Marco Candida fa una domanda

by

di Marco Candida

[La domanda è stata posta prima qui, poi qui]

Come mai ora che ci possiamo confrontare quotidianamente sulla rete, scrittori, critici, editor, aspiranti, e crescere insieme, e promuovere l’idea migliore di letteratura, la più onesta, come mai poi nelle librerie escono ancora gli stessi libri di sempre – con le dovute eccezioni, quasi regolarmente ignorate?

Naturalmente io – giulio mozzi – posso solo aggiungere domande alla domanda. Ad esempio: quali sono “gli stessi libri di sempre”? Come si può descrivere uno “stesso libro di sempre”? Come si fa a distinguere uno “stesso libro di sempre” da altri libri? Se “gli stessi libri di sempre” è una specie di libri, quali sono le altre specie di libri? Se ora che ci possiamo confrontare quotidianamente sulla rete eccetera si pubblicano “gli stessi libri di sempre”, non sarà che è giusto pubblicare proprio quei libri lì? Per quale ragione il fatto che ora ci possiamo confrontare quotidianamente sulla rete eccetera dovrebbe portare alla pubblicazione di libri che non siano “gli stessi libri di sempre”? Ci sono esempi significativi di casi nei quali l’incremento delle relazioni tra scrittori, critici, editor, aspiranti, abbia portato alla pubblicazione di libri che non fossero “gli stessi libri di sempre”? E sarà poi vero che oggi si pubblicano “gli stessi libri di sempre”?

Eccetera.

Aggiungo queste domande alla domanda perché credo che Marco Candida abbia posta una domanda molto seria. So bene che qualcuno potrebbe dirmi: “Insomma, Mozzi, intendiàmoci, è inutile menare il torrone, sappiamo tutti di che cosa stiamo parlando”; e so per esperienza che presumere di sapere di che cosa si sta parlando è spesso un ottimo sistema per non capire di che cosa si sta parlando.

(E già che ci siamo, vi invito a meditare anche su questa considerazione qui, sempre di Marco Candida).

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75 Risposte to “Marco Candida fa una domanda”

  1. andrea barbieri Says:

    1. l’elenco di coloro che si dovrebbero confrontare è fatto di addetti ai lavori che mi pare una cosa curiosa.
    2. ho l’impressione che molti scrittori stiano in rete soltanto per promuoversi.
    3. gli scrittori fanno una gran fatica a confrontarsi tra loro, se sei un autore difficilmente sei aperto a voci diverse dalla tua.
    4. alcune novità in libreria si sono viste (qualche esempio a caso e fuori da giudizi di valore: il libro di Candida per Sironi, le ultime cose di Genna, l’ultimo libro di Scarpa, gli ultimi lavori di Moresco, e metterei anche i lavori che rientrano nella etichetta del NIE).
    5. ci sono libri seriamente innovativi, che proprio perché sono seriamente innovativi faticano a trovare la pubblicazione (Autunnale, per esempio).
    6. alcuni dei migliori scrittori non scrivono più. Dipenderà da ragioni personali non lo discuto, però un’industria culturale più capace e meno mortificante aiuterebbe…

  2. Marco Candida Says:

    Caro Giulio, ma: il significato di “gli stessi libri di sempre” si può dedurre dal contesto della domanda, e in particolare dalle parole “l’idea migliore di letteratura, la più onesta”. Per di più, non puoi far finta di ignorare quel “con le dovute eccezioni, quasi regolarmente ignorate”.

    Stante questo, accetto che tu chieda quali sono questi “stessi libri di sempre”. Accetto anche che tu pretenda addirittura una descrizione strutturale di questi libri. Accetto che chieda un metodo per orientarsi tra questi libri. Accetto che ti interroghi se debba davvero esistere una relazione tra il confronto quotidiano di un “ambiente lavorativo” e un suo eventuale miglioramento. Accetto che tu chieda esempi. Non accetto, però, che ti domandi se sia giusto pubblicare “quei libri di sempre” e non accetto, e respingo fortemente, quando poni anche soltanto la domanda se oggi non si pubblichino “gli stessi libri di sempre”, stante quello che ho dovuto spiegare all’inizio di questo commento.

    Grazie comunque per aver ripreso la domanda.

  3. Marco Candida Says:

    “E sarà poi vero che oggi si pubblicano “gli stessi libri di sempre”?”. Ecco, non accetto questo.

  4. ezio Says:

    Non capisco se Marco abbia o meno fiducia nella rete. Pensa, oppure no, che il confronto quotidiano nelle pagine dei commenti dei blog, e nei rimbalzi fra post e post, fra blog e blog e nelle liste di discussione, e nelle mail private possano produrre un buon frutto?
    Perché se lo pensa la domanda non è una buona domanda, perché prima bisognerebbe valutare se questo sia vero, e se non dovesse esserlo, è pure inutile la chiosa di Giulio (cosa sono gli stessi libri di sempre?); se non lo pensa, la domanda non è molto interessante (per cui propenderei per la prima ipotesi, che, ripeto, andrebbe verificata).

    Personalmente non credo sia importante capire cosa siano gli stessi libri di sempre, perché non so sia vero o no che si pubblichino gli stessi libri di sempre (che Marco identifica chiaramente, a prescindere dal fatto se siano o no “davvero” gli stessi libri che si pubblicano “sempre”con i libri che “non rispondono alla migliore idea di letteratura”, “i libri disonesti”), primo perché probabilmente la categoria è troppo vasta al punto da essere ovvia (sempre si sono pubblicati gli stessi libri di sempre); secondo, e soprattutto, perché personalmente ritengo non giusta la condizione posta da Marco e cioè che le chiacchiere in rete abbiano potuto produrre qualcosa di buono.
    Credo che la rete abbia potuto produrre aggregazioni culturali, o facilitarle, forse; le quali, tuttavia, per produrre qualcosa hanno dovuto svilupparsi giocoforza al di fuori della rete stessa, nel mondo reale, là dove da sempre si formano le idee nuove: nei bar, nelle trattorie, nei marciapiedi fuori del cinema, o nei tinelli, davanti a un litro di rosso.

    Se questo non è accaduto dubito che la rete di per sé possa aiutare (troppo “rumore”); se invece sia accaduto confesso che non sono in grado di dire se abbia effettivamente dato frutto, se cioè abbia fatto sì che venissero pubblicati libri diversi da quelli che si sono pubblicati sempre. Bisognerebbe che qualcuno sia in grado di dimostarlo.
    Ezio

  5. giuliomozzi Says:

    A me pare che Marco
    – presuma che il confronto quotidiano nella rete possa dare buon frutto;
    – constati che non dà buon frutto;
    – si domandi perché non dia buon frutto.

    Resta da decidere che cosa sia il “buon frutto”, ovvero i libri che non siano “gli stessi libri di sempre”, i libri che corrispondono a “un’idea migliore di letteratura, più onesta”.

    Faccio notare che “migliore” e “onesta” sono, mi pare, categorie etiche. E in questo sta l’interesse della domanda di Marco.

  6. andrea barbieri Says:

    Boh.
    Son stupidone: ho bisogno di sapere cosa significa in generale “gli stessi libri di sempre”, e quali sarebbero i titoli degli “stessi libri di sempre” che posso trovare in libreria.
    E poi mi servirebbe sapere cos’è in generale la letteratura “onesta”, e quali sarebbero i titoli di letteratura “onesta” e quelli di letteratura “disonesta” che posso trovare in libreria.
    Dopodiché posso iniziare a ragionare.
    Scusate ma io sono rozzo, immaginate Tarzan che si ciondola dalla liana.

  7. andrea branco Says:

    Forse perché interessano più i “casi”, i “personaggi”, dei libri? O perché nessuno è d’accordo su quale letteratura sia “più onesta”? O perché esistono più divisioni che unioni? O perché nessuno ha una tv con cui programmare sempre e solo booktrailer di letteratura onesta, una librotv?
    O perché degli “stessi libri di sempre” ne parlano tutti (foss’anche per prendersela con gli “stessi libri di sempre”), mentre delle “eccezioni” ne parlano in pochi, e sono poco seguiti?

  8. Marco Candida Says:

    Ricopio il commento che si trova su Nazione Indiana:

    Il commento che ha scritto Agata nell’ultima recensione di Francesco Forlani è molto bello. Anche le parole che scrive in questi commenti sono condivisibili. Però, mi domando: perché spendere queste parole per Marilena Renda? Ammettiamo che nel testo ci siano cliché, ammettiamo che la Renda scriva glamour, perché prendersela con lei, quando ci sono un migliaio di libri simili distribuiti nelle librerie? La vogliamo colpevolizzare perché non ci ha proposto qualcosa di nuovo? E gl’altri? E chi pubblica per le grandi case editrici? In fondo Marilena Renda non ha fatto altro che raccontarci una cosa che sentiva l’esigenza di raccontare, e ha trovato qualcuno, Domenico Pinto, che l’ha pubblicata. Perché riversare su Marilena Renda l’astio che si è accumulato negl’anni verso testi commerciali, e non vissuti sulla propria pelle, per riprendere le parole di Agata? Forse si potrebbe agire in questo modo, quando si commenta: “Questo testo di X, mi ricorda i testi dei ben più noti Y, Z e K” e a questo punto addosso con le critiche a Y, Z e K. Non è sbagliato pensare che se esistono testi brutti è perché ’sono esistiti’ ed ‘esistono tuttora’ testi brutti, e che questi condizionano quelli. Sono rimasto abbastanza deluso dall’intevento di Gherardo Bortolotti su blog e letteratura. Certamente una spiegazione esaustiva di che cosa siano i blog, e molto utile e appropriata in certi contesti, in un contesto come quello della rete, però, a me è sembrato deludente. Forse, si potrebbe avviare sul serio una riflessione sui blog e sulla letteratura entrando nel merito della questione. La domanda forse potrebbe essere: “Come mai ora che ci possiamo confrontare quotidianamente sulla rete, scrittori, critici, editor, aspiranti, e crescere insieme, e promuovere l’idea migliore di letteratura, la più onesta, – un’idea che in parte può essere quella di Agata – come mai poi nelle librerie escono ancora gli stessi libri di sempre – come le dovute eccezioni, quasi regolarmente ignorate?”.

  9. Alcor Says:

    Sì, la formulazione “gli stessi libri di sempre”può esser vaga, però il succo mi pare chiaro: io l’ho letto così: come mai l’attenzione dei giornali e la presenza in libreria è puntata sui libri più commerciali che sono sempre gli stessi?
    Intanto perché la generazione più aperta (anche per puro spirito imitativo) è invecchiata e si è stufata di leggere e vuol essere intrattenuta e hanno vinto la fiction e la leggibilità.
    E la generazione più giovane ha molte altre cose da fare, oltre a leggere libri. Compreso il compito non piccolo di mettere assieme i soldi per vivere. (E i libri costano un sacco)
    Poi perché hanno vinto le grandi catene librarie che espongono e attirano l’attenzione del pubblico sui pochi libri più venduti che evidentemente fanno guadagnare di più (non so per quale meccanismo) di molti libri venduti in poche copie.
    Poi perché le case editrici storiche che non avevano come primo punto in programma il profitto in denaro, ma un profitto più articolato, hanno cambiato padrone, e non parlo solo di Einaudi.
    Poi perché c’erano delle istanze forti che dicevano quali erano i libri importanti e venivano seguite anche se non erano di agevole lettura, creando attraverso questo esercizio alla lettura complessa anche lettori capaci. C’era una élite che faceva opinione e veniva seguita, ma è andata a ramengo assieme al concetto di élite.
    Faccio un esempio, La ragazza Carla veniva letta anche dalle signore curiose per ragioni modaiole, mentre adesso leggono la Cibrario e sentono di non dover dimostrare più a nessuno che sono à la page.
    Potrei aggiungere molte ragioni più articolate e intelligenti, citare autori ecc, che si possono riassumere nella stupida frase “è cambiato il mondo”.
    Detto questo, si può far qualcosa?
    Intervenire sulla distribuzione?
    Creare delle librerie alternative, almeno nelle grandi città che siano collegate tra loro e lavorino di concerto con una distribuzione se non propria, almeno alternativa alle messaggerie? E che diventino centri di aggregazione?
    Fare rete?
    Trovare capitali (senza non si può)?
    Sulla rete di cui si parla qui invece ho cominciato ad avere dubbi, credo che al di là dell’impressione che può dare a chi la frequenta, sia un circuito piccolo, di poche migliaia di persone, sempre che siano migliaia. E che litiga e si frantuma peggio che nel mondo reale.
    Io la frequeno da qualche anno ormai e mi pare fatta di poche centinaia di persone.
    Poi sapere che le presentazioni non fanno vendere, soprattutto se ognuno si fa le sue e che perché siano almeno un momento di cultura bisogna saperne fare anche una buona regia (un maledetto “evento”?).
    Faccio un esempio legato alla mia vita privata, questa volta ci sta.
    Ho partecipato qualche anno fa a una presentazione collettiva di autori di una stessa casa editrice. Il primo ha parlato a saletta (molto etta) piena, finito il primo il gruppetto dei suoi sostenitori si è alzato e se n’è andato con lui. Poi ha parlato il secondo, e una volta finito si è portato via il suo microscopico pubblico, e un altro po’ di persone se ne sono andate anche loro.
    L’ultimo ha parlato con la sua mamma e il suo papà e me che ero scandalizzata e ho resistito fino all’ultimo. Mi è parso indecente, la casa editrice mi è parsa incapace, la maleducazione mi è parsa dilagante.
    Era evidente che mancava non solo la regia culturale, ma proprio il buon senso.
    Fare rete fuori dalla rete, magari usando la rete potrebbe essere un modo, ma dovrebbe esserci una autorità “critica” o anche “culturale” riconosciuta, se non c’è ognuno rema per sè e la barca gira in tondo.
    Io odio le lamentazioni, le lagne, e compagnia cantante, per questo ogni tanto sembro cinica, ma se non si mette il naso della realtà con spirito distaccato, senza stare a flagellarsi ma dicendo, bene, quali che siano le ragioni, E’ COSI’, e adesso vediamo cosa si può fare, tutto questo resta l’occasione per un post & thread.

  10. Alcor Says:

    Mi scuso per la lunghezza, scricvo sempre sul quadratino e non me ne accorgo.

  11. Alcor Says:

    Aggiungo una cosa che mi attirerà magari gli improperi di qualcuno.
    Il lbro è un prodotto e una casa editrice un’azienda.
    Questo hanno capito, o deciso -a voi la scelta – le grandi e medie case editrici.
    Un’azienda e un prodotto hanno bisogno di competenze tecniche per funzionare, che non siano soltanto competenze creative, ma organizzative e commerciali, invece mi pare che questa parte sia sottovalutata e in qualche modo snobbata da molti.
    Ma come può competere un libro che non ha alle spalle una piccola macchina organizzativa e commerciale efficiente con un libro che ha alle spalle una macchina potente e oliata?
    Grazie a internet?
    Forse, tra dieci anni, nel frattempo se non morirà la gente moriranno le idee.

  12. andrea barbieri Says:

    Bene, Tarzan ha avuto la risposta, anche se un po’ ermetica, ma lo capisco, se fossi un artista anch’io parlerei ermetico e anche allegorico.
    Dunque i ‘soliti libri’ sono i libri ‘commerciali’.
    Però, capisco dalla risposta, concretamente in libreria esisterebbe soltanto un sicuro titolo commerciale, scritto da Marilena Renda. Boh, sarà vero?
    Il fatto è che ho paura dei sottintesi, perché spesso i sottintesi – per esempio il concetto di ‘libro commerciale’ – non si capiscono tanto bene.
    Cos’è un libro commerciale?
    E’ un libro che vende tanto?
    E’ un libro studiato a tavolino?
    E’ un libro che può raggiungere tutti e non solo una elitè intellettuale?
    E’ un libro che viene ordinato in numerose copie dalle librerie?
    E’ un libro scritto da un autore riconosciuto come autore ‘commerciale’?
    E’ un libro sotto i riflettori della tv?
    E la letteratura ‘onesta’ cos’è è? Vabe’ lasciamo perdere…

    E poi sono Tarzan, mi serve che mi indichino col dito le cose. Vorrei sapere i titoli. Ma non li posso sapere. Certo, sono sottintesi anche quelli.

    OhhhhhAhooooAhooooo!
    Azz, mi si è rotta la liana son caduto su un coccodrillo!

  13. andrea branco Says:

    a proposito di prezzi: compro libri. la maggioranza con sconti, a metà prezzo, etc. i libri in prima edizione sono casi eccezionali, per quanto mi riguarda. il 2008 è stato forse l’anno in cui ne ho comprati di più, ma non credo di essere arrivato a 5. sono un lettore disordinato.

  14. giuliomozzi Says:

    Alcor, scrivi: “hanno vinto le grandi catene librarie che espongono e attirano l’attenzione del pubblico sui pochi libri più venduti che evidentemente fanno guadagnare di più (non so per quale meccanismo) di molti libri venduti in poche copie”.

    Il meccanismo è semplice.
    Se voglio esporre diecimila titoli, ho bisogno di molto spazio. Se voglio esporre cento titoli, mi basta molto meno spazio. Lo spazio costa. Se il fornitore è in grado di farmi avere giorno per giorno esattamente i libri che venderò, posso non dotarmi di un magazzino. Il magazzino costa. Eccetera.

    Vedi questo articolo sulla “coda lunga”:
    http://www.vibrissebollettino.net/archives/2007/05/la_coda_lunga.html

    Peraltro, l’espansione delle grandi catene librarie (in particolare di Feltrinelli) negli anni Ottanta e Novanta e il fiorire di tante nuove case editrici nello stesso periodo sono due eventi strettamente correlati. I grandi spazi delle catene, offrendo un ampio assortimento, hanno permesso l’affermarsi e la crescita dei vari Iperborea, minimum fax, Marcos y Marcos e compania briscola. Nello stesso periodo i cosiddetti librai indipendenti diminuivano costantemente l’assortimento.

    Oggi – è vero – stiamo assistendo a un percorso parzialmente a ritroso. Non parlo delle librerie Mondadori (librerie nelle quali ciò che mi colpisce, di solito, è la scarsità o addirittura l’assenza dei libri). Ma le Feltrinelli, da qualche anno, stanno puntando a una brutale massimizzazione del profitto. Gli editori che non fatturano più di tot, rischiano di essere esclusi dall’intera catena. E anche gli assortimenti stanno, così a occhio, diminuendo. Però invito a leggere questa intervista a un direttore di libreria Feltrinelli:
    http://www.vibrissebollettino.net/archives/2008/03/un_libraio.html

    Infine: “L’attenzione dei giornali e la presenza in libreria è puntata sui libri più commerciali che sono sempre gli stessi”. E dàgli con questo “sempre gli stessi”.

  15. Marino Michele Says:

    bisogna fare un discorso più ampio per arrivare ad una buona risposta. Tu ti riferisci alla letteratura, che è uno dei maggiori campi artistici, ma bisogna capire che tutta l’arte, ogni sua faccia, è in mano a persone che hanno soldi da investire ma non hanno nessuna idea di quella che sia l’arte, o di cosa l’arte comporti. Loro vedono i libri, proprio come possono essere quadri, sculture, album musicali, film e via discorrendo, solo come prodotti commerciali. Gli artisti sono diventati dei prodotti commerciali. L’arte e il talento sono solo dei FOTTUTISSIMI PRODOTTI COMMERCIALI. Fintanto che l’arte non sarà in mano agli artisti … continueremo a vedere prodotti commerciali sugli scaffali (e questo penso che sia quello che intendeva Candida quando ha sottoposto la domanda; questa in risposta a giulio mozzi). non resta che auspicarci che gli artisti riprendano in mano il loro mondo … e forse vedremo qualcosa di nuovo, una ventata di frescazza in questa aria stantia che puzza solo del vil denaro.
    Marino

  16. Marco Candida Says:

    Alcor, lo so, i problemi appaiono insormontabili.

  17. Marco Candida Says:

    Giulio, il primo articolo che segnali nel tuo ultimo commento contiene una inesattezza. I Pink non sono un gruppo musicale. Pink è una cantante solista. Ha venduto ventitré milioni di album in tutto il mondo ed è assimilabile a Britney Spears e a Beyoncé.

  18. Alcor Says:

    (Con chi ce l’ha barbieri?)

    Mozzi, ottimo, allora lasciamo le cose come stanno e nessuno si lamenti più.

    La cosa dello spazio a pagamento ecc. la so, mi chiedevo come mai una casa editrice guadagni di più (sempre che sia vero) con pochi libri molto venduti che con molti libri meno venduti.
    Questo è vero? o mi sbaglio? potrei anche sbagliarmi, e allora la domanda cade. Anzi, so già che in un certo senso mi sbaglio, perché una buona casa editrice conta su tutti i suoi autori, ma se le capita di trovarne un paio che tirano molto non li lascia al loro destino già felice, sposta le armate su questi ultimi. E lascia che i più deboli si arrangino. O mi sbaglio?

    Il mio “sempre gli stessi” non si riferiva a titoli precisi, ma alla categoria della “leggibilità”. Questa categoria della “leggibilità”, così insistita io ho cominciato a sentirla circa vent’anni fa. Forse la si è sempre cercata, ma non si insisteva su questo, si insisteva sul criterio, forse altrettanto vago, di qualità, (a cosa rispondeva? se avessi tempo farei uno studio degli epistolari editoriali del tempo) poi è arrivato il binomio qualità-leggibilità. Adesso mi pare che il binomio sia leggibilità-narratività.
    Nessun editore chiederà mai dammi un brutto libro privo di qualità, è ovvio, ma se io gli proponessi (a un editore medio-grande) il libro sperimentale, poco narrativo, di scrittura ardua, magmatico, di un esordiente, mi guarderebbe con gioia?
    Per questo c’era un tempo uno spazio maggiore direi, e anche lettori più orientati a correre il rischio.
    E se io oggi gli proponessi invece un romanzo leggibile, con buoni personaggi femminili, una certa ma non esasperata densità psicologica e un plot avvincente, penso che mi osserverebbe con piacere.
    Mi è capitato di proporre un autore più di vent’anni fa, anzi, lo ho presentato ingenuamente come “romanzo”, e il direttore editoriale mi ha risposto tutto allegro, “magnifico, fiction, fiction!!!”
    Poi però non era fiction, e ha lamentato la “mancanza di un progetto narrativo” tirando fuori addirittura Paolini (l’artista). Era vero, l’autore non aveva un progetto “narrativo”, non è che tutti gli autori abbiano progetti “narrativi” lineari.
    Porto soltanto un caso, e un caso non fa testo, ma a me era sembrato un segno dei tempi.
    Detto questo, se una casa editrice disposta a scommettere su testi che non corrispondano al solo binomio leggibilità-narratività vuole essere presente nelle librerie, cosa fa?
    C’è qualcosa che si può concretamente fare?
    Non è il mio mestiere, ma mi interessa.

    PS, puoi per una volta non contestarmi le inevitabili piccole incongruenze del discorso e vedere il punto anche se la mia logica mostra crepe?

  19. Alcor Says:

    @candida

    paiono insormontabili, è vero, ma lo sono?

  20. Marco Candida Says:

    Alcor, no.

  21. Alcor Says:

    lo stesso penso anch’io

  22. giuliomozzi Says:

    Breve riassunto. Alcor interviene in questa discussione. Tra le altre cose, dichiara di non sapere qual è il meccanismo per cui si guadagna di più vendendo tante copie di pochi titoli che vendendo poche (o non tantissime) copie di tanti titoli. Io cerco di spiegare perché (equivocando, peraltro: perché mi era parso di capire che lei si riferisse alle catene di librerie, mentre ora mi è chiaro che si riferiva alle case editrici). Ora Alcor scrive: “Mozzi, ottimo, allora lasciamo le cose come stanno e nessuno si lamenti più”; e aggiunge – presumo sempre rivolgendosi a me -: “puoi per una volta non contestarmi le inevitabili piccole incongruenze del discorso e vedere il punto anche se la mia logica mostra crepe?”.

    Ora Alcor precisa: “mi chiedevo come mai una casa editrice guadagni di più (sempre che sia vero) con pochi libri molto venduti che con molti libri meno venduti”. Se rispondo a questa domanda, sarò accusato di voler lasciare le cose come stanno? Se rispondo a questa domanda, sarò accusato di star lì a contestare le piccole incongruenze del discorso e di non “vedere il punto”?

  23. Marco Candida Says:

    Naturalmente potrei essere molto più esplicito e affrontare direttamente la questione. Non voglio farlo perché non ho intenzione di bruciarmi quello che ho da dire in un thread di commenti. Aspetterò Paolin. Nel frattempo, ringrazio ancora per l’attenzione di Giulio e dei commentatori.

  24. Marco Candida Says:

    Caro Giulio,
    chiosi:

    “Naturalmente io – giulio mozzi – posso solo aggiungere domande alla domanda.”

    Non è mica vero che puoi fare solo questo. Ad esempio puoi cercare di rispondere alla domanda. Questo vale anche per Andrea Barbieri. Hanno ad esempio risposto Alcor, Michele Marino e il Branco.

  25. Alcor Says:

    Oh madonna santa, Mozzi.
    No, non sarai accusato.
    Come del resto non ho fatto neppure sopra: il primo era un commento corredato da una specie di brusco auspicio generale e il Ps una preghiera, non accolta.
    Posso dirti (è una domanda retorica) che sei defatigante?

  26. Marco Candida Says:

    No, Alcor, Giulio fa bene a comportarsi come si comporta e dal suo atteggiamento si può imparare molto.

  27. macondo Says:

    C’è un nodo gordiano, e, purtroppo o no, lo si deve tagliare: il libro come “prodotto commerciale” non è che una specificazione dell’universale che muove, da secoli, il mondo: la merce.
    Ma è passata invano tutta la discussione (già tarda) sulla mercificazione dell’arte anni ’60? O il Benjamin dell’opera d’arte all’epoca della sua riproducibilità tecnica?

  28. Alcor Says:

    Non vedo cosa posso imparare, ma non metto in dubbio che dal suo punto di vista abbia delle ragioni, a me ignote.

  29. giuliomozzi Says:

    Chiedo scusa, Alcor. Pensavo che scrivendo: “puoi per una volta non contestarmi le inevitabili piccole incongruenze del discorso e vedere il punto anche se la mia logica mostra crepe?”, tu intendessi accusarmi di contestare le inevitabili piccole incongruenze del tuo discorso e di non vedere il punto. Evidentemente non è così.

    I costi per la produzione di un libro, lasciando perdere tutte le spese generali, sono:
    – costi per trovare, selezionare, scegliere il libro;
    – costi per acquistare i diritti;
    – costi per il lavoro di redazione;
    – costi di composizione e stampa;
    – costi di promozione;
    – costi di distribuzione.
    Alcuni di questi costi sono “una volta per tutte” (scelta del libro, redazione, composizione), e quindi se il libro vende molto diventano, man mano che si vende, sempre meno rilevanti.
    Altri (distribuzione, diritti) crescono se crescono le vendite: incidono con una percentuale fissa.
    Pertanto, se vendendo – mettiamo – 4000 copie di un libro l’editore ci guadagna più o meno il 10%, e copre tutte le spese fatte “una volta per tutte” (queste sono cifre credibili per un libro “medio” di un “medio” editore), dalle 4000 alle 10000 copie il guadagno comincia ad aggirarsi attorno al 30%; e dalle 10000 in poi è tutto grasso che cola.
    In altri termini: poiché il costo grosso nella produzione di un libro è costituito da “ricerca e sviluppo” e da “messa a punto di un originale”, una volta che si è rientrati delle spese di R&S l’originale si replica infinite volte con costi bassissimi.
    Quindi un editore che pubblica 100 libri e vende di ciascun libro – mettiamo – 6.000 copie, ha un profitto nettamente inferiore a quello di un editore che pubblica 10 libri e vende di ciascuno 60.000 copie. A parità di copie totali vendute.
    Dichiaro sotto la mia responsabilità che:
    – queste cose che ho scritte non costituiscono in nessun modo contestazioni a incongruenze (che peraltro non ho rilevate) negli interventi di Alcor;
    – che questa mia sintetica descrizione di un meccanismo economico non ne costituisce una difesa.

    Quanto ad alcuni altri punti in discussione, rimando ad alcuni articoli apparsi tempo fa in vibrisse:

    Come funziona la distribuzione:
    http://www.vibrissebollettino.net/archives/2005/10/piccoli_editori.html

    Il diritto di resa:
    http://www.vibrissebollettino.net/archives/2005/10/piccoli_editori_1.html

    Come è fatto il prezzo di un libro:
    http://www.vibrissebollettino.net/archives/2005/10/piccoli_editori_3.html

    Quando un libro si venderà?
    http://www.vibrissebollettino.net/archives/2005/11/quando_un_libro.html

    Ovviamente anche in questi articoli le descrizioni dell’esistente non vanno considerate approvazione dello stesso.

  30. giuliomozzi Says:

    E, tanto per legare il discorso sui librai e quello sugli editori: un editore che per far vendere a un libraio 100 libri complessivi gli deve dare 10 titoli, occupando quindi 10 spazi, è ovviamente (per il libraio) un editore meno “interessante” di quello che gli dà un solo libro da 100 copie…

  31. Alcor Says:

    🙂

    Semplice e chiaro.

    Mi chiedo a questo punto, se un certo numero di piccoli e medi editori trovasse le forse economiche per creare una rete di librerie proprie (sorvolo per il momento sulle modalità) il dare spazio in modo non concentrato sui successi conclamati ai libri di questi editori renderebbe poco interessanti quelle librerie per gli editori stessi (perché alla fine questi libri occuperebbero cmq uno spazio utile e commerciabile che anche la rete in proprio di librerie potrebbe utilizzare con lo stesso criterio, guadagnando in quanto librerie e non come lunga manus degli editori) o i costi e i ricavi si pareggerebbe, o ne guadagnerebbero comunque?

    Non so se sono stata chiara.
    Sono curiosa di sapere se questa eventualità è stata mai presa in considerazione e, nel caso, se sono stati fatti i conti.

  32. giuliomozzi Says:

    Che io sappia, questa via non è mai stata presa seriamente in considerazione, e per una ragione banale.

    I piccoli editori sono tutti sottocapitalizzati. Aprire delle librerie significa investire capitale. Come si fa ad aprire librerie essendo sottocapitalizzati? Semplice: si fa un franchising, ossia si inventano un marchio, uno stile, un arredamento, un’immagine corporata insomma, e poi si propone a librai già esistenti o ad aspiranti librai di aderire alla catena o di aprire una libreria direttamente dentro la catena.

    In questo modo, buona parte (la gran parte) dell’investimento lo fanno i librai. Ma una catena di questo tipo può funzionare (cioè diventare seriamente redditizia) solo con un investimento a lungo termine (e mi pare che le ragioni siano evidenti). Quindi i librai dovrebbero non solo investire in gran parte loro, ma investire a lungo termine (e con un certo rischio, va detto).

    Ma chi glielo fa fare, ai librai? Visto che con (relativi) quattro soldi possono aprirsi una Giunti al Punto o una Mondadori Retail?

    Certo: un piccolo numero di librai disponibili all’operazione si troverebbe. Ma un’operazione del genere, per funzionare, non può essere fatta con piccoli numeri. Coi piccoli numeri si chiude o si fallisce, come ho visto chiudere o fallire svariati librai indipendenti che ho visto, negli ultimi anni, tentare la via dell’ “assortimento ben selezionato”.

    Il problema è, quindi, appunto quello che tu dici implicitamente nella domanda. Il rischio (molto concreto) è che le librerie trovino poco interessanti (economicamente) i libri degli editori titolari del franchising. O, addirittura, ch gli editori-proprietari si rendano conto di poter guadagnare assai meglio vendendo, nelle loro proprie librerie, i libri degli editori industriali.

    Ripeto: è tutto un problema di sottocapitalizzazione. Perché solo il capitale ti permette di fare un investimento a lungo termine. Se a creare le “librerie di qualità” (chiamiamole così) fosse un investitore industriale (che ne so: Benetton) ci crederei di più.

    Ma ne dico un’altra. Se i grandi gruppi non hanno loro stessi pensato a creare delle catene di librerie di qualità per venderci certi libri a un certo pubblico, vuol dire che hanno fatto i conti e che non gli son tornati. In fin dei conti Mondadori o Feltrinelli potrebbero, no?, creare, distinte dai loro supermegastore, delle librerie specializzate, dedicate a quei magici “lettori forti” che – a quanto si dice – tengono su il mercato. Sarebbe la logica del coprire tutti i segmenti del mercato. Però non lo fanno. E questo vorrà dir qualcosa.

  33. giuliomozzi Says:

    Per Marco: no, io posso – per il momento – fare solo delle domande, che sono richieste di chiarimenti rivolte a te. Finché non capisco bene che cosa dici, non sono in grado di tentare risposte. Non mi va di cadere in ingorghi di equivoci perché non ho capito di che genere di libri parli quando parli degli “stessi libri di sempre”, eccetera.

    Nel momento in cui ti sentirai di essere “più esplicito” e di “affrontare direttamente la questione”, tenterò di rispondere.

  34. andrea branco Says:

    Forse i “lettori forti” sono molto sparsi sul territorio, ed hanno gusti diversi.

  35. Alcor Says:

    Sono andata sul sito di benetton.

    copioincollo:

    “La sfida di Fabrica è quella dell’innovazione e dell’internazionalità: un modo per coniugare cultura e industria, attraverso la comunicazione che si affida non più solo alle forme pubblicitarie consuete, ma veicola la “cultura industriale”, “l’intelligenza” dell’impresa attraverso altri mezzi: il design, la musica, il cinema, la fotografia, i prodotti editoriali, internet. Fabrica ha scelto di scommettere sulla creatività sommersa portata da giovani artisti-sperimentatori di tutto il mondo, invitati dopo un’impegnativa selezione a sviluppare progetti concreti di comunicazione sotto la direzione artistica di esperti nei diversi settori.”

    “prodotti editoriali e internet” chissà cosa vorrà dire, parlerà ovviamente della sua “ricerca e sviluppo”, funzionale all’immagine benetton.

    Non so, la realtà schiaccia, ma è anche l’unica base da cui partire.
    E anche questa mia non è un’approvazione, ma una presa d’atto.

  36. Alcor Says:

    Mi era rimasta fuori una domanda.

    Ho spesso sentito dire che il numero di libri pubblicato è molto alto per due ragioni:

    la necessità di essere visibili in libreria con prodotti sempre nuovi
    la necessità di produrre molto per essere capitalizzati dalle banche.

    qualcosa però non mi torna, se mi dici che non sono queste le ragioni non mi impegno, se mi dici che è davvero così mi impegno a capire cosa non mi torna e poi torno qui a dirlo, sempre che io ci arrivi.

  37. camilla Says:

    una mia amica editrice torinese ha scelto di pubblicare solo pochi selezionati libri all’anno, questo le preclude l’accesso a un importante distributore e quindi quello al grande pubblico dei lettori. ma lei dice che quando ha aperto una casa editrice quello che le interessava era pubblicare libri belli non molti libri mediocri per accedere al mercato.
    tutti parlano del mercato, ma forse il mercato andrebbe fermato opponendo i “dieci libri”, nominati da mozzi ai cento che ci sfilano davanti e su quei dieci lavorare, ripulendoli dai refusi, parlando con gli autori, e promuovendoli sulla stampa.
    poi il problema degli stessi libri di cui parla Candida, recensiti su tutti i giornali, deriva dal fatto che per i giornalisti è molto più semplice ribattere una recensione di un libro sicuro che mettere la propria faccia sull’opera di un esordiente. se nessuno rischia, se nessuno cambia ottica editori-giornalisti etc le librerie restano immobili come musei e alienanti come supermercati.

  38. Carlo Cannella Says:

    Se e’ tutto un problema di sottocapitalizzazione si puo’ fare questo. Si trovano 250 scrittori sensibili alla letteratura di qualita’, che siano in grado d’investire 20.000 euro ciascuno. Con 5 milioni di euro si va in borsa e si rastrella una percentuale il piu’ vicina possibile al 100% del capitale flottante di una societa’ che capitalizzi appunto 5 milioni di euro o giu’ di li’ (i cosiddetti titoli sottili hanno a volte capitalizzazioni ridicole). Una volta acquistate tutte o quasi le azioni disponibili sul mercato di una di queste societa’ si fanno operazioni in proprio di acquisto e vendita delle azioni (ovvero le si pongono in vendita a prezzi progressivamente in aumento e le si ricompra di continuo, portando il prezzo anche 15 volte oltre quello originale di acquisto). Una volta raggiunto il prezzo convenuto le si lascia realmente sul mercato, vendendole pian piano ai primi disgraziati che capitano. Ricavato un introito almeno 10 volte superiore all’investimento, e avendo dunque a disposizione 50 milioni di euro, si aprono 250 librerie su tutto il territorio nazionale. Il titolare di ognuna di queste librerie e’ uno dei 250 scrittori che hanno versato la quota iniziale. Si creano dunque librerie alternative molto prossime all’idea di Alcor, collegate tra loro, in grado di offrire una distribuzione alternativa dei titoli e concorrenziale alle messaggerie. E si hanno anche 250 persone che oltre a scrivere letteratura di qualita’, riescono a guadagnarsi da vivere col lavoro.

  39. giuliomozzi Says:

    Prendo la proposta di Carlo (che, tra parentesi, è illegale; ma si sa che la legalità in borsa non si porta più da tempo) come una boutade; mi pare però utile per proporre qualche conto, per farsi un’idea della dimensione della faccenda.

    Per realizzare la proposta di Carlo non bastano 5 milioni di euro. Per mettere in moto la “spirale virtuosa” dell’aumento dei prezzi fino ad arrivare a 15 volte quello originale (cioè a 75 milioni di euro) occorre investirne almeno altri 30 (che rientrerebbero nel corso dell’operazione finanziaria; ma nel corso della stessa bisogna averli, o quantomeno fingere credibilmente di averli). Questa è la stima di un mio amico, di professione consulente finanziario.

    Poi, osserva l’amico, bisognerebbe anche non essere nel gennaio del 2009. Per queste cose, il 1999 era un anno migliore.

    Se con 75 milioni di euro si aprissero 250 librerie, ciascuna libreria avrebbe un capitale di partenza di 300.000 euro. Sono tanti? Sono pochi? Vediamo. Mettendo di voler ricuperare l’investimento in cinque anni (gli scrittori coinvolti non sono necessariamente né tutti ricchi né tutti benestanti: non gli si può chiedere di investire sulla lunghezza del decennio, credo), ogni anno bisognerebbe ricuperare 60.000 euro. Mettendo di destinare al ricupero dell’investimento il 50% del profitto (il restante 50% potrebbe essere ulteriormente diviso in due: metà, 30.000, per far campare il libraio; e metà per futuri investimenti, promozioni, innovazioni eccetera), ogni libreria dovrebbe ogni anno generare 120.000 euro di profitto, ovvero (uso i prospetti del Manuale del libraio, Bibliografica – è vecchiotto, ma andranno bene, immagino, come ordine di grandezza: il profitto è il 5% del fatturato) 2,4 milioni di fatturato. Posto il prezzo medio dei libri a 14 euro, ogni libreria dovrebbe vendere 171.428 libri l’anno, 470 al giorno. Immaginiamo dunque 250 librerie che vendano ciascuna ogni giorno 470 titoli non strombazzati dai mezzi di comunicazione di massa: 117.500 copie al giorno, quattro milioni di libri l’anno. Per dare un’idea, tanti quanti ne ha venduti in edicola “Repubblica” nell’anno d’oro dei libri allegati ai giornali.

    (Se qualcuno controlla i conti, che non si sa mai: grazie).

    Tra parentesi, in Italia oggi ci sono in tutto circa 250 librerie degne di questo nome, e più di metà appartengono a catene. Non entrano in questo numero le librerie religiose, che sono un mondo a parte (o un altro mondo, a scelta).

  40. Alcor Says:

    Meno utopico dei 250 scrittori con 25.000 euro da investire, anche se forse altrettanto bizzarro, potrebbe essere un accordo commerciale con la rete dei negozi Benetton attraverso Fabrica.

  41. Carlo Cannella Says:

    Giulio, la mia proposta era da intendersi come una boutade fino a un certo punto. Giochetti finanziari come quello descritto sono andati in onda piu’ o meno sempre, soprattutto con capitali derivanti da attivita’ illecite. Rispetto i conti del consulente finanziario tuo amico, ma sono convinto che nell’attuale fase di mercato per sostenere il giochetto sia sufficiente una cifra molto piu’ modesta di quella prospettata.
    Sul recupero dell’investimento, invece, non ho molto da dire, tranne il fatto che, mi sembrava, l’operazione fosse tesa a promuovere un certo tipo di letteratura, e che non fosse dunque prioritario l’aspetto economico dell’operazione. Ovvero, se per recuperare il capitale servissero dieci anni invece di due, che differenza farebbe per chi, in origine, quel capitale non lo possedeva comunque?

  42. arvicola Says:

    Come in effetti non è chiaro quali siano “gli stessi libri di sempre” così è oscuro cosa siano le “librerie degne di questo nome”. Provo a darne una definizione di mio gusto: librerie indipendenti dalle catene, indipendenti dai distributori editoriali (cioè che acquistano quello che vogliono, quanto vogliono e organizzano come vogliono i display espositivi) perchè acquistano, pur perdendoci parecchia percentuale di sconto, dai grossisti. E’ una definizione estremamente restrittiva e tuttavia, all’interno di questi parametri, credo ve sia più di un centinaio di librerie, in Italia. Il trucco è fare la politica che si vuole nella varia e finanziarsi con la scolastica (nel campo della scolastica sottoponendosi viceversa alle “regole di mercato” convenzionali).

  43. vibrisse Says:

    (sono giulio mozzi)

    Carlo, ho presa abbastanza sul serio la tua proposta da farci su tutti quei conti. Due note ulteriori: [1] ricuperare il capitale serve a dare solidità all’azienda, ad esempio per poter accedere al credito. Quale banca ti concede un fido, per dire, se vede – e lo vede dal bilancio, che ti chiede o si procura (i bilanci sono depositati e pubblici) – che manco ti preoccupi di ricuperare sollecitamente il tuo capitale? [2] 250 librerie, questo volevo dire, sono un po’ troppe: non riuscirebbero a campare. Basta molto meno, per influire sul sistema del dettaglio del libro.

    Alcor, vedo che i 20 mila sono già diventati 25 mila… Che inflazione! I Benetton sono stati i primi in Italia a usare seriamente quei sistemi che permettono di modulare l’assortimento, nei negozi, giorno per giorno, sulla base di ciò che i consumatori acquistano. Facevano trent’anni fa ciò che oggi fanno, con grande scandalo di tutti, le librerie Feltrinelli. Non so quindi se sono i soci ideali… (Però ne parlerò con Fabrica).

    Per Michele “arvicola”: parlando di “librerie degne di questo nome” intendevo far riferimento a una dimensione aziendale minima. Considero “librerie degne di questo nome”, in sostanza, delle aziende che abbiano la vendita di libri (e non di cartoleria, bambole, giornali ecc.) come attività principale, e per le quali la vendita di libri abbia una rilevanza tale da giustificare almeno un dipendente interamente dedicato.
    I “grossisti” offrono al libraio non solo sconti peggiori rispetto a quelli dei distributori, ma anche un assortimento enormemente inferiore. Un libraio dai distributori può acquistare ciò che vuole: i distributori non sono in grado di imporre nulla. In linea di massima, se una libreria si serve solo dai grossisti, evitando i distributori, è perché ha problemi di liquidità. Servirsi dai grossisti anziché dai distributori, in sostanza, è tipico delle librerie “non degne di questo nome” secondo la definizione di cui sopra.
    Finanziarsi con la scolastica, ossia con un prodotto stagionale che se va bene ti dà un 7-8% di margine, è utopia: i librai che cercano di funzionare in questo modo, con la scolastica si finanziano giusto i rifornimenti natalizi (i cui residui rendono istantaneamente a gennaio).

    Nota: bisogna distinguere tra margine e profitto. Il libraio compera la scolastica con uno sconto che sta tra il 20 e il 25%. Un 2-4% se ne va subito, incamerato dal distributore come “spese di imballaggio” e simili, anche se i libri materialmente se li va a prendere il libraio presso il distributore. Un 10% di sconto sulla scolastica è ormai pressoché universalmente preteso dai compratori, soprattutto se sono organizzati in gruppi-classe, gruppi-scuola eccetera: ho presente un libraio della mia città, Padova, che arriva al 13%. La gestione della scolastica, estremamente onerosa (le prenotazioni, i rifornimenti presso distributori che non si frequentano abitualmente eccetera) richiede solitamente l’impiego per qualche mese di personale avventizio, il cui costo va fatto gravare sulla sola scolastica, e l’impiego intensivo dei mezzi – del furgone inannzitutto. Se il margine è del 7-8%, il profitto è ancora più basso: perché ci van cavate le spese generali, il personale ordinario, eccetera.

  44. Marco Candida Says:

    Caro Giulio,

    ricopio il mio secondo commento:

    Caro Giulio, ma: il significato di “gli stessi libri di sempre” si può dedurre dal contesto della domanda, e in particolare dalle parole “l’idea migliore di letteratura, la più onesta”. Per di più, non puoi far finta di ignorare quel “con le dovute eccezioni, quasi regolarmente ignorate”.

    Stante questo, se Andrea Barbieri esige anche la definizione di “letteratura onesta” può allora provare a rileggere l’Introduzione dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni, solo ad esempio.

    Mi auguro che adesso, Giulio, Andrea, Ezio, Arivicola, proviate a dare una risposta alla domanda così come hanno già fatto Alcor, Michele Marino, Andrea Branco, Camilla e Macondo.

  45. Marco Candida Says:

    Giulio scrivi:

    Ma le Feltrinelli, da qualche anno, stanno puntando a una brutale massimizzazione del profitto. Gli editori che non fatturano più di tot, rischiano di essere esclusi dall’intera catena.

    Questo lo devi dimostrare.
    Ad esempio se un editore “che non fattura più di tot” pubblica un autore conosciuto, non viene escluso “anche se non fattura più di tot”.

  46. Alcor Says:

    Sì, gli ho regalato 5.000 euro a testa, per amor di simmetria.

    Oggi sul Corriere Di Stefano intervista Stefano Mauri.
    Non mi pare che dica cose nuove, ma chiare e tutte insieme e che possono interessare anche Marco Candida. Non so se è già in rete, ma in ogni caso sarebbe inutile, non so fare i link.

    Mi disturba un po’ l’eterna contrapposizione tra narrativa commerciale americana capace di mostrare le “angosce dell’uomo moderno” e la “narrativa ombelicale italiana”.
    E’ una banalità che passa di bocca in bocca e più passa più cresce.
    Non credo che il punto sia l’ombelico, ma tanto lo sentiremo ripetere fino alla noia per quel che resta della nostra vita.

  47. andrea barbieri Says:

    Marco (Candida) porta pazienza.
    Innanzitutto perché gli scrittori in rete (ma io mi rivolgevo a persone determinate) non usano la rete per confrontarsi e crescere, lo chiedevo fino allo sfinimento alcuni anni fa quando lo sport nazionale tra autori on line era mazziarsi (alcuni per legittima difesa). Eh, qualcuno ricorda per esempio il tempo dei VMO, quando si rideva si rideva… qualcuno ricorda il tempo dell’autopromozione, della visibilità-visibilio…
    Ecco lì chiedevo appunto il perché.
    E in genere venivo insultato.

    Comunque sia, la tua domanda va oltre la mia perché presuppone i misteriosi ‘stessi libri di sempre’, presuppone che ciò che si trova in libreria dipende dagli autori, presuppone che esistano i libri ‘commerciali’ e i libri ‘non commerciali’ o libri ‘onesti’, presuppone che il tuo personale osservatorio sulla produzione sia oggettivo, eccetera. Allora non posso rispondere alla tua domanda perché – secondo me ovviamente – non è una domanda. E’ un mito, una storia, una fiction. La tua domanda per me dà per scontate delle cose che non sono affatto scontate. E questo appunto succede nella fiction.
    Ma non mi considero una persona particolarmente intelligente, altri magari sapranno rispondere. Vedete voi se ci cavate la scolopendra dalla fessura. Vi guardo.

  48. Alcor Says:

    “I Benetton sono stati i primi in Italia a usare seriamente quei sistemi che permettono di modulare l’assortimento, nei negozi, giorno per giorno, sulla base di ciò che i consumatori acquistano. Facevano trent’anni fa ciò che oggi fanno, con grande scandalo di tutti, le librerie Feltrinelli.”

    E’ vero, ma visto che i vestiti sono il loro business primario, o meglio originario, l’accoppiata a una rete di piccola editoria potrebbe avere un valore di immagine. Non so, fai bene a verificare.

  49. Marco Candida Says:

    L’articolo di cui parla Alcor è a questo indirizzo:

    http://archiviostorico.corriere.it/2009/gennaio/23/editore_cultura_non_esiste_piu_co_9_090123083.shtml

    Andrea, quello che dici mi fa soltanto amarezza.

  50. Marco Candida Says:

    In questo Paese fare una domanda comporta che una persona come Andrea Barbieri arrivi a darsi persino dello stupido da solo pur di cercare di dare una risposta. Come mai?

  51. andrea branco Says:

    Forse, più che “escono gli stessi libri di sempre”, forse è “si vedono gli stessi libri di sempre”. In effetti ne esce una tal varietà, a pensarci. Eppure “sembra” di vedere sempre gli stessi.

  52. macondo Says:

    Intanto, farei una distinzione all’interno del bouquet “gli stessi libri di sempre” (naturalmente, romanzi). Se un qualsiasi giorno si entra una quasiasi libreria italiana, credo che una copia del “Decameron” (o, per la poesia, della “Commedia”) la si trovi sempre, magari se non tra le novità, in qualche scaffale dedicato ai classici. E questi libri fanno parte dei “libri di sempre”. Con la variante: “libri per sempre”. Poi, invece, nella vetrina novità, ci stanno, più che i libri, io direi “gli stessi autori di sempre”. E sono quelli che assicurano le maggori vendite. E su cui le case editrici, i librai e, a ruota, i lettori (la maggior parte, almeno), puntano. Il perché, in un’economia di mercato, si può capire. Poi ci sono i piccoli editori (anche i medi?) che propongono libri “non di sempre”. Nel senso della qualità, libri insoliti, ma anche nel senso di effimeri, a causa del flop che molti autori fanno e troveranno quindi difficoltà anche a essere ripubblicati dallo stesso piccolo editore con cui hanno esordito. Ma i piccoli editori, che sono piccoli ma non masochisti o kamikaze, alle leggi di mercato devono sottostare anch’essi, a loro modo magari, ma sottostare. E qui intervengono le sovvenzioni (Comuni, Regioni, ecc.) con cui finanziano in parte le loro scelte “spericolate”. O altre forme di finanziamento (leggasi: sopravvivenza). Però, anche i piccoli editori sono alla ricerca del libro dell’autore affermato, dell’autore “di sempre”
    da pubblicare (e spesso gli autori “di sempre” danno loro opere minori, che magari il grande editore non accetta). Perché anche i piccoli editori, che sono più inclini a pubblicare libri “non di sempre”, devono tirare il lesso quotidiano. Per cui: no si può sfuggire agli “stessi libri di sempre”.

  53. giuliomozzi Says:

    Il guaio è, Marco, che parlare degli “stessi libri di sempre”, senza scendere mai a descrivere, a raccontare, a nominare, produce tanta nuova conoscenza quanto mettersi a ripetere (senza scendere mai a descrivere, a raccontare, a nominare) che che “non ci sono più le mezze stagioni”.

    Sull’ “idea migliore di letteratura, la più onesta”, ci sono diverse opinioni. La mia personale opinione sull’ “idea migliore di letteratura, la più onesta” è espressa, con una certa approssimazione, qui:
    http://www.sironieditore.it/libri/collana.php?ID_collana=ip
    e qui:
    http://www.sironieditore.it/libri/collana.php?ID_collana=qam

    Propongo una definizione di “stesso libro di sempre”: “Opera narrativa in forma romanzesca; coerente in tutte le sue parti; contenente almeno due linee narrative riconoscibili, intrecciate e distinte; adeguatamente scritta; dotata di forte tensione verso la fine; dotata di un finale che soddisfi, ovvero quieti, tutte le aspettative emotive del lettore; contenente un certo numero di riferimenti a questioni d’attualità o a questioni evergreen; riferibile sulla base di qualità evidenti a specifici settori del pubblico”. E’ di questa letteratura qui, Marco, che parli quando parli degli “stessi libri di sempre”?

    Nelle librerie Feltrinelli, mi ha spiegato un amico che lavora nella formazione del personale dirigente, si sta profilando l’idea che nell’assortimento di catalogo (non nelle novità, che sono tutt’altra cosa) i libri debbano avere un indice di rotazione pari almeno a 7. Cioè che un libro, per restare sullo scaffale, debba vendere almeno 7 copie l’anno (l’indice di rotazione medio, in Italia, nei libri di catalogo, è di poco superiore a due; e naturalmente, se si tolgono dal conto i primi 100 titoli – i Pirandelli, i Calvini, le Agathe Christie, eccetera – precipita vorticosamente verso l’uno). La politica dell’esclusione dell’editore che non fattura almeno tot non è stata ancora messa del tutto in atto, ma viene continuamente agitata come una minaccia (parlavo infati di editori che “rischiano” di restare fuori).

  54. Marco Candida Says:

    Caro Giulio,
    sei proprio sicuro che riferirsi a “idee” che si stanno soltanto “profilando” e a “minacce” che “continuamente” vengono soltanto “agitate” sia “descrivere”, “raccontare”, “nominare”. In fondo, “sventolare una minaccia” (ad esempio: “Guarda che se continui a fare l’impertinente, non ti pubblico!”) non è molto diverso da “Non ci sono più le mezze stagioni”. Ossia, Giulio, in entrambi i casi, abbiamo affermazioni che non riguardano una realtà descrivibile, ma soltanto a ipotesi. Domando a te, le ipotesi producono “conoscenza”?

    La definizione di “stesso libro di sempre” come ho gia cercato di chiarire deve tenere conto di “idea migliore di letteratura, la più onesta”. Ossia nel contesto della domanda, “stesso libro di sempre” significa “libro che non corrispondere all’idea migliore di letteratura, la più onesta”.

    Riformulo la domanda, esplicitandola, e chiarendola nelle sfumature:

    Come mai ora che ci possiamo confrontare quotidianamente sulla rete, scrittori, critici, editor, aspiranti, e crescere insieme, e promuovere l’idea migliore di letteratura, la più onesta, come mai poi nelle librerie escono ancora libri che non corrispondono a questa idea di letteratura, e insomma escono ancora quelli che potremmo definire con una punta di mesto sarcasmo gli stessi libri di sempre – naturalmente con le dovute eccezioni, però quasi regolarmente ignorate?

    Ora, se tu ritieni che “Opera narrativa in forma romanzesca; coerente in tutte le sue parti; contenente almeno due linee narrative riconoscibili, intrecciate e distinte; adeguatamente scritta; dotata di forte tensione verso la fine; dotata di un finale che soddisfi, ovvero quieti, tutte le aspettative emotive del lettore; contenente un certo numero di riferimenti a questioni d’attualità o a questioni evergreen; riferibile sulla base di qualità evidenti a specifici settori del pubblico” sia uno “stesso libro di sempre”, allora costruisci una risposta a partire da questa definizione.

    Macondo, ha preso alla lettera l’espressione “gli stessi libri di sempre”. Quali sono ‘letteralmente’ questi libri? I Classici. Molto bene, dico io. Questo è un argomento che mi interessa, e molto, moltissimo. Domando: per caso esistono “classici di successo” e “classici dimenticati”? C’è modo di parlare di questo argomento? La rete come strumento di comunicazione e di sensibilizzazione può aiutare a fare questo?

    La blaque di Carlo Canella è simpaticissima. Però, non ci sono soltanto le librerie, che fanno cultura. Non dimentichiamo che ci sono anche altri luoghi. Prima di tutto, riscopriamo il valore del signiicato di “cultura”, che è qualcosa che non ha a che fare con “prodotto”, “mercificazione”, eccetera. La cultura è qualcosa che si trova alla radice, che sta all’inzio della filiera di produzione, e non alla fine. C’è qualcosa che possiamo fare? Come mai, pur più o meno sapendole queste cose, non le mettiamo in atto?

  55. Alcor Says:

    Dunque ci siete arrivati, do il mio contributo, letteratura capace di produrre picchi di attenzione (psicologici o plottici) ogni tot pagine. Il numero delle pagine tra picco e picco si è estremamente ridotto, mi pare, negli ultimi decenni.
    Forse non mi sarei accorta di questa accelerazione se una ventina di anni fa una persona che conosceva bene il mercato americano non mi avesse raccontato che lì l’onesto scrittore commerciale seguiva uno schema – non so come chiamarlo – o un ritmo di questo tipo, nato – credo – con il cinema commerciale, utilizzato, assieme alla cosiddetta “buona storia”, dagli sceneggiatori e passato rapidamente dal cinema alla letteratura, che non avendo tutti i trucchi visivi del cinema per tenere impegnate le menti, doveva far accedere rapidamente le cose.
    Quello che ho notato, forse lo ho detto sopra, è che la mia generazione, le cui capacità di attenzione e la cui vigoria si sta per ovvie ragioni spegnendo, si è lentamente acconciata a leggerne sempre di più, cercando quelli più brillanti, meglio fatti, più sapientemente organizzati. Mostrando anche una decisa propensione a evadere dalle fatiche quotidiane, sbuffando di fronte a libri che trent’anni fa avrebbe letto con cura e dedicando loro tempo. E dando ragione alle predilezioni di Mauri.
    Non giudico, penso però che un’alleanza della piccola editoria, se non punta sulle stesse opere di quella commerciale, sia necessaria se vuole mantenere in vita un modo diverso di usare la mente. Credo nella bio-diversità, indipendentemente da ogni altra considerazione, e molto nella R&S.
    Buona domenica.

  56. Alcor Says:

    Non avevo letto Candida.
    Voi avete un contenzioso vostro nel quale non entro, vorrei dire però una cosa, benché un po’ triste, forse le si mette in atto, Candida, ma i numeri sono troppo piccoli per lasciar traccia, e troppo, anche se meritoriamente, affidati alla volontà del singolo rispetto a un mondo che si muove spinto da meccanismi più potenti.
    Non mi pare che internet, per quanto riguarda la letteratura, smuova grandi numeri, io giro abbastanza, anche se non eccessivamente, e vedo sempre la stessa gente, stateci attenti, è illusorio, fa credere di essere più vasto di quello che è in realtà. E in fondo anche la tua delusione lo conferma.

  57. giuliomozzi Says:

    Oi, Marco: ti racconto la più grande catena di vendita al dettaglio del libro, la Feltrinelli, che fa da sola quasi metà del mercato, ha inserito nel programma di formazione dei suoi direttori e librai il concetto che l’obiettivo minimo per un libro di catalogo è un indice di rotazione annua 7. Ti racconto che la minaccia di espulsione dalla catena è continuamente agitata in faccia agli editori non industriali, allo scopo di ricattarli e far ingoiare loro condizioni contrattuali infami (niente prenotazioni centralizzate, sconti superiori al 60%). Eccetera. Non mi pare che si tratti di ipotesi o di discorsi sulle mezze stagioni.

    Alla domanda: “Come mai ora che ci possiamo confrontare quotidianamente sulla rete, scrittori, critici, editor, aspiranti”, eccetera, non avendo io ancora capito che cosa siano – secondo te, Marco, che hai posta la domanda – questi benedetti “stessi libri di sempre”, non sono in grado di rispondere. Posso però proporre qualche criterio per arrivare a una risposta.

    1. I libri che escono sono scelti dagli editori, distribuiti dai distributori, posti in vendita al pubblico dai dettaglianti, promossi dai comunicatori.

    2. L’insieme di persone costituito da “scrittori, critici, editor, aspiranti” non coincice con l’insieme delle persone che scelgono, distribuiscono, mettono in vendita, promuovono i libri.

    Quindi un primo criterio di risposta è: il lavoro di confronto tra “scrittori, critici, editor, aspiranti” non influenza ciò che si sceglie, pubblica, distribuisce, mette in vendita e promuover semplicemente perché i due insiemi di persone sono separati.

    (Uno potrebbe dire: e gli editor? La verità è che gli editor non partecipano al confronto: in questo la domanda di Marco contiene una svista). (Un altro poterbbe dire: scusi Mozzi, ma lei non è un editor? No, io sono un consulente: editor è colui che sta dentro la casa editrice, e decide). (Un altro potrebbe dire: e i critici? La verità è che i critici parecipano poco al confronto, e comunque non contano nulla come comunicatori).

    In sostanza: queste persone che discutono e si confrontano, scrittori, editor (?), critici, aspiranti, eccetera, oggi non hanno alcun potere di influire su ciò che si sceglie, pubblica, distribuisce, mette in vendita, promuove.

    Il che non significa che non possano procurarselo, questo potere.

  58. andrea branco Says:

    Provo a tornare alla domanda originaria di Marco Candida, e tentare una risposta.
    Da quanti anni esiste la rete? Da quanti anni gli scrittori hanno perlomeno cominciato a confrontarsi in rete? Prima della rete, gli scrittori, gli aspiranti etc, non potevano forse confrontarsi quotidianamente? Forse poteva essere una cosa meno estesa, ma credo che alcuni, forse molti, si confrontassero anche prima. Ma torno alla rete.
    Davvero si può pensare, in pochi anni, di cambiare un meccanismo che per svilupparsi ci ha messo secoli? Oggi gli scrittori etc si confrontano, e domani nelle librerie escono (meglio, si vedono, secondo me) non più i libri di sempre? Non è un discorso un po’ troppo di veduta a corto raggio?
    Oggi mi confronto, ma per far sì che le prossime generazioni di lettori possano avere non più i famigerati libri di sempre. Oggi ci si confronta, ma non si può pretendere che il cambiamento arrivi oggi, che sia un cambiamento per noi stessi, ma dovrà essere un cambiamento per coloro che ci saranno dopo di noi. La “cultura” non è cosa di un giorno, e perché passi nell’esperienza ha bisogno di tempo.
    Si deve lavorare con la consapevolezza di non essere certi di vedere i risultati del proprio lavoro durante la nostra stessa vita (o di vedere risultati su larga scala durante la nostra vita).
    Forse “adesso” escono gli stessi libri di sempre, ma in futuro non sarà più così (o forse sì).

  59. Marco Candida Says:

    Andrea Branco,
    è ridicolo che tratti la mia domanda come se fosse un discorso, addirittura scrivendo:

    “Davvero si può pensare, in pochi anni, di cambiare un meccanismo che per svilupparsi ci ha messo secoli?”

    Dove sta scritto nella domanda che ho fatto? Non c’è scritto.
    Quella è una domanda.

    Possibile che si ha talmente paura di fornire risposte che si arriva al paradosso di trattare le domande come risposte?!

  60. Alcor Says:

    @Candida

    mi sembra che Mozzi abbia dato a questo punto tutte le risposte che poteva dare dal suo osservatorio.

    Posso chiederti io, a questo punto, che risposta daresti tu, dal tuo osservatorio?

    E come seconda domanda: in che modo a tuo avviso potrebbero cambiare le cose, o anche: cosa si potrebbe fare cambiare le cose?

  61. andrea branco Says:

    Ummm. Forse non ci siamo intesi: la tua domanda dice: Come mai ORA che possiamo confrontarci….POI escono gli stessi libri di sempre?
    Ma questo “ora” e questo “poi” mi sono sembrati, temporalmente, molto vicini, e mi sono chiesto se non siano “troppo” vicini, da un punto di vista temporale, poiché il cambiamento delle uscite di libri lo trovo anche un cambiamento culturale, ed un cambiamento di questo tipo credo si possa sviluppare su periodi temporali più lunghi.
    Nella tua domanda non hai parlato in termini di anni, ma di “ora” e di “poi”, e mi sono chiesto, nel precedente commento, se non è troppo aspettarsi che ciò che faccio oggi abbia un riscontro immediato o quasi sulla realtà. Tutto qui.
    Magari l’ho fatto illecitamente, ma “ora” e “poi” mi sembravano legittimare questo dubbio. Forse hai usato “ora” e “poi” in modo diverso da come li ho intesi io.
    Sto cercando di capire, Marco Candida, la tua domanda, perché a dispetto della sua apparente semplicità e direzione, la trovo una domanda abbastanza complessa.
    Mi è sembrata, la tua domanda, una domanda lecita e interessante, ma mi ha posto molte altre questioni, e sto cercando di esporle, magari sbagliando, eh.

    Ho paura, dunque. Va bene. Sono un fifone.

  62. Marco Candida Says:

    Caro Giulio,
    mi “racconti”:

    “Ti racconto che la minaccia di espulsione dalla catena è continuamente agitata in faccia agli editori non industriali, allo scopo di ricattarli e far ingoiare loro condizioni contrattuali infami”

    Forse, invece, postresti “raccontarmi”:

    “Ti racconto che la minaccia di espulsione dalla catena è continuamente agitata in faccia agli editori non industriali, allo scopo di ottenere da loro libri che possano vendere”

    Tra l’altro, come ti ho già scritto:

    Se un editore “che non fattura più di tot” pubblica un autore noto, non viene escluso anche se “non fattura più di tot”.

    Quindi, concludo che il tuo racconto è “parziale”. Dipingi le Feltrinelli come i cattivi (usi “ricatto”; usi “ingoiare”), ma lo sono del tutto?

    Mia opinione: il problema è che tra gli “editori non industriali” ci sono quelli buoni e quelli non buoni: e a farne le spese a causa della presenza dei “non buoni” probabilmente sono proprio quelli “buoni”.

    Ti sei concentrato sull’espressione “gli stessi libri di sempre”, e se ti conosco abbastanza so che come un maglio battente non ti fermerai mai. Però, io ho ho spiegato che quella espressione non è strampalata.
    La cosa, però, davvero paradossale è che pur scrivendo a chiare lettere “non avendo io ancora capito non sono in grado di rispondere”, subito dopo, presentandolo come “qualche criterio per arrivare a una risposta” mi fornisci proprio una risposta!

    Oh, benedetto uomo a due teste! Dici di nascondere quello che mostri!

  63. macondo Says:

    @ marco,
    io definirei i classici come opere riconosciute tali dalle comunità dei critici e dei lettori che istituiscono (o hanno istituito) un canone, lo modificano, lo de-costruiscono istituendone uno nuovo. Messa così la faccenda, il successo o l’insuccesso dei classici è solo un fatto di ordine temporale, dovuto al particolare gusto del pubblico e alle tendenze dominanti della critica letteraria del periodo. Dante & C. non hanno avuto lo stesso successo o la stessa attenzione in ogni epoca storica.

  64. Marco Candida Says:

    Macondo,
    io più che alla “temporalità” preferisco pensare che la fortuna di un’opera sia legata a “un sistema di interessi”. Ci sono opere che riescono a creare intorno a se stesse un sistema di interessi più o meno solido. Un grande libro è tale perché il sistema di interessi che riusce a creare tiene. Di solito un best seller è un libro che crea un sistema di interessi grandissimo che ha la caratteristica di crollare dopo soltanto qualche anno. Ci possono essere libri i cui sistemi di interesse crollano e poi si ricostituiscono – Dante. A volte possono esserci libri – ma si contano sulle dita di una mano, per la verità; qui sta il busillis – che riescono a creare un sistema di interessi ad esempio con la morte dell’autore o grazie alla riscoperta da parte di un autore importante.

    In ogni caso il vantaggio di pensare che la “classicità” o ancora meglio alla “fortuna” di un opera dipenda non dalla “temporalità” ma da un “sistema di interessi” è quella di poter pensare di intervenire in prima persona. Il tempo è qualcosa di immateriale. Va avanti indipendente dalla mia volontà. Se penso che la grandezza di un libro dipende da un sistema di interessi posso invece tentare di collaborare alla costituzione di questo sistema. Si aggiunga che se penso a un “sistema di interessi” sono inevitabilmente portato a domandarmi “come si compone questo sistema?”, e probabilmente ad accorgermi che “il sistema” è composto da altri soggetti oltre ai critici e ai lettori.

    Addirittura si potrebbe scoprire, come io credo, che i sistemi di interessi sono determinati in gran parte non da “categorie”, ma da “luoghi”, formulare la questione non in “Quali sono le categorie che possono collaborare alla costituzione di un sistema di interessi?”, bensì “Quali sono i luoghi che possono collaborare alla costituzione di un sistema di interessi?”.

    Insomma, comunque, cultura.

  65. Marco Candida Says:

    [Ho ripulito da qualche refusetto]

    Macondo,
    io più che alla “temporalità” preferisco pensare che la “fortuna” di un’opera sia legata a “un sistema di interessi”. Ci sono opere che riescono a creare intorno a se stesse un sistema di interessi più o meno solido. Un grande libro è tale perché il sistema di interessi che riesce a creare tiene. Di solito un best seller è un libro che crea un sistema di interessi grandissimo che ha la caratteristica di crollare dopo soltanto qualche anno. Ci possono essere libri i cui sistemi di interesse crollano e poi si ricostituiscono – Dante. A volte possono esserci libri – ma si contano sulle dita di una mano, per la verità; qui sta il busillis – che riescono a creare un sistema di interessi ad esempio con la morte dell’autore o grazie alla riscoperta da parte di un autore importante.

    In ogni caso il vantaggio di pensare che la “classicità”, o ancora meglio la “fortuna”, di un opera dipenda non dalla “temporalità” ma da un “sistema di interessi” è quella di poter pensare di intervenire in prima persona. Il tempo è qualcosa di immateriale. Va avanti indipendente dalla mia volontà. Se penso che la grandezza di un libro dipende da un sistema di interessi posso invece tentare di collaborare alla costituzione di questo sistema. Si aggiunga che se penso a un “sistema di interessi” sono inevitabilmente portato a domandarmi “come si compone questo sistema?”, e probabilmente ad accorgermi che “il sistema” è composto da altri soggetti oltre ai critici e ai lettori.

    Addirittura si potrebbe scoprire, come io credo, che i sistemi di interessi sono determinati in gran parte non da “categorie”, ma da “luoghi”, e formulare la questione non “Quali sono le categorie che possono collaborare alla costituzione di un sistema di interessi?”, bensì “Quali sono i luoghi che possono collaborare alla costituzione di un sistema di interessi?”.

    Insomma, comunque, cultura.

  66. andrea barbieri Says:

    Ripetizione: figura retorica che consiste nel ripetere una o più parole a breve distanza per dare maggiore evidenza o calore al discorso. [Alfonso Lo Sardo]
    Strumenti per narrazioni, appunto.

  67. andrea branco Says:

    Così, continuo nelle mie elucubrazioni. Come può accadere che gli stessi libri di sempre non escano nelle librerie? E mi sono anche risposto: l’unico modo, secondo me, è che gli stessi libri di sempre non vengano scritti. Ma perché chi li scrive li scrive? Forse perché ognuno pensa, mentre scrive un libro, che il suo non sia uno dei soliti libri di sempre. Che il suo valga la pena che esca. Allora ho pensato che una possibile risposta alla domanda di Marco Candida sia che, nonostante le persone che scrivono etc si possano confrontare quotidianamente, quando poi vanno a scrivere, pur essendo sicuri di non scrivere gli stessi libri di sempre, li scrivono, e chi lavora nelle case editrici, quando legge un libro e decide di pubblicarlo, pensa che non sia uno degli stessi di sempre etc etc e invece pubblicano gli stessi libri di sempre etc etc.
    Oppure di fronte alla via nuova, ognuno sceglie quella vecchia, dopotutto.
    O chi sa.

  68. Marco Candida Says:

    Alcor mi chiedi:

    Posso chiederti io, a questo punto, che risposta daresti tu, dal tuo osservatorio?

    Dico questo. Ho fatto una domanda che ho pubblicato sul mio blog. Questa domanda è rimbalzata un po’ tra i miei corrispondenti e-mail e poi è stata – e sono lieto di questo – ripresa qui. La domanda contiene delle considerazioni al suo interno, ma rimane una domanda. Se avessi avuto voglia di affermare chiaramente qualcosa lo avrei fatto chiaramente. Se la domanda contiene dei punti vaghi (ma la vaghezza non è ancora punita da nessun codice di legge; inoltre: il tipo di vaghezza della domanda come già ho spiegato non è oscurantista) è proprio perché viene posta da chi ha molti dubbi, e chiede che qualcuno glieli chiarisca. Ripeto che è paradossale trattare una domanda alla stessa stregua di una affermazione.

    Aggiungo che sarebbe anche paraddossale che si domandasse: “Scusi, mi saprebbe cortesemente indicare dove si trova il bagno degli uomini in fondo a destra vicino all’espositore delle bevande alcoliche con l’adesivo grande di una donna senza veli?”

    Non ti pare?

  69. andrea branco Says:

    Mi piace la parola “paradosso”, la leggo in modo paradossale.
    (-:

  70. Alcor Says:

    Il condizionale non l’ho usato per caso, ti chiedevo, visto che c’è stato un po’ di dibattito, se tu avessi almeno un’ipotesi, adesso.
    Non c’è niente di male a fare domande, e in più trovo che tra una domanda e un affermazione ci sia tutta una serie di intuizioni, opinioni, illuminazioni, opzioni, e volendo persino di mediazioni possibili.

  71. sergio garufi Says:

    A proposito di vaghezza: leggendolo da molto tempo, ho ricavato l’impressione che Mozzi, in questo suo ruolo da agrimensore del linguaggio, che cerca di misurare e delimitare i campi semantici di ogni affermazione (come a dire che vuole fare il censimento di un formicaio), detesti sopra ogni cosa l’ambiguità. Tutto ciò che non è perfettamente chiaro, che non è “alla lettera”, che si presta ad interpretazioni discordanti, lo indispone. Se legge l’Inferno dantesco interroga il testo con ostinazione inquisitoria per accertare, al di là di ogni ragionevole dubbio, se Ugolino s’è pappato o meno i poveri figlioli, e non capisce che proprio in quell’imprecisione, invece, si nasconde il fascino irresistibile e l’infinita ricchezza della letteratura.

  72. giuliomozzi Says:

    Facevi prima a darmi direttamente del cretino, Sergio. Saresti stato più chiaro.

    Peraltro l’affermazione sul mio conto: “Tutto ciò che non è perfettamente chiaro, che non è ‘alla lettera’, che si presta a interpretazioni discordanti, lo indispone”, è un’affermazione falsa e diffamatoria.

    E ti invito, visto che sei intervenuto in questa discussione, a dire qualcosa su questa discussione. Dì dove e come, in questa discussione, mi sarei dimostrato cretino come mi descrivi.

  73. andrea barbieri Says:

    Tra l’altro è curioso quello che dice Garufi, perché se c’è un autore che ha studiato l’ambiguità linguistica e ne ha fatto uno strumento per esprimere il suo mondo poetico, bè viene da pensare proprio a Giulio Mozzi.

  74. sergio garufi Says:

    “Saresti stato più chiaro”

    CVD

  75. giuliomozzi Says:

    Chi si contenta gode.

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