Storie, conflitti (2007)

by

di giuliomozzi

[Questo appunto è stato scritto per una lezione presso il Circolo Walter Tobagi di Venezia. E’ una semplificazione, e va preso per tale. gm]

Principio fondamentale. È possibile immaginare pressoché qualunque storia come storia di un conflitto tra soggetti per il possesso di un determinato oggetto.

Chiarimento 1. «È possibile immaginare» significa appunto che «è possibile», ma non è né obbligatorio né necessario. Ci sono anche altri modi di immaginare le storie. Qui ne ho scelto uno, il «conflitto», perché è comodo da un punto di vista didattico.

Chiarimento 2. «Pressoché qualunque storia»: potrei dire addirittura «qualunque storia», senza il «pressoché». Questo, naturalmente, a prezzo di una certa semplificazione. Ci sono narrazioni nelle quali il «conflitto per il possesso di un determinato oggetto» è al centro di un ben più ampio dispiegarsi di avvenimenti; e ci sono narrazioni nelle quali la «storia» è deliberatamente occultata, sommersa da altre narrazioni, negata, messa alla berlina ecc. (esempio principe di taglio ironico, il romanzo Vita e opinioni di Tristram Shandy gentiluomo di Lawrence Sterne; esempio principe di taglio serio, il romanzo L’uomo senza qualità di Robert Musil).

Chiarimento 3. La «storia» non è il «testo», né la «narrazione». La «storia» è in susseguirsi di eventi. Quando qualcuno ci domanda che storia racconti un certo libro o un certo film, quella che noi gli raccontiamo è la «storia». In termini più tecnici, si tratta della «fabula»: parola latina con la quale si indica, in narratologia, il puro e semplice susseguirsi degli eventi. (Esempio. Nei Promessi sposi, la «narrazione» – ma non il «romanzo», che comincia con la Prefazione – comincia con l’incontro tra don Abbondio e i bravi di don Rodrigo; ma la «storia» comincia con l’innamoramento e il fidanzamento di Renzo e Lucia, con l’incontro casuale di don Rodrigo e del conte Attilio con le operaie della filanda – tra le quali Lucia – e con la scommessa tra i due, ecc.; e solo dopo si arriva a quel fatidico incontro).

Chiarimento 4. «Storia di un conflitto tra soggetti»: non, quindi, storia di un «personaggio». Si potrebbe sostenere, non senza successo, che «i personaggi non esistono, esistono solo le relazioni tra i personaggi». Ciascuno di noi è figlio di una relazione (carnale), cresce e diventa una persona riconoscibile come tale sempre in relazione con altre persone (la madre innanzitutto, poi gli altri adulti e/o i coetanei, ecc.). Come sa chiunque legga i giornali, gli eventi che vengono percepiti come «storie», e come «storie interessanti», sono gli eventi che contengono un conflitto («Figlio ama la mamma» non fa notizia; «Figlio squarta la mamma» fa notizia). Ora, la parola «conflitto» indica un’ampia gamma di relazioni: dalla «trattativa» alla «lite», dalla «competizione» alla «guerra». Il «conflitto» è ciò che genera la relazione (o una determinata fase di una relazione), il modo in cui il «conflitto» viene agito tra le due (o più) parti interessate è la «storia». Vale la pena di ricordare al volo che «soggetti» possono essere non solo persone umane ma anche persone non umane (gli dèi, i dèmoni, gli angeli, i folletti del bosco ecc.), gruppi di persone (gli abitanti di un paese, gli appartenenti a una casta o a un ordine monastico, un gruppo etnico o linguistico, gli amici di una certa persona, i soci di una società ecc.) e non-persone (un barattolo, un soldatino di legno, un computer: anche se in questi casi si produce di solito una antropomorfizzazione, o più esattamente una personificazione – ossia una trasformazione in persona).

Chiarimento 5. «Conflitto per il possesso». Si danno numerose forme di «possesso», dalla pura e semplice «proprietà» (e ci si può trovare a non avere il «possesso» di qualcosa, pur avendone la «proprietà»: vedi il caso di figli minori che ignorano la volontà genitoriale, o il caso di appartamenti i cui affittuari non vogliono saperne di andarsene) al «controllo completo» (che è, poi, il vero e proprio «possesso»). Ci sono forme di «possesso» che potremmo definire «parziali» (quando un oggetto è «posseduto» contemporaneamente da più soggetti, come può accadere per un figlio che ha due genitori o per un appartamento di proprietà di una coppia o di un gruppo di eredi), «provvisorie» (tutti i casi in cui un certo oggetto viene affidato in custodia, ad esempio), «su aspettativa» (quando il soggetto non «possiede» l’oggetto, ma ha la certezza oggettiva o soggettiva di entrarne «in possesso» in futuro: il fidanzato «si aspetta di possedere» i genitali della fidanzata dopo il matrimonio, il figlio «si aspetta di possedere» la casa dei genitori dopo la loro morte ecc.).

Chiarimento 6. «Un determinato oggetto». Per «oggetto» s’intende qualunque cosa, reale o irreale, corporea o incorporea, visibile o invisibile. Qualunque cosa sia «oggetto di un possesso» (o di un «potenziale possesso»), è appunto «oggetto». Si può dire: è «oggetto» qualunque cosa (reale o irreale ecc.) di cui un soggetto possa venire in «possesso». Possono essere «oggetti»: le cose naturali (terra, alberi, nuvole, fulmini ecc.), le cose materiali di produzione umana (o artefatti: case, ponti, cure mediche, gioielli, biscotti, software, testi ecc.), le cose immateriali di produzione umana (onorificenze, idee, sentimenti, stratagemmi militari o retorici ecc.), le persone sovrannaturali (dèi, dèmoni ecc.), le cose materiali prodotte da persone sovrannaturali (bacchette magiche, uova d’oro, guarigioni miracolose ecc.), le persone umane, il potere (potere politico, potere economico, potere su un determinato oggetto, potere di incantare, potere di trasformare la merda in oro, potere retorico – ricordiamo Mosè e Aronne: il primo ha il potere politico, il secondo ha il potere retorico, ovvero quello di parlare alla folla –, potere di intrattenere – ricordiamo il romanzo Infinite Jest, «Gioco infinito», di Foster Wallace – eccetera).

Esercizio. Prendiamo in considerazione un certo numero di narrazioni classiche o comunque molto note – questo per praticità: più persone conoscono la narrazione, più l’esercizio è utile a tutti –, e cerchiamo di descriverle nei termini di «conflitto tra soggetti per il possesso di un determinato oggetto». Notiamo da subito che spesso le narrazioni sono composte da una certa quantità di «storie», ovvero di «conflitti», che si svolgono più o meno parallelamente e/o contemporaneamente, e che eventualmente possono intrecciarsi. Ad esempio, l’Iliade è fin dai primi versi dichiaratamente la storia del conflitto («aspra contesa», secondo la traduzione del Monti) tra Agamennone e Achille per il possesso di Ippodamia detta Briseide, una povera giovinetta troiana prigioniera di guerra. Ma in realtà noi tutti ci ricordiamo l’Iliade come storia del conflitto – culminante nel duello – tra Achille ed Ettore; e non è, peraltro, che non manchino altri conflitti. L’esercizio di descrizione in termini di conflitti si può fare, ad esempio, su l’Odissea, su I promessi sposi, su Pinocchio, sull’Orlando furioso, su Un uomo di Oriana Fallaci, su Il codice da Vinci di Dan Brown ecc.

Corollario 1. Il conflitto è spesso, se non sempre, su due piani: materiale e simbolico.

Esempio. Il conflitto tra Achille e Agamennone è un conflitto chiaramente sul piano simbolico: Achille, in quanto guerriero più forte dello schieramento Acheo, rivendica il diritto di prendere per sé la prigioniera più bella; Agamennone rivendica per sé lo stesso diritto in quanto generale comandante dello schieramento Acheo. Ma è pur sempre anche un conflitto sul piano materiale: c’è una «cosa» da scambiare, ovvero la povera Ippodamia, e ciò che i due guerrieri vogliono è «possederla», ovvero avere il potere di stuprarla a loro volontà e piacere. Il conflitto diventa irrisolvibile (e ne segue quindi tutta la narrazione dell’Iliade) nel momento in cui Agamennone tenta di risolverlo sul piano materiale («E scópatela pure tu, Achille, ’sta zoccola di troiana!») e Achille rifiuta (giustamente, perché il «conflitto vero» è quello simbolico, e può essere risolto solo con un atto di umiliazione che Agamennone non è disposto a fare; oppure, più drammaticamente, da un evento – l’uccisione di Patroclo, amico prediletto – che spinge Achille a tornare in campo non per solidarietà con Agamennone e gli altri Achei, ma per ragioni di vendetta personale).

Corollario 2. Il conflitto viene spesso dichiarato, e spesso il conflitto che viene dichiarato non è quello reale.

Esempio. Lui dice a lei: «Mi rendo conto che non ti amo più». Lei risponde: «Lei chi è?». Ovvero, lui dichiara un conflitto tutto interno alla relazione esistente (quindi risolvibile in questo interno), lei è convinta che il conflitto abbia un’origine esterna (e quindi non sia risolvibile nell’interno della relazione). Lui dichiara, più o meno: «Entrando in relazione con te, ero convinto che sarei entrato in possesso – stabile, anche se forse non immediato – di una determinata forma di felicità, specificamente attinente alla relazione tra me e te, convenzionalmente indicata con il termine “amore”. Ho la sensazione di non possedere più questa forma di felicità». Lei risponde: «Entrando in relazione con me, tu eri convinto che saresti entrato in possesso – per un certo tempo – di una determinata forma di felicità, attinente genericamente alla relazione tra maschio e femmine, da te falsamente indicata con il termine “amore” ma più esattamente descrivibile con il termine “soddisfazione sessuale”. Ora hai individuata una femmina dalla quale presumi di ricavare – presunzione basata, suppongo, su una serie di test già compiuti – maggiori quantità di “soddisfazione sessuale”». L’«oggetto» attorno al cui «possesso» qui si avvia il «conflitto» è, probabilmente, la felicità. (Notiamo, come risulta dalla storia reale di molte coppie, come l’interruzione della relazione – ossia l’interruzione del desiderio di felicità comune della coppia – generi in ciascuno dei due ex componenti della coppia un desiderio di infelicità individuale dell’altro. Essendo infatti la felicità un oggetto che può essere posseduto, nel momento in cui il possesso comune non è più possibile diventa necessario impedire all’altro il possesso individuale della propria felicità).

Corollario 3. La «storia» di un «conflitto» è l’esposizione dei mezzi tecnici con i quali il conflitto viene condotto.

Esempi. Nei Promessi sposi il conflitto viene condotto, da parte di don Rodrigo, con i mezzi tecnici a lui specifici: il potere personale, i bravi, le catene di relazioni con altre persone dotate di qualche potere personale (il conte zio, l’Azzeccagarbugli, l’Innominato, il padre provinciale dei Cappuccini, Gertrude ecc.), la violenza, la minaccia, la strumentalizzazione del diritto, la strumentalizzazione dell’idea di onore eccetera. Da parte degli «umili», i mezzi tecnici sono: la rivendicazione del buon diritto, la strumentalizzazione del diritto (il matrimonio forzato, cap. viii), l’interposizione di un difensore appartenente a una categoria protetta (fra’ Cristoforo, che in quanto frate è sostanzialmente al riparo dalle minacce di don Rodrigo), la fuga, l’affidamento alla divinità (il voto fatto da Lucia nella notte di prigionia al castello dell’Innominato) eccetera. È l’esposizione del dispiegarsi di tutti questi mezzi tecnici che costituisce la sostanza della «storia» (che sarà peraltro risolta dalla Provvidenza).

Esercizi. Costruire schemi di storie basate sul principio fondamentale e sui corollari. Ad esempio: storie di due soggetti che vogliono il possesso di uno stesso oggetto; storie di più soggetti che vogliono il possesso di uno stesso oggetto; storia di due soggetti che vogliono il possesso di oggetti diversi ma correlati (es. Tizio vuole l’amore di Isabella, Caio ne vuole il patrimonio); storie di due soggetti uno dei quali possiede una cosa che l’altro vuole possedere. Immaginare un certo numero (una ventina) di diversi oggetti dei quali può essere desiderato il possesso, scegliendoli tra le varie categorie (vedi il Chiarimento 6): reali, irreali, simbolici eccetera; e immaginare quali soggetti potrebbero desiderarne il possesso, quali specie di conflitti potrebbero prodursi, con quali mezzi tecnici potrebbero essere condotti.

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