Un ritratto di Carlo Coccioli

by

di Luigi Mascheroni

[Questo articolo di Luigi Mascheroni uscì nel quotidiano Il foglio sabato 12 agosto 2006. Lo avevo già a suo tempo ripreso in vibrisse. gm]

Carlo Coccioli

Carlo Coccioli

Carlo, il Messicano. Ma quante formule si sono sprecate per lui? Vagabondo Spirituale, Scrittore Alieno, Anarchico dello Spirito, Autore assente, Omosessuale innamorato di Dio, Anticlericale di molta fede… Carlo Coccioli. Difficile trovare uno scrittore italiano insieme più strampalato, scomposto, inquieto, tante volte illeggibile, a suo modo geniale. Nelle librerie i suoi titoli ormai sono scomparsi, una manciata sopravvivono nei Remainders o sulle bancarelle, e negli ultimi dieci anni le case editrici hanno ristampato solo due titoli: il minutario Piccolo Karma e Uomini in fuga.

Un autore che vale poco, dunque, o nulla. Errore. Coccioli vale parecchio, ma è inclassificabile e come ogni irregolare del pensiero è poco vendibile, poco recensibile, poco “leggibile”. Lui stesso lo sapeva, e infatti se ne andò presto dall’Italia, girò un po’ l’Europa e poi volò dall’altra parte dell’Oceano “perché non potevo sopportare il predominio di Moravia sulle lettere italiane, e non ero disposto a rendere omaggio né a lui, né a Piovene”, e divenne il Messicano.

È morto nell’agosto del 2003 a Città del Messico, aveva 82 anni e un grande rammarico: il mancato riconoscimento letterario in patria. La casa dove ha trascorso l’ultima parte della vita, nel quartiere Della Valle della capitale messicana, da qualche settimana è diventato il Museo della Casa della cultura Carlo Coccioli con tutti i suoi libri, i suoi quadri, le sue lettere, le fotografie. E mentre lo scrittore fa capolino in veste di autore-attore dalle pagine del romanzo (o meglio, “autofiction”) La cultura enciclopedica dell’autodidatta di Davide Bregola, appena pubblicato da Sironi, l’editoria italiana sembra dare segni di un rinnovato interesse verso questo non-allineato della letteratura: dopo l’estate Fazi ripubblicherà Fabrizio Lupo, Diabasis ha in mano il seguito, inedito, di Piccolo Karma mentre Sironi – nella persona di Giulio Mozzi, “coccioliano” di ferro – è interessata a riproporre alcuni titoli, come Davide, Requiem per un cane, Il Cielo e la terra… [1] Sono dei buoni pretesti, oggi, per ricordarlo.

Da dove partire? Dal punto in cui lui era arrivato: Dio. Carlo Coccioli ha cercato Dio in tutte le sue forme, in tutti i luoghi della Terra, in tutti i Libri, in tutte le religioni: quasi ad affermare il diritto a non dovere nulla ad alcun dogma, è stato (o meglio: in molti hanno pensato che sia stato) prima cattolico ultraortodosso, poi protestante, ebreo, musulmano, gnostico, spiritista, animista, psichedelico, induista e infine buddista. «Dio ha molti nomi – disse una volta – e io li scrivo tutti». È vero: bruciava incenso, pregava al Muro del Pianto, innalzava lodi alla Vergine Maria, recitava i Mantra indiani, leggeva il Corano in arabo, danzava con gli Hare Krishna, predicava la New Age ed era devoto anche agli Alcolisti Anonimi, associazione alla quale, negli anni Settanta, dedicò Uomini in fuga facendo conoscere anche in Italia l’associazione che combatte la schiavitù dall’alcol.

Coccioli è morto giusto tre anni fa, nel 2003, in agosto, quando i giornali sono in stanca e i lettori pure. La notizia, rimbalzata da Città del Messico, passò quasi sotto silenzio. Eppure scompariva un personaggio a suo modo unico, straordinario, scrittore dalla bibliografia vastissima (una cinquantina di titoli, moltiplicatisi in quasi centosessanta tra edizioni, traduzioni e ristampe, dal romanzo Il migliore e l’ultimo uscito da Vallecchi nel ’46 al seguito del celebre Piccolo Karma rifiutato da un editore proprio nella primavera del 2003), passato attraverso decine di case editrici, tradotto in almeno quindici lingue, venduto per milioni di copie. Ma soprattutto scompariva una intelligenza affascinante, irritante, non di rado insopportabile, di una cultura sterminata (a cinquant’anni diceva di aver già letto qualche decina di migliaia di libri), spiritualmente in bilico tra grazia e peccato.

Era nato a Livorno nel 1920, ma trascorse buona parte dell’infanzia a Bengàsi, in Libia, dove il padre serviva il Regno d’Italia come ufficiale. Studiò in Italia, prima a Fiume e poi in Toscana, si guadagnò una medaglia per le sue azioni militari durante la Resistenza col gruppo «Giustizia e libertà» e appena finita la guerra si laureò in Lingue e letterature Orientali a Napoli. Intanto scriveva – arriverà a farlo correttamente in tre lingue, pubblicando in italiano, francese, spagnolo (caso peraltro più unico che raro di scrittore che traduce se stesso) – senza che la critica riuscisse mai a incasellarlo in un genere, una scuola, uno stile.

Dopo Il cielo e la terra, del 1950, il suo vero libro-choc è il romanzo Fabrizio Lupo uscito nel ’52 in Francia e poi nel ’78 in Italia – con il quale Coccioli, in quel momento un cristiano che ha scoperto la propria “diversità”, attraverso la storia-documento di un cattolico gay affronta il tema scandaloso del rapporto tra omosessualità e fede (“Dio e il sesso sono state le colonne portanti della mia vita”, disse in vecchiaia).

Uno così – omosessuale, eretico delle lettere, in odore di destra per giunta – in Italia non poteva starci a lungo. E infatti se ne andò in “esilio volontario” – come disse – per sfuggire alle regole e alle umiliazioni di una società letteraria che non lo voleva accettare. Prima tappa la Francia – Parigi fu per qualche tempo la sua amante – poi, a partire dal ’53, il Messico (con frequenti sconfinamenti a San Antonio, in Texas). E’ proprio in Messico, tra la capitale e Cuernavaca, che scrive i suoi libri più importanti: Manuel, il messicano (1956), L’erede di Montezuma (1962) – romanzo-capolavoro sul tramonto della civiltà dell’oro e del sole distrutta dai conquistatori e dai mercanti europei – Requiem per un cane (1973), il poema Davide (1976), finalista al Campiello, Le case del lago (1980), La casa di Tacubaya (1982) – ovvero la sede messicana degli Hare Krishna – i bellissimi racconti Uno e altri amori (1984), Piccolo Karma (1987) e la tormentata autobiografia Tutta la verità (1995).

Coccioli non ebbe grande fama in Italia, o perlomeno l’ebbe molto tardi. Curzio Malaparte e Aldo Palazzeschi lo sostennero, mentre Guido Piovene lo attaccò duramente. Geno Pampaloni scrisse che nelle sue pagine c’è qualcosa di dannunziano, Carlo Bo disse che Coccioli e i suoi libri sembrano provenire “da un’altra cultura”, ed è nota l’infatuazione letteraria di Pier Vittorio Tondelli che di lui, nell’87, su L’Espresso, scrisse: “…cominciai a leggere Carlo Coccioli alla metà degli anni Settanta… Ogni libro di Coccioli che scopro in libreria rappresenta per me un’avventura che mi spinge subito a leggerlo… Rispetto e amo questo scrittore assente, lo stile di vita, l’amore per gli umili e i reietti, l’incessante tormento teologico, l’angoscia mistica, la sensualità, l’assoluta fedeltà alle sue ragioni d’ispirazione e scrittura… insomma, la lotta titanica di un uomo con Dio”. E fu proprio grazie a Tondelli che molti (ri)scoprirono gli scritti non ordinari – fantateologici, erotici, romantici, romanzeschi, gialli, diaristici – del Messicano. Uno che diceva: “Il comune denominatore dei miei libri sono io”.

Il successo lo ottenne all’inizio in Francia, e poi fu molto letto in Sudamerica. Mentre viveva tra Città del Messico e il Texas in compagnia del vecchio cane Fiorino e di un giovane inserviente, guardando telenovelas in tv e pensando ai libri scritti e a quelli lasciati in sospeso, a volte firmava sul quotidiano messicano Excelsior, sul settimanale Siempre, in maniera discontinua anche sui giornali italiani (Il Giornale e Il Corriere della sera, La Nazione) parlando soprattutto della condizione umana contemporanea, della disumanizzazione della vita nei grandi insediamenti urbani, della difesa degli esseri più deboli. Ogni tanto tornava, per un poco, in Italia. Scettico nei confronti dell’uomo (“A me non piacciono gli specchi, anzi li detesto. Sono una parodia dell’infinito. Invece di riflettere Dio, riflettono facce di scimmie, le nostre”) e dell’umanità (“Io di fratelli ne ho avuti solo due, e uno è morto. Non ho punta voglia di averne quattro miliardi”), non abbandonava mai le sue idee provocatorie, polemiche e impopolari. Come quando nel 1989, sull’onda dell’indignazione globale di fronte al regime islamico iraniano che condannò a morte Salman Rushdie per l’opera blasfema Versetti satanici, in quindici giorni diede alle stampe, in spagnolo, La sentenzia del Ayatola in cui prendeva posizione a favore di Khomeini sostenendo che se Rushdie aveva il diritto di scrivere il suo romanzo, lo stesso diritto aveva Khomeini di condannarlo. Oppure, come quando durante il G8 di Genova, nell’estate infuocata del 2001, entrò per l’ennesima volta in rotta con le gerarchie cattoliche chiedendo al Vaticano un gesto clamoroso: vendere i propri tesori e ridistribuire il ricavato ai poveri perché “una Chiesa ricca non è la Chiesa di Dio”.

“Del caso Coccioli – scrisse il critico Giancarlo Vigorelli nel 1976 parlando del libro Davide, concepito nell’autunno del 1966, nella Firenze dell’alluvione, ma pubblicato dieci anni dopo – scommetto che il primo a volersene liberare è lo stesso Coccioli, ma stenta invece a liberarsene il nostro establishment letterario, che non gli perdona: 1) d’essere al di fuori, e al di sopra dell’ambiente, dei quadri e delle gerarchie, della nostra letteratura; 2) di vivere all’estero, Francia o Messico, e di avervi avuto un gran successo, libri a forte tiratura, traduzioni in più lingue; 3) di avere scritto una quindicina di libri direttamente in francese, oltre a quelli in italiano, e tre in spagnolo, trovando pronta udienza in altre letterature, che quasi se lo sono appropriato, quanto la nostra vorrebbe trattenerlo in chissà quale quarantena”. Trent’anni dopo non c’è bisogno di cambiare neppure una virgola.

Carlo Coccioli: uno che metteva al posto d’onore Taine, Sainte Beuve, Pascal, Kerouac, Campana, “naturalmente – aggiungeva – assieme alle telenovelas e alle cumbias”. E che non poteva fare a meno del suo “impareggiabile Simenon”. Nauseato dagli italiani e critico verso i “fratelli” scrittori (ad eccezione, forse, di Pier Paolo Pasolini), litigava con tutti, odiava gli editori, considerava le elezioni democratiche dei cataclismi di idiozia e i giornalisti delle danzatrici del ventre, sempre costretti a esibirsi in pubblico. Uno che amava studiare l’ebraico e andare a zonzo per centri commerciali e che è riuscito a dimostrare, o perlomeno ci ha tentato, come sia possibile un percorso spirituale – seppure tormentato e zigzagante – anche in una cultura pop come quella in cui gli capitò di vivere.

Nel novembre dell’86, colpito da un infarto, dichiarò: “Ho il terrore della morte e pur essendo un patologico divoratore di libri non ho mai trovato in letteratura una soluzione che potesse convincermi”. E non la trovò neppure nella religione. Le due cose alle quali aveva dedicato tutta la sua vita.

Forza Coccioli, hai provato per anni a sfondare anche in Italia, senza riuscirci. A settembre ci riproverai, y que te vaya bien!

[1] Queste informazioni (Luigi Mascheroni, autore dell’articolo, non poteva saperlo) non sono esatte. Esisteva all’epoca un interessamente di Fazi per Fabrizio Lupo, e – attraverso un conoscente di Coccioli – Diabasis aveva in lettura il Pequeño karma segundo.

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Una Risposta to “Un ritratto di Carlo Coccioli”

  1. carlo carlucci Says:

    Tutto condivisibile. Che se ne fosse andato dall’Italia? Per uno come lui, normale…I conti a conti fatti? Piano piano cominciano a delinearsi….Scriveva Leopardi…..io non saró nessuno ma l’unica soddisfazione sará che i Grandi di oggi scompariranno domani…Non sono le parole del poeta ma il succo é questo…E Leopardi peró rimase…

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