Una scheggia micidiale

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di Demetrio Paolin

[Questo brano lo scrissi alcuni anni fa per la giornata della memoria. Mi è tornato in mente in questi giorni, in cui l’assenza di Bruno Vasari si è fatta per me dolorosa. E’ il mio modo di ricordare i morti, i sopravvissuti e tenere memoria di quello che è stato. dp]

Primo Levi, in un breve saggio, ne L’altrui mestiere, racconta come camminando e guardando i marciapiedi si scoprono tanti segreti di una città.
Io ho sempre avuto l’impressione che Torino parli una lingua difficile da districare: proprio come certi vecchi che ti raccontano una storia che fatichi a capire, perché è raccontata con parole che non si usano più, ma proprio perché così strane, extravaganti rispetto al nostro dire comune, alla fine ci colpiscono e ci affascinano.
Camminando per le vie di Torino e guardando non all’insù, ma all’ingiù, dice Levi (per Levi l’uso degli avverbi insù e ingiù è centrale: ingiù è l’uomo conficcato nell’inferno del lager, insù è il desiderio di uscirne), possiamo scoprire che alcuni marciapiedi sono feriti, bucherellati e colpiti da piccole pietre. Sono le schegge delle bombe, dice sempre Levi, che esplose in un punto si sono sperse in un raggio di chilometri.
Da quando ho letto questo racconto ho iniziato a guardare Torino, come una sopravvissuta, come una vecchia dalle rughe fonde che porta su di sé i segni di un oltraggio violento.
Una di queste schegge micidiali, di questi bolidi, è conficcata vicino a piazza Bodoni.

Non so se avete presente la poesia di Primo Levi Il superstite, spero di sì, però non è della poesia che voglio parlare. Anche se ci sarebbe da dire di quella chiusa disperata “Non è colpa mia se vivo e respiro/ e mangio e bevo e dormo e vesto panni”, che rimanda a Inf. XXIII, 141: “e mangia e bee e dorme e veste panni”. Che uno dirà: embè, è una citazione da Dante, dove è la novità né sono pieni di Cantos di Pound, o ne troviamo a bizzeffe in The Waste Land di Eliot. Certo, ma che citazione, che contesto. Seguite un attimo: Levi con i suoi versi vuole discolparsi per essere sopravvissuto (il male di sopravvivere), ma per farlo usa un endecasillabo di Dante che si riferisce all’anima di un dannato, che è già nel più profondo inferno, mentre il suo corpo è ancora in vita. Levi si paragona ad un fantoccio senza vita, e discolpandosi si accusa.

Non voglio parlavi della poesia, ma della sua della dedica, che di per sé è semplice, due iniziali: a B.V.
Infatti se andate vicino a p.zza Bodoni c’è un campanello con queste due iniziali. Suonate e vi trovate davanti B.V. al secolo Bruno Vasari, grande amico di Levi, partigiano, deportato a Mauthausen, autore del libro, il primo che narrava dei campi di concentramento, Mauthausen. Bivacco della morte (1945), presidente dell’Aned, vice direttore della RAI negli 50 e 60, uomo di punta del Partito d’Azione, triestino di nascita, ma adottato da Torino.

E’ un uomo di grande corporatura, anche se adesso è un po’ curvo, squisito nei modi e soprattutto immane nella voglia di portare testimonianza.

Ho lavorato con lui in alcuni progetti dell’Aned e in questo modo siamo entrati in confidenza e siamo diventati amici. Una volta, durante una pausa, gli ho chiesto come si sentiva ad essere il dedicatario di una delle poesie più belle della letteratura italiana (è questa una mia personalissima convinzione). Lui sorrise, mentre accarezzava il suo gatto, complice di tutte le nostre attività editoriali.

”Un giorno parlavo con Primo e lui mi diceva di questo suo sentimento difficile da spiegare, ovvero di sentirsi usurpatore della vita altrui”

“La poesia di Levi è nata quel giorno e siccome ne aveva parlato con me, Primo fece il gesto affettuoso di dedicarmela. Quello che ha scritto Levi è un sentimento doloroso che ogni deportato sente proprio: ti ricordi Calore no?”
“Certo, come no…”

*
E come non potevo ricordarmi Bepi Calore, che ho incontrato a Milano in un maggio caldo. Stavo curando un suo libro-intervista, quando Bruno mi disse che secondo lui bisognava fargli ancora qualche domanda. E allora mi ero messo in viaggio ed ero finito a casa sua. Una casa bellissima e luminosa. Lui mi accoglie con gentilezza: ha una pelle limpida, quasi senza rughe, gli occhi azzurri e umidi, e la sua magrezza è appena coperta dalla camicia e da un paio di pantaloni di taglio classico. Abbiamo parlato per ore. Finita l’intervista, Bepi mi ha accompagnato alla porta e mi ha abbracciato, poi le sue mani hanno stretto i miei polsi, e fissandomi negli occhi mi ha detto:

”Io mi sono chiesto mille volte perché sono vivo. Già quando ero a Mauthausen, e i miei compagni mi confidavano le loro ultime volontà, perché dicevano che io sarei tornato e loro no, io mi chiedevo perché mi sarei dovuto salvare io e non loro. Perché? Mille volte me lo domando: perché io vivo e loro sono morti? Perché? Perché?”
Io non gli risposi. E uscito nell’afa milanese, mi sembrò di respirare.

*
E’ un sentimento, quell’assenza di respiro e di parola, che ti prende ogni volta che incontri un testimone, come se ti levasse l’aria dai polmoni. Quel sentimento strano, quell’angoscia spossante è presente in tutti i testi di letteratura concentrazionaria.
Agamben per descrivere questo sentimento parla de “la vergogna dell’esistere”, anzi la vergogna dell’esserci ancora. Ecco perché quando sento parlare di memoria pacificata, provo ribrezzo.
Sì ribrezzo.
Avete mai parlato con un deportato? Non letto, sulle pagine, ma parlato faccia a faccia, la tua faccia davanti alla sua, con lui che ti guarda negli occhi, che muove le mani, e si aggiusta i capelli?
Insomma se lo farete, ecco lui vi sembrerà vivo in tutto per tutto, ma che con le sue parole dirà il contrario, ovvero che stai parlando con un fantasma, con un morto, che gode di una breve vacanza, perché la morte ha lasciato – per motivi imperscrutabili – il lavoro a metà.
Un uomo consapevole che nessun lavoro viene lasciato incompiuto.
Sentire i discorsi di questi uomini è sentire un campionario di male, da riempirti per sempre; ogni incontro è colmare la misura, ogni volta è un sentirsi afflitti con loro, con loro subire quelle angherie.

”Noi – mi diceva Bruno un giorno, in cui era particolarmente turbato – dobbiamo farlo, dobbiamo per forza parlare: è un fatto di egoismo, o di sopravvivenza, e di storia. Io non posso portare per tutta la vita quei ricordi, o meglio li posso portare, ma devo condividerli con qualcuno. Ecco perché racconto, so che raccontando infliggo i miei dolori ad un altro, è una sospensione di pena breve, leggera, volatile, ma c’è. Io ad esempio infliggo a te i miei dolori, le cose che ho subito a Mauthausen. Io so che tu non potrai mai capire fino in fondo cosa significhi, e nello stesso tempo è falso che io mi liberi della mia angoscia. Per un secondo, però, tu senti, quasi per osmosi, il mio dolore, il mio strazio. E questa comunanza ci porta a voler ricordare, a farne memoria e storia”.
Ecco perché odio.
Io so che bisogna studiare, ricostruire obiettivamente i fatti, non essere mai falsificatori, ma detto questo io non penserò che ci possano essere delle motivazioni ragionevoli per pacificare la memoria.
La memoria pacificata è una memoria depotenziata: finisce per appiattire, per rendere tutto uguale.
Chi vuole poi lo faccia.
Io per me preferisco conservare il ricordo di queste vite e delle milioni di vite che hanno incenerito i cieli e la terra di mezz’Europa.
Io lascio a voi la pace.
Io mi tengo il ricordo e l’odio.

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3 Risposte to “Una scheggia micidiale”

  1. Paolo Melissi Says:

    L’assenza di memoria è la fine di qualsiasi storia. si lascia, senza memoria, la storia a chi la scrive. o la riscrive. ai negazionisti, in questo caso, o allo smeriglio deficiente dell’indifferenza di massa, all’oblio incosciente e ridanciano dei più. sono stato a mauthausen, e Devo ricordare le vite passate di lì, spezzate, rimaste ad memoriam nelle foto affisse. monumento e memento

  2. cletus Says:

    Faccio un ragionamento rozzo, lo ammetto io per primo.
    Trovo che quest’overdose di celebrazioni, stia finendo col costituire una sorta di lasciapassare per l’inferno. In luogo di rappresentare una giornata dedicata alla memoria di TUTTE le popolazioni che hanno patito soprusi a causa di motivi razziali, penso che di fatto abbia contribuito a propalare nella stanca opinione pubblica (che si ricorda “a gettone”) una sorta di vittimismo di ritorno, tale da far tollerare come mera questione d’autodifesa cosucce tipo il recente massacro a Gaza.
    In altri termini, l’enfatizzazione di una violenza subita, stando semplicemente ai fatti, non affranca i suoi eredi dal rischio di riperpetuarla, peraltro in barba a quell’ente barzelletta che è diventato l’inascoltato ONU. Cosa ricorderanno i nostri eredi fra vent’anni ? Mi auguro insieme a Dachau, anche l’Armenia, il Ruanda, la Palestina stessa. Ecco, questa si sarebbe una giornata non sprecata in una memoria a senso unico, ma un vero monito universale, contro la sopraffazione dell’uomo sull’uomo.

  3. Alesandra Says:

    Il 27 gennaio di 15 anni fa (ricordo bene la data per motivi personali) ero su un autobus a Pisa. L’autobus stava attraversando Piazza dei Miracoli. Era una giornata chiara, assolata, ma molto fredda e c’era poca gente. Forse era presto, andavo a lezione all’università. Lì, in Piazza dei Miracoli, salì un vecchio. Era magro. Doveva essere stato alto da giovane, ma adesso era un po’ curvo, scorciato. Aveva gli occhi chiari, un numero tatuato sul polso e sorrideva. Sorrideva e parlava a voce alta dicendo che ogni anno quel giorno lui festeggiava il suo compleanno, perché tanti anni prima, era tornato a vivere. E diceva che era felice e che era bello essere ancora al mondo, anche da vecchio. Mostrava alla gente il tatuaggio e piangeva. Io non sapevo, davvero, non sapevo che cosa ricorresse quel giorno. Eppure avevo vent’anni e studiavo. Che vergogna. E’ così che ho saputo del giorno della memoria, è così che lo ricordo, è questa un’immagine che è entrata in un racconto che ho scritto almeno 10 anni dopo. E quel vecchio non sembrava dolersi di essere sopravvissuto ma sembrava davvero grato al caso di non avergli strappato la vita. O forse ero troppo ignorante e troppo giovane per capire, per vedere altro.

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