Dei confini tra il notiziario e la preghiera

by

di Aldo Nove

[L’articolo di Aldo Nove che leggete qui sotto apparve dieci anni fa nella rivista Fernandel. Nei prossimi giorni il libro Il culto dei morti nell’Italia contemporanea, pubblicato nel 2000 da Einaudi, sarà reso gratuitamente prelevabile, in formato pdf, qui in vibrisse. gm]

Morte e linguaggio. Simulacri prossimi l’un l’altro all’assente (qui e adesso, a dio) che Giulio Mozzi assembla nel Culto dei morti nell’Italia contemporanea con una precisione miracolosa. Con l’enfasi della catalogazione che si approssima al sinfonico, che lo sovrasta. Che ne diventa l’alibi più naturale. Con un inaudito svaporamento dei confini tra il notiziario e la preghiera. Dei confini tra pudore e ostentazione oscena. Dei confini (in questo senso, e in nessun altro, quella del Culto dei morti è una poesia «sperimentale»).
Nello scorrere di questi versi il dato biologico (l’eco che ne pervade il resoconto) oppone alla metafisica la sua disarmante presenza, la lascia decantare nel cut-up che campiona endecasillabi e prosa giornalistica, accordati sulla stessa pulsazione sinistra, ineludibile: la percezione della morte come fatto inesorabilmente individuale (come dato, potremmo dire ampollando il lessico, evenementale). La morte di Antonio Porta, la morte di Moana Pozzi, la morte interiore di quelle parate funebri che sono i premi letterari e insomma la morte di tutte le «persone» che emergono dall’opera ha la stessa spietata non pervasività del quotidiano dimesso che ci abita in esubero, ormai strutturale, di informazioni inutili («Sì lo so, notizie, soltanto notizie», scriveva Milo De Angelis vent’anni fa). Giulio separa alchemico le spoglie multimediali dell’ombre dei cipressi del millennio consumato, le consegna alla pietà che non si dice per troppo pudore, e pulsa fortissima negli andare a capo di una tradizione che sprofonda nell’incubo dei dati, nella «normalità», ancóra biologica, della morte a Sarajevo e oggi a Pristina

e potrei andare avanti a scrivere pagine e pagine di divagazioni attorno agli stimoli che questo libro mi ha dato. Invece chiudo qui, per dare un termine e scrivere l’unica frase che volevo davvero scrivere e che non sento infettata da un approccio da lettore che tende comunque a fare proprie istanze poetiche che poi sono di Giulio, e che nemmeno so se interpreto correttamente.
Il culto dei morti nell’Italia contemporanea è uno dei più bei libri di poesia italiana del Secondo dopoguerra che abbia letto.

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