L’indice di Giovanni (2001)

by

di giuliomozzi

[Scrissi questo testo per un’opera di Simone Racheli (della quale non sono riuscito a ricuperare un’immagine: era una delle sue sculture iperrealiste, rappresentante un giapponese che sbucava da dietro una tenda, la macchina fotografica in mano) e lo lessi giovedì 12 settembre 2001, a Milano, presso Parete Bariatti. Per avere un’idea dell’iperrealismo di Racheli, basta guardare queste tre immagini dall’album we-make-money-not-art: 1, 2, 3].

Giovanni – lo chiameremo Giovanni perché questa, per il momento, non è ancora una storia: è soltanto l’indice di una storia, uno schema, una tabella di riferimento; e quindi il nome Giovanni può andare bene, come un nome qualsiasi – Giovanni dunque era provvisto, nella sua vita, di un’ossessio-ne. Niente di male, niente di grave, niente che richiedesse l’uso di psicofarmaci o la frequentazione di un curatore; niente che lo spingesse a comportamenti speciali, asociali, a rischio – come si usa dire – o cose simili. In somma: Giovanni era in attesa di una rivelazione, di una rivelazione molto importante e significativa, diciamo pure di una Rivelazione con la R maiuscola. Di un qualcosa che all’improvviso gli si schiudesse. Di un’illuminazione. Di uno svelamento. Di uno scostarsi repentino della realtà con la r minuscola, che lasciasse intravedere la realtà con la R maiuscola – o forse, cosa che Giovanni non poteva non temere, l’assoluta mancanza d’una realtà con la R maiuscola: un vuoto, un nulla, un infinito inutile, un aldilà di siepe privo di qualunque interesse e senso. Per questo, a causa di questa sua ossessione, Giovanni amava molto le isole. Abitava in una città di trecentocinquantamila abitanti, né ben grande né ben piccola, in mezzo alla pianura padana, con le Alpi bene in vista nelle giornate limpide; lavorava indefessamente, con la specifica funzione di contabile, presso un grossista di pezzi di ricambio per macchine per la confezione di prodotti alimentari; trascorreva le serate, da single qual era, frequentando vecchie e insoddisfacenti compagnie o tentando nuove e incerte avventure; accettava le ferie più o meno quando gliele davano, in agosto o ai primi di settembre, e senza esitazioni o ripensamenti andava a piazzarsi su un’isola.

Il tempo dell’isola era, per Giovanni, il tempo della lettura. Comperava libri un po’ a caso, seguendo il suo istinto bizzarro (era attirato dai libri grossi, tutto qui) e i confusi consigli degli amici (delle loro fidanzate, più che altro); con qualche migliaio di pagine nello zaino s’imbarcava nel treno, nel traghetto, raramente nell’aereo, e finiva col restarsene sul bordo d’un qualche mare – Jonio, Tirreno: non che cercasse avventure esotiche – a leggere avventure mirabolanti, senza interruzione. Una delle poche volte che una donna lo accompagnò – per lasciarlo, ovviamente, una settimana dopo il rientro – un po’ ammirata e un po’ spaventata gli diceva, o diceva rivolta alla compagnia degli improvvisati amici di vacanza: «Ma veramente tu li mangi, i libri!». Che non si vedesse alcun prodotto di questo cibarsi, che Giovanni trascorresse da un libro all’altro senza visibili mutamenti dell’umore e dell’eccitazione, che in sostanza – guardando la cosa dal punto di vista di Giovanni – tanto divorar di pagine non escrementasse mai un briciolo di rivelazione; non se ne accorgeva nessuno, ovviamente.

Giovanni cercava una Rivelazione; non avendo tempo di cercarla durante l’anno – rientrava ogni sera dall’ufficio assai stanco, disgustato dal lavoro che non gli piaceva affatto – s’impegnava a cercarla durante le ferie; e non sapendo bene dove cercarla, la cercava nei libri: nelle storie raccontate. Ogni tanto, mentre leggeva, aveva la sensazione di avvicinarlesi. Non dubitava che la Rivelazione, qualora l’avesse incontrata, sarebbe stata una Rivelazione di bellezza e santità. Certo: temeva il nulla, ma se gli si fosse rivelato il nulla, probabilmente non lo avrebbe accettato come vera rivelazione, ma piuttosto lo avrebbe respinto come rivelazione falsa, o falsificata: una deliberata e apposita – per lui – produzione del Maligno. «Forse è una questione di fortuna», avrebbe detto, se avesse avuto qualcuno con cui parlare di questo, con cui condividere tanta aspettativa: «Si cerca e si cerca, e c’è a chi capita una Rivelazione divina, e c’è a chi capita la truffa dell’Avversario». Che dipendesse dai suoi eventuali meriti o dalla forza della sua fede, era cosa di cui dubitava. Troppe storie aveva lette, di persone che nulla cercavano – eppure erano state trovate, e sommerse e colmate, dalla più imprevista delle Rivelazioni. Quanto a lui, gli pareva che disporsi all’attesa e darsi un metodo fossero due scelte semplici e accettabili. L’isola era un buon luogo per attendere, forse migliore di altri. Leggere libri era un metodo come un altro, non peggiore di altri. Lui – così pensava, quando pensava a sé stesso – lui «era lì». Lui era l’uomo che «è lì», che è disponibile, che attende, che può essere preso o invaso, che è perfino moderatamente – e, per dirla tutta, anche un po’ scetticamente – disponibile alla Rivelazione.

Questa storia, dunque, come si sarà capito, ora non può diventare che la storia di come e quando Giovanni fu trovato dalla Rivelazione, eventualmente nascosta in avvenimenti minimi e di per sé di trascurabilissima importanza; o, in alternativa, e forse più novecentescamente – ma il Novecento è morto, grazie al cielo – di come e quando Giovanni attese e attese, su questa e su quell’altra isola, e mai nessuna Rivelazione gli si presentò. Essendo queste le parti più prevedibili del racconto, le salteremo. Ci fermeremo invece ad osservare, ma brevemente, alcune tra le forme con cui l’ossessione di Giovanni si presentava a Giovanni stesso, nei non frequenti casi in cui Giovanni stesso la percepiva come un’os-sessione – cioè non come, semplicemente, la propria natura, ma come la sovrapposizione di un qualcosa estraneo alla propria semplice natura.

Una certa antipatia, ad esempio, per le porte a soffietto, le porte automatiche, i tendaggi, le cordelle antimosche e simili. Per tutto ciò che può non ben chiudere e non ben lasciare aperto un luogo di passaggio. A casa di Giovanni, le porte erano aperte o chiuse: semiaperte, socchiuse, non importa se aperte o chiuse, questo no. Era capace di dolersi – arrabbiarsi no, per carità – con l’occasionale fidanzata se questa, dopo qualche settimana di frequentazione della sua casa, ancora non aveva ben memorizzate le regole sulla chiusura e l’apertura delle porte. Nella scelta di un bungalow o di un monolocale, una volta giunto sull’isola di turno, l’assenza di tendaggi e la buona chiusura delle porte – di quelle, almeno, che dovevano star chiuse – era una vera conditio sine qua non. Naturalmente, poteva andar bene un bungalow con tendaggi, se questi si potevano togliere: Giovanni era comunque una persona pratica. Che in questo suo desiderare e cercare aperture e chiusure ben precise e regolate si possa riconoscere un patente sintomo nevrotico, non si può negare. D’altra parte, per un uomo che perlopiù viveva da solo, non era nemmeno un sintomo nevrotico del quale ci si potesse rendere gran conto. Quindi, anche gli amici o le temporanee amiche che se ne fossero accorti, eventualmente prendevano la cosa per un tratto di carattere un po’ ridicolo; raramente se ne preoccupavano.

Più grave, forse, o semplicemente più avvertibile, era l’in-tolleranza per le apparizioni improvvise. I colleghi di Giovanni, ad esempio, al magazzino, avevano imparato a salutarlo ancor prima di entrare nel suo ufficietto (la cui porta era rigorosamente aperta): gli davano una voce, un passo o due prima di entrare gli dicevano qualcosa come: «Ehi, Giovanni» o «Senti, Giovanni», e così tutto andava bene. Sorprenderlo, entrare silenziosamente, non anticipare la propria venuta, significava farlo sobbalzare, metterlo in agitazione, rischiare una risposta scortese – della quale poi Giovanni si sarebbe dispiaciuto e scusato, ma per intanto c’era stata. Le fidanzate venivano regolarmente dotate di chiavi, e istruite a suonare comunque il campanello: uno squillo, un avviso, un segnale. Come per dire: «Caro sono io. Non sono una Rivelazione. Non sono il velo di Maia che cade. Non sono l’oltresiepe che si presenta. Non sono la tua via di Damasco. Sono niente più che Marina, o Stefania, o Lorella, o Costantina: che tu conosci, tu sai, ti è ben nota, sai cos’è». Suonavano, aprivano la porta con le chiavi, e si trovavano difronte un Giovanni pronto, attrezzato, quieto, sorridente.

Nell’isola, purtroppo, non era mai semplice difendersi dalle apparizioni improvvise. Le spiagge, ad esempio, anche le più tranquille, erano sempre abitate e attraversate da persone indifferenti a tutto. Le letture di Giovanni potevano essere interrotte all’improvviso anche cinque o sei volte, nel corso della giornata: poteva essere il pallone dei bambini, le improvvise urla delle tribù di ragazzotti, la radio troppo alta, la ragazza scompagnata che attacca bottone; sempre le solite cose, ma sempre, ciascuna per un istante, impreviste e improvvise, non annunciate, perciò faticose. A volte Giovanni addirittura rinunciava alla lettura, e stava lì seduto, in spiaggia, a guardarsi intorno, nel tentativo di prevenire ogni possibile irruzione, di non essere mai sorpreso. Altre volte s’innervosiva, diventava irritabile, aveva la sensazione di star lì, sull’isola, a sprecare il proprio tempo e i propri soldi.

Queste abitudini e questi comportamenti, possiamo notare en passant e avvicinandoci alla conclusione di questa storia, o indice di storia, o semplice ritratto – queste abitudini e questi comportamenti di Giovanni spiegano ampiamente, non c’è dubbio, la sua sostanziale solitudine, la sua incapacità a condurre dei legami amorosi più durevoli d’una stagione, la sua parallela incapacità a interrompere dei legami amicali formati nell’adolescenza e diventati ormai, di fatto, nell’età ormai tragicamente adulta, del tutto privi di senso.

Come concluderemo dunque? Indicando, appunto, alcune possibili conclusioni. Giovanni morirà vecchissimo, in un’isola, senza avere avuta la sua Rivelazione. Giovanni avrà la sua Rivelazione – ma non in un’isola, bensì proprio nel suo ufficio al magazzino; nel momento in cui meno se l’aspettava; perché questo è un finale ironico, se non si fosse capito: e naturalmente Giovanni ne morirà sul colpo. Oppure: Giovanni avrà la sua Rivelazione, e questa gli cambierà la vita. Diventerà un santo, un delinquente, un profeta, un finanziere, quel che sia. Diventerà, letteralmente, «altro da sé stesso». Conclusione difficile da eseguire, questa, anche perché preludente a un’altra storia; ma noi non abbiamo voglia di un’altra storia, avendone già più che abbastanza di questa. Infine, la conclusione che preferiamo: Giovanni, non ha la sua Rivelazione, o forse ce l’ha, diciamo tranquillamente: «Chi se ne frega»; perché questa conclusione non è concettuale, non l’abbiamo trovata ragionando, ma ci è stata presentata come pura immagine, visione non premeditata, dono del cielo: Giovanni muore all’improvviso, nell’isola, mentre legge steso sulla sedia a sdraio, nell’ora più calda, sotto la veranda; muore per un infarto – un infarto da sorpresa, da evento improvviso – muore per un infarto provocato dall’inatteso ma nettamente percepibile clic, alle sue spalle, della macchina fotografica d’un turista giapponese, sbucato da dietro una tenda.

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