Scrittori e professionisti

by

di giuliomozzi

Ha suscitata un’ampia discussione l’articolo di Franz Krauspenhaar Siamo i Fangio della cultura che non paga, pubblicato a metà dicembre 2008 in Nazione indiana.

Krauspenhaar pone una questione:

Alla fine, siamo qui a domandarci, e legittimamente, chi sia l’autore. La mia impressione è che, non esistendo un metro di valutazione chiaro per dire chi è un autore e chi no, in un mondo di scriventi spesso velleitari, chiunque può dirsi autore e spacciare le proprie righe per verbo di pregnanza artistica.

E la sua risposta alla domanda: “Chi è l’autore?”, è:

Un autore è un professionista della scrittura, che è capace anche di dare un valore aggiunto: il valore aggiunto artistico.

Un “professionista”, secondo il comodo dizionario in rete di Tullio De Mauro (qui), è “chi esercita una libera professione”, ovvero, estensivamente, “chi svolge la propria occupazione con cura, competenza e serietà”; e una professione è (qui) una “attività lavorativa, intellettuale o manuale, svolta in modo abituale o continuativo per trarne un guadagno”, ovvero “attività intellettuale che si esercita dopo aver conseguito la laurea o una particolare abilitazione, spec. in modo indipendente e nel rispetto di una precisa etica professionale”.

I “professionisti” sono solitamente riuniti in “ordini professionali”: così è per medici, ingegneri, avvocati, psicologi eccetera. Le funzioni primarie degli ordini sono: [a] garantire al cliente che il Tizio al quale egli si rivolge è, appunto, un “professionista”; [b] determinare l’etica professionale (più precisamente: la deontologia, ovvero “l’insieme delle norme di comportamento che disciplinano l’esercizio di una professione”, sempre il De Mauro, qui) e imporne il rispetto.

Io sostengo che Franz Krauspenhaar pone male un problema vero, perché credo che non siano assimilabili le figure dell’ “autore” e del “professionista”.

Non svolgerò un ragionamento; presento solo qualche considerazione.

Scrive Krauspenhaar che “non esiste un metro di valutazione chiaro per dire chi è un autore e chi no”. Quindi, se esistesse un ordine professionale degli autori, non si potrebbe stabilire con certezza chi possa farne parte e chi no.

Mi pare che sia un luogo comune la rivendicazione, da parte degli autori, di una certa libertà artistica. Domando se il concetto di libertà artistica sia compatibile con il concetto di professione, con l’iscrizione a un ordine professionale e con la sottomissione a una deontologia.

Io ho sempre lavorato nel privato, e nella mia esperienza è “professionale” colui che fa bene il lavoro richiesto, rispettando le specifiche fornite, trovando le soluzioni adeguate, nei tempi e con i costi preventivati. Questo concetto di “professionalità” è applicabile allo scrittore?

L’espressione “valore aggiunto artistico” non mi è chiara. Se Krauspenhaar intendesse dire che la “artisticità” di un certo lavoro di scrittura produce un “valore aggiunto” economico, l’espressione mi risulterebbe più comprensibile: ma sospetto che Krauspenhaar non intendesse questo (o comunque non solo questo).

Mi pare evidente che la bellezza di un’opera d’arte è ininfluente sul suo valore economico. La stessa cosa si può dire così: non è la bellezza di un’opera d’arte che ne determina il valore economico. (Rimando a un mio vecchio articolo: Quando un libro si venderà?; e invito alla lettura di libri come Mercanti d’aura o Fuori cornice di Alessandro Dal Lago e Serena Giordano).

Esiste un luogo comune, che è il mito romantico dell’artista: “geniale e trasgressivo”, “senza patria e obbligo di responsabilità sociale”, tutto “genio e sregolatezza”, “genio maledetto”, “lunatico e preda delle proprie emozioni”, eccetera (tutte espressioni trovate in Google). Krauspenhaar propone un altro mito: quello dell’artista-professionista, che “svolge la propria occupazione con cura, competenza e serietà”.

Senza dubbio io, quando scrivo un pezzo per un giornale o preparo una lezione, sono un “professionista” e vengo valutato come tale. Ma quello non è lavoro artistico: tanto che, alcune volte che sono riuscito a fare arte con un pezzo per giornale o una lezione, ho avuto un sacco di problemi (“Signor Mozzi, la cosa che lei ha fatta è bellissima, ma non è questo che volevamo”, ecc.).

Suggerisco di dare un’occhiata a una discussione simile a quella avviata da Krauspenhaar, ma nell’ambito delle arti figurative. E’ ospitata nel forum di Exibart, qui.

Sostengo che come ci sono ingegneri o chimici o imprenditori o pizzaioli che scrivono, e come costoro distinguono bene la loro attività professionale (l’ingegneria, la chimica, l’imprenditoria, la pizza) dall’attività artistica (la scrittura), così chi ha la scrittura per attività professionale e anche scrive per fare arte dovrebbe tenere ben distinte le due cose.

Se vivo di un lavoro, dipendo da quel lavoro. Vorrei che la mia attività artistica non fosse dipendente.

Tra il mito dell’artista romantico e il mito dell’artista-professionista, scelgo il terzo: il mito dell’artista gratuito. Dove per “gratuità” non intendo la rinuncia al profitto (se l’editore fa soldi con i miei libri, non vedo perché non me ne debba venire una congrua parte, ecc.) ma la libertà dal profitto (se ho in mente un libro invendibile, non per questo rinuncerò a scriverlo ecc.).

Ripesco (da qui) una mia dichiarazione di poco più di un anno fa:

Non esiste un «problema della riconoscibilità sociale dello scrittore e del poeta, in internet». Esiste un problema della riconoscibilità sociale degli scrittori e dei poeti. Esso è generato in parte dalla riduzione degli scrittori, da parte del complesso editoriale-industriale, a “fornitori di testi” – riduzione che molti scrittori accettano allegramente – e in parte dall’efficienza del divide et impera praticato negli ultimi trent’anni sia dal complesso editoriale-industriale sia dalle grandi organizzazioni ideologiche, esso stesso allegramente accettato da molti scrittori. Oggi ciascuno di noi se ne sta solo, con il cuore trafitto da un’indagine di mercato o da un’appartenenza ideologica.

Fine (provvisoria).

59 Risposte to “Scrittori e professionisti”

  1. macondo Says:

    Quanto alla mancanza di un album professionale degli autori come invece lo hanno le varie categorie di libri professionisti, mi pare che il nodo consista nella impossibilità di paragonare queste due fasce o ceti sociali. (Cerco di fare una diagnosi della situazione, non di esporre il mio punto di vista). In primo luogo, tanto per dare un ordine, si tratta di una impossibilità (o alterità, si paragona sempre misure o valori che hanno qualcosa in comune) di ordine socio-economico: il bisogno sociale, la necessità, l’utilità non solo del medico ma anche del commercialista è, nella nostra società data, incommensurabilmente più grande di quella di uno scrittore. A ciò si aggiunga il fatto che la cultura e i suoi “derivati” in questa società sono tenuti in considerazione solo dalla ristretta minoranza degli intellettuali, categoria peraltro non “industriosa”. Se in Italia si smettesse per un anno di pubblicare i libri non so quanti se ne accorgerebbero. Parallelemente a ciò, vi è il puro aspetto economico, ossia l’argent che muove la categoria di liberi professionisti, che va ad ingrassare il PIL e che non ha paragone con l’argent mosso dagli scrittori. Un esempio: in Italia nel 2007 il fatturato di libri venduti (3,7 miliardi) è stato meno della metà di quello della vendita dei “gratta e vinci” (8 miliardi). Infine, una questione di “libertà di spirito”: mentre per il libero professionista fa parte del gioco (ed è un gioco sostanzioso) iscriversi nell’album professionale della categoria, gli scrittori (veri) si sono dimostrati da sempre ostili a qualsiasi irrigimentazione (salvo poi a irrigimentarsi, taluni, come scrittori di regime). Parlo di libertà di spirito e non di espressione, in quanto non credo che, ipotizzando un eventuale album professionale, lo scrittore scriverebbe peggio o meglio di quanto già non faccia. Ultimissimo: va considerato l’ego smisurato proprio degli scrittori, che hanno un’innata tendenza alla rivalità e a farsi lo sgambetto per accaparrarsi modeste fettine di mercato (Baudelaire docet, secondo Benjamin), ego paragonabile solo a quello dei capi di Stato.
    Giusto sarebbe invece, ma è tutt’altro discorso, stabilire un tariffario riguardante le prestazioni d’opera degli scrittori invitati da enti pubblici o privati.

  2. cletus Says:

    ma uno strumento stupido-stupido come uno straccio di sindacato no, eh ?

  3. mauro mirci Says:

    Secondo me tutta la faccenda nasconde, in fondo in fondo, un dubbio sulla propria identità professionale. E’ come se tutta una categoria (facciamo tutta una categoria: in realtà si tratta di due scrittori) dibattesse su quale è lo scopo vero della propria attività professionale. E come farsi pagare per quell’attività e camparci decentemente. Krauspenhaar dice di produrre testi a valore aggiunto artistico; Mozzi, mi par di capire, sostiene che non è bene che l’arte sia un lavoro (il che non esclude che possa essere fonte di reddito).

    Trovo curioso che l’utilizzo del termine scrittore crei tanti equivoci. Scrittore è “l’autore di un testo scritto”, dice il Demauro Paravia on line. O, in alternativa, “chi compone opere scritte con intento artistico”. Non trovo riferimenti a pratiche professionali o alla qualità dei testi, giacché l’intento può essere artistico e il risultato no.
    Troviamo i giusti termini per definire le pratiche professionali in questione e il problema sarà meglio definito, almeno nelle ipotesi.

  4. Andrea Cortellessa Says:

    @ Cletus
    http://www.sindacatoscrittori.net/
    http://www.uil.it/uilcultura/chi_dejaco.htm
    http://www.rivistaincontri.com/il_sindacato.htm
    (non una storia gloriosa, direi)

    @Macondo
    ma da dove hai preso il dato sul fatturato dei libri e quello del gratta e vinci?

  5. Livio Romano Says:

    Un momento, Giulio. Io sono un narratore quasi sconosciuto. Oltre a moltissimi racconti per antologie e riviste, ho fatto tre libri e qualche migliaio di persone li ha letti. Ho sempre avuto la fortuna di avere, come si dice, ottima stampa -il che non equivale a dire che i libri siano andati benissimo. Credo (i bollettini degli editori son sempre stati per me oscuri, quasi inintellegibili) che abbiano venduto e fatto guadagnare agli editori poche migliaia di euro (e qualche spicciolo anche a me stesso). Vivo nella profonda provincia meridionale e faccio il maestro di scuola. Da una decina di anni -da quando, cioè, mi è capitato di pubblicare i primi raccontini- faccio lavori e lavoretti per le “agenzie” più disparate. Dal semplice articolo (retribuito al massimo delle tabelle sindacali previste per i free lance) alla comparsata nel vernissage di inaugurazione di una mostra. Dal radiodramma al reportage, dal corso di scrittura creativa all’intervento nel convegno sulla prevenzione degli incidenti stradali. Dall’organizzazione di rassegne di incontri con l’autore per Comuni e Province alla giuria nei premi letterari alla sceneggiatura per un cortometraggio. Questa serie di lavoretti a volte richiedono un paio d’ore di lavoro, a volte una o due settimane. A volte mi divertono, più spesso mi annoiano fino al nodo in gola. Talvolta li accetto, molte altre li rifiuto. Credo fosse Piperno che ha scritto che Madame Bovary non è un romanzo d’amore, bensì una storia di debiti. Orbene, io adoro i libri che parlano di soldi. Contanti. Sonanti. Quanto costa questo e quest’altro, quanto guadagna Tizio e quanto è indebitato Sempronio. Per dire che, mettendo uno sull’altro i lavoretti che la modesta industria culturale provinciale mi commissiona: faccio fra i cinque e i diecimila euro all’anno. Va meglio quando ci sono le botte grosse, metti, del Ministero per i Beni Culturali e assimilabili. Francamente non mi è mai capitato di partecipare a dibattiti pubblici o di scrivere articolesse per bollettini finanziati con soldi pubblici o privati senza esser retribuito. E in ogni caso, a scanso di equivoci, un periodo incaricai un mio amico avvocato di rispondere al telefono per me. Nel senso, la gente mi chiamava, e io dicevo: “Dovrebbe parlare con l’avvocato Tale”. Lui sparava cifre pazze (anche perché il patto era fifty-fifty) e i commissionatori desistevano. Da quel momento in poi, chiunque mi chiami mai omette di dichiarare anche il compenso per la mia partecipazione. (Ovviamente non è ascrivibile a questo genere di prestazione tutto ciò che io volontariamente scriva e pubblichi su argomenti che mi stanno a cuore – incombenza che addebito piuttosto all’impegno politico puro- oppure i manoscritti che leggo e, quando non mi ammorbano dopo la seconda pagina, e anzi mi sembrano buoni provo a segnalare a qualche amico editore). Ora tu, Giulio, giustamente dici che questo genere di lavoro “autonomo” (che nel mio caso assume la caratteristica dell’hobby ricompensato, ma che, se fatto sistematicamente e senza rifiutare può portare a formare un vero reddito) va decisamente separato dal lavoro “artistico” sulla pagina di narrativa. E tuttavia mi chiedo, ti chiedo, vi chiedo: se io non avessi pubblicato, qualcuno mai si sarebbe sognato di pagarmi un volo e una notte in hotel a 5 stelle e pagarmi in cash mille euro per leggere una paginetta davanti a sette persone? Di darmi 150 euro per un pezzuncolo di costume? Il mio amico magistrato prende 80 euro per un saggetto di diritto amministrativo e mi dice che è una rarità, poiché le riviste giuridiche di solito non pagano. Se io non avessi fatto i libri che ho fatto, e se nel futuro smetterò di farne o nessun editore accetterà di pubblicarmi: mi continuerà a chiamare il regista teatrale per mandarmi otto giorni spesato in Algeria a intervistare attori e IN PIU’ regalarmi cinquemila euro? Non credo proprio. D’altro canto quando faccio questi lavoretti, per quanto molto diversi, molto più “facili”, molto più fessi dal trascorrere un’intera settimana su una sola pagina di un romanzo: è vero, mi è richiesta una precisa prestazione e io provo a fare del mio meglio per adempiervi con “professionalità” e competenza e studio. E tuttavia ho l’impressione netta che una quota di quella “poetica” che ho messo dentro ai miei libri è richiesta anche dai commissionatori di depliant pubblicitari per azienda enologica. Nel senso che mi chiedono esattamente di continuare a essere lo “scrittore” che ha fatto i libri che ha fatto, ché nel caso contrario avrebbero chiamato un copy professionista. E pure se dall’Università mi chiedono di parlare di “Territorio e scrittura” (350 euro lordi) o di qualsiasi roba passi loro per la mente: non hanno mai avuto da obiettare se, nella mia relazione, ho inserito pezzi definibili “narrativi” (potrei dire “letterari” ma non oso). Ho anzi avuto l’impressione che le parti più seguite della mia concione fossero proprio quelle durante le quali giocavo nel mio “proprium”. Tu stesso, anche quando scrivi pezzi giornalistici, utilizzi stilemi alquanto letterari, e preziosismi che caratterizzano la tua prosa letteraria (l’attacco di questo stesso pezzo ne è un esempio: “Ha suscitata un’ampia discussione”).
    Ma, come dicevo, io a fare queste comparsate non mi diverto più. Tenere faticosissimi laboratori di 50 ore di scrittura nei licei nelle università nelle associazioni: dico sì perché son povero. Ma potessi scegliere, mi defilerei senza batter ciglio. Non ho il carisma del maestro, non so dire “Questa cosa che hai scritto fa vomitare”. Inoltre, fare, come scriveva Antonella Cilento tempo fa, il “personaggio” qua e là nei salotti: toglie tempo alle uniche attività cui, come credo chiunque di voi, vorrei dedicarmi: leggere e scrivere. Se vai in auto alla premiazione per la migliore tesi universitaria su Ercole Ugo D’Andrea impieghi cinque ore fra viaggio ed “evento”. Altre dieci o quindici avevi speso per sfogliare le tesi stesse. Totale: 20 ore. Gettone: 500 euro (e m’è andata bene: Gateano Cappelli spergiura che una volta l’hanno retribuito con una soppressata d’argento, avventura del resto simile alla volta che tornai da una mostra fotografica con un calice di ottone che ho regalato al parroco). In venti ore io avrei letto un classico che mi avrebbe moltissimo giovato nella stesura di almeno due o tre pagine di un nuovo romanzetto cui sto lavorando. Scriverò lo stesso quelle pagine pur senza aver toccato “Il mistero dei santi Innocenti” di Charles Péguy che faticosamente m’ero procurato (praticamente sottraendolo con inganni deplorevoli al mio professore di francese delle medie)? Purtroppo la risposta è che Sì, la scriverò lo stesso. Lascio a voi le conclusioni di questo ragionamento.

  6. vibrisse Says:

    Livio: è evidente che l’aver pubblicato, e l’avere avuta buona stampa, ti “promuove” e ti procura varie occasioni di lavoro. Ma: un mio conoscente fa di professione l’ex tossico. Lui è stato tossico per vent’anni, è pulito da altrettanti anni, e da un bel po’ integra lo stipendio (fa il magazziniere) andando a destra e a sinistra a raccontare quanto brutto è essere tossici, e come e perché sia molto meglio non esserlo.
    Voglio dire: anch’io posso fare molte delle cose che faccio perché a suo tempo ho pubblicato qualche libro. Ciò non toglie che tenere un corso all’università sia tutt’altra cosa da un lavoro artistico.

    Macondo: scrivi che “gli scrittori (veri) si sono dimostrati da sempre ostili a qualsiasi irrigimentazione”. Come si distingue uno scrittore “vero” da uno scrittore “non vero”? Uno dei noccioli del problema è sempre qui, e qualunque discorso che contenga una distinzione tra scrittori “veri” e “non veri”, autentici e “velleitari”, eccetera, è del tutto inutile se non dice come si fa a fare tale distinzione.

    Io sto più sull’opinione di Mauro Mirci: scrittore è l’autore di un testo scritto (ed è letteratura, aggiungo, qualunque cosa sia descrivibile come “qualcosa di scritto”). Il giudizio di valore subentra poi.

  7. simone battig Says:

    A me sembra che le distinzioni e le definizioni di base di Giulio siano pienamente condivisibili in questo caso.
    Io dico solo che è ridicolo, come fa Franz, formare un gruppo su facebook con il nome del suo articolo e mettere tra le priorità di discussione di uno “scrittore” i rimborsi spesa e gli scontrini fiscali…..credo che chi si è ficcato come “scrittore” nel circolo dell’apparire e scrivere basta che mi paghino se ne possa levare e basta, non pretendere che questa attività parasubordinata sia la sua fonte i reddito e avvalori anche la sua qualità artistica, come pare sottointendere il ragionamento di Franz.
    Io non credo di essere meno “scrittore” di Franz o d Livio Romano (che fa giustamente un discorso diverso…) perché ho deciso a priori di non fare tutte queste comparsate in persona o di scrittura a latere dei miei libri. Io credo di averlo fatto per difendermi e preservarmi, e per non arrivare poi ad avere delle idee balorde come quelle di Franz. Se ho un’idea balorda voglio che rimanga quella di poter vivere di ciò che scrivo nei miei libri perché “prodotto del mio ingegno” tanto quanto i vestiti di Dolce e Gabbana, non di ciò che proiettano su di me i miei libri, perché quello innesca ovviamente un meccanismo compromissorio al ribasso, come mi pare evidente dalla pletora di “scrittori” che ci sono in giro che già impediscono la ricerca al lettore di bei libri e tra un po’ ne impediranno l’esistenza in nome della mediocrità del gusto (per verifica vedere i dati sull’analfabetismo di ritorno in Italia o parlare con la normale maggioranza degli studenti universitari o delle scuole superiori….)
    Tutto qui.

  8. Angelo De Lorenzi Says:

    @ Livio Romano: da questo post, io ci ricaverei uno spassoso romanzetto… Partendo da l”a volta che tornai da una mostra fotografica con un calice di ottone che ho regalato al parroco”.

  9. federica Says:

    Io ho scritto un libro che è stato pubblicato; però non saprei dire se sono un’autrice, una scrittrice, una «scrivente» o qualcos’altro (certo: sono disposta a pensare che sia un problema mio…).
    Il lavoro con cui mi guadagno da vivere, in effetti, è un altro, e ha con la scrittura, di cui ugualmente si nutre, un rapporto molto diverso.

    Immagino che sia normale che per me il problema dell’identità sociale – se posso chiamarlo così – si inquadri in una dinamica interiore diversa da quella che oscilla tra le coppie di concetti «arte»/«non-arte», «scrittrice»/«non-scrittrice», o «autrice»/«non autrice».
    E sono sicura che interrogarsi su di sé, sul proprio senso e sul proprio ruolo abbia un suo senso.

    Però.
    Non so se sia un bene, francamente; ma siccome al momento credo di non avere alternativa, va bene così: io non riesco a liberarmi dall’idea che per scrivere sia assolutamente necessario, imprescindibile, avere qualcosa da dire, più ancora che avere la padronanza di un metodo o di una «professione», comunque si voglia intendere la parola.
    Ovvio, comunque, che è meglio dirlo bene piuttosto che dirlo male.

    Che però ciò che si ha da dire venga detto in un modo che a qualcuno (ma a chi, però, posso solo immaginarlo) appare arte, beh, questa mi sembra un’altra cosa, benché strettamente legata – nei fatti, e non nella sostanza, credo – alla questione del vivere della scrittura oppure no.

    Si vive della scrittura in sé – e non delle proprie prestazioni professionali collaterali rese possibili dal fatto di avere scritto – se qualcuno, qualche autorità di qualche tipo, riconosce a ciò che abbiamo scritto un valore che a qualcuno piace magari anche considerare artistico ma forse è almeno in molti casi (ipotizzo arbitrariamente) più simile a un valore commerciale misurato sul metro della vendibilità più che su quello dell’arte.

    Se non altro per difetto d’esperienza di entrambe le sfere, non sto istituendo gerarchie fra l’ambito dell’arte e quello del commercio.
    Dico, però, che mi pare evidente che il cosiddetto successo editoriale è conseguenza – oltre che di un valore intrinseco delle opere, misurato però su terreni non necessariamente «artistici» (e sono consapevole di usare una definizione ambigua) – anche di una consapevole decisione di «investimento» su quell’opera.

    E ciò che soprattutto mi pare importante è che un cosiddetto successo editoriale è molto spesso esito del fatto che l’editore e/o la persona che ha scritto sono inseriti (o inseribili ipso facto senza fatica per le caratteristiche di «vendibilità» dell’opera ma anche del «personaggio») in un reticolo di relazioni di potere capaci di dare all’opera spinta e visibilità.

    Sono convinta che molte cose belle non arrivino a esser lette nemmeno da dieci persone, e che cose veramente brutte e banali incontrino successo perché sono fatte da uomini e donne di potere, sostenuti dalla loro rete di relazioni.

    Quanto alla questione del genio, della sregolatezza, o della pretesa artistica, non ho niente da dire: non provocatoriamente, ma proprio perché non ho risolto dentro di me la questione relativa a ciò che sia l’arte e ciò che sia l’artigianato; se il muovere emozioni profonde basti a definire arte ciò che ha agito; se arte è ciò che almeno tot persone ritengono che arte sia; se arte sia ciò che regge al tempo; che s’impone nel gusto…

    Dubito del genio, che considero estremamente fragile e volatile; e per problemi miei m’infastidisce la sregolatezza programmatica.
    Credo però nell’esistenza del talento, ovvero di ciò che rende a qualcuno facile fare una cosa che per molti altri è difficile, ma non so in che rapporto esso sia con l’arte.

    No.
    Più ci penso, più resto convinta che per scrivere bisogna avere qualcosa da dire. È ovvio che non è necessariamente qualcosa di capitale, di importante per tutti, e che nella decisione di dire o di non dire bisogna imporsi di tacere molte più volte di quelle in cui si può dare a se stessi la chance di parlare.
    Ed è chiaro che anche così non c’è nessuna garanzia di dire cose che interessino a qualcuno.

    Il «mestiere» e la «professionalità» sono cose assolutamente fondamentali, ma sono pre-condizioni che, mi sembra, attengono alla sfera dell’abilità tecnica. Che da sola, però, produce la maniera. E forse anche forme inquinanti di ipertrofia dell’io.

  10. bimodale Says:

    #Oggi ciascuno di noi se ne sta solo, con il cuore trafitto da un’indagine di mercato o da un’appartenenza ideologica.#

    mi piace la sua idea di scrivere un libro anche se non lo vendo, il concetto di gratuità mi ricorda la riflessione di bataille.
    buonagiornata!

  11. macondo Says:

    @ andrea c.,
    il dato l’ho preso da una notizia in rete che aveva a che fare con gli editori, ma di cui il mio neurone in ciabatte non ricorda più la fonte, mentre i numeri di avevo appuntati su un foglietto
    (l’ingloriosa storia del sindacato scrittori dimostra imho che gli autori possono solo associarsi in pen club, ma che sono allergici ai sindacati di categoria, forse pensando – taluni – che la sindacalizzazione svilisca l’arte)
    @ giulio,
    considerare un autore “vero” è sempre un mix di datità oggettiva, quale può essere il riconoscimento della comunità critica (e la sua inclusione in storie letterarie contemporanee et similia) più che dei generici lettori, e di gusti e paramentri letterari soggettivi. Certo, la distinzione tra autori “veri” e non a livello di attualità è molto difficile ed estremamente opinabile, ci vuole la sedimentazione storica, ma se io affermo che Joyce o Gadda sono veri scrittori, nessuno può contestare l’affermazione, semmai qualcuno può dire che i loro romanzi sono brutti, mentre invece se lo dico, che so, di Giulio Mozzi, allora conta soprattutto il gusto soggettivo.

  12. Felice Muolo Says:

    @ Livio Romano,

    esaminata la tua dichiarazione dei redditi letteraria, dico: non c’è niente da ridere, ma neanche niente da piangere. Senza offesa.

  13. Alcor Says:

    Dice @macondo (di cui questa volta non condivido quasi nulla):
    “Se in Italia si smettesse per un anno di pubblicare i libri non so quanti se ne accorgerebbero.”
    Se ne accorgerebbero moltissimi, le case editrici in primis, che di libri campano, e tutta la filiera che li contiene.
    La verità è che al di là delle intenzioni e delle ambizioni degli autori il libro è un prodotto.
    Il prodotto di successo riverbera la sua luce sull’autore che verrà pagato di conseguenza anche per le comparsate.
    Poca luce se il successo è nullo o scarso, luce sofisticata ma ahimè premio a se stessa se il prodotto è sofisticato (per l’abbigliamento è diverso, come diceva Arbasino, ma sono le leggi del mercato), molta luce se il successo è di massa.
    E’ sempre stato così e non credo cambierà.

  14. mauro mongarli Says:

    Penso anch’io che “scrittore” sia l’autore di un testo scritto. Quel che fa la differenza è dall’altra parte, in un giudizio troppo spesso spacciato come di valore, legato a un numero pressoché infinito di altri fatti.
    Se scrivi da ragazzo e fai leggere le tue cose agli amici questi ti dicono “ma non fa ridere” (per loro non sei uno scrittore, magari per il tuo insegnante di lettere sì).
    Se fai il copywriter e pubblichi un libro perdi clienti o ti chiedono tariffe più basse: essere ritenuto uno scrittore da entrambe le parti può essere quindi uno svantaggio.
    Se scrivi romanzi, o comunque libri, e guadagni anche facendo il copywriter sei un essere ibrido dal quale guardarsi.
    Ognuno penso possa continuare, mi sembrano tracce che il mondo dello scrivere proponga in infinite varianti, come quelle scritte da Romano ma mi vengono in mente tanti giornalisti di provincia che fanno da filtro culturale ad abbienti commercianti o intere banche che non sanno alzare il capo del cassetto dei soldi.

    Quel che mi chiedo è: cosa fa davvero un autore, oggi? Il punto di partenza? D’arrivo? Il facilitatore, il catalizzatore? Sta tornando ad essere una specie di sciamano? Dostojevski oggi di cosa scriverebbe, e da dove? A chi farebbe fattura, ammesso trovasse un mercato? Bruce Chatwin sarebbe in redazione a Gulliver, forse avrebbe meno problemi? Non so. Fatico ad inquadrare la questione forse perché per me sbattermi per pubblicare un racconto è un momento d’aria fresca rispetto allo stilare preventivi per campagne pubblicitarie dove viene richiesto di quantificare le sillabe, non più le cartelle.

    Andy Warhol diceva che arte è tutto quello che ti viene da dare alle persone ma di cui non sentono il bisogno. Personalmente questo mi aiuta a capire il ruolo di quello che nasce da me, passa dal mio scrivere e arriva agli altri. Che siano cartelle stampa, racconti, inviti a feste, cataloghi di elettromeccanica siti web interi o commenti ad un blog.
    Penso sia possibile dare quantificazioni anche economiche partendo da qui, dando valore all’impegno, allo studio, all’applicazione, con i mezzi e lo spirito che è proprio ad ognuno – spero sia chiaro che SIAE e diritti sui contratti e rimborsi vengono in un secondo tempo.
    I designer ci riescono, gli architetti pure. Non parliamo di chi scrive romanzi con team di persone, di giornalisti famosi. Magari ci vuole un po’, perché fra legittimi pudori e qualche paranoia indotta dire la propria può essere difficile.
    Specie oggi che meno si ha da dire e più si grida.

  15. Miriam Says:

    …Buon inizio per questo nuovo anno che ci viene incontro
    e buona scrittura!

    🙂

  16. gianinof Says:

    quando mi sono laureato mi chiamavano dottore.
    Al corso di specializzazione i professori universitari mi chiamavano dottore.
    Un giorno arriva una telefonata, mi chiamano per una supplenza, molto lontano, vado a finire in una isola, lascio tutto quello che stavo facendo in citta. Nell’isola il bidello della scuola mi ha chiamato professore. Poi anche il preside. Tra colleghi ci si dà il tu e non ci si chiama professori, se non in presenza degli alunni, di solito.
    Eppure ero sempre io, quello di un giorno fa.
    Dottore o professore?
    Dopo un anno torno in città, incontro qualche professore universitario chei mi chiama dottore. Poi è capitato di passare di ruolo nella scuola e di frequentare anche dei master universitari.
    Ecco, a scuola ero prof e a al master ero dot.
    Una situazione pirandelliana. Verrebbe da pensare che sono proprio gli altri a decidere qual è nominalmente la propria collocazione
    ne sociale. anche se una differenza l’ho colta: quando mi chiamano prof. sono pagato, quando mi chiamano dot, devo pagare.
    Sapevo che Saramago sia diventato scrittore a sessant’anni. Era meccanico. E allora immagino che i clienti dell’officina lo abbiano chiamato signor meccanico ogni mattina; la sera, invece, quando avrà letto tra amici le sue storie lo avranno chiamato signor scrittore.

  17. giuliomozzi Says:

    Macondo, il riconoscimento da parte della comunità dei critici non fornisce alcuna “datità oggettiva”. Se “oggettivamente” la comunità dei critici considera bella l’opera di Tizio, ciò non comporta che “oggettivamente” l’opera di Tizio sia bella. Comporta che, all’interno di quella comunità, la bellezza dell’opera di Tizio è una verità intersoggettiva. Ovviamente presso altre comunità potranno essere intersoggettivamente considerati veri altri giudizi. (E non credo si possa avere, sulla bellezza o bruttezza di un’opera, una verità di qualità migliore di una verità intersoggettiva interna a una comunità).

  18. macondo Says:

    La “datità oggettiva” a cui accennavo la si può anche intendere “verità intersoggettiva”, ché poco o nulla a mio avviso cambia. La “comunità dei critici” è comunque, per quanto valga l’astrattezza di una definizione che tuttavia sottende il concetto di una comunità articolata per conflitto di interpretazioni (cioè non è un blocco unico o una casta), la datità istituita (e suddivisa a sua volta in critica accademica, militante, ecc.) che conferisce all’opera un oggettivo (o intersoggettiva) valore (o verità) letterario. I lettori da parte loro possono decretare il successo o l’insuccesso dell’opera nell’attualità, ma ci sarà sempre un appartenente alla comunità critica che, in una storia letteraria o che altro, valuterà il fenomeno nel relativo capitoletto “ricezione dell’opera”. E, tanto per non giocare con i termini, anche il critico, certo, è un lettore, ma è un lettore “privilegiato”, ossia ha strumenti istituzionali o cmq assodati che differiscono da quelli del liceale o dell’ingenere lettori della stessa opera. Così almeno, giusto o sbagliato che sia, è conformata la società letteraria.
    @ Alcor
    “Se in Italia si smettesse per un anno di pubblicare i libri non so quanti se ne accorgerebbero.” Tu ribatti:
    “Se ne accorgerebbero moltissimi, le case editrici in primis, che di libri campano, e tutta la filiera che li contiene”.
    D’accordo, ma quei “moltissimi” che dici sono compresi in quei “non-quanti” a cui mi riferivo. Moltisimi che diventano pochissimi in rapporto alla popolazione italiana, ossia agli “amici di Maria De Filippi”.
    (Fai mica parte di quei “moltissimi”?)

  19. giuliomozzi Says:

    Macondo, se per te “datità oggettiva” e “verità intersoggettiva” sono più o meno la stessa cosa, ti domando: se due distinte comunità, piuttosto estese e composte da persone competenti, credono ciascuna, fermamente, nell’esistenza di un dio; e se ciascuna comunità crede fermamente che il proprio dio abbia dichiarato non esistente il dio dell’altra comunità: abbiamo senz’altro che per ciascuna comunità l’esistenza del proprio dio e la non esistenza del dio dell’altra comunità è una “verità intersoggettiva”; ma siamo quindi difronte a due “datità oggettive”? E come possono esistere due “datità oggettive” che si negano l’una con l’altra?

  20. Alcor Says:

    @ macondo

    Bisognerebbe fare un conto di quanta gente lavora nella filiera e a naso sono sicura che resteresti sorpreso, però ammetto che il conto esatto non ce l’ho.

  21. macondo Says:

    E’ il caso, ad es., delle religioni monoteiste. Ciascuno sente come verità oggettiva la propria religione. E’ un “per sé”. Ma la verità “in sé” è a mio avviso sempre relativa. Da cosa sono accumunate queste due “datità oggettive”? Dalla stessa cosa per cui lottano l’una contro l’altra. Ossia dalla postulazione di un unico dio (che è per ciascuna di esse una verità oggettiva che nega l’altra verità)

  22. sergiogarufi Says:

    Scusate, sono loggato come sergiogarufi perchè su poesiaespirito non ho ancora la nuova password, centofanti ha problemi personali.

    io quoto nettamente livio romano. e serenamente: non capisco come mozzi possa recitare il motto “chiunque è l’autore di un testo scritto (ed è letteratura, aggiungo, qualunque cosa sia descrivibile come “qualcosa di scritto”). Il giudizio di valore subentra poi.

    dunque, quando mia madre compila la lista della spesa, fa letteratura. il giudizio: quando vedo la lista della spesa, dico che non è abbastanza “letteraria”, perchè mancano i malloreddus, che salvator satta – insigne letterato ma solo dopo, dopo il giudizio (di chi? del signor mozzi?) mangiava come ben sappiamo in abbondanza.

    livio romano fa l’insegnante di mestiere, ma la sua professionalità è svolta anche nel campo della letteratura (non solo dell’editoria, ha fatto cento cose nell’ambito); dunque gli è riconosciuta una professionalità (da chi? stavolta la risposta ce l’ho: da un cliente, da un committente). dunque, nel momento in cui opera una prestazione (da 50 euro a 1000) è un professionista.

    io non ho detto che un autore impubblicato non è un artista. sarei pazzo. e poi chi è un artista? no di certo uno che campa d’arte e d’amore, visti gli andazzi del mercato (legittimo.)

    facciamo a capirci: non tutto quello che è scritto è letteratura, non tutto quello che è pubblicato è letteratura. anche se il giudizio è positivo. letteratura è quello che “dura”. vale a dire che resiste al tempo, alle mode, a queste discussioni. no?

    in ultimo, a simone battig.

    per te è ridicolo aver aperto un forum di discussione su facebook. è ridicolo chiamarlo, per logica comunicativa!, col nome dell’articolo che ha innescato qualcosa che porterà a qualcos’altro.

    franz krauspenhaar

  23. giuliomozzi Says:

    Perfetto Franz. Se “è letteratura” (nel senso che tu dai alla parola, che implica un giudizio di valore positivo) ciò che “resiste al tempo, alle mode”, ne risulta che per valutare se un testo abbia davvero il “valore aggiunto artistico” del quale tu parli è necessario è stare a vedere se esso “resiste al tempo, alle mode”.

    Quindi propongo: che le prestazioni degli scrittori siano pagate lautamente, ma vent’anni dopo la loro esecuzione. Così si potrà vedere se tali prestazioni “resistono al tempo, alle mode”.

  24. simone battig Says:

    @Franz
    Non ho capito qual è la tua contestazione nei miei riguardi. Però il mio “ridicolo” era riferito alla vacuità della discussione che hai posto in essere. Come scrittore non accetto che chi ha pensato per anni di creare e avvalorare un sistema di distrubuzione dei proventi non basato su quanti libri vende ma su quante cose fa a latere come emanazione del suo essere scrittore poi, siccome non è soddisfatto, voglia addirittura portare ad un ruolo ben definito economicamente il suo “essere scrittore per quello che non scrivo e non faccio sui miei libri”. Mi pare che in editoria ci siano problemi più urgenti, a cominciare dal modo di rapportarsi con gli editori e con il mercato. Fin che non si sistema quello la tua è una battaglia di retroguardia culturale, per quanto mi riguarda.
    Mi spiace se ti sono sembrato offensivo ma sai, con gli anni, uno si stanca di ripetere le cose e diventa tranciante.
    Tu sei d’accordo con Livio Romano, ma la sua mi sembra una logica diversa….
    Sulla letteratura mi sa che ha ragione Giulio, ma mi sa anche che letteratura è un termine fuorviante in questa discussione specifica….forse potreste discutere meglio accordandovi su un altro termine.
    Comunque, Baricco ci sarà, per via della diffusione commerciale quantitativa anche tra cent’anni (non è più come una volta….qui e oggi conta anche il numero di copie diffuse nel presente momento) ma questo non mi porterà mai a dire che Baricco fa letteratura (in senso positivo) mentre “Cargo” di Galiazzo magari non sarà più in circolazione, ma per me ora e domani rimarrà sempre letteratura, e quindi? Discussione sterile.

  25. franz krauspenhaar Says:

    Mozzi.
    Una risposta aristotelica. Tu, come sempre – ormai sono arrivato a capirti – non dai delle risposte, ma elargisci dei sillogismi.

    Dal punto di vinta logico la tua risposta è ineccepibile, ma sotto le tue parole, davvero non c’è nulla. Hai mai visto il film “Sotto il vestito niente”? a parte la mancanza di contenuti del film, un “capolavoro” dei Vanzina, mi sembra di leggere qui, come in moltissime altre risposti, una bella “fotografia” su un vestito femminile sotto al quale la femmina non c’è.

    In pratica proponi di pagare la “letteratura” dopo vent’anni (quando la critica avrà dato un giudizio.)

    Insomma, prendi un mio concetto molto serio, e tenti di ridicolizzarlo; ma con una proposta, alla fine, ridicola. Fai anche la cosa alquanto scorretta di prendere i miei concetti, destrutturarli, e rivolgermeli contro. In pratica, Mozzi, se sei costretto a fare questi giochetti, temo che tu sia alla fine.

    @Battig.

    Discussione sterile? Sei tu che sei sterile. Cosa hai saputo “dire”? Niente, che la mia è una battaglia di retroguardia; perchè ci sono cose più importanti da fare, come rapportarsi agli editori.
    Ma non ci sono solo gli editori. Non c’è la “letteratura”, c’è il lavoro culturale. Che va remunerato. Indipendetemente dalla sua qualità letteraria.

    Tu hai scritto che io metto in piedi una cosa ridicola. Sei tu ridicolo. Più avanti ti spiegherò perchè.

  26. vibrisse Says:

    Franz, scusa. Non c’è niente di male nel ragionare per sillogismi. Si tratta casomai di vedere se si tratta di sillogismi buoni o cattivi, ben fatti o mal fatti, che danno risultati credibili o che danno risultati dubbi o errati.

    Ad esempio. La mia risposta è, evidentemente, un discorso per assurdo: ovvero mostra che, se si accetta ciò che tu dici, ne derivano conseguenze assurde. E infatti conclude con una proposta – uso la parola tua – “ridicola”. Ma, ahimè, se non è ridicolo il mio ragionamento (e non lo è: visto che è, parole tue, “ineccepibile dal punto di vista logico”), non possono che essere ridicole le premesse. E quelle le hai messe tu.

    Prendere i concetti e i discorsi altrui e destrutturarli è esattamente il lavoro critico. Se per te, Franz, il lavoro critico è “giochetti”, e chi lo esercita è “alla fine”, dimmi: in quale o quali modi dovremmo discutere?

  27. simone battig Says:

    @franz

    Ho cercato di essere comprensivo ma vedo che non sei in grado di affrontare una discussione serena.
    Allora, tu sei ridicolo per l’ovvio motivo che dopo dieci anni passati a fare il mangiapane a tradimento dei lettori (cioè a voler essere pagato per andar in giro a “dire” stronzate…ma se le volevi “dire” perché “scrivi” libri per le persone?) adesso vuoi, siccome il pane non basta, che uno come me ti riconosca il diritto di guadagnarci ancora sopra, alle spalle mie e dei lettori. Sei impazzito?
    Scrivi e lascia stare il resto, se poi ti danno dei soldi per parlare “di quello che scrivi” e non “per” quello che scrivi ritienilo comunque un privilegio, un’entrata in più. Non un diritto. Io difendo il diritto di campare delle opere del proprio ingegno, non quello di fare i teatranti ogni due per tre in qualsiasi contesto si venga chiamati per un po’ di soldi, al servizio del circo di turno.
    Se vuoi fare lavoro culturale (e mi pare che quelli come te l’abbiano fatto talmente bene che in questo paese siamo all’analfabetismo di ritorno..) scrivi un saggio, vai ad insegnare, lavora in una casa editrice etc etc….vedrai che ti retribuiscono, come retribuiscono uno in un call-center o un commesso. Punto.
    La discussione è sterile perché tu poni la pagliuzza e non vedi la trave nelle tue premesse. E la trave è che fino a che ci si relazione ai media e agli editori in questo modo assurdo nessuno che non venda centomila copie camperà mai. Mi sembra ovvio.
    Il sistema di relazioni in questo paese è malato, è molto simile al sistema mafioso dell’omertà e dei “favori”, anche in ambito culturale, ma idee come le tue farebbero altro che istituzionalizzare questa malattia, perché in tale contesto, per essere retribuiti, continuerebbero a contare tutte le cose del mondo MENO quello che scrivi nei tuoi libri. Se questo è il tipo di scrittore che vuoi essere accomodati, ma non fare la lagna. E occhio a dare del ridicolo a me, non lo puoi proprio fare, non ad uno che non prende soldi da nessuno per nessun motivo che non sia connesso ai suoi libri e al riconoscimento di quello che scrive, non di quello che fa gigioneggiando in giro. Da sempre.
    Vorresti prendere soldi per le presentazioni dei tuoi libri? In base a quale criterio di merito? Non è nemmeno detto che tu sia il più bravo a parlare dei tuoi libri…..
    Domani parto per la montagna, vedi di non scrivere amenità su di me come spesso è d’uso in questi luoghi, o non ne vieni più fuori.
    E questo è tutto, stai calmo. E ragiona senza guardarti le tasche, che qua sti’ scrittori da un altro mondo è possibile mi sembrano sempre più bravi a dire cose e a diventare tutti Mastella nella pratica reale della loro vita quotidiana. Il che non è un bel segnale, ed è anche il motivo per cui ci ritroviamo a fare queste discussioni sterili.
    So long

  28. Alcor Says:

    Forse se invece di parlare di “letteratura” e “lavoro culturale” parlaste solo di lavoro, per es: “il lavoro fatto su richiesta va sempre pagato”, tutto sarebbe più chiaro.
    Perchè se parlate di letteratura è ovvio che ognuno la intende in base alla sua formazione e a un canone di riferimento che non mi sembra condiviso.
    Peggio ancora se si parla di “lavoro culturale”. La comparsata nel vernissage di inaugurazione di una mostra o la presenza nella giuria di uno di quei premi che si vorrebbe tanto abolire – e da svariati decenni – a me, per esempio, non sembra lavoro culturale, ma sperpero di denaro pubblico per soddisfare le esigenze di un assessore comunale senza idee che potrebbe invece creare e sostenere un presidio del libro o altro a piacere di davvero formativo e culturale.
    Sembra A ME, ovviamente, perché io ho una idea molto precisa e non necessariamente condivisa di lavoro culturale e molto di questo che ho visto citato in giro non mi sembra tale, ma una forma di scambio di favori: io chiamo te e se posso ti do due lire e intanto tu mi aiuti a riempire la sala perchè io devo fare per statuto “attività culturale” e non so come farla, insomma, vieni, e fai ammuina.
    Me li sono letti tutti i commenti, e sotto tutti i vari post disseminati nell’aere. Nessuno è d’accordo con nessuno sui fondamentalia.
    O meglio, nessuno dice davvero quello che pensa.
    Perciò sono abbastanza d’accordo con non so chi che ha detto che la discussione sterile, così com’è impostata.

  29. Alcor Says:

    è sterile

  30. Alcor Says:

    No avevo letto battig, a parte il tono, che non condivido, e la personalizzazione, che non porta da nessuna parte, su alcune cose sono evidentemente d’accordo.

  31. simone battig Says:

    @Alcor

    Scusa se ti “riprendo”, ma siccome l’ho detto io dall’inizio che era sterile così come giustamente dici anche tu, ti invito a rileggere bene almeno i miei post. Non vorrei che mi confondessi ora, o un domani, con qualcun’altro, tipo Franz ;))
    E anche questo è un esempio che ci dice a cosa porta la sterilità nelle discussioni. A confondere uno scrittore con un altro per quello che dice non per quello che scrive nei suoi libri :D..niente di buono

  32. simone battig Says:

    Non condivido che la personalizzazione non porti da nessuna parte. A volte forse, ma non è la regola. Credo sia sano mandarsi a quel paese e poi amici come prima. Perché tutti hanno sempre paura di personalizzare le opinioni? Cosa vuol dire personalizzare lo scambio di opinioni? Su chi si devono fare gli esempi se non su ciò di cui si discute o su chi ha espresso cose palesemente contradditorie rispetto alle sue azioni? A forza di despersonalizzare il nostro ambiente culturale è diventato “mafioso” e “irresponsabile” tanto quanto il resto del paese. Nessuno mai che dica “Sono stato io”, nessuno mai che parli dicendo “Embe’..ho fatto sta cazzata, me ne sono accorto e adesso vorrei fare questo discutendone con voi.” Manca questa premessa per esempio anche nel discorso di Franz, c’è solo l’astio di chi non ce la fa, cosa che conosco molto bene e so riconoscere altrettanto.
    Ci lamentiamo sempre della nostra classe politica o dirigente, poi però ragioniamo come loro, avendo sempre davanti persone senza volto, e così facendo possiamo dire e fare tutto e il contrario di tutto, come loro di cui tanto ci lamentiamo. Una bella prova di “intelligenza” veramente.

  33. Alcor Says:

    Battig, di rileggere non ho voglia, non mi interessa tanto chi ha detto cosa, ma piuttosto cosa si dice, in ogni caso non ti ho confuso con Krauspenhaar, se non altro perchè la discussione è partita da lui.
    Ma la personalizzazione qui blocca tutto alla diatriba tra te e Franz, e francamente vedervi passare lentamente all’insulto, cosa che puntualmente si verificherà, mi stucca assai. Né mi stucca meno per il fatto che poi vi stringerete la mano.
    E’ che in rete tutto si appiattisce, uno scrive un libro ed è uno scrittore, dieci amici gli dicono sei un grande, ed è un grande, uno vince il premio di trebriscole ed è un autore premiato.
    E’ il bello, ma anche il paludoso della rete. Dove ci si insulta platealmente, ma dove dire che c’è una gerarchia di testi, di manifestazioni, di competenze è praticamente tabù. Si finge che non ci sia, ma come poi sappiamo, c’è. Anche prima dei vent’anni canonici.
    Sta per uscire il terzo volume di Millennium, la trilogia di Larson, che leggerò in una notte come i primi due, senza che mai mi sia venuto in mente di considerarla letteratura, nè credo all’autore, perchè alla fine i veri e bravi artigiani di talento sanno quello che sono. Non lo sapessero, non sarebbero così straordinariamnte efficaci nell’intrattenerci.
    Fare chiarezza può magari dare qualche graffiatina all’ego, ma alla fine è salutare. Sempre imho.

  34. simone battig Says:

    Alcor.
    Non ho intenzione di continuare la discussione con Franz, tanto più he parto. Proprio per evitare quello che succede in rete.
    Come ho sostenuto da altre parti i vibrisse per me è essenziale il reciproco riconoscimento. Quindi io sono disposto a stare a vedere cosa ne ricava Franz dalla sua operazione se lui è disposto ad ammettere che ha fatto uno sbaglio “prima” nel considerare giusto mettersi culturalmenete al servizio del circo. Fatto questo io posso anche appoggiare idealmente, e discuterne, il suo tentativo di “uscirne”, continuando però a perseguire la mia strada con il mio metodo. Poi, tra un po’, si tirano le somme di nuovo e si vede i fatti cosa dicono. Questo mi sembra meno sterile. Per adesso i fatti dicono che avevo ragione io sullo scrittore performer e pr che sarebbe finito dimenticato, non letto, e incapace di sopravvivere del suo teatro. Quindi ènecessario cambiare approcio riconoscendo gli errori, scartandoli, e ripartendo.
    Ci riaggiorniamo tra un altro lustro. 😉

  35. simone battig Says:

    scusate gli errori ma ho la tastiera che non batte bene…

  36. franz krauspenhaar Says:

    Allora Mozzi. Siamo da capo a dodici. Tu non riconosci valide le premesse, è evidente. E’ questo è spiacevole, perchè tu fai un “lavoro culturale” (non capisco perchè questo, anche le passerelle, non siano lavoro, dal momento che tutto è “letteratura”, tutto ciò che viene scritto.

    Io continuo a pensare che, per esempio qui, non si faccia letteratura. Continuo a pensare che dietro ai sillogismi (cattivi, Mozzi, ipocriti, Mozzi, mi dispiace se lo devo dire, ma lo devo dire) non ci sia che il nulla più spinto, a 300.000 atmosfere.

    Si parte dalla base, sempre. Si parte da un disagio condiviso che non ho inventato io.

    Poi, in base a ciò che detta la “vita”, l’esistenza, si corregge il tiro; ci si può anche fermare.

    Questo tipo di disanime sono abbastanza offensive per il “lavoro culturale” degli altri. E con te mi fermo, qui. Ti ho detto tutto.

    @Alcor. Non ho intenzione di continuare questa discussione. Come dici tu, è sterile. Come quasi tutte le discussioni che partono in questo modo, abbastanza deprimente.

    @Battig. Non raccolgo, passo oltre.

  37. giuliomozzi Says:

    Franz, tre cose.
    Uno: se tu non accetti le conseguenze delle tue premesse, sei tu che non le riconosci valide.
    Due: se i miei sillogismi sono cattivi, ovvero contengono errori, dimmi dove sono gli errori (e ti ricordo che prima hai scritto che il mio discorso è “ineccepibile dal punto di vista logico”: il che significa, mi pare, che è – a tuo giudizio – composto di sillogismi buoni e senza errori).
    Tre: nel mio articolo ho esposto una decina di considerazioni a proposito del tuo articolo. Sarei felice se, quando ne avrai voglia e tempo, vorrai dire che cosa ne pensi.

  38. franz krauspenhaar Says:

    Oddio.

    1. Non capisco cosa vuoi dire.

    2. I tuoi sillogismi sono “cattivi” perchè sono armi improprie. Non c’è l’errore. Sono cattivi moralmente. Sono amorali nei miei confronti, e nei confronti di chi solleva il problema che tu, coi tuoi giochi sofistici, neghi. Fai sempre così, con tutto. Vuoi avere l’ultima parola a ogni costo, e allora te la cedo senz’altro, non posso dialogare con te. Sei al di là di ogni dialogo.

    3. Quando troverò la forza di superare questo momento di profondissima noia – data dall’argomentare tuo e di certi altri – lo farò senz’altro.

  39. Ivano Porpora Says:

    Mi permetto di dire la mia.
    Senza difendere l’uno né l’altro (anche perché, mi pare, vi difendete benissimo da soli), penso però che sia veramente necessario, nel momento in cui si parla di una remunerazione del lavoro dello scrittore, capire cosa si intenda per ‘scrittore’, ‘lavoro di scrittura’ e ‘letteratura’.
    Mi spiego. Sono più scrittore io o Rino Gattuso (che, in quanto milanista, rispetto assai quando insegue gli stinchi avversari, ma che in quanto scrittore credo non venda tanto per il valore letterario delle sue opere)?
    Nel senso. Io scrivo e scrive Gattuso. Gattuso ha pubblicato, io no – o non ancora. Chi stabilisce chi sia lo scrittore tra i due? Penso, Franz, che il sillogismo ‘spietato’ di Giulio (spietato, non cattivo, direi), porti il confronto sul ‘prima capiamo di cosa stiamo parlando, poi parliamone’.
    Ancora. Gattuso ha scritto Il codice Gattuso, o qualcosa del genere. Come si fa a porre in discussione il valore letterario suo, e dire che è inferiore a un libro tuo, uno di Giulio o uno di Castaneda? Nel senso: possiamo bene discuterne, ma a meno che non si costituisca una commissione di saggi (e qui mi pare che l’argomento sia stato sviscerato già dall’antichità…) nulla riuscirà a distogliermi dal pensare che ogni logica che parli del valore letterario intrinseco funzionerà certo per gli estremi (ossia: vale di più un Borges che un Costantino Vitaliano), ma si incaglierà nei medi (ossia: vale di più un Tizio o un Caio?).
    La creazione del tuo gruppo, a cui mi sono iscritto perché interessato a quanto dici, non può non partire dal farmi capire cosa intendi per scrittore, cosa per scrittura e cosa per valore letterario.
    Altrimenti avrebbe ragione Busi quando (mi pare in Nudo di madre) diceva che le sue opere sono senza valore, e quindi hanno un valore altissimo, e quindi voleva anticipi superbi.
    Non basta per quanto mi riguarda dire che il valore letterario lo riconosci nel tempo. Quanto tempo? La Divina Commedia, se non erro, è stata riconosciuta come opera immortale nell’Ottocento. Il libro di Vasta, che sto leggendo, mi pare abbia un valore letterario (in scala Porpora, ovvio) elevato. Ed è stato pubblicato, mi risulta, nel 2008! Quindi qui non c’entra tanto il tempo, ma forse, paradossalmente, l’astrazione dal tempo.
    Ma qui mi fermo, perché ho la febbre e se m’infervoro mi sale…
    Ivano

  40. giuliomozzi Says:

    Franz,
    1. Voglio dire che se tu metti delle premesse, e ne rifiuti le conseguenze che ne vengono tratte in modo “ineccepibile dal punto di vista logico”, forse dovresti farti venire dei dubbi sulle premesse.
    2. Io nego il problema? Nell’articolo scrivo: “Io sostengo che Franz Krauspenhaar pone male un problema vero”, eccetera. Se c’è una cosa che non faccio, è negare il problema: metto in discussione il modo in cui è posto. Franz, ma hai letto l’articolo? Mi pare che tu intervenga solo su cose scritte nei commenti.
    3. Bene.

  41. macondo Says:

    Certa vulgata strutturalista aveva ridotto la letteratura a un insieme di testi scritti. E si disponeva ad analizzarli sulla base della loro testualità, ossia dei meccanismi e della struttura interna da essi posseduti. Ma così facendo esulavano dalla questione del valore, o dei valori, di un testo letterario. Consapevolmente, nel loro caso. Anche il postmoderno, con la sua “poetica” del riciclaggio e del citazionismo indiscriminato, ha fatto sì che il suo rullo compressore schiacciasse la tradizione artistica in una serie di referti asettici. E, venendo al sodo, mi pare qui che molti discorsi (o post) siano debitori di questa duplice ottica. Definire lo scrittore sulla base della definizione data dal dizionario significa mettere in non cale la questione del valore (o dei valori) della letteratura. Un’opera che ha solo successo di pubblico, tra qualche decennio non se ne serberà più traccia, né nella memoria del lettore sensibile ai consigli giornalistici da “usa e getta”, né nella produzione critica. Un’opera che ha la considerazione della comunità dei critici (che non è un monolite, beninteso), che viene fatta oggetto di studio, resterà. Un esempio: Pizzuto non sarà mai entrato nella hit parade dei libri più venduti, ma è innegabile che è restato nella storia letteraria novecentesca (del resto, dalla Corti a Segre, non gli è mancato il riconoscimento della comunità dei critici).

  42. franz krauspenhaar Says:

    Ma certamente le premesse non sono state poste in modo “ordinato”. Però il problema è stato messo “sul tappeto”. Per ora mi basta. L’ho letto, il tuo articolo. Ma ci sono anche i commenti.

    E comunque, non mi pare che ci sia più la voglia, da parte mia (lo ammetto) di spiegare perchè voglio andare avanti su questa faccenda.

    Le domande che mi fa Ivano Porpora sono un pò – consentimelo – da febbricitante. Tutto quello che dici è ovvio, però ci sono domande e domande, abbi pazienza. Non puoi farmi una domanda di cui tu sai già che è impossibile una risposta. La critica ha bisogno di tempo, non ti basta. Vasta ha bisogno di tempo. Tu hai bisogno di tempo. Tutti.

    Comunque, Mozzi. Non mi sottraggo di certo al tuo invito. Non vorrei perdere altro tempo, perchè discutere con te, perlomeno via blog, è impossibile. Almeno per me. Ma può darsi che io non abbia capito dove vuoi arrivare: se a capire davvero cosa succede, o a difendere la tua esperienza di operatore culturale (che peraltro, forse è inutile dirlo, apprezzo.)

    A presto, scriverò un pezzo e lo posterò da qualche parte e avvertirò per tempo, se interessa.

  43. franz krauspenhaar Says:

    Grazie Macondo del tuo intervento.

  44. Livio Romano Says:

    A proposito di riduzione degli scrittori in fornitori di testi, mi son ricordato che in Francia esiste un albo degli scrivani pubblici (http://archiviostorico.corriere.it/2001/gennaio/24/vecchio_scriba_ricomincia_dall_universita_co_0_010124018.shtml).

    Al di là di questo, ammiro Simone Battig per la scelta di defilarsi dalle comparsate. Come dicevo, è un’attività che profondamente mi disturba sempre più e che talvolta accetto malvolentieri poiché arrotondare mi serve. Inoltre porto a conclusione il ragionamento lasciato in sospeso. Fare un lavoro regolare, fare il cretino nell’industria culturale, magari avere anche una famiglia: ti porta a legger sempre meno, ad assottigliare sempre più il tempo che dedichi alla scrittura e, in definitiva, a scriver peggio di quanto sapresti fare. Dicevo in privato a Franz che, durante una Biennale, mi capitò di conoscere dei giovani scrittori di non ricordo quale paese del nord Europa, i quali percepivano uno stipendio dallo Stato per scrivere. Chi, fra coloro i quali avvertono questo fuoco del raccontare o del versificare, non anelerebbe a uno stipendio, anche piccolo, solo per scrivere? Chi non sogna una villa con vista sul mare, una stanza grande con bovindo, la scrivania, il laptop -come in quelle foto degli scrittori americani di successo come Irving? E tuttavia è da un po’, da quando Franz ha tirto fuori questa questione, che mi chiedo se la letteratura non nasca proprio da questo rubarla alla vita “normale”. Se le cose migliori non vengano fuori proprio quando sei stravolto e ti metti al computer e ti accorgi che man mano che scrivi ti passa tutta la stanchezza (che pagherai il giorno dopo sul lavoro). E’ una domanda a cui personalmente non so ancora rispondere. Propenderei per la versione Villa Vista Mare E Mente Fresca. Ma questa storia del “rubare il tempo”, della scrittura-amante segreta: ogni tanto la sento tirare fuori a qualcuno e potremmo citare cento esempi di scrittori sublimi che hanno scritto mentre facevano il ragioniere, o il taglialegna, o il medico psichiatra. Io stesso (piccolissimo narratore-artigiano sconosciuto eccetera), mi rendo conto di aver scritto il mio miglior racconto (l’unico che non ho reticenze a definire “letterario”) durante un weekend di un periodo estremamente complicato e faticoso. Non so.

  45. giuliomozzi Says:

    Macondo, io ho scritto: “Scrittore è l’autore di un testo scritto. E’ letteratura qualunque cosa sia descrivibile come ‘qualcosa di scritto’. Il giudizio di valore subentra poi”.

    Tu scrivi: “Definire lo scrittore sulla base della definizione data dal dizionario significa mettere in non cale la questione del valore”.

    Mi pare evidente che se c’è una cosa che io non faccio, è “mettere in non cale la questione del valore”. Ciò che faccio, è non definire “chi è lo scrittore” sulla base di un giudizio di valore sulla sua opera.

    Allo stesso modo, la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo cominci a con le parole: “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti”. Non si è “esseri umani” per merito, ma per natura. Poi ci sono, e nessuno lo nega, esseri umani assai diversi tra loro: e su ciascuno di essi si potrà avere un giudizio di valore.

    Esiste un sistema di pensiero che nega che tutti gli esseri umani nascano liberi ed eguali in dignità e diritti, e ritiene che non tutti coloro che siano biologicamente “umani” siano “esseri umani” e quindi liberi ed eguali in dignità e diritti. Questo è il sistema di pensiero razzista. Per il quale essere biologicamente “umani” è una precondizione, necessaria ma non sufficiente, per essere considerati “esseri umani” e quindi liberi ed eguali in dignità e diritti. Per essere “esseri umani” bisogna passare attraverso un giudizio di valore.

    Allora, io ho un sospetto. Sospetto che qualunque decisione sull’appartenenza basata su un giudizio di valore (dire “Questo è letteratura, questo no”, “Questa e arte, questa no” ecc.) funzioni allo stesso modo della decisione sull’appartenenza razzista. E poiché il razzismo non mi pare un bene, sospetto che sia opportuno in generale evitare le classificazioni basate su giudizi di valore. Per questo, prendendo da Pasolini l’uso forte dell’espressione, propongo di pensare che è “letteratura” ciò che è “qualcosa di scritto”.

    Questo non significa “mettere in non cale il giudizio di valore”. Significa non usarlo per decidere che cosa appartiene alla “letteratura” e che cosa non appartiene alla “letteratura”; e usarlo per dire: “questo è (mi pare) bello, questo no”.

    Franz: che tu abbia “messo sul tappeto” un “problema vero”, l’ho ben scritto pure io, nell’articolo. Una volta che un problema è stato posto, si potrà discutere se è ben posto, no?

    Dici che non capisci dove voglio arrivare, “se a capire davvero cosa succede, o a difendere la mia esperienza di operatore culturale”. Oi, Franz: a me interessa porre bene il problema, ovvero capire bene cosa succede.

    Sai una cosa? Io non mi sono domandato dove tu voglia arrivare. Non mi sono domandato se dietro le tue parole c’erano chissà quali intenzioni. Ho prese le tue parole, ci ho pensato su, ho tentato di fare un lavoro critico.

    Io sospetto, Franz, che farsi meno domande sulle intenzioni riposte delle altre persone sia cosa utile.

  46. franz krauspenhaar Says:

    “Io sospetto, Franz, che farsi meno domande sulle intenzioni riposte delle altre persone sia cosa utile.”

    Io ne sono addirittura certo.

    A presto.

  47. franz krauspenhaar Says:

    Per Livio: è chiaro che non importa se il “risultato” arriva dopo o durante un weekend faticoso o con la mente lucida col laptop sdraiato su una spiaggia dei Tropici. Anche se, personalmente, sospetto che le cose migliori vengano fuori nei periodi più difficili, in condizioni difficili, spesso forzandosi a scrivere perchè si crede di essere scarichi e di non aver nulla da dire. Ma, a parte questa opinione-sospetto tutto mio, il “professionista della scrittura”, a mio avviso, non è solanto colui che per vivere fa lo scrittore, o che vive soltanto di scrittura. E’ anche colui che fa il “secondo lavoro” – culturale. Perchè no?

    E perchè non chiedere più diritti, più rispetto?

    Solo perchè è pieno di gente pronta a fregarci la rubrica scrivendo a gratis al posto nostro?

    Non è una ragione sufficiente. Secondo me.

  48. Marco Candida Says:

    Giulio, conosco bene il significato di “letteratura” che proponi. Però, ti chiedo: se la letteratura è “qualcosa di scritto” ossia “tutto ciò che è scritto”, allora la “Storia della Letteratura” dovrebbe essere la “Storia di Tutto Ciò Che E’ Scritto”?

    Lo dico, perché mi pare che nella parola “letteratura” l’attribuzione di un giudizio di valore intrinseco nasce dal fatto che esista e si studi la “Storia della Letteratura” e non la “Storia delle Opere Più Meritevoli E Più Significative Della Letteratura”.

    Qui, in base a queste premesse, occorre una scelta. O si accetta che la tua definizione è la migliore definizione di letteratura che uomo abbia mai pensato prima e di conseguenza si cambiano i titoli delle migliaia di antologie, delle migliaia di libri che si stampano e che sono stati stampati e si comincia a pensare “letteratura” diversamente, oppure la si respinge.

  49. Andrea Cortellessa Says:

    Ritengo che alla questione posta da Franz Krauspenhaar (concordo: questione esistente ma malposta) abbia risposto esaurientemente Giulio Mozzi il 7 gennaio alle 15.30. Esaurientemente: cioè con economia di mezzi e massima performatività retorica (se mi piace tanto la scrittura di Mozzi qui su Vibrisse è perché ha queste caratteristiche; ha ragione Krauspenhaar, suo strumento principe è il sillogismo ma, come nel caso del commento del 7 gennaio alle 15.30, si tratta di sillogismo rovesciato, ironico e per assurdo; nondimeno funzionante come un “vero” sillogismo; questo tipo d’effetto io definisco performatività retorica).
    Dunque non sto seguendo questa discussione, mi perdoni Krauspenhaar, per il suo item iniziale; bensì per un sub-item che è emerso discutendo le sue premesse. E cioè come si definisce “uno scrittore”. Poco fa Mozzi citava Pasolini, “letteratura” è “qualcosa di scritto”. E’ una definizione paradossale, perché perfettamente controfattuale nei confronti di una (secolare) tradizione retorica in virtù della quale, poniamo, “L’Italia liberata dai Goti” di Giangiorgio Trissino è letteratura (si tratta cioè di un testo regolato e normativizzato dalle convenzioni retoriche del suo tempo, che s’inserisce in una tradizione e al contempo la rifonda) e, poniamo, il “Libro mio” del Pontormo non lo è (è uno scartafaccio a uso privato di un autore non riconosciuto come tale – in letteratura, beninteso; perché poi se il suo scartafaccio finiamo per averlo conservato è, guarda caso, per la sua fama in altro campo – che solo dopo qualche tempo viene considerato letterariamente degno sino ad apparire, magari, ben più interessante del pallosissimo poema del Trissino).
    Macondo poco fa evocava i guasti della temperie strutturalista, salvo poi in clausola citare, fra le prove della letterarietà di Antonio Pizzuto, la considerazione critica di cui godeva presso Cesare Segre e Maria Corti cioè guarda caso i due principali esponenti dello strutturalismo italiano (a parte che la vicenda Segre-Pizzuto è un po’ più complicata di così e rinvio chi fosse interessato a verificarla al carteggio Contini-Pizzuto; ma sono sicuro che Macondo, chiunque egli sia, già lo sa benissimo).
    Un grande esponente dello strutturalismo non italiano, poi passato ad altre occupazioni (ma non macchiatosi di becerume da pentito come certi suoi illustri colleghi), è Gérard Genette. Proprio Genette nel suo libro forse meno letto ma certo non il meno importante, “Finzione e dizione”, secondo me ha posto le premesse per trattare la questione in oggetto nel modo più sensato. Spiegando come nel tempo si siano avvicendate, e in certi periodi (come il nostro) abbiano convissuto, due concezioni di letterarietà. Quella più tradizionale e tradizionalmente accettata è di tipo “costitutivo”. E’ letteratura ciò che osserva, sin dalle proprie premesse, determinate regole di appartenenza al “campo letterario” (per dirla con altro idioletto critico). Appartiene a un determinato genere letterario, per esempio. Oppure circola usufruendo di determinate (e non altre) forme di pubblicazione. Seguendo questo tipo di criterio è “poesia”, senza discussioni, l’intero catalogo dello Specchio Mondadori. Non è e non può essere “poesia” il manoscritto inedito di un quanto si voglia geniale poeta esordiente (almeno fino a quando non viene pubblicato dallo Specchio Mondadori o analogo canale).
    Più o meno dal secondo romanticismo in poi, spiega Genette, è però invalso un secondo criterio di letterarietà, di tipo “condizionale”. E’ letteratura ciò che, sulla base di un sistema di ricezione (che sino a oggi ha chiamato prevalentemente in causa una certa categoria di persone sempre più impopolare, cioè “i critici”) complesso articolato e frutto di infinite sovrapposizioni e contrapposizioni di giudizio (che dunque può richiedere anche più di vent’anni d’attesa…), un certo “tempo” decide che, quel testo e non un altro, risponde a certi requisiti. Formali, per lo più (ma non solo). Per cui – senza essere affatto crociani – si può decidere che il 70% (a essere ottimisti) del catalogo dello Specchio Mondadori non è, con tutta evidenza, “poesia”. Mentre magari il manoscritto inedito e sconosciuto lo è – tantissimo (come appunto nel caso del “Libro mio” di Pontormo).
    Io sono decisamente più di questo secondo indirizzo; il che non mi vieta di tenere conto del primo, in questa discussione come più in generale quando si discute se il tal testo o il talaltro siano “letteratura” o meno: per il semplice fatto che questo primo criterio è osservato da moltissime persone e, cosa che lo avvantaggia sul secondo, è di carattere sincronico. Non abbisogna dei famosi vent’anni di dibattimento, voglio dire.

  50. giuliomozzi Says:

    Il guaio è, Marco, che – a quel che mi risulta – pressoché tutte le pretese “Storie della letteratura” sono in effetti “Storie delle Opere Più Meritevoli E Più Significative Della Letteratura”. Sono opere più idiografiche che storiche.

    Vedi il mio vecchio (e troppo lungo) articolo “Che cosa chiedo alla critica letteraria”:
    http://www.vibrissebollettino.net/archives/2006/01/che_cosa_chiedo.html

    e magari anche la interessante replica di Giacomo Sartori:
    http://www.vibrissebollettino.net/archives/2006/01/che_cosa_chiedo_1.html

  51. paola borgonovo Says:

    provo a dire la mia, anche se non so se riuscirò davvero a spiegarmi.
    non credo che la letteratura sia definibile solo sulla base del metodo fisico di espressione (se è letteratura solo ciò che è scritto, che ce ne facciamo di tutta la tradizione orale omerica, biblica, vedica, sanscrita e chi più ne ha più ne metta? diventa letteratura solo quando viene registrata per iscritto? e prima cos’era?). io credo che ciò che fa di un testo scritto (e in casi estremi un testo tramandato oralmente) un testo letterario è l’intenzionalità letteraria. e siccome un testo è una comunicazione con un mittente e un destinatario (che può essere previsto dallo scrivente o meno) l’intenzione letteraria può essere o dello scrivente o del destinatario (che fruisce di quel testo come letterario) o di entrambi. per spiegarmi: la lista della spesa che scriverò domani non sarà letteratura perché io nello scriverla non le attribuirò quell’intenzione e mio marito nel leggerla mentre sarà al supermercato non le attribuirà quell’intenzione. al contrario anna frank mentre scriveva il suo diario nell’alloggio segreto forse aveva una intenzionalità letteraria, o forse no. in ogni caso la abbiamo noi nel leggerlo e questo ne fa senza dubbio un’opera letteraria.
    così sicuramente molti che oggi scrivono si considerano autori e scrittori (a prescindere dal fatto che abbiano o meno pubblicato e che lo abbiano fatto con successo o meno) in forza della loro consapevole intenzionalità. analoga intenzionalità può non essere stata loro riconosciuta e restituita dal mondo editoriale o dai lettori in senso lato e, in caso positivo, con diverso giudizio di valore. dal mancato riconoscimento dell’intenzione letteraria più che dal giudizio di valore sul testo stesso dipende, a mio parere, la frustrazione di molti che scrivono.

  52. Alcor Says:

    “Io sono decisamente più di questo secondo indirizzo; il che non mi vieta di tenere conto del primo” dice Cortellessa,

    Anch’io, il primo è però, con tutta la zavorra della sua pedante pallosità, quella strada – dell’infinito confronto e della paziente eliminazione – che si percorre per arrivare ad avere l’orecchio esercitato per il secondo, più vivo e perciò anche più instabile e discutibile.

    Su quella strada si trovano a camminare fianco a fianco, i critici e gli “autori sugli autori” che di solito, a leggere almeno gli epistolari, sono i più sensibili a riconoscere immediatamente il talento dell’altro, e quasi mai sbagliano, magari rodendosi dall’invidia. E quell’altra categoria – piccola di numero ma importante – che chiamerei dei Grandi Lettori, gente priva magari di statuto, ma operosa e operativa, almeno in passato, gente che ha l’Orecchio – relativamente – Assoluto.
    Questa gente si riconosce e autocertifica, da sempre, in una comunità.
    E’ questa comunità complessiva a essere impopolare, non tanto i critici in sè, e lo dico dopo due anni di mente e schermo aperti, in cui mi sono suppata pagine e pagine di post e thread.

  53. Alcor Says:

    Ma questo thread è un cane a tre teste.

  54. Marco Candida Says:

    Mi chiedo se questa definizione di letteratura che tu proponi ( e che riprendi da Pasolini; il quale Pasolini è passato anche alla Storia Del Cinema: quindi lui è già a quota 2 Storie) abbia qualche utilità.

    Vedi, Giulio, il punto è proprio questo: le “storie della letteratura” sono storiche o idiografiche? Adesso formulerò una domanda che forse potrà sconvolgere, ma: siamo proprio sicuri che passare alla Storia Della Letteratura sia un premio?

    Ad esempio nella Storia ricordiamo alcuni dittatori che disprezziamo ferocemente. Li studiamo. Li ricordiamo. Le loro vite, però, salvo alcune perversioni di pensiero, non sono più meritevoli di altre, e sono addirittura peggio di altre. Sono però importanti. Sono esistenze “significative per la specie umana”.

    Allo stesso modo, non è che forse la Storia Della Letteratura segnali soltanto le opere più “significative per la specie umana”, ma non le più meritevoli?

  55. Andrea Cortellessa Says:

    @ Alcor
    E’ vero che gli “autori sugli autori” sono i più bravi a riconoscere i consanguinei e, soprattutto, i maggiori di sé. Però, aggiungi tu stessa, al netto dell’invidia. Urge un grande saggio (d’Autore) sull’Invidia D’Autore: grande motore mobilissimo, e quanto mai celato, della Lotta Per Il Canone.

    @ Marco Candida
    Temo che in Storia della Letteratura non si diano le condizioni per la rivoluzione copernicana da decenni introdotta, nell’altra Storia, dalla pratica della “microstoria”. La microstoria della letteratura (o “Storia naturale della letteratura”, come la definisce Giulio M. nel post del 2006 che riportava prima e che io nel 2006 non avevo letto – nulla di più inedito dell’edito, tanto più su schermo che su carta) è una contraddizione in termini perché la letteratura 1) non è “naturale” e 2) hélas, non è “democratica” (Franco Fortini dixit)

  56. Alcor Says:

    Bel tema:-)
    Secondo me ci vorrebbe un critico (Autore).
    Bernhard l’ha fatto in parte nel Soccombente, di sguincio.

  57. Mario pandiani Says:

    Il dottor Jung disse; Cosa cerca l’artista? molti soldi e splendide amanti.
    Non credo che questa discussione abbia senso, o meglio credo che un senso ce l’abbia ma sia profondamente nocivo.
    Un esempio è quello famoso del millepiedi; non ha nessuna difficoltà a coordinarli tutti, finchè non si interroga su quale debba andare avanti per primo, allora tutto si incespica.
    Infatti la letteratura attuale è inquinata da questa assurda auto determinazione, autointerrogazione su quale sia il proprio status, questa coscienza o autocoscienza postmoderna è veleno che ottunde l’unica ragione per cui uno scrive, cioè che non può farne a meno.
    Se anche i lettori facessero lo stesso l’editoria sarebbe fottuta, e forse, come ha suggerito qualcuno, l’editoria è sinonimo di letteratura.
    Penso che dobbiamo aspettare che un po’ di editori falliscano, che si pubblichino meno libri, (ma che si continui a scriverne molti) per tornare a vivere con maggior naiveté la scrittura, per tornare a quello stato edenico in cui i lettori non riescano a trovare abbastanza libri da leggere, e per evocazione, per addensamento di pensieri e di desideri,per condensa epocale, e non per promozione mediatica, si materializzino buoni libri e lo spirito del tempo venga cantato.

  58. Alcor Says:

    In questo caso, appuntamento a tutti su Marte!

  59. Mario pandiani Says:

    Sun turnin’ ‘round with graceful motion
    We’re setting off with soft explosion
    Bound for a star with fiery oceans
    It’s so very lonely, you’re a hundred light years from home

    Freezing red deserts turn to dark
    Energy here in every part
    It’s so very lonely, you’re six hundred light years from home

    It’s so very lonely, you’re a thousand light years from home
    It’s so very lonely, you’re a thousand light years from home

    Bell flight fourteen you now can land
    Seen you on Aldebaran,
    safe on the green desert sand
    It’s so very lonely, you’re two thousand light years from home
    It’s so very lonely, you’re two thousand light years from home
    😉

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