Appunti su Eluana Englaro

by

di Demetrio Paolin

[Un interessante commento a questo articolo è apparso qui].

Già alcuni mesi fa avevo scritto una serie di appunti su caso di Eluana Englaro. Ora è trascorsa più di una settimana dalla sua morte e ancora non riesco a fare su questa vicenda una riflessione complessiva. Quindi proprio come l’altra volta riporto solo gli appunti che ho steso.

La gente is reality. Se guardate con una certa attenzione i giornali, i siti web d’informazione e i social network avrete sicuramente notato che l’acuto di partecipazione alla vicenda di Eluana è culminato con lo spostamento a Udine della ragazza, mentre dopo la sua morte tutto è andato via via spegnendosi. Pochi giorni e la notizia era passata in secondo piano, meglio parlare della Sardegna o del Festival di Sanremo.

Guardando la televisione io mi chiedevo se c’era una differenza e se c’è una differenza tra quelli che il giorno in cui Eluana spirò scelsero di guardare il Grande Fratello e quelli che invece stavano davanti alla clinica a litigare, oppure stavano su Facebook a compilare status pro o contro questa povera ragazza e il suo corpo conteso. Quelle persone, quelle su FB, erano le stesse che qualche settimana prima non potevano non ricordare quanta gente moriva ammazzata a Gaza, e che ora discettano sul PD e la crisi economica o la costituzione.
Io credo che non ci sia differenza tra questi ultimi e coloro che hanno guardato il GF. Entrambi vivono la logica del sentimento istantaneo: s’indignano sul momento, si commuovono per qualcosa che tocca superficialmente. C’è una totale indeterminatezza del sentire che mi pare figlia del dolore spettacolarizzato, una sorta di fast food dove ogni sentimento viene metabolizzato e espulso nel giro di poco. Ovviamente quello che dico è una generalizzazione e so che come ogni generalizzazione, chiunque potrebbe dirmi che per lei non era così. Io a queste persone posso solo dire che io stesso potrei essere vittima di questo “sentire da reality”.

La morte è la continuazione dell’azione politica con altri mezzi. Ho trovato terribile che il corpo di Eluana diventasse oggetto di dibattito politico, ma su questo credo che Mozzi abbia scritto quello che avrei voluto scrivere io se fossi stato lucido nei momenti di bagarre politico mediatica. Ora mi chiedo che fine farà la legge sul testamento biologico e come sarà questa legge. La mia impressione è che la morte di Eluana sia servita a niente. Se posso correggere l’opinione di Giulio, al governo e alla stessa opposizione Eluana era utile agonizzante. Serviva la donna a cui avevano staccato l’alimentazione, e quindi s’avviava verso una fine dolorosa, ma che era ancora viva. Era necessaria l’agonia per fare in modo che non si decidesse niente, perché si rimandasse all’infinito il confronto, continuando in scaramucce sterili.
La migliore cosa, per la nostra classe politica, sarebbe stata l’infinita agonia di Eluana. Così da pacificare la coscienza di quelli che la volevano salvare e quelli che volevano farla morire dignitosamente. La morte, però, ha modificato le carte in tavola e ha ricordato che la politica è fare. L’azione politica è un formulare ipotesi, comportamenti e norme che diventano leggi generali e valevoli per ognuno. La mia impressione, leggendo il DDL sul fine vita, è che siamo di fronte ad una legge ad personam. La legge è stata pensata e costruita per la vicenda di Eluana Englaro, ma io non sono Eluana, nessun cittadino italiano lo è.

Talitakum. Guardando la televisione ho visto che un manifestante “pro life” portava in giro un cartello con su scritte queste parole tratte dal Vangelo. Mi sono chiesto cosa avrebbe dovuto fare un cristiano vero davanti ad Eluana? La risposta è semplice: pregare dio. E cosa si sarebbe dovuto chiedere a dio? Una cosa del genere: dio scendi stendi la tua mano su quella ragazza e sanala e riportala in vita. Senza macchinari, senza sondini. Tu stendi la tua mano e lei ritorna viva, ma viva nella pienezza, consapevole dei suoi anni. Adulta e viva. Talitakum significa questo.
Poi mi sono chiesto, ma siamo pronti a recitare una preghiera del genere? Mi pare di no, visto che i manifestanti pro-vita (tutti o quasi cristiani) si sarebbero accontentati di lasciare Eluana nella sua vita strettamente biologica.
Io, invece, ho recitato quella preghiera e forse anche altri, ma dio non ha ascoltato o non ha potuto. Il dio in cui io credo è il dio che fa risorgere la carne. L’anima è “cosa” che non riesco a capire, non riesco a comprendere o a trovare. Ciò che mi preme è il corpo. Dio è dio se salva il corpo; questo dicono le scritture a questo mi attengo. Ovviamente non ho nessuna base teologica per dire questo: ho solo questa immagine, che mi è rimasta impressa fin da piccolo, di dio davanti a una valle di ossa che le fa risorgere. Ora che nuovamente la redenzione sembra lontanissima, sono duemila anni che l’atteso non avviene, che preghiera può fare un cristiano per Eluana? Ora che è sprofondata nel nulla, quali parole può dire? Il cristiano può coltivare una attesa, che non è neanche preghiera ma disperazione amorosa, che alla fine dei tempi da quel nulla d’ombre il corpo della ragazza e di tutte le persone amate risorga.

La morte è una pratica. La vicenda di Eluana ci porta a fare una serie di ragionamenti sul morire. Morire è sempre stata una pratica paradossalmente naturale. Lo sviluppo della medicina e conseguentemente delle tecniche di cura ha reso il morire meno naturale. Una volta i vecchi ci insegnavano il “morire”, l’appressamento alla morte. Morire era un fatto, a cui ci si abituava. Ora mi pare che la medicalizzazione della morte abbia allontanato il morire dalla nostre esistenze.
La vicenda di Eluana mi ha riportato alla mente alcune tra le pagine più belle della letteratura italiana, quelle della Coscienza di Zeno in cui il protagonista assiste all’agonia del padre e pensa a come sia laborioso il respirare.
Si è perduto questo tipo di tensione, di sguardo e di consapevolezza del morire. Ho avuto netta la sensazione che i manifestanti “per la vita” non avessero nessuna idea di quanto sia faticoso l’atto del respirare. Mi sono sorpreso a pensare vedendoli che non avevano mai visto morire nessuno e che nei loro gesti c’era una reale povertà d’esperienza.

Il silenzio. Ho rotto con questi appunti scomposti e forse anche indegni il mio silenzio su Eluana. Mi ricordo che il giorno dopo la sua morte, telefonai a Giulio e gli parlai di questo mio blocco, non mi veniva di scrivere niente di organico. Ora sto cercando di capire i motivi della mia reticenza. Da un lato ho paura di aver vissuto io per primo uno psicodramma collettivo, fasullo e vacuo, ma dall’altra mi rendo conto che sono stato toccato nel profondo. Credo che tale profondo abbia un nome ovvero quello Beppino Englaro.
Credo di intravedere in quest’uomo, che ha subito una serie di attacchi vergognosi, il comportamento di un padre. Il mio silenzio nasce dallo stupore di chiedermi: è, dunque, questo amore così profondo, così tenero e impotente, ma così deciso che sfida leggi, che rischia di far cadere governi, che smuove coscienza, che dirompe ogni protocollo istituzionale, legislativo e giuridico, quello che un padre prova per una figlia?
Se lo è, e non dubito che lo sia, è un amore che mi spaventa e mi lascia silente.
Sarò mai un padre così? Amerò mai mia figlia così? Amerò mia figlia fino al punto di espormi alla gogna?
E infine, la amerei così tanto da sopportare la vergogna d’esserle sopravvissuto?

A queste domande non ho risposte e credo che tacere sia l’unica cosa.

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9 Risposte to “Appunti su Eluana Englaro”

  1. emma Says:

    Ribadirò concetti già espressi, ma sono convinta che la battaglia civile di Beppino Englaro – così come quella condotta da Piergiorgio Welby – si stata eroica proprio nella sua stoica accettazione di esporsi alla gogna mediatica, nella sua infinita tolleranza di fronte ai nostri giudizi ignoranti (perché credo che davvero pochissimi di noi sappiamo cosa significhi realmente accudire una figlia in stato vegetativo per qualcosa come diciassette anni). C’è assoluto bisogno di una legge sul testamento biologico, ma prima è necessario rispondere a quella che ritengo la questione essenziale: il nostro corpo appartiene a noi stessi o a un Altro? A chi spetta decidere in che modo e fino a che punto possiamo disporre di esso?

  2. pessimesempio Says:

    Mi piace quello che hai scritto, come sempre mi sembra scritto con una certa anima. Ma questo è un altro discorso. Sul merito di quello che hai scritto sono sostanzialmente d’accordo. La morte di Eluana ha interessato fino a che prometteva di essere spettacolo, vale a dire fino a che Eluana (che mi vergogno un po’ di chiamare per nome, perchè mica la conosco io?)era, come dici tu, agonizzante. Un po’ perchè a tutti noi (non so se proprio a tutti e non so quanto coscientemente) piace questo genere di sofferenza che non è nostra, che ci permette, nel bene e nel male, un’immedesimazione parziale e distante. Nel momento in cui è morta, così rapidamente, la tensione è subito calata, immediatamente e credo che lo si sia percepito, in un modo o nell’altro, anche sulla nostra pelle.
    Non sono invece d’accordo su quello che avrei augurato a questa ragazza, vale a dire che secondo me dio, se esiste, cosa su cui francamente non mi interrogo molto, perchè non mi interessa dio anche se credo di essere in qualche modo cristiana, anche forse lo sono e su questo dovrei interrogarmi di più se voglio fare discorsi del genere, insomma io credo che questo dio su cui non mi interrogo abbia fatto proprio quello che un padre dovrebbe fare, vale a dire portare a sè una figlia che soffre e toglierla così alla soferenza che gli uomini le infliggevano. Devo dirti la verità, lì per lì ho pensato che Eluana avesse scelto, in un modo o nell’altro, di morire, di lasciarsi finalmente morire. Lo so che sono discorsi un po’ assurdi e che si dovrebbero fare in maniera più ragionata, ma anche io vado un po’ a braccio, sull’onda di emozioni che ancora mi porto dentro. Un saluto, alessandra.

  3. mina Says:

    Caro Demetrio, la morte di Eluana non deve essere inutile, come non deve essre la morte di mio marito Piergiorgio. Sto lottando come un belva per tenere vigile la coscienza. Non ho l’aiuto dei media. Quello giusto sarebbe un programma di informazione vera, non quella che si è fatta su Porta a Porta. Sono passata qui per caso. sto cercando l’indirizzo di posta elettronica di don Enzo Mazzi con urgenza. Inviamelo alla mia mail che penso sarà visibile per te. Grazie

  4. patrizia Says:

    Condivido ciò che dici anche se non sono convinta che il “caso Eluana”, proprio come fu l’esperienza di Piergiorgio Welby, siano passate invano. La velocità della cronaca è un fatto. Ma nei giorni in cui la notizia era cronaca molte persone hanno cominciato a pensarci. I semi gettati forse germoglieranno chissà dove, chissà quando. Caso dopo caso anche la politica non potrà chiudere gli occhi. C’è gente come il senatore Marino e con lui i radicali e l’associazione Coscioni e molti altri che continuano a battersi, magari senza l’attenzione dei media ma magari sta al singolo andarsi a cercare le notizie. Il problema quindi se c’è non penso sia dei media ma della testa addormentata e imbambolata delle persone, la cui educazione non spetta ai media ma questo è un discorso più ampio. Ciò che volevo dire era altro: perché usi la parola “vergogna”? Perché vergogna della sopravvivenza a un figlio? Sì la colpa, sì il dolore, ma si tratterebbe di una colpa di cui un genitore non ha colpa sebbene il fatto sia innaturale. La vergogna implica un passaggio ulteriore, un giudizio. è qualcosa che nella tua riflessiona mi ha colpito, ha suonato come una stonatura, il campanello di qualcosa non detta fino in fondo. Magari mi sbaglio ma penso che dobbiamo usare le parole con molta attenzione quando con coraggio facciamo nostra l’esperienza di chi in un dato luogo c’è passato davvero.

  5. Luca Tassinari Says:

    Demetrio, sulla domanda “cosa si sarebbe dovuto chiedere a dio?” ecco quello che mi ha detto un prete che conosco poco prima della morte di Eluana Englaro: “prego solo che il buon Dio se la prenda in fretta”. Non so se questo prete è un cristiano vero, ma secondo me la sua è stata una buona preghiera.

  6. federica sgaggio Says:

    Demetrio, mi sembra che tu colga cose autentiche. Le «sento», intendo dire.
    La sensazione che non ci fosse alcuna differenza fra coloro che guardsavano in tv gli speciali sulla morte di Eluana Englaro e quelli che si concentravano sulle lacrime di una ragazza al Grande fratello l’ho avuta anch’io.

    Di più: ho avuto anche un senso di fastidio per la – non so come chiamarla – «battaglia» di Enrico Mentana per poter fare un suo speciale sulla morte di Eluana Englaro: come se voler guardare dentro l’immediatezza di quella morte potesse significare qualcosa in termini di cronaca; qualcosa di diverso che far parlare Tizio e Caio e Sempronia in omaggio all’indecente principio dell’«invitiamo uno che la pena così, uno che la pensa cosà e una gnocca commercialmente abbastanza riflessiva da poter fingere di parlare, e va bene anche se è ex gnocca».

    Però, sull’amore di un padre per la figlia mi sono interrogata a lungo.
    Veramente tanto. Mi ha mosso tante cose.
    La risposta parziale (nel duplice senso di «di parte» e – perciò – «incompleta») che mi sono data l’ho scritta qui: http://www.federicasgaggio.it/2009/02/perche-questa-lentezza-signor-englaro/

    Non so.
    Magari ti interessa, magari no.
    Ma mi sembrava pertinente.

    E a Mina vorrei dire che a me piacerebbe che, oltre che la loro morte, non sia inutile la loro vita, di persone che hanno o avrebbero voluto decidere quando andarsene.
    E vorrei che non fosse inutile neanche la vita delle persone che hanno condiviso tempo, luogo, speranze, aria e disperazione con uomini e donne che hanno amato mentre stavano proni o supini a letto, o accasciati su una sedia.

  7. demetrio Says:

    grazie. ringrazio tutti per l’attenzione e la lettura.
    alcune cose.

    A Mina quello che voglio dire è soltanto un gesto: un abbraccio forte. Veramente di cuore e di commozione.

    a federica: dico grazie per il suo post, leggo spesso il tuo blog, ma questo m’era sfuggito. Molto molto bello. E credo che la domanda che chiude il tuo ragionamento sia simile e speculare alle mie che chiudono questo intervento.

    a patrizia: cerco di spigare bene cosa intendo per verogna. Allora io non intendo che Beppino Englaro debba “vergognarsi” di quello che ha fatto, perché mi pare che tu l’abbia compreso così. Io parlo di un’altra vergogna che ad esempio descrive benbe Agamben, cioé la vergogna del sopravvivere.
    Fermati un attimo e pensa a quest’uomo che non so tra 10 mesi, un anno, mangiando una pasta, guardando un tramonto, tornando da una gita si sentirà felice… non credi che in quella felicità lui presagirà oscura una vergogna pensando a sua figlia non più viva?
    io pensavo a questo tipo di sentire. ecco.

    un’ultima cosa sulla mia riflessione sulla preghiera: c’era nella mia riflessione qualcosa di assurdo e spero di scandaloso. Io temo che spesso chi crede dimentichi come la salvezza sia il risorgere della carne.

    grazie ancora

    d.

  8. andrea barbieri Says:

    Incollo alcune parole di Mentana che chiariscono le ragioni della sua scelta:

    “il racconto dell’accaduto, passaggio dopo passaggio, si allontana sempre più dalla realtà, quasi sempre in buona fede; anche se c’è pure qualche mestatore all’opera per mettere in giro balle e veleni assortiti”.

    Quindi Mentana voleva fare semplicemente il suo mestire: il giornalista. Allora ha formulato tre proposte ragionevoli all’azienda:
    “aprire nel programma una o due finestre del tg5; oppure inserire attorno alle 22 dieci minuti di Matrix; o infine chiudere il Grande Fratello non alle 24, com’era previsto, ma un’ora prima, così da trasmettere una puntata di Matrix in grado di essere seguita da un pubblico meno sparuto”

    Nessuna delle proposte è stata accettata. Di conseguenza Mentana si è dimesso da direttore editoriale (non dal ruolo di conduttore di Matrix). L’azienda ha accettato le dimissioni ma le ha estese anche alla conduzione di Matrix.

    E’ una vicenda semplice, di onestà (voler svolgere il proprio compito di giornalista) e di coerenza (dimettersi).

  9. patrizia Says:

    allora era solo una questione di termini, demetrio. tu chiami vergogna ciò che io chiamo colpa, ma continuo a pensare che siano due cose diverse. in quali termini, dovrei fermarmi bene a pensare e forse sarebbe un bello spunto di riflessione. ciao.

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