“Distrutta ma non sconfitta, così Hamas riuscirà a vincere”

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di Uri Avnery

[Questo articolo di Uri Avnery, apparso ieri nel quotidiano il manifesto (trad. di Marina Impallomeni) mi è sembrato il più convincente tra quelli pubblicati in queste settimane dalla stampa italiana. Per questo, pur non condividendolo in tutto, lo riprendo qui. gm]

Quasi settant’anni fa, nel corso della seconda guerra mondiale, nella città di Leningrado fu commesso un crimine efferato. Per più di 70 giorni, una banda di estremisti chiamata «Armata rossa» tenne in ostaggio milioni di abitanti di quella città e, così facendo, provocò la rappresaglia della Wehrmacht tedesca dall’interno. I tedeschi non ebbero altra alternativa, se non bombardare la popolazione e imporre un blocco totale causando la morte di centinaia di migliaia di persone. Un po’ di tempo prima, un crimine simile era stato commesso in Inghilterra. La banda di Churchill si era nascosta tra la popolazione londinese, sfruttando milioni di cittadini come scudi umani. I tedeschi furono costretti a inviare la Luftwaffe e, sebbene con riluttanza, a ridurre la città in rovine. Lo chiamarono il Blitz.

Questa è la descrizione che apparirebbe oggi nei libri di storia – se i tedeschi avessero vinto la guerra. Assurdo? Non più delle quotidiane descrizioni nei nostri media, che si ripetono fino alla nausea: i terroristi di Hamas usano gli abitanti di Gaza come «ostaggi» e sfruttano le donne e i bambini come «scudi umani». Non ci lasciano altra alternativa se non i bombardamenti massicci nei quali, con nostro profondo dolore, migliaia di donne, bambini e uomini disarmati vengono uccisi o feriti.

In questa guerra, come in qualunque guerra moderna, la propaganda gioca un ruolo fondamentale. La disparità tra le forze, tra l’esercito israeliano – con i suoi caccia, elicotteri da combattimento, aerei teleguidati, navi da guerra, artiglieria e tank – e le poche migliaia di combattenti di Hamas dotati di armi leggere, è di uno su mille, forse uno su un milione. Nell’arena politica il gap tra loro è ancora più ampio. Ma nella guerra di propaganda, il gap è quasi infinito.

Quasi tutti i media occidentali inizialmente ripetevano la versione ufficiale della propaganda israeliana. Essi ignoravano quasi del tutto le ragioni dei palestinesi, per non parlare delle dimostrazioni quotidiane del campo della pace israeliano. La logica del governo israeliano («Lo stato deve difendere i suoi cittadini contro i razzi Qassam») è stata accettata come se quella fosse tutta la verità. L’altro punto di vista, per cui i Qassam sono una rappresaglia per l’assedio che affama il milione e mezzo di abitanti della Striscia di Gaza, non è stato riportato affatto. Solo quando le scene orribili provenienti da Gaza hanno cominciato ad apparire sui teleschermi occidentali, l’opinione pubblica mondiale ha gradualmente iniziato a cambiare.

È vero, i canali televisivi occidentali e israeliani hanno mostrato solo una piccolissima frazione dei terribili eventi che appaiono 24 ore su 24 sul canale arabo al Jazeera, ma una sola immagine di un bimbo morto nelle braccia del padre terrorizzato è più potente di mille frasi elegantemente costruite dal portavoce dell’esercito israeliano. E alla fine, è decisiva.

La guerra – ogni guerra – è il regno delle menzogne. Che si chiami propaganda o guerra psicologica, tutti accettano l’idea che sia giusto mentire per un paese. Chiunque dica la verità rischia di essere bollato come traditore. Il problema è che la propaganda è convincente per lo stesso propagandista. E dopo che ci si è convinti che una bugia è verità, e la falsificazione realtà, non si riesce più a prendere decisioni razionali.

Un esempio di questo fenomeno riguarda quella che finora è stata la atrocità più scioccante di questa guerra: il bombardamento della scuola dell’Onu Fakhura, nel campo profughi di Jabaliya. Immediatamente dopo che esso era stato conosciuto in tutto il mondo, l’esercito ha «rivelato» che i combattenti di Hamas avevano sparato con i mortai da un punto vicino l’ingresso della scuola. Poco tempo dopo, il militare che aveva mentito ha dovuto ammettere che la foto aveva più di un anno. In breve: una falsificazione. In seguito l’ufficiale bugiardo ha affermato che avevano «sparato ai nostri soldati da dentro la scuola». Dopo appena un giorno, l’esercito ha dovuto ammettere dinanzi al personale Onu che anche quella era una menzogna. Nessuno aveva sparato da dentro la scuola; nella scuola non c’erano combattenti di Hamas: era piena di profughi terrorizzati. Ma l’ammissione ormai non faceva quasi più differenza. A quel punto, il pubblico israeliano era totalmente convinto che avessero «sparato da dentro la scuola», e gli annunciatori tv lo hanno affermato come un semplice fatto.

Lo stesso è accaduto con le altre atrocità. Nell’atto della morte, ogni bambino si trasformava in un terrorista di Hamas. Ogni moschea bombardata diventava istantaneamente una base di Hamas, ogni palazzina un deposito di armi, ogni scuola una postazione terroristica, ogni edificio dell’amministrazione pubblica un «simbolo del potere di Hamas». Così l’esercito israeliano manteneva la sua purezza di «esercito più morale del mondo». La verità è che le atrocità sono un risultato diretto del piano di guerra. Questo riflette la personalità di Ehud Barak – un uomo il cui modo di pensare e le cui azioni sono una chiara esemplificazione di quella che viene chiamata «follia morale», un disturbo sociopatico.

Il vero scopo (a parte quello di farsi eleggere alle prossime elezioni) è porre fine al governo di Hamas nella Striscia di Gaza. Nell’immaginazione di chi ha pianificato la guerra, Hamas è un invasore che ha ottenuto il controllo di un paese straniero. Naturalmente la realtà è completamente diversa. Il movimento di Hamas ha ottenuto la maggioranza dei voti nelle elezioni democratiche che si sono svolte in Cisgiordania, a Gerusalemme Est e nella Striscia di Gaza. Ha vinto perché i palestinesi erano giunti alla conclusione che l’atteggiamento pacifico di Fatah non avesse ottenuto nulla da Israele – né un congelamento degli insediamenti, né il rilascio dei prigionieri, né un qualunque passo significativo verso la fine dell’occupazione e la creazione dello stato palestinese. Hamas è profondamente radicato nella popolazione – non solo come movimento di resistenza che combatte l’occupante, come l’Irgun e il Gruppo Stern in passato – ma anche come organismo politico e religioso che fornisce servizi sociali, scuola e sanità. Dal punto di vista della popolazione, i combattenti di Hamas non sono un organismo straniero, ma figli di ogni famiglia della Striscia e delle altre regioni palestinesi. Essi non si «nascondono dietro la popolazione»: la popolazione li vede come i suoi unici difensori.

Perciò, l’intera operazione si basa su presupposti errati. Trasformare la vita in un inferno sulla terra non fa insorgere la popolazione contro Hamas ma, al contrario, essa si stringe dietro Hamas e rafforza la propria determinazione a non arrendersi. La popolazione di Leningrado non si sollevò contro Stalin, più di quanto i londinesi non si sollevarono contro Churchill.

Chi dà l’ordine di una simile guerra, con tali metodi, in un’area densamente popolata, sa che causerà il massacro di civili. A quanto pare, ciò non lo ha toccato. O forse credeva che loro avrebbero «cambiato modo» e la guerra avrebbe «marchiato a fuoco la loro coscienza», per cui in futuro non oseranno resistere a Israele.
Una delle principali priorità per chi ha pianificato la guerra era l’esigenza di ridurre al minimo le vittime tra i soldati, sapendo che lo stato d’animo di una larga parte dell’opinione pubblica, favorevole ad essa, sarebbe cambiato se fossero giunte notizie di questo genere. È quanto è avvenuto nella prima e nella seconda guerra del Libano. Questa considerazione ha giocato un ruolo particolarmente importante perché l’intera guerra è parte della campagna elettorale. Ehud Barak, che nei primi giorni di guerra è salito nei sondaggi, sapeva che il suo gradimento sarebbe crollato se gli schermi televisivi si fossero riempiti di immagini di soldati morti. Perciò, si è fatto ricorso a una nuova dottrina: evitare perdite tra i nostri soldati mediante la distruzione totale di tutto ciò che incontrano sulla loro strada. Per salvare un soldato israeliano si era disposti a uccidere non solo 80 palestinesi, ma anche 800. Evitare perdite dalla nostra parte è il comandamento principale, che sta causando un numero record di vittime civili dall’altra. Questo significa la scelta consapevole di un tipo di guerra particolarmente crudele – e questo è il suo tallone di Achille.

Una persona senza immaginazione, come Barak (il suo slogan elettorale: «Non un bravo ragazzo, ma un leader») non riesce a immaginare come le persone per bene, in tutto il mondo, possano reagire ad azioni come l’uccisione di intere famiglie, la distruzione di case sulla testa dei loro abitanti, le file di bambini e bambine in sudari bianchi pronti per la sepoltura, le notizie di persone lasciate a morire dissanguate per giorni perché non si consentiva alle ambulanze di raggiungerle, l’uccisione di dottori e medici impegnati a salvare vite umane, l’uccisione di autisti dell’Onu che trasportavano cibo. Le immagini degli ospedali, con i morti, le persone in fin di vita, i feriti stesi tutti insieme sul pavimento per mancanza di spazio hanno scioccato il mondo.

I pianificatori pensavano di poter impedire al mondo di vedere queste immagini vietando con la forza la presenza dei media. I giornalisti israeliani – fatto riprovevole – si sono accontentati dei rapporti e delle foto forniti dal portavoce dell’esercito, come se fossero notizie autentiche, mentre loro stessi se ne restavano a miglia di distanza dai fatti. Anche ai giornalisti stranieri non è stato permesso di entrare, finché non hanno protestato e sono stati portati a fare rapidi tour in gruppi selezionati e controllati. Ma in una guerra moderna, uno sguardo così sterile e preconfezionato non può escludere completamente tutti gli altri – le videocamere sono dentro la Striscia, in mezzo all’inferno, e non possono essere controllate. Aljazeera trasmette le immagini a tutte le ore, e arriva in tutte le case.

La battaglia per il teleschermo è una delle battaglie decisive della guerra. Centinaia di milioni di arabi dalla Mauritania all’Iraq, più di un miliardo di musulmani dalla Nigeria all’Indonesia vedono le immagini e sono orripilati. Questo ha un impatto forte sulla guerra. Molti spettatori vedono i governanti dell’Egitto, della Giordania, dell’Autorità palestinese come collaboratori di Israele nell’attuazione di queste atrocità ai danni dei loro fratelli palestinesi. I servizi di sicurezza dei regimi arabi stanno registrando un fermento pericoloso tra le popolazioni. Hosny Mubarak, il leader arabo più esposto per aver chiuso il valico di Rafah in faccia ai profughi terrorizzati, ha cominciato a premere sui decisori di Washington, che fino ad allora avevano bloccato tutti gli inviti a cessare il fuoco. Questi hanno cominciato a capire che i vitali interessi americani nel mondo arabo erano minacciati e improvvisamente hanno cambiato atteggiamento – nella costernazione dei compiacenti diplomatici israeliani.

Le persone affette da follia morale non riescono a capire le motivazioni delle persone normali, e devono indovinare le loro reazioni. «Quante divisioni ha il papa?» se la rideva Stalin. «Quante divisioni hanno le persone con una coscienza?» potrebbe chiedersi oggi Ehud Barak. Ma, come stiamo vedendo, ne hanno qualcuna. Non tante. Non molto veloci a reagire. Non molto forti e organizzate. Ma a un certo momento, quando le atrocità dilagano e masse di persone si uniscono per protestare, questo può decidere di una guerra.

L’incapacità di cogliere la natura di Hamas ha causato l’incapacità di capire i prevedibili risultati. Non solo Israele non è in grado di vincere la guerra: Hamas non può perderla. Anche se l’esercito israeliano dovesse riuscire a uccidere ogni combattente di Hamas fino all’ultimo uomo, anche allora Hamas vincerebbe. I combattenti di Hamas sarebbero visti come i modelli della nazione araba, gli eroi del popolo palestinese, i modelli da emulare per ogni giovane del mondo arabo. La Cisgiordania cadrebbe nelle mani di Hamas come un frutto maturo, Fatah affogherebbe in un mare di disprezzo, i regimi arabi rischierebbero di crollare.

Se la guerra dovesse finire con Hamas ancora in piedi, sanguinante ma non sconfitto, a fronte della possente macchina militare israeliana, ciò apparirebbe come una vittoria fantastica, una vittoria della mente sulla materia.

Nella coscienza del mondo, resterà impressa a fuoco l’immagine di Israele come un mostro lordo di sangue, pronto in qualunque momento a commettere crimini di guerra e non intenzionato a rispettare alcun freno morale. Questo avrà gravi conseguenze a lungo termine per il nostro futuro, per la nostra posizione nel mondo, per la nostra chance di raggiungere la pace e la tranquillità.

In fondo, questa guerra è anche un crimine contro noi stessi, un crimine contro lo stato di Israele.

13 Risposte to ““Distrutta ma non sconfitta, così Hamas riuscirà a vincere””

  1. sergio garufi Says:

    Già, “quante divisioni hanno le persone con una coscienza?” Gran bell’articolo.

  2. Carlo Cannella Says:

    Sarà anche riprovevole che i giornalisti israeliani se ne stiano rintanati nelle redazioni dei giornali e che per i loro articoli si accontentino dei rapporti e delle foto forniti dal portavoce dell’esercito, ma gli intellettuali, gli scrittori? Quelli che tante autorevoli voci della nostra cultura difesero dalle accuse strumentali mosse loro degli antisemiti in occasione del Salone del libro di Torino, che verniciarono di buona letteratura le ragioni di Israele, gli Oz, i Yehoshua, i Grossmann (che pure aveva appoggiato il bombardamento del Libano nel 2006) da che parte stanno, adesso, che dicono?

  3. Cesare Says:

    sono d’accordo, bell’articolo. La guerra e’ il regno delle menzogne. Anche il regno delle semplificazioni. In tempo di guerra si accettano semplificazioni che non si accetterebbero in tempi normali. In tempo di guerra non conta capire.

  4. demetrio Says:

    Yehoshua mi pare abbia scritto un articolo pubblicato su La stampa, questo:
    http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=5444&ID_sezione=&sezione

  5. Carlo Cannella Says:

    A me pare debole. E’ una voce misurata, quasi timorosa. Perfino paternalistica in certe note.
    E poi non ho capito bene questo pezzo: “Sono nostri vicini e lo saranno in futuro e questo ci impone di considerare con molta attenzione quale tipo di guerra combattiamo contro di loro, il suo carattere, la sua durata, la portata della sua violenza.” Come sarebbe a dire QUALE TIPO, c’è qualche tipo di guerra che potrebbe andar bene? Una violenza meno effereta e quindi più sopportabile?
    Posso capire a quali pressioni possano andare incontro gli intellettuali israeliani nel loro paese in questo momento, ma mi aspetto ben altro coraggio e posizioni più solide.

  6. eziotarantino Says:

    Sono fra coloro che, male o poco informati, hanno pubblicamente stigmatizzato l’invio dei missili da parte di Hamas, causa “scatenante” l’offensiva.
    Ero a conoscenza, ovviamente, dell stato di costrizione in cui Gaza è stata costretta dalla politica di Israele, ma in prima battuta ho ritenuto l’invio dei missili una provocazione cinica da parte di Hamas, tale non da “giustificare” l’intervento Israeliano, ma di “comprenderlo” in una spietata logica militaresca da cui né Hamas, né Israele né tutta la comunità internazionale riesce o vuole smarcarsi.
    Ripeto. L’analisi più approfondita della situazione non mi ha fatto cambiare idea sull’atteggiamento di Hamas, ma ha messo nella giusta prospettiva tutti gli eventi. Gli ultimi, i penultimi e i terzultimi.

    Detto questo non vorrei però si dimenticasse che Hamas non riconosce lo stato di Israele, di cui auspica la distruzione.
    Si dirà: con quali mezzi, oggettivamente, Hamas è in grado di dare oggi attuazione al suo programma? Certo non con i razzi, che paragonati alla potenza di fuoco israeliana fanno sorridere.
    Ma non si può sottovalutare la forza simbolica che negli israeliani anche moderati ha Hamas e la sua ragion d’essere. Di qui, credo, la frase tragicamente realista di Yehoshua, “quale tipo di guerra”: può essere pure che Yehoshua possa esere considerato una voce timorosa e misurata. Tuttavia anche ora, soprattutto ora che la forza distruttiva di Israele ha mostrato – come tante altre volte – la sua faccia letteralmente spietata, non si può dimenticare l’intera posta in gioco. Che rapporto ci può essere con una forza che dichiara che tu non devi esistere?
    Yehoshua, Oz e tanti altri hanno invocato la tregua. In questo momento non penso onestamente si possa auspicare qualcosa di più duraturo e lungimirante.
    C’è una emergenza umana, più che umanitaria. E’ folle, è stupida, la forza omicida di Israele. E’ stupida perché se hamas non è l’armata rossa (in quanto organizzazione dichiaratamente terorrista), in questo modo lo è diventata.
    La vedo così. Per quello che vale.
    Ezio

  7. cletus Says:

    prendo solo atto, che nell’assurda cronistoria di morte, mancava solo Israele per unirsi alla trista lista di coloro che hanno fatto oggetto dei loro colpi organizzazioni sovrannazionali, come l’Onu (è di oggi la notizia del bombardamento di una loro sede, a Gaza City) e/o della croce rossa (attentato di Bagdad dell’agosto 2003 ad opera di integralisti islamici, 22 morti di varia nazionalità).

    C’è qualcosa di perverso, nel punto nel quale nemmeno il simulacro di uno straccio di regola umanitaria, viene deliberatamente accantonato.
    Come dire, la capitolazione definitiva della regola, e con essa, di qualsiasi ragione.

    Il tutto, in un silenzio assordante.
    Di cosa stiamo continuando a parlare ?

  8. antonio Says:

    concordo con ezio

  9. macondo Says:

    S’io fossi… no, non foco, ma nello stato maggiore israeliano o nel mossad, mi gioverei della ridicola affermazione di hamas (ridicola più che tragica, perché se riuscisse a distruggere lo stato d’israele, riuscirebbe a distruggere nel contempo la forza politico-militare ed economica degli stati uniti, dell’europa e di due terzi del mondo) per volgerla a mio favore

  10. pamela Says:

    @ ezio
    Mi sembra che il discorso vada un po’ ribaltato: prima che Hamas auspicasse la distruzione di Israele, gli israeliani hanno sottratto la Palestina ai loro abitanti, sterminandone una buona parte. Poiché le case che gli israeliani avevano scelto come loro residenza erano occupate, le facevano saltare con intere famiglie dentro, per poi poter dire, senza tema di smentita, che le avevano trovate vuote. Attualmente, oltre al genocidio in atto, stanno cacciando (non mandando via, parlo di caccia all’uomo) e uccidendo tutti i parlamentari regolarmente eletti in uno stato sovrano, tranne quelli che ospitano generosamente nelle loro prigioni. Mi fermo perché non voglio guastarti il piacere della lettura di questa pagina:
    http://www.paolobarnard.info/intervento_mostra_go.php?id=86

    Anche oggi i giornali parlano di battaglia aerea. Vorrei sapere con chi guerreggia l’aeronautica israeliana, visto che i palestinesi non hanno una contraerea. Forse ingaggiano una battaglia aerea contro i sassi lanciati dai bambini che hanno lasciato distrattamente ancora in vita.

  11. ezio Says:

    Pamela, sono d’accordo.
    Nel 1948 gli arabi furono cacciati di casa, lo so, lo sappiamo. Non contavano nulla, uno zero, mentre gli ebrei (non ancora “israeliani”) che pure cercavano di impossessarsi di quelleterre, come si sa, dalla fine dell’ottocento, erano appena stati quasi tutti sterminati.
    Il che non giustifica nulla.
    Ma rende tutto più angoscioso.

    Se allora l’unica soluzione secondo giustizia è: fuori gli israeliani da Gerusalemme si proceda pure. Se la parola d’ordine è questa Arafat era un imbecille?
    Ogni bambino, ogni essere umano massacrato dalle bombe israeliane, lo so, è sulla coscienza del mondo.
    Ezio

  12. pamela Says:

    Non possiamo sapere cosa pensasse veramente Arafat, soprattutto quando è stato assediato dai pacifici israeliani, che gli hanno tagliato i rifornimenti al palazzo, nonché acqua, luce e telefono, come a un qualsiasi moroso e lui non era neanche moroso. Gli israeliani sanno come trattare con i dovuti riguardi un capo di stato. Non possiamo sapere neanche cosa pensasse, prima di morire di misteriosa malattia, di cui non è dato conoscere la natura. Sappiamo solo che ha accusato un malore durante una cena.
    Ciao

    pamela

  13. eziotarantino Says:

    Pamela,
    non voglio giustificare nulla della politica di Israele (l’assedio di Ramallah è stato uno dei momenti più atroci della politica israeliana). Volevo solo dire che Arafat firmando i trattati di pace ha evidentemente accettato l’idea che lo stato di Israele possa/debba esistere.
    Hamas questo lo nega.
    Se poi vogliamo dire che è stato Israele a stracciare per primo i trattati va benissimo. Però francamente non sono così documentato e non ricordo la terribile cronologia di attentati e ritorsioni.
    E.

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