stimolato nella storia i più voluttuosi tentativi di giustificazione logica. penso a certi ragionamenti di pascal o, peggio, alle incredibili elucubrazioni di nicola cusano: sono dei simpatici esercizi di pensiero matematico, interessanti dal punto di vista speculativo, ma inutili e fuorvianti quando si prova ad abbassarsi al volgare campo della morale e della psicologia. perchè le istanze che portano alla creazione dell’ipotesi “esistenza di dio” (secondo me) sono di natura irrazionale, più che razionale: paura della morte, bisogno di giustizia, bisogno di amore, bisogno di conoscenza, di affidarsi a qualcuno che ti risolve i problemi quando non gliela fai. in questo territorio la logica astratta ha un potere minimo, quasi nullo. l’ha detto anche Agostino: “c’è il pericolo che i matematici abbiano stretto un patto con il diavolo per annebbiare lo spirito”. e infatti bisognerebbe proprio tenere distinto il pregevole discettare matematico, che nel caso dell’equazione “esistenza di dio” va che è una meraviglia (e allora dio è come specie di costante, assomiglia a pigreco, per dire), dall’altra parte della medaglia, in cui dio è un mero artificio psicologico, una proiezione di bisogni, che si sviluppa maggiormente in condizioni di disagio esistenziale o di grave ignoranza. perciò i casi sono due: chi crede in dio o è un raffinato pensatore che ha non ha bisogni materiali e che postula la sua esistenza perchè così le sue equazioni sono più eleganti, oppure (più verosimilmente, secondo me) si tratta un normale essere umano pieni di dubbi, bisogni e paure. nel primo caso dio rimane pura ipotesi (della cui reale esistenza importa gran poco, secondo le moderne teorie della scienza: basta che funzioni (e se non funziona l’ipotesi si cambia senza tanti sentimentalismi)), nel secondo credere in dio è una patologia da curare. ma per fare ciò sarebbe meglio non confonderla con il caso precedente.

  9. emanueletonon Says:

    Le esternazioni “de panza” come quelle di Claudia, sono quelle che mi confermano, sempre, nella mia fede traballante. Sentirmi dare dell’ignorante, mi fa sempre quest’effetto. E’ un po’ come leggere Oddifredi: la Chiesa cattolica, dovrebbe tenere seriamente in considerazione la sua opera di evangelizzazione. Dovrebbero farlo santo, Oddifredi, per tutte le anime che sta portando al dio.

  10. Felice Muolo Says:

    Mia suocera pregava assiduamente.
    “Sei sicura che Dio esiste?” Le chiesi un giorno.
    “No. Ma se esiste, voglio andare in Paradiso,” rispose.

  11. Federico Platania Says:

    @emanueletonon
    “Dovrebbero farlo santo, Oddifredi, per tutte le anime che sta portando al dio.”

    🙂 Io cerco però di mantere sempre distinta la fede dal clericalismo (che poi a volte possano procedere insieme è altro discorso). Ma sicuramente sto notando questa metamorfosi in me: ultimamente sto diventando più filoclericale. Il che, conoscendomi, lo trovo sorprendente. Ma il fatto che questo mi stia accadendo anche e soprattutto a causa del bassissimo livello dell’anticlericalismo in Italia, comunque, non mi piace.
    Mi piace andare in un posto perché ci voglio andare, non perché mi sto allontanando da un altro posto.

  12. claudia Says:

    insomma.. ho vinto. grazie a Odifreddi naturalmente, ma ho vinto !
    eh eh

    ps. de panza non sono le mie esternazioni, ma quelle di coloro che credono-perchè-credono nella resurrezione dei corpi (che gli rode di doversi decomporre..)

  13. emanueletonon Says:

    Claudia, a me non rode affatto. Io so che dovrò decompormi, fare amicizia con i vermi, per risorgere in questa carne. Questa carne sarà altra cosa, rispetto a questa che vive qui, ma sarà sempre questa, dice la mia fede. A significare che tale resterà la PERSONA. Se hai vinto qualche cosa, felicitazioni. Quanto al libro, lo ho ordinato. Da vecchio teologo ossessionato dalla teodicea, non posso perderlo.

  14. La bontà Divina Says:

    BS”D
    D-o è buono perché ci dà tanto, anche quando non lo meritiamo.
    Aria, acqua, cibo, vestiti, una casa calda, il libero arbitrio, un cuore che batte, persone care. E ci sono persone che hanno tutto ciò e molto di più, tutti i giorni, e si lamentano…

  15. claudia Says:

    emanuele.. un po’ le rode.. su.. lo ammetta..

  16. Paolo S Says:

    Torno a Vibrisse dopo mesi di assenza. Mi congratulo con Giulio per la sua capacità e per la coerenza con cui segue il proprio filo.
    Ciò detto, concetti o attributi “infiniti” come onnipotenza, infinita bontà, libertà incondizionata sono e saranno sempre gestibili dalla logica in modo insufficiente: il che rende qeste ipotesi semplici elucurazioni linguistiche, fiorite di paradossi.
    Questo non è un giudizio sul libro né sul testo di GIulio, ma la constatazione che, a parlarne, non nee verremo comunque fuori.

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