Scrivo questo romanzo perché ho bisogno di soldi

by

di giuliomozzi

[In relazione all’articolo di Demetrio Paolin Che cosa fa di uno scrittore uno scrittore, a sua volta riferito all’articolo di Franz Krauspenhaar in Nazione indiana Siamo i Fangio della cultura che non paga, che a sua volta si riferiva a un articolo sulla proposta di Sciopero dell’autore – pubblico questo testo che è, al momento, più o meno il primo capitolo del romanzo al quale sto lavorando da anni. Il titolo del romanzo è: Discorso attorno a un sentimento nascente. Il capitolo non ha titolo. Ovviamente il testo va letto per quello che è: un brano di romanzo, nel quale parla un personaggio la cui biografia e le cui opinioni sono frutto di pura invenzione. gm]

[Questo testo è stato ripreso in Nazione indiana, qui e in Pazzoide, qui.]

Scrivo questo romanzo perché ho bisogno di soldi. Ne ho un bisogno disperato. Io non sono mai stato attaccato ai soldi. E’ per questo, forse, che non ne ho. Non sono mai stato capace di mettere i soldi in cima ai miei pensieri. Non credo di avere mai buttati via i miei soldi. Ho sempre pensato che se avessi sempre lavorato, avrei avuti sempre i soldi. Ho sempre risparmiato. Sono stato educato al rigore. Ho accettata l’educazione al rigore che mi è stata impartita. Ho sempre pagate le tasse. Ho sempre pagati i contributi volontari. Mi sono fatto un’assicurazione sulla vita. Ho regolarmente comperati i Buoni di Risparmio Postale. Non sono mai vissuto alla giornata. Mi sono sempre sentito tranquillo. Lavoravo, guadagnavo, pagavo le tasse i contributi l’assicurazione, comperavo i Buoni di Risparmio Postale. A volte andava meglio, a volte andava peggio. Ci sono stati degli anni nei quali ho guadagnato molto e degli anni nei quali ho guadagnato poco. Non sono mai stato veramente in difficoltà. Quello che ho risparmiato è sempre bastato a tenermi al sicuro. Non mi era mai successo di dare fondo a tutti i miei risparmi. I risparmi stavano lì. Lavorare mi piace. Nella vita non so fare altro che lavorare. Non sono mai stato avido. Il lavoro mi interessa più del guadagno. Gli amici mi hanno sempre detto che certe volte mi faccio pagare troppo poco. Lo ammetto. A volte mi piace lavorare gratis. Quello che mi dà soddisfazione è il lavoro. Non il guadagno. Il guadagno non è mai stato in cima ai miei pensieri. Lavoravo, avevo lavoro, venivo pagato, risparmiavo, pagavo le tasse, pagavo i contributi, comperavo i Buoni di Risparmio Postale. Provvedevo alle mie necessità. Il lavoro non mancava, il lavoro veniva pagato regolarmente, quanto guadagnavo bastava a provvedere alle mie necessità, perché avrei dovuto preoccuparmi? Mi è sempre mancata la voglia di concentrarmi sul guadagno. Se qualcuno tardava a pagarmi, aspettavo. Magari sollecitavo. Non mi sono mai preoccupato. I soldi arrivavano, prima o poi. Dentro dei tempi accettabili. La situazione era comunque sempre gestibile. Non mi era mai successo di dover liquidare i Buoni di Risparmio Postale. Invece adesso non è più così. Tutto l’anno scorso ho lavorato. Da alcuni, che mi avevano affidati dei lavori importanti, non sono stato pagato. Ho sollecitato. Ho aspettato un anno. Ho sollecitato di nuovo. Ho aspettato ancora qualche mese. Non sono stato pagato. Nel frattempo ho dovuto fare delle spese di una certa importanza. Non mi sono più sentito al sicuro. L’altro giorno ho telefonato a uno di questi soggetti. Intendo soggetti per dire persone, società, aziende, enti pubblici, università, associazioni. Non ne faccio il nome per timore di ritorsioni. Ho telefonato e ho detto:

«Voglio i miei soldi, me li dovete da quattordici mesi».
«Non li abbiamo».
«Ma io ho bisogno di soldi».
«Non sappiamo cosa farci, non li abbiamo».
La conversazione è finita lì. Allora ho telefonato a un altro soggetto.
«Voglio i miei soldi, me li dovete da un anno».
«Abbiamo già pagato».
«Quando, dove, come».
«Abbiamo già pagato».
«Datemi gli estremi di un bonifico, la fotocopia di un assegno».
«Senta, abbiamo già pagato».
La conversazione è finita lì. Sono andato in banca a controllare. Non sono stato pagato. Potrebbero avermi spedito un assegno circolare. Potrebbe averlo intascato il postino. Ne dubito. Ho ritelefonato di nuovo:
«Guardate che i soldi non ci sono, sono stato in banca, non c’è nessun bonifico».
«Se non abbiamo già pagato, pagheremo».
«Sì, ma quando? Io il lavoro lo ho fatto un anno fa».
«E che cosa vuole che sia, un anno? Pensi che noi…».
«Voi non mi interessa. Io voglio essere pagato. Se non ora, almeno in una data certa. Voglio sapere in quale data sarò pagato».
«Pagheremo, non si preoccupi».
«Come faccio a non preoccuparmi? Prima non pagate, poi mi dite che avete già pagato, poi mi dite che pagherete ma non si sa quando».
«Senta, non rompa. Guardi che non è l’unico ad avere certi problemi».
Hanno messo giù. Allora ho telefonato a un altro soggetto.
«Voglio i miei soldi, me li dovete da dieci mesi», ho detto.
«Sì, non si preoccupi», mi hanno detto.
«Certo che mi preoccupo», ho detto, «me li dovete da dieci mesi».
«Eh, non si preoccupi».
«Io posso anche non preoccuparmi, ma intanto che non mi preoccupo, di che campo?».
«Senta, non si preoccupi, questi sono tempi normali per noi».
«Ma non sono normali per me, e io voglio i miei soldi».
«Senta, non sono stati pagati neanche tutti gli altri che hanno fatto il lavoro con lei».
«Questo non vuol dire che non pagare sia una cosa giusta».
«Ma noi paghiamo. E lei non deve preoccuparsi».
La conversazione è finita lì. Allora ho telefonato a un altro soggetto.
«Voglio i miei soldi, me li dovete da nove mesi», ho detto.
«Quali soldi?», mi hanno detto.
«Quelli per il lavoro tale, un corso di formazione, l’ho cominciato un anno e mezzo fa, l’ho finito nove mesi fa».
«Qui non ci risulta niente».
«Come sarebbe che non vi risulta niente? Vi ho mandata la nota di addebito il giorno tale, poi vi ho telefonato il giorno tale e il giorno talaltro, mi avete detto che avreste provveduto, come sarebbe che adesso non vi risulta niente?».
«Con chi ha parlato?».
«Con Tizio».
«Tizio non lavora più qui».
«E allora come facciamo?».
«Tizio l’abbiamo mandato via perché faceva strane cose con i soldi».
«Ho capito, ma io che cosa posso fare, che cosa devo fare per avere i miei soldi?».
«Eh, è possibile che i suoi soldi se li sia presi Tizio».
«Ma a me non mi interessa se Tizio si è preso dei soldi, io voglio i miei soldi e li voglio da voi, perché io ho fatto un lavoro per voi, e aspetto il pagamento da nove mesi».
«A noi non ci risulta niente».
«Cercate Tizio. Fatevi dire da Tizio».
«Eh, sì, Tizio, chi lo ricupera più, quello».
«Ma nella vostra documentazione, il lavoro che ho fatto ci sarà da qualche parte».
«Può darsi».
«Era un corso di formazione, c’erano venti iscritti, ho le loro email, li posso rintracciare, posso dimostrare che il lavoro l’ho fatto, loro hanno anche pagata una quota».
«Questo non cambia niente. Il problema è contabile».
«Mi sta dicendo che ve ne lavate le mani?».
«Guardi che anche noi siamo parte lesa».
«Ma io sono leso personalmente. Voi siete una grande organizzazione, io sono uno che di quei soldi ci campa. E per fare quel corso, tra viaggi e altre cose, sono uscito di un bel po’ di soldi».
«Senta, non stia a rompere, che abbiamo più guai di quelli che lei si immagina. Anche a noi mancano soldi».
La conversazione è finita lì. Io sono al punto di prima. Ho bisogno di soldi. Non ce la faccio con le spese fisse. Devo pagare due affitti, l’appartamento e lo studio, le bollette, la spesa quotidiana. Per fare il mio lavoro devo viaggiare, devo pagare i biglietti dei treni, devo pagare le camere di pensione, devo pagare i pasti fuori casa. Se non ho soldi non posso lavorare, se non lavoro non faccio soldi. Non sono uno sprecone. Quando sto fuori vado in pensioni a due stelle, tre stelle, spendo quaranta euro. Pranzo con un gelato, due euro. Ceno al kebab, tre euro e mezzo. Ho con me la bottiglia dell’acqua, la riempio ai rubinetti. Sono cresciuti i prezzi dei treni, non vado più a Milano con l’Eurostar. Vado a Roma col treno notturno, dormendo sul sedile. Non mi compro da vestire da un anno. Ho cominciato a usare la carta di credito. Si prendono i soldi il quindici del mese. Ho una collaborazione, ogni ultimo giorno del mese mi arriva lo stipendio. Se il quindici ci sono sul conto i soldi che bastano per la carta di credito, fino al trenta successivo sono salvo. Adesso che non ne ho, tutti i giorni penso ai soldi. Il mio lavoro è un lavoro nella cultura. Per fare il mio lavoro devo mantenere la mia cultura. Devo leggere libri, andare al cinema e a teatro, ascoltare musica, visitare esposizioni. Sono sei mesi che non faccio più niente. Vado in libreria e guardo i libri. Mi faccio raccontare i film dagli amici. La musica della radio non serve a niente. Si è rotto qualcosa in bagno. Colava l’acqua dal soffitto del vicino del piano di sotto. Ho chiamato l’idraulico. L’idraulico ha fatto il lavoro. Ho pagato l’idraulico, subito. Ho accettato di pagare senza fattura per pagare meno. Quando il soffitto del vicino del piano di sotto si è asciugato, ho chiamato i pittori. I pittori hanno fatto il lavoro. Ho pagato i pittori, subito. Ho accettato di pagare senza fattura per pagare meno. Ho liquidati i Buoni di Risparmio Postale. Mi sono arrivati dei pagamenti. Ero contento. Tre pagamenti nel giro di una settimana. Avevo ottomilatrecento euro sul conto. Mi hanno clonato il bancomat. Avevo vista una cosa strana, nell’estratto conto, ero a Milano per lavoro, ho telefonato alla banca. La banca mi ha detto di non preoccuparmi, che era uno storno dalla carta di credito. Che siccome avevo speso molto con la carta di credito, si erano presi una fetta dei soldi con un po’ d’anticipo. Considerato che ultimamente, in effetti, qualche volta al momento di rimpolpare la carta di credito i soldi sul conto corrente non c’erano. Una misura prudenziale. Ormai ero un cliente inaffidabile. Comunque mi sono messo tranquillo. Da Milano sono andato a Reggio Calabria, poi in Olanda. Il mio lavoro si potrebbe misurare in chilometri. Poi un giorno sono a Verona, in casa di una scrittrice, stavamo discutendo del suo romanzo futuro, la banca mi ha telefonato.
«Signor Mozzi, lei è sotto di duemila euro».
«Non è possibile».
«Negli ultimi quindici giorni lei ha fatto continui prelievi, ora è sotto di duemila euro».
«Non saprei neanche come fare a farlo. Avevo ottomilatrecento euro sul conto, ho dei limiti al prelievo e alla spesa, come potevo prelevare tutti quei soldi?».
«Lei ha fatto continui prelievi da 750 euro ciascuno».
«Il mio limite di prelievo è 500 euro».
«Può passare da noi?».
Sono andato alla banca. Abbiamo verificato tutto. Il mio bancomat era stato clonato. Mentre io giravo per l’Italia e l’Olanda, un ignoto signore si era presi tutti i miei soldi, a 750 euro a botta, prelevandoli in banche di Roma e di Ostia.
«Mi avevate detto che potevo stare tranquillo, che si trattava di uno storno della carta di credito».
«Con chi ha parlato?».
«Con un uomo. Un maschio».
«Qui dentro lavorano quarantacinque maschi».
Il mio conto è all’agenzia centrale della banca.
«Che numero ha chiamato?».
«Questo numero qui».
«Se lei chiama questo numero, le rispondono dallo sportello. Che giorno ha chiamato? A che ora? Perché ha chiamato invece di venire qui?».
«Era il giorno tale, stavo a Milano, dovevo andare a Reggio Calabria e poi in Olanda, ho guardato l’estratto conto al bancomat, ho vista la cosa strana e ho chiamato. Saranno state le nove di mattina».
«Controlleremo. Intanto lei è sotto di duemila euro, come facciamo?».
«Non lo so. Altri soldi non ne ho».
«Preferisce un prestito o un fido?».
«Credo che sia più pratico il fido».
«Allora le posso fare un fido da duemilacinquecento euro. Le condizioni sono queste».
«Mi scusi. Io vi affido la custodia dei miei soldi. Voi ve li fate inculare. E io, perché voi vi siete fatti inculare i miei soldi, devo pagare questi interessi qui?».
«Le condizioni sono queste. Non possiamo mica prestare i soldi a gratis».
Poi sono stato in Questura, ho fatta la denuncia, eccetera. Il problema era che i miei soldi erano stati rubati in Italia. Se mi avessero fatto dei prelievi in Romania, mi avrebbero subito bloccato il bancomat. Invece ora dovevo provare che il tale e il talaltro giorno, mentre un ignoto signore si prendeva i miei soldi a Roma o a Ostia, io non stavo né a Roma né a Ostia. Agenda, nomi e cognomi di persone, telefoni.
«Ma quanti prelievi le hanno fatto?», si stupiva l’agente.
«Una quindicina. Di vari importi».
«E lei non si è accorto di niente?».
«Mi ero accorto. Ho telefonato alla banca. Un cretino mi ha detto che non mi dovevo preoccupare, che era uno storno della carta di credito».
«Ah».
Ho portato in banca la copia della denuncia.
«Si può sapere, allora, chi è quel cretino che al telefono mi ha detto di non preoccuparmi, quindici giorni fa?».
«Mi spiace, non siamo in grado di identificarlo. Lei è sicuro di aver telefonato?».
«Mi prende per scemo?».
«Signor Mozzi, lei è sicuro di aver telefonato? Non è che, magari, ne aveva l’intenzione, ci ha pensato, e poi si è dimenticato di farlo?».
Sono andato da quelli dell’assicurazione. All’assicurazione pago centonove euro al mese. Il capitale accumulato è ormai di quattordicimila euro. Più gli interessi. Sono soldi.
«Cosa vuole che siano, centonove euro al mese».
«Guardi, ho una situazione disperata, ho bisogno di liquidità».
«Ma pensi al suo futuro. Sono già undici anni, tra quattro anni avrà terminato il programma».
«Ho bisogno di soldi. Adesso. Sono pieno di crediti che non riesco a esigere. Mi hanno clonato il bancomat. Mi hanno portato via diecimilatrecento euro».
«Ma lei lavora, è un intellettuale, una persona famosa».
«Senta, quello che voglio è chiudere l’assicurazione e portarmi a casa quello che posso».
«Ma così ci rimette».
«Nel lungo periodo sì. Ma il mio è un problema di breve periodo».
«E lei è sicuro che non avrà problemi nel lungo periodo?».
Ho cominciato a non dormire di notte. Io ho sempre dormito come un sasso. Non tanto, cinque o sei ore, ma come un sasso. Basta che io mi stenda sul letto, e parto. Mi sveglio quando suona la sveglia o quando entra la luce. Non è più stato così. Durante il giorno facevo il mio lavoro, stavo anche abbastanza bene, avevo la mente dedicata al mio lavoro. Appena mi stendevo sul letto, mi prendeva la paura. Non riuscivo a dormire. Digrignavo i denti. Mi girava la testa. Avevo paura. Allora mi alzavo, guardavo la televisione. Era un po’ meglio. Due ore di televisione, almeno. Poi ero così stanco che riuscivo ad addormentarmi. Però avevo gli incubi. Mi svegliavo alle quattro di mattina. Dormivo due ore, due ore e mezza. Durante il giorno avevo un rombo nella testa. Non riuscivo a concentrarmi. Allora ho trovato un altro sistema. Andavo all’Alexander Pub con un libro. Una birra, due birre. Alta gradazione. Così riuscivo a dormire. Non avevo gli incubi. Mi svegliavo con un mal di testa feroce. Prendevo la polverina contro il mal di testa. Spendevo i soldi del fido per pagare le birre e la polverina contro il mal di testa, così potevo dormire e lavorare e guadagnare i soldi per uscire dal fido. Per riavere i soldi rubati avrei dovuto aspettare tre mesi, quattro mesi. Così mi avevano detto. Dovevo tenere duro per quei mesi. Ho rinunciato a qualche lavoro perché non ero in grado di pagare le spese che servivano per farlo. Avevo bisogno di più birre. Il mal di testa mi veniva prima ancora di andare a letto. Avevo bisogno di più polverina contro il mal di testa. Non riuscivo a lavorare tanto. Qualche giorno non facevo niente. Stavo lì. Questo succedeva sempre più spesso. Se ero in giro, riuscivo a lavorare. A casa, non facevo niente. Ogni tanto andavo in banca a sentire dei miei soldi.
«Quando me li ridate?».
«Guardi che non ce li siamo mica presi noi».
«Fa lo stesso. Quando me li ridate?».
«Non si preoccupi, la procedura è in corso».
«Io non mi preoccupo, ma mi servono i soldi, non riesco neanche più a lavorare, sto male».
«Se sta male vada dal medico».
Ho cominciato a perdere dei pensieri. Me ne sono accorto perché un giorno ho visto sul mio tavolo dei fogli con una cosa scritta da me, per un lavoro che avevo in corso, e non mi ricordavo di avere scritta quella cosa. Dentro il computer non c’era niente. Un altro giorno mentre sono al supermercato mi chiama una persona:
«Senti, quand’è che mi mandi quella cosa lì, che mi serve».
«Te l’ho mandata per posta elettronica».
«Non l’ho vista».
«Sono al supermercato, appena torno a casa te la rimando».
Il giorno dopo mi chiama di nuovo quella persona:
«Senti, e quella cosa lì? Guarda che non ho visto niente».
«Ma te l’ho rimandata».
«Non discuto. Ma a me non è arrivata».
Io abito a Padova, lui appena fuori.
«Senti, ci sarà un problema, faccio un cd e te la porto stasera».
«Va bene».
Guardo nel computer, quella cosa non c’è. Controllo nella posta, non c’è traccia delle spedizioni. E allora ieri che cosa gli ho spedito? Ma gli ho spedito qualcosa? Mi concentro, cerco di ricostruire il momento esatto della spedizione. Non mi ricordo. Era ieri, no? E comunque, quel testo che gli ho spedito, o che non gli ho spedito, dov’è? Ma l’ho scritto? Questo dubbio mi viene. Adesso so che cosa succede. Succede che faccio delle cose e me ne dimentico. Succede che non faccio delle cose e sono convinto di averle fatte. Provate a lavorare, se vi succede questo. Avrei bisogno di andare in vacanza, di stare tranquillo. E invece, siccome non ho i soldi, siccome quelli che avevo me li hanno rubati – e mi saranno restituiti, ma campa cavallo – sono costretto a prender su una quantità di lavori, anche lavori del tubo, sperando che qualcuno mi paghi. Dovrei essere una scheggia, lavorare quindici ore al giorno. Invece finisce che con tutti questi lavori presi al volo, anche minimi, anche lavori da cinquanta euro, tanto per avere dei soldi liquidi in tasca, mi incasino ancora di più. In questo preciso momento – nel momento in cui scrivo questo – non ho soldi. Non ne ho proprio. Domani dovrei andare a Milano. Per lavorare, per far su dei soldi. Ma non ho i soldi. Se cerco di usare il bancomat me lo bloccano. La carta di credito l’ho usata tutta. Ho dodici euro liquidi. Andare e venire da Milano costa trentasei euro. Posso provare l’andata. Faccio un biglietto non per tutta la tratta, me lo faccio controllare, poi quando passa il controllore e dice «Biglietti non visti» faccio finta di niente. Oppure faccio come gli africani, che si nascondono. Sono anni che viaggio in treno. Ho visto come fanno. Ho imparato come si fa. Gli africani sono bravissimi. Se mi beccano è un casino. A Milano ci devo andare per forza. In un modo o nell’altro ci provo. A Milano ho la collaborazione, da lì viene un fisso mensile. Non posso fare a meno del fisso mensile. Qualche volta ho chiesta un’anticipazione. Me l’hanno concessa. Ma non posso chiederne un’altra, ora. Non posso chiedere un’anticipazione. E’ troppo pericoloso. Uno che chiede un’anticipazione una volta, va bene. Ci può essere il dentista da pagare, la macchina da cambiare, un’urgenza qualsiasi. Uno che la chiede due volte, è sospetto. Un’anticipazione, chiederla due, volte, è già un sistema. Andrò a Milano domani in qualche modo. Magari domani succede qualcosa. Magari mi arriva un piccolo bonifico, magari trovo dei soldi per terra. Non mi era mai successo di pensare: «Qualcosa succederà domani». Come dire: «Qualche santo provvederà». I fiori nei campi vivono e si riproducono e muoiono. Non si curano del futuro, eppure portano vesti splendide. Non lavorano, non si affannano, non trafficano con le carte di credito. Sono ridotto come un’erba di campo. Però non sono capace. Dovrei dormire tranquillo, tanto qualche santo provvederà. Oppure non provvederà, e succederà qualcosa d’altro, e la mia vita se dovrà cambiare cambierà. Non ho mai fatto piani precisi nella vita. Non ho mai perseguito obiettivi di lungo termine. Tutto ciò che di buono c’è nella mia vita, è capitato. Che è come dire: mi è stato donato da altri. Ho colto delle occasioni. Non ho creato occasioni. E se oggi capita che vada così, che mi tocca vivere senza i soldi, non è niente di diverso. Non sono bravo a volere. Io non voglio. Non ho desideri. Non sono bravo a desiderare. Mi pare che in quasi tutte le persone che frequento ci sia un dispositivo del desiderio. Io non capisco come si fa a desiderare. Posso aver voglia di una pera o di una mela. Se ho voglia di una pera e ho una mela, sono contento della mela. Non mi metto lì a trafficare per avere a ogni costo una pera. Quando avevo i soldi fumavo. Non ho mai fumato tanto. Non sono mai uscito di casa apposta per comperare le sigarette. Questo intendo dire. Ho dei desideri, ma non sono così importanti. Non sono capace di agire con determinazione e costanza per realizzare un desiderio. Ho sempre lavorato. Non mi è mai mancato il lavoro. Non mi sono mai mancati i soldi. Questa è la prima volta. Dura da un anno e mezzo. Se consegno questo romanzo mi danno diecimila euro lordi. Non è questo il romanzo che dovevo scrivere. Mi ero impegnato a scrivere un romanzo che, quando lo raccontai a voce, sembrava una storia molto divertente. Una specie di commedia cattiva. Di commedia all’italiana. Un romanzo come Signore e signori. Una storia di provincia. «Questa storia ce l’ho in mente da sei anni», avevo detto all’editore, «ho proprio voglia di raccontarla». Ma se in sei anni che ce l’avevo in mente non l’avevo mai scritta, ci sarà stata una ragione. E infatti. Ho firmato il contratto. Ho ricevuto dei soldi. La prima parte dell’anticipo. La seconda parte, quella grossa, alla consegna del testo finito. Questo il contratto. Non mi sono neanche messo a scrivere. Non ci ho nemmeno provato. Quella storia non mi importava. Non avevo nessun’altra storia. E’ passato del tempo. L’editore mi ha inseguito. Ho fatto quello che si fa di solito. Non ho risposto al telefono. Ho risposto, dicendo cose vaghe. Abbiamo concordato nuove scadenze. Mi sono impegnato per agosto, poi per fine anno, poi per giugno, poi per settembre. I soldi intanto finivano. L’editore aveva pagato, la parte piccola dell’anticipo, non ricevevo altri pagamenti. Lavoravo sempre di più. Non avevo proprio il tempo di pensare al romanzo. Mi è venuto un male. Sono stato all’ospedale. Mi hanno tolto un pezzo di un osso, nella bocca, che era andato a male. Adesso c’è un buco. Per qualche settimana solo cibi liquidi. Acqua e zucchero per stare in piedi. Poi cautela nella masticazione. Avrei dovuto smettere di lavorare per un po’. Ma mi mancavano i soldi. Una volta sono svenuto in treno. Mi hanno tirato su gli altri viaggiatori. Mi hanno fatto sedere, mi hanno portato un caffè.
«Scusate, sono svenuto per fame, mi hanno operato qui in bocca, non posso mangiare cibi solidi, dovrei starmene tranquillo a casa, ma non ho resistito, dovevo lavorare, ho bisogno dei soldi, ho preso il treno per Milano, non mi ricordo più che cosa devo fare a Milano».
«Dovrebbe prendersi una vacanza».
«Lo so, lo so».
«Per lavorare c’è sempre tempo».
«Eh, ha ragione».
«Mai fare oggi quello che puoi rimandare a domani».
Cercavano di farmi ridere. Di alzarmi il tono. Ci hanno provato. Ho fatto finta che funzionasse. Quattro settimane dopo l’operazione ho ricominciato a mangiare. I soldi continuano a non arrivare. Ogni tanto mi dimentico una cosa. Non sono capace di scrivere il romanzo che ho promesso. Ho scritto dei capitoli, o almeno mi pare di averli scritti. Però non so dove sono. Se scriverò il romanzo, mi arriveranno diecimila euro lordi. Se arriveranno i diecimila euro lordi, la mia vita sarà salva. Ho bisogno di questo romanzo, ho bisogno dei soldi.

88 Risposte to “Scrivo questo romanzo perché ho bisogno di soldi”

  1. Federico Says:

    Giulio, questo scritto è meraviglioso. Se prometti di andare avanti, te lo dò io un anticipo! 🙂
    A parte tutto, mi chiedo perché il personaggio di questo brano sia così solo, non prende in considerazione l’idea di chiedere aiuto ai suoi amici (se ne ha) o alla sua donna (se ne ha).

  2. Ivano Porpora Says:

    E’ un testo molto interessante. Mi piacerebbe parlarne (ma l’hai pubblicato tardi rispetto a ieri…).

  3. Tiziano Scarpa Says:

    Accidenti! Che potenza.
    Scusa la micragnosità, ma ti segnalo un refusino: “Guardo nel computer, quella cosa con c’è.” Ovviamente: “non c’è”.
    Abbracci, Giulio!

  4. francesco Says:

    E il secondo capitolo? Sono curioso …

  5. giuliomozzi Says:

    Per Federico: perché il personaggio sia così “solo”, lo si capisce nel séguito. Ma il séguito (per Francesco) non è ancora abbastanza dignitosamente fatto da metterlo in giro. Per fare questo capitolo così com’è ora [ossia: (a) meticoloso, (b) terra-terra, (c) spiccio] ci ho messo un sacco. Per Tiziano: grazie per l’abbraccio e per la segnalazione del refuso. Per Ivano: avremo tempo di parlare di tante cose.

  6. macondo Says:

    Sei sicuro che la faccenda del bancomat clonato e il rinvio alle calende greche del rimborso funzioni, ossia che sia blindata? Con le precauzioni che hai messo non saprei, ma altrimenti so che la banca rimborsa subito se la denuncia della clonazione avviene in tempi ragionevoli. E il fatto che il tipo, dopo essersi accorto del primo ammanco e sentita la riposta rassicurante dell’impiegato, non continui a controllare nei giorni successivi dallo sportello del bancomat lo stato del suo conto mi pare un po’ in bilico.
    Cmq che sfigato quel Mozzi lì!

  7. macondo Says:

    A meno che (dal quintultimo rigo del post precedente in poi) il tipo nelle città italiane dove viaggia per lavoro non trovi filiali della banca dove ha il conto: l’estratto conto al bancomat lo può fare (credo) solo la banca dove sia ha depositato l’argent.
    Cmq tu Giulio non fare come quel Mozzi lì, il conto controllalo sempre.

  8. mauro baldrati Says:

    Conoscevo già questo testo, l’ho ascoltato recentemente proprio da Giulio a S.Lazzaro di Bologna durante una rassegna letteraria durata alcuni giorni. Fui colpito anch’io dalla sua forza, e anche dalla lettura, che gli imprimeva un ritmo tutto particolare; e mi sono chiesto come doveva essere il solo testo scritto, privo cioè del contributo orale. Ora lo so. La forza c’è ancora tutta. E mi chiedo come funzionerà sui tempi lunghi – il testo lungo. Lo scoprirò quando il romanzo sarà finito. Ma so già che funzionerà.

  9. Bartolomeo Di Monaco Says:

    Si può chiedere alla banca il servizio sms, ossia che ad ogni movimentazione del conto, sia inviato al nostro cellulare lo specifico messaggio.
    Quando faccio un acquisto, mentre il venditore mi incarta il prodotto mi squilla già il cellulare: è l’avviso dell’addebito, con il nome addirittura del negoziante.

  10. giuliomozzi Says:

    Per “Macondo”: (a) forse non hai notata la parola “Olanda”.
    (b) I fatti narrati (questo non potevi saperlo, perché si evince solo nei capitoli successivi) sono precedenti alle recenti megafusioni bancarie (mi spiego: io, oggi, da correntista della Cassa di Risparmio del Veneto, ex Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, posso fare tutte le operazioni – estratto conto incluso – da qualunque sportello del supergruppo Intesa San Paolo. Qualche anno fa non era così).
    (c) Dalla data della denuncia al rimborso trascorrono normalmente alcuni mesi, diciamo tre o quattro.
    Per Bartolomeo: non tutte le banche offrono certi servizi.

  11. cletus Says:

    dico solo una cosa. ha un ritmo stupendo. e sono convinto che hai anche detto una bugia, quando poche righe sopra, hai sostenuto che c’è voluto del tempo per farlo uscire cosi.

    Questo modo di scrivere, fatto di frasi brevi, martellanti, ossessive, sembra più dettato da un fortunato (per chi legge) flusso di coscienza che di freddo ed analitico lavoro a tavolino.

    Mi sbaglio ?

  12. cletus Says:

    e in ogni caso, visto che mancano pochi minuti al Natale: stai tranquillo, Giulio. Il tuo omonimo ministro delle finanze ha coniato quella meravigliosa frase, e al peggio, il prossimo Natale ci ritroveremo (insieme ?) a mangiare kitkat in una roulotte.

    Buon Natale !

  13. giorgio fontana Says:

    giulio, complimenti per il pezzo. è molto bello.
    ma ti faccio una domanda, visto che mi è capitato più volte qualcosa di simile a quanto succede al tuo protagonista – ed è capitato più volte anche a colleghi scrittori nostri. c’è una soluzione a tutto questo, a tuo avviso? a questa eterna condizione di creditore triste?

    buon natale.

    giorgio

  14. giuliomozzi Says:

    Cletus, se vuoi pensare che io menta, fa’ pure. Ma io mi sono stufato di parlare con persone che se io dico “bianco” si autoconvincono che io abbia detto “nero”.

  15. giuliomozzi Says:

    Giorgio: cose analoghe càpitano a chiunque eserciti una libera professione, non solo ai “colleghi scrittori nostri”.

    (Peraltro il mio capitolo parla di un periodo nella vita di una persona, e non di una “eterna condizione”).

  16. giorgio fontana Says:

    giulio, non ho parlato di una “eterna condizione”. e la mia domanda non era rivolta a questo. però hai ragione: capita a molti liberi professionisti (non so se capiti a ogni libero professionista). rimane triste, in ogni caso.

    buon natale.

  17. marino Says:

    Ah, il postino, Giulio! Te lo dicevo!

  18. macondo Says:

    No, Giulio, l’Olanda non mi era sfuggita. E nemmeno ora: “Da Milano sono andato a Reggio Calabria, poi in Olanda”.Naturalmente mi riferivo al prima di quel “poi”, che a livello di calendario non è specificato, e che mi sembra consentire il mio dubbio.

  19. cristiano prakash dorigo Says:

    mi è piaciuto molto.
    buon Natale.
    Cristiano

  20. Giorgio Says:

    Complimenti, Giulio. Piaciuto molto, e mi piacerebbe leggere il seguito.

    Buon lavoro, e buone feste.

  21. vibrisse Says:

    Giorgio Fontana. Prima scrivi: “c’è una soluzione a tutto questo, a tuo avviso? a questa eterna condizione di creditore triste?”, poi scrivi: “non ho parlato di una ‘eterna condizione'”. Qualcosa mi sfugge.

    Invito gli amici che intervengono qui (ad esempio Marino Magliani, che qui si firma solo “Marino”; Giorgio Morale, che qui si firma solo “Giorgio”) a firmarsi con il loro nome completo.

  22. Felice Muolo Says:

    a- come riportato su bioiannozzi, fate come me: devolvo in beneficenza i proventi delle mie pubblicazioni ma tatterrò quelli del Nobel. Per saperne di più, andate sul blog.

    b- forse finalmente ho capito il motivo per cui il mio editore ha interrotto la pubblicazione della mia saga thriller-noir senza darmi nessuna spiegazione: nel 2007 mi sono rifiutato di andare a Roma a presentarne la seconda parte, dopo esserci stato l’anno prima. (Non mi sono perso d’animo: nel frattempo, ho pubblicato un altro libro presso un altro editore.)

  23. Luca Tassinari Says:

    Una volta ho sentito dire a un signore, un critico, che questo testo ha lo stile e il ritmo di un’email. Per me ha il bel ritmo ossessivo di un incubo. (giusto per pignoleria: preferirei “anticipo” ad “anticipazione”). Approfitto per un saluto e un augurio di buon anno.

  24. Carlo Capone Says:

    Questo è un io narrante che si è visto scorrere la vita addosso e ne ha tratto vantaggi. Ora si trova nei guai in seguito a una catena incredibile di avversità. Secondo un metro un po’ gretto mi verrebbe da dire ben gli sta. Ma se poi penso che le stesse disgrazie potrebbero capitare a un modello esistenziale opposto, a uno cioè che ha sempre elaborato piani, che il poco di buono avuto se l’è sudato, che non ha mai ricevuto nulla in regalo, che opportunità da cogliere non ne ha avuto, pur cercando sempre di creare occasioni, mi convinco che nulla ci tiene al riparo da nulla, che la banalità del caso può sopprimere qualunque aspirazione e che anzi coltivare desideri, e dunque mettere in atto strategie per realizzarli, non solo è inutile ma anche dannoso.

    Carlo Capone

  25. tonino pintacuda Says:

    Ti entra dentro. Spiazza e angoscia.
    Ecco il precipitato di tutte le paure di chi cerca di campare scrivendo o producendo intangibilissima “cultura”.
    Alla fine ho staccato gli occhi dal monitor con un sospiro di sollievo.

  26. Lucio Angelini Says:

    Ricordo che anni fa, al tempo dei panettoni avvelenati [cfr. http://www.italyflash.com/italyflash/shortt/newsit/archive/981216_2.shtml%5D dopo circa tre anni di traduzioni regolarmente eseguite, consegnate e pubblicate da una NOTA casa editrice, ma da questa MAI pagate, inviai all’Ansa il seguente messaggio:
    “Ho avvelenato con estratti della mia bile due volumi della casa editrice Tal dei Tali” , spiegando i motivi della protesta.
    La notizia, evidentemente ironica, fu controllata e ripresa da tutta la stampa nazionale. Fu il mio andywarholiano quarto d’ora di celebrità. Naturalmente la casa editrice, davanti allo sputtanamento, si affrettò a saldare il suo debito.
    (Da: http://www.lucioangelini.splinder.com/post/7968850 ]

  27. leobloom Says:

    mio nipote, prima media che ama i libri sulla storia e la ‘fantascienza’ del medievo e che legge due libri alla settimana, mi chiede zio mi aiuti a scrivere un romanzo sugli alieni e io dico vabbè senti questa e lui ‘sì, geniale’ poi mi dice mi aiuti ad aprire un blog? ci voglio mettere il primo capitolo e io: no. perché? fa lui, mi copiano? no, faccio io, peggio… ti fanno passare la voglia di scrivere e sognare (e di vivere, aggiungo tra me). e cosa faccio col blog? nulla, dico io. e poi aggiungo: scrivi il libro a penna, come i grandi scrittori di una volta, al massimo ti presto la macchina per scrivere. e oggi non ci sono scrittori? chiede lui. rarissimi. e perché? fa lui. perché amano i soldi e la gloria e non gli uomini e le idee. ah si? fa lui. sì! faccio io, secondo me sì. scrivono tutti, medici, architetti, avvocati, preti, attori, calciatori, veline, correttori di bozze, tutti, tranne gli scrittori senza soldi che lavorano otto ore al giorno e non hanno una lira per farsi pubblicare e avere soldi per campare. allora scrivo? mi chiede timido. certo… tesoro mio, mica sei un figlio di papà.

  28. Angelo De Lorenzi Says:

    Questo brano è stupendo! Fotografa la solitudine dell’uomo alle prese con la ferocia della vita, la sua implacabile burocrazia. Ed è anche attuale perché ricrea quel clima di insicurezza che è di tutti, che a tutti appartiene, proprio oggi che si continua a parlare così tanto di crisi.

  29. sergio garufi Says:

    molto bello, complimenti.

  30. sergio garufi Says:

    sempre ricollegandosi al filone nato dallo sciopero dell’autore, segnalo un bel resoconto di giorgio fontana che ho appena letto su il primo amore. dedicato a quelli che affermano che “lagnarsi” di queste cose significa avere della cultura “una concezione sacrale e anacronistica”.

  31. Stefano Spagnolo Says:

    Gran testo. Ti allucina e angoscia. Complimenti, Giulio. Aspettiamo il resto, senza fretta s’intende… Un abbraccio, Stefano

  32. giuseppe catozzella Says:

    A me ricorda da molto vicino il principio di “Fantasmi e fughe”.

  33. simone battig Says:

    Commento qui perché da un paio di anni un mio romanzo che, visto così, ha sicuramente punti di contatto con questo pezzo di Giulio (anche se in fondo è un romanzo “familiare”) aspetta un editore che lo pubblichi. Commento semplicemente che è un bel po’ (dieci anni?) che io vado dicendo cose di questo genere (mi riferisco a Franz..) e mi sembra strano che poi ci si svegli sempre solo per lagnarsi. Intendo: ma non era chiaro fin dall’inizio che promuovere la figura dello scrittore come promoter di se stesso, onnipresente a festival, incontri, eventi etc etc avrebbe portato ad un generale svilimento dei libri e all’impossibilità di “mantenere” tutti questi scrittori operatori culturali? Secondo me sì, ma ognuno sperava d essere il privilegiato che ce l’avrebbe fatta credo, altrimenti ora non saremo qui a lagnarci.
    Commento che io credo che uno scrittore abbia diritto a vivere di ciò che scrive, e con questo intendo dei libri che scrive, non del teatro che porta in giro, perché non può essere. I conti che fa Giulio sono giusti, ma se uno scrittore avesse la possibilità di guadagnare quello che dice Giulio per ogni suo libro, editato e ristampato in maniera “normale” (cioè liberi dal sistema drogato di “presenze” che viviamo nel mondo dei libri e quindi valutando solo l’opportunità di ristampare un buon libro) credo che staremo tutti a posto, semplicemente avendo ogni anno che passa un ingrossamento degli introiti e quindi, magari dopo dieci anni, un reddito normale. Posso fare vari esempi che tutti conosco sull’irrazionalità delle scelte editoriali…. Se qualcuno ristampasse a me in edizione tascabile Fuck vitalogy today , che ha venduto in un meno di un anno 1600 copie nel 1997 andrebbe bene, se lo facesse con il mio secondo libro idem etc etc….e io sarei soddisfatto.
    Io mi lamento solo di dover fare gran fatica a trovare ogni volta un editore, non capisco quelli che hanno aderito al sistema scrittore in giro a promuovere il mondo perché si lamentano. Sono loro che si sono messi in un sistema competitivo, alterato pure dagli agenti letterari, che nulla ha a che vedere con lo scrivere libri, ma piuttosto con il lavoro da pr. Sempre nell’onda, tu vo’ fa’ l’americano….
    Sia chiaro, non è un’accusa, dico solo che se sono state fatte delle scelte (e prima erano coglioni quelli che dicevano che erano sbagliate…) ora basta smettere quelle scelte e tornare a scrivere e basta, magari facendo un po’ meno circoli chiusi e fingendo meno autoironia per poi incazzarsi come iene appena si viene pungolati un po’…ognuno è libero di scegliere mi pare, ancora non si sa per quanto. Quindi vediamo di scegliere che scrittori vogliamo essere, se del tipo ballerine di rivista o da pagina contro pagina e basta.
    Scusate la grettitudine ma ho catarro fin nel cervello.

  34. giorgio fontana Says:

    @ vibrisse
    “Giorgio Fontana. Prima scrivi: “c’è una soluzione a tutto questo, a tuo avviso? a questa eterna condizione di creditore triste?”, poi scrivi: “non ho parlato di una ‘eterna condizione’”. Qualcosa mi sfugge.”

    già. evidentemente è sfuggito qualcosa anche a me. chiedo scusa.

  35. vibrisse Says:

    Simone, non so chi si sia svegliato “solo per lagnarsi”. Personalmente, credo di essermi svegliato da un pezzo; e non mi lagno. Piuttosto, agisco. Se io avessi a suo tempo deciso di essere “scrittore e basta”, non avrei compilata l’antologia “Coda”, nella quale tu fosti per la prima volta pubblicato; e non avrei propugnata la pubblicazione presso Theoria di “Fuck Vitalogy Today”.
    Si potrà dire forse che questo lavoro non è stato fatto bene. Ma è stato fatto.

  36. simone battig Says:

    @Giulio
    Il lagnarsi era riferito a Franz e al tono del suo articolo, partendo dal presupposto che non accetto lagne da chi ha fomentato un preciso modo di (non) “essere scrittore”. Tu non mi pare abbia mai usato “lagnarti” come giustamente rivendichi, e sicuramente agisci. Come sai non sono d’accordo sul fatto che per “agire” molti scrittori intendano far mostra di se in giro continuamente…e lo posso dire così:

    http://www.facebook.com/home.php#/note.php?note_id=51184736317&id=726591819&index=0

    A me sembra che il tuo lavoro per Fuck vitalogy today e per Theoria sia stato fatto bene, anche per Sironi abbastanza…non è questo che intendevo, credo che rientri nella sensibilità di uno scrittore leggere dei testi e segnalarli ad un editore di fiducia, con contratto o meno. Intendevo, facendo l’esempio su di me semplicemente perché è la situazione che meglio conosco, che certi libri si potrebbero anche ristampare se si ragiona come si dice in termini di vendite e ciò aiuterebbe da subito certi scrittori, che forse bisognerebbe uscire dalla logica degli agenti letterari, che, in definitiva, gli editori fanno parecchi errori travolti da false idee di marketing che non conoscono per nulla e assorbiti dal “sistema di relazioni” che creano nei media, giustificandosi poi con il monopolio mondadori dietro cui tutti in fondo si riparano o vorrebbero scioccamene ispirarsi. Ogni tanto poi investono dei soldi e riescono a vendere 1 libro, ma così sono capaci tutti, non serve essere un bravo editore.
    Il discorso al solito è lungo e noioso, ma lo conosciamo bene tutti e non credo serva ripeterlo tirando in ballo al solito decine di esempi che possono andare dal mio Neogenesis e dal Genesis pubblicato da Rizzoli fino ai film sui libri di Ammanniti (4, di cui i primi due un disastro economico, per dire…).
    Per me insomma, per riequilibrare, un primo passo è che gli scrittori spariscano dai palchi, e lascino solo i libri a parlare. Questo genererebbe più tempo nei lettori, più curiosità, più ricerca, e meno soldi sprecati da rimettere in circolo per fare un buon lavoro editoriale. Intanto. E poi le solite cose che vado dicendo da anni sul sistema e che ormai dovresti conoscere a memoria…

  37. vibrisse Says:

    Sì, Simone, conosco a memoria le cose che vai dicendo da anni. Io, invece, da anni, lavoro. [giulio mozzi]

  38. simone battig Says:

    …e quindi?
    Tutti lavoriamo, per campare e campare la famiglia. Non tutti lavorano nell’ambito editoriale. Perché?
    Perché come in tutti i campi qui in Italia viene fatto lavorare e ascoltato solo chi è commisurato al sistema esistente. Chi è gestibile e incline al compromesso al ribasso (ti sto dando del gestibile? Si.). Non certo chi ha idee diverse o opinioni troppo sui generis. E non servono molti discorsi, i fatti parlano da soli, la nostra arretratezza culturale e sociale parla da sola.
    Io ho la presunzione di poter pubblicare libri e basta, e seminare qualcosa. Già non mi è quasi “concesso” far questo, figurati se posso mettere in atto idee nel sistema editoriale o suggerire libri…per dire…quindi scrivo e faccio altro perché questo mi è concesso di fare. Non credo tu sia bravo perché lavori “dentro” e io sia pirla perché ho lavorato in videoteca o faccio cose assurde che non hanno a che vedere con l’editoria per campare….tutto qui.
    Io lavoro tu ciarli (non sei il primo che la espone da “dentro”…) mi sembra una posizione un po’ presuntuosa, visti anche i risultati rivoluzionari che abbiamo potuto vedere in questi ultimi quindici anni editoriali dove il libro è diventato una saponetta, in tutti i sensi che ci puoi e vuoi collegare.
    So long

  39. Guido Tedoldi Says:

    Il commento di Simone Battig pubblicato il 1° gennaio alle 11:55 mi sembra una sorta di cronaca di una sconfitta, in particolare quando scrive: «Come in tutti i campi qui in Italia viene fatto lavorare e ascoltato solo chi è commisurato al sistema esistente. Chi è gestibile e incline al compromesso al ribasso (ti sto dando del gestibile? Si). Non certo chi ha idee diverse o opinioni troppo sui generis. E non servono molti discorsi, i fatti parlano da soli, la nostra arretratezza culturale e sociale parla da sola».
    Però registrare una avvenuta sconfitta (travestita magari da «presa d’atto che il mondo è così è così è così») non significa che si debba perdere sempre, e si debba perdere tutti.
    Al contrario, registrare una avvenuta vittoria (anche questa travestita da «presa d’atto che il mondo è così è così è così») apre il cuore all’ottimismo. Il sistema esistente non è onnipotente, non è eterno, non fa nemmeno tanta paura – come disse quel bambino che vide il re nudo.

  40. simone battig Says:

    Sono d’accordo pienamente con te Guido. E infatti il mio smarrimento (e stupore perché io sono convinto che chi scrive dovrebbe essere in grado di “immaginare” il cambiamento) deriva dal fatto che non si capisce perché chi ora si lamenta non voglia semplicemente riconoscere che le idee dominanti in editoria negli ultimi vent’anni hanno fallito e sia ora di azzerare e ripartire dando più voce e “lavoro” a chi ha idee diverse e non è messo in grado nemmeno di proporle. A me sembra che, alla fine, si voglia criticare il sistema senza però lasciare le proprie piccole posizioni di rendita relativa, e questo non mi sembra un buon presupposto per agire. Mi sembra la semplice emulazione, anche in ambito culturale, di tutto quello che succede in ogni campo in Italia. Solo che mette ancora più tristezza.

  41. macondo Says:

    Macondo è triste perché non essendo iscritto non può accedere a facebook.
    Macondo è triste perché chi decide che le idee dominanti hanno fallito in editoria è sempre quello che ora impone altre idee dominanti.
    Macondo è triste perché non ha libri da propore come exemplum nel dibattito.
    Macondo è triste perché il presente blog non accetta più di ospitare le sue pensate (che sicuramente non cambieranno il mondo) se non le firma con nome e cognome (come se sapere che Nessuno si chiamava Ulisse restituisse a Polifemo il suo unico occhio)

  42. Felice Muolo Says:

    Anno nuovo, vecchie lamentele. La vecchia dignità, cavolo, dove si è cacciata? Forse non è mai esistita. Ognuno semina i semi che ha. E se quello che raccoglie lo soddisfa, chi se ne frega! Questo è il mondo da sempre. Se non ho atteso l’arrivo dell’anno nuovo da sveglio per non dover festeggiare il nuovo vecchio, questa ne è la ragione.

  43. simone battig Says:

    Felice. Non mi è chiaro a chi si riferiscano le tue parole.
    Per quanto mi riguarda il mio è proprio un discorso ANCHE di dignità, e di altri vari principi che si sono persi nella notte dei tempi, come il rispetto delle idee altrui temperato dall’esperienza misurabile (cioè, ti posso anche familiarmnte mandare a fare il culo se le tue idee poi fanno acqua, e amici come prima) . Penso che gli scrittori che pensano che le cose debbano mutare in editoria dovrebbero cominciare a mutare i loro comportamenti e cominciare a dire più NO, facendo proposte e attuando comportamenti che esulino dai soliti meccanismi editoriali. Avendo molto più coraggio di pagarne le conseguenze.
    Giulio sembra sottointendere che lui lavora per questo, io non credo, credo faccia confusione, e credo che gli eventi lo testimonino. E non credo nemmeno che il cambiamento posso essere apportato solo da chi vende migliaia di copie, o da dentro il sistema nel modo in cui probabilmente intende Giulio. Credo che ogni scrittore, solo o assieme ad altri, possa provocare piccole onde di pensiero che alla lunga portino cambiamenti “nel sistema” perché riflettono atteggiamenti completi, non società settarie e predisposte al comprmesso al ribasso. Immaginiamo per un momento che gli scrittori comincino a NON apparire, credete che questo non porterebbe ad un cambiamento delle scelte editoriali? Immaginiamo che gli scrittori rinuncino agli agenti letterari, immaginiamo tante altre piccole cose…
    Immaginiamo un mondo culturale dove chi ha idee opposte al modello in vigore venga messo nella condizione di diffonderle e lavorarci (un po’ come fanno gli scienziati da mezzo secolo a questa parte..) come chi è parte di un unico sforzo.
    Ecco, torniamo ad immaginare altro e a fare meno di conto (visto che è evidente che non tornano i conti). E forse qualcosa di meglio realizzeremo tutti insieme.

  44. Felice Muolo Says:

    Simone, le mie parole si riferiscono a nessuno in particolare. Quando Hemingway ci stava con la testa, disse che gli intellettuali (o scrittori) di città (se non ricordo male) si nutrono come vermi in una bottiglia. Io credo che le ‘piccole onde di pensiero’ non portano da nessuna parte, fin quando sono prodotte da chi scrive per procacciarsi un tozzo di pane, e solo eccezioni riescono a procurarsi una pagnotta intera dal momento che il ‘campo’ è troppo inflazionato, e non solo per questo ma soprattutto perchè l’istinto della sopravvivenza che spinge a compromessi di ogni essere vivente sulla terra è da sempre immutabile. Per cui, io esco dalla bottiglia e se c’è da bere la cicuta non mi tiro indietro per non farmi verme.

  45. simone battig Says:

    Umm..a me sta storia del compromesso per la sopravvivenza mi sa sempre più di una bella favola, o di paraculata. Hemingway era un signorino (ciò non toglie che abbia scritto bei libri).
    Intellettuale e scrittore per me sono due cose diverse.
    A me pare che di compromesso in compromesso poi si campa molto bene. Quelli che campano male sono quelli che cercano di tener dritta la schiena. E personalmente punto a trascendere la natura umana che mi fa piuttosto schifo visto il mondo che viviamo.
    Tra l’altro penso che si possano fare compromessi su molte cose, ma se uno vuole essere uno scrittore li faccia da altre parti della sua vita i compromessi, e mantenga ferma quella parte della sua vita che è la scrittura, perché solitamente uno che fa lo scrittore lo fa per passione, e non si vede perché dovrebbe scendere a compromessi pure lì. Se lo fa allora è meglio che faccia l’impiegato o il postino, magari deve fare meno compromessi e mi sembra siano due attività ugualmente dignitose e sicuramente, nella maggior parte dei casi, più remunerative.

  46. vibrisse Says:

    Macondo scrive: “Macondo è triste perché il presente blog non accetta più di ospitare le sue pensate […] se non le firma con nome e cognome”. Il che, evidentemente, è falso.

    Simone: il verbo “ciarlare” l’hai usato tu. Se ritieni che io sia “gestibile”, fa’ pure. Il lavoro editoriale che ho fatto è sotto gli occhi di tutti, e ciascuno lo giudichi.

    Quando scrivi: “Immaginiamo un mondo culturale dove chi ha idee opposte al modello in vigore venga messo nella condizione di diffonderle e lavorarci (un po’ come fanno gli scienziati da mezzo secolo a questa parte..) come chi è parte di un unico sforzo” mi sembri avere un’idea un tantino idealizzante del lavoro scientifico. Prova a dare un’occhiata, ad esempio, a questo articolo di Renzo Tomatis (del quale Sironi ha pubblicato un romanzo e una raccolta di raccolti):
    http://www.vibrissebollettino.net/archives/2005/06/la_sperimentazi.html

    giulio mozzi

  47. Felice Muolo Says:

    Simone, ti racconto una storia vera e recente.
    Un grosso editore mi aveva proposto una discreta somma di denaro perchè scrivessi un romanzo di un considerevole numero di pagine. Io vado scrivendo una saga thriller-noir di cui due volumi sono stati pubblicati, due ancora no e il quinto è in cantire. Ho proposto all’editore questa storia ma l’ha rifiutata. Il motivo: non aveva tempo di leggersela tutta per verificarne il contenuto, anche se lo stile in cui era scritta rispecchiava proprio quello che cercava. In altre parole, preferiva che scrivessi una storia di cui io ideavo la trama da sviluppare insieme rispettando le sue aspettative. A me sembrava stupido scrivere una storia che secondo me avevo per lo più già scritto e mi pareva ancor più stupido manometterla, anche perchè, a distanza di un anno dalla pubblicazione dei primi due libri, la gente del mio paese che li ha letti non la smette di chiedermi quasi disperata quando potrà leggere gli altri, anche perchè i primi due libri pubblicati sono stati recensiti farevolmente. Conclusione, io e l’editore siamo ancora in attesa che uno di noi due ceda.
    Qual è la morale? Penso che gli editori, come tutti quelli che lavorano nelle case editrici, come gli scrittori, devono guadagnarsi il pezzo di pane. E tutte e tre le categorie vivono sotto stress e in un caos tremendo. Non me la sento di dare addosso a nessuno. Quando si avvia una qualsiasi operazione commerciale, la paura di un flop paralizza. Come si fa a stabilire con chiarezza che una strada non battuta o poco battuta potrà portare al successo? Quando un trionfo arriva è per puro caso, e non può non essere programmato che su schemi risaputi. Quindi non posso condividere la tua affermazione che “la natura umana fa pittosto schifo visto il punto in cui siamo”. La natuta umana è composta da persone che devono potersi nutrire per sopravvivere. E questo è un freno. Immagina se fosse altrimenti, quante corbellerie si pubblicherebbero.

  48. simone battig Says:

    Le cose di Renzo Tomatis sulla sperimentazione biomedica non sono una novità…è strano come solo qui in Italia appena uno parla di scienziati subito quelli che hanno più di quarant’anni pensino alla figura di un “medico” e alla scienza medica in generale. Bisognerebbe scriverne di questa cosa, perché a me capita continuamente questo equivoco…
    Io comunque mi riferivo alla comunità scientifica costituita da fisici, matematici, logici e neuroscienziati (ma non si può sempre precisare tutto nei commenti ad un blog)..più qualche altra figura non ben identificabile ma comunque feconda. E no, non credo la mia idea sia più di tanto idealizzata, ed è dimostrata dai fatti, cioè dalla velocità con cui viaggiano le informazioni tra questi scienziati e dalle collaborazioni in atto. Credo che gli scrittori assomiglino più a questo tipo di scienziati che non a dei medici che fanno esperimenti e anche il tipo di condizionamento che gli scrittori subiscono è più simile a quello che subiscono dei fisici che non i dottori tenuti per le palle dalle grandi case farmaceutiche, quindi Giulio il tuo richiamo è fuori luogo nel mio paragone.
    Io ho usato il verbo ciarlare, perché tu hai fatto un’affermazione senza giustificarla e hai usato definire me “per le cose che dico” e te “per il lavoro”, chiudendo così la frase. Quindi hai gettato il sasso facendo un paragone tra due cose senza far capire cosa significasse. Allora io mi sono preso il verbo ciarlare proprio per capire la differenza tra me e te estremizzando il paragone, ma tu, come sempre, non usi spiegare quali siano le differenze in quello che affermi o rispondere a delle domande, se non per puntualizzare delle cose che dicono altri. Mi sembra sembre di parlare con un bambino quando parlo con te Giulio “Tu hai Detto…” “Tu hai fatto…”. Ma che ti è successo in questi dodici anni? Non eri così zitello e fisso quando ti ho conosciuto, eri brillante….mah…ci rinuncio definitivamente….sono discussioni inutili…scusa Felice se eventualmente non ti rispondo.

  49. vibrisse Says:

    Simone, scrivi: “è strano come solo qui in Italia appena uno parla di scienziati subito quelli che hanno più di quarant’anni pensino alla figura di un ‘medico’ e alla scienza medica in generale”.
    Io dico: “è strano come solo qui in Italia appena citi un esempio dalla medicina subito tutti quelli che si chiamano Simone pensino che tu identifichi la scienza medica con la scienza in generale”.
    Le due affermazioni hanno uguale attendibilità.

    Che cosa è successo in questi dodici anni? Per quanto mi riguarda, Simone, è successo che ho vista l’inutilità dei discorsi fatti a forza di luoghi comuni, con generalizzazioni indebite, sulla base di informazioni scarse o errate. E tali mi sembrano questi tuoi discorsi.

    Le questioni importanti non sono, a mio avviso, l’abolizione degli agenti letterari o la “sparizione dell’autore”. La questione importante è, a mio avviso: può esistere un modo di auto-organizzazione degli autori che permetta di “saltare” l’editore? (senza rimetterci sul piano della diffusione e quindi del reddito).

    (Ah: ho citato l’articolo di Tomatis semplicemente perché ce l’avevo sottomano).

    giulio

  50. macondo Says:

    Macondo è meno triste perché ha or ora appreso che vibrisse non bannerà in linea di principio le sue pensate virtuali

  51. vibrisse Says:

    Macondo mente, ancora. Il che mi pare interessante.

    Cronistoria essenziale, dal principio. La persona che si firma Macondo inserisce un commento in questo nuovo vibrisse. Il commento – come tutti i primi commenti – viene messo in attesa. Io lo vedo, e scrivo privatamente a Macondo. Lui mi risponde (quindi l’indirizzo che fornisce è autentico) e abbiamo una breve discussione sulla gestione dei commenti, l’uso dell’anonimato o del semianonimato, eccetera. La discussione in privato termina il 19 dicembre. Io decido di ammettere di commenti di Macondo. Non sono in grado di indicare il giorno preciso in cui lo faccio, comunque vedo che in una email del 23 dicembre (che Macondo legge, e alla quale Macondo risponde) avviso Macondo di avere ammessi i suoi commenti. Successivamente Macondo inserisce vari commenti.

    Il 1° gennaio Macondo scrive, qui nei commenti: “Macondo è triste perché il presente blog non accetta più di ospitare le sue pensate (che sicuramente non cambieranno il mondo) se non le firma con nome e cognome (come se sapere che Nessuno si chiamava Ulisse restituisse a Polifemo il suo unico occhio)”. Questa dichiarazione fa pensare che io, dopo avere ammesso Macondo ai commenti, abbia presa una successiva decisione di segno contrario: il che è falso. Oggi Macondo dichiara di aver “or ora appreso che vibrisse non bannerà in linea di principio le sue pensate virtuali”. Il che è ugualmente falso: Macondo sapeva di poter commentare qui almeno fin dal 23 dicembre (e infatti dopo quella data è intervenuto più volte).

    Domanda: perché Macondo ha ora deciso di intervenire qui con dichiarazioni false?

    giulio mozzi

  52. macondo Says:

    Nessun complotto, Giulio, nessuna provocazione, nessuna trollaggine, nesuna fakeria. Solo un po’ di ironia, magari condotta con una cronologia un po’ forzata, e magari opinabile (l’ironia), ma solo ironia. Cmq, Giulio, non so come sei di persona, ma l’impressione che dai a me lettore di tuoi 3d o post, è quella di un sergente (o capitano, il grado sceglilo tu) che mette sull’attenti.
    PS.: Macondo è tornato triste, perché lo si accusa di berlusconismo.

  53. vibrisse Says:

    Quindi, Macondo, ti chiedo di confermare, per chiarezza, che quello che ho scritto io circa il tuo accesso a questi commenti è vero, e che quello che hai scritto tu non lo è.

    giulio mozzi

  54. simone battig Says:

    Giulio.
    I discorsi sono inutili se non corrispondono ai comportamenti. Se uno si lamenta continuamente di chi evade il fisco e poi evade lui stesso il suo discorso è inutile, se si lamenta ma agisce da cittadino responsabile diventa un monito o un esempio di onestà civile per tutti quelli che lo frequentano.
    Dovresti anche dire quali sono le informazioni errate che fornisco (dato che qui non ho dato nessun tipo di informazione ora…) altrimenti sei tu che applichi su di me un pregiudizio o un luogo comune.
    Non è detto che i luoghi comuni non siano veri, tra l’altro.
    Comunque, per non tirarla lunga, le due cose che ho citato (agenti letterari e sparizione dai palchi dell’autore) mi sembrano parte della ricerca di indipendenza dell’autore che tu inserisci nella tua questione importante. Sono infatti due delle cose che riducono l’indipendenza dell’autore da ciò che gli chiede di fare l’editore o il sistema editoriale…
    L’editore vorrebbe che l’autore fosse anche promoter di se stesso, una specie di venditore porta a porta molto ciarliero, tanto è vero che è entusiasta di chi si porta in giro ovunque e scrive di tutto (solo da noi può esistere un Paolo Nori che per le maggiori case editrici italiane pubblica 20 libri in dieci anni, due all’anno!!, senza essere uno che vende come Camilleri….)
    La tua domanda mi sembra sbagliata comunque, come è possibile “saltare” l’editore? Se non c’è editore non c’è scrittore, semmai il problema è che gli scrittori tornino ad avere singolarmente e assieme una forza tale da influenzare il modo di fare libri di un editore o di più editori.
    E questa è una cosa lunga che comincia dal primo passo e i passi da fare sono secondo me, in questo sistema dove tu fai vibrisselibri ma poi sei costretto a conformarti alle regole degli editori e dei media per avere visibilità, quelli che portano ad una progressiva eliminazione di tutti gli intermediari che oggi lavorano sul “prodotto” libro: scrittori che fanno i promoter di se stessi in primis, agenti letterari, revisione del sistema dei critici e recensori (sembra il mercato delle vacche non un mercato delle idee…) riducendo i rapporti “malati” che si instaurano tra scrittori/editori e giornalisti (ti invito a riascoltare bene l’intervista a Pent e Lupo su booksweb….ma ad ascoltarla sul serio senza pregiudizi…), non frequentazione di festival e premi che sorgono come funghi semplicemente per avere finanziamenti, e più semplicemente ancora un bell’esame di coscienza da parte degli scrittori che sono i primi ad essere terribilmente chiusi verso tutto ciò che non corrisponde alla loro cerchia “utile” del momento.
    Visto che mi hai dato dell’impreciso generalizzatore mi permetto di dirti che tu per primo fai questo: ti accorgi di parlare solo con chi sostalziamente tende a darti ragione? Parli con le sfumature di te, ma appena parli con uno come me che dice che insinua che tu abbia torto marcio immediatamente chiudi baracca e dai per scontato di aver ragione: non ti sembra più plausibile che abbiamo entrambi buone ragioni che, applicate assieme, potrebbero trovare soluzioni?
    Ho avuto una bella discussione con Genna e altri qualche giorno fa…una discussione “filosofica” diciamo, che non c’entra con i libri. Quello che mi ha colpito (cito Genna perché tu hai dichiarato di sentirlo affine) è che mentre tutti domandavano e cercavano di rispondere lui ha sempre e solo fatto domande retoriche che secondo lui dovevano confermare quello che sosteneva implicitamente chiedendo a noi di dare una risposta che lui aveva già in mente. Ovviamente io ho dato le mie risposte semplici diverse dalle sue ma in fondo probabilmente affini, ma non è stato possibile per nessuno avere una risposta semplice da lui che costituisse un reale scambio non risolto in Giuseppe Genna stesso. Ecco, ho l’impressione che il dibattito culturale sia tutto così in Italia, ora.
    Ultima cosa: sei appasionato di dati, ma i dati sui libri come li interpreti. Io vedo che ogni anno calano i lettori, e il calo è bilanciato appena dall’aumento di lettori sotto i diciotto (quelli che leggono molto fantasy generalizzando). Ciò mi fa ben sperare per il futuro, ma non ti sembra spia di qualcosa il fatto che aumentino solo proprio quei lettori che sono “fuori” da tutto il circo, cioè quelli che sicuramente non leggono le recensioni di libri sui giornali o su internet e che vanno poco ai festival (l’immagine fornita dalle tv di sciami di ragazzini a Torino o Roma è fuorviante perché quella è 1 città…..) e che poco gli frega di vedere in faccia Licia Troisi fino a che il sistema non gli fa crdere che sia importante, per dire?
    A me sembra significativo.
    Per inciso credo che “lavorare” per Einaudi Stile libero, come ti dissi dieci anni fa, non sia il modo migliore per cominciare a saltare l’editore, anzi, è il modo migliore per farsi schiacciare, perché da solo non andrai da nessuna parte. Mai visto nessuno che da “dentro” un sistema l’abbia cambiato, quelle sono chiacchere e utopia, non le mie. Bisogna sempre essere “contro” per cominciare a tirare vere picconate, poi tirati giù certi muri si può anche entrare per ricostruire, ma dopo, dopo che è accaduto….

  55. vibrisse Says:

    Simone, un esempio di “informazioni scarse o errate” è questo. Tu scrivi: “non ti sembra spia di qualcosa il fatto che aumentino solo proprio quei lettori che sono ‘fuori’ da tutto il circo”, eccetera. Ora, a me risulta che proprio quei lettori lì, i ragazzini che leggono fantasy, siano ben dentro al circo. Tu non te ne accorgi perché, diciamo così, loro sono in un tendone (del circo) che tu non frequenti. Gli investimenti promozionali su quei libri sono enormi, e passano attraverso la tv, l’internet, il merchandising eccetera. Più circo di così!

    Un altro esempio di “informazioni scarse o errate” è quando tu mi dici: “ti accorgi di parlare solo con chi sostanziamente tende a darti ragione?”. Ma è evidente che tu non sai con chi parlo. Tu vedi le discussioni qui in vibrisse, e stop. Se – ad esempio – in una casa editrice io faccio una battaglia per la pubblicazione di un certo testo, e ci sto dietro settimane e mesi, e mi scontro con chi non è per nulla d’accordo con me, eccetera, tu non lo sai. Peraltro qui sto parlando con te: tu sei uno che sostanzialmente tende a darmi ragione?

    Dici che non hai mai visto nessuno che da “dentro” un sistema l’abbia cambiato. In effetti, ad esempio, vibrisselibri è un’azione “fuori” dal sistema. O no?

    Scrivi: tu fai vibrisselibri, ma poi sei “costretto a conformarti alle regole degli editori e dei media per avere visibilità”. Io la dico diversamente: tento di manipolare gli editori e i media per avere quella visibilità che serve (pubblicar libri senza farlo sapere a nessuno è un’attività che mi pare improduttiva).

    Saltare l’editore è possibilissimo. Difficilmente può farlo un autore da solo. Ma già Federico Moccia, ad esempio, potrebbe pubblicare i suoi libri con ilmiolibro.com – e fregarsene degli editori. Se un certo numero di scrittori tentasse un percorso simile, magari in accordo, possibilmente attraverso un’azienda indipendente (ilmiolibro.com è del gruppo L’Espresso/Repubblica), potrebbero farcela.

    giulio mozzi

  56. simone battig Says:

    Giulio, ADESSO stai parlando con me, e infatti le cose sono più chiare, finora non l’hai mai fatto.

    Parto dalla fine: se ilmiolibro.com è indipendente come lo sono repubblica e l’Espresso e le pagine culturali emanate siamo a posto…
    Se ci fosse un ‘azienda indipendente? Non credo che “autoproclamarsi” scrittori perché ora c’è un mezzo che ti permette di stampare e vendere il tuo libro vada nella direzione che io auspico, ma aumenterebbe a dismisura l’inondazione di libri di scarsa qualità introducendo anche un altro principio su chi ha soldi e chi non per fare tali operazioni..io personalmente ho bisogno anche di quei pochi soldi per dare da mangiare a mio figlio…per esempio. La cosa dunque non mi convince affatto.
    Io voglio gli editori, ma li voglio diversi. Tutto qui. E gli editori saranno diversi se gli scrittori saranno diversi, più coerenti e responsabili verso ciò che scrivono.

    Vibrisselibri mi sembra più una nicchia del sistema (cosa che mi pare tu stesso non volevi), e non mi pare che salti l’editore secondo i criteri che tu stesso identifichi (diffusione etc etc..), ricadendo poi per sopravvivere nel solito rapporto con i media (esorbitante all’inizio e poi nullo in seguito) e sfociando sempre da un editore che fa il libro da vibrisse per i motivi più vari di opportunità. Ma servirebbro dei dati per poter giudicare, e io non li ho ha disposizione come li hai tu. Dopo tre anni (mi pare) vibrisselibri è in espansione o in contrazione, commercialmente? Diccelo tu. Ha apportato cambiamenti al sistema? Hai manipolato editori come dici? Se si, non me ne sono accorto.
    Tra l’altro, se uno guarda come è cresciuto il numero di editori negli ultimi dieci anni in Italia prende spavento, ma direi che questo non ha apportato miglioramenti alla diffusione del libro, solo forse alla diffusione di”contributi” vari in denaro.
    Pubblicare libri facendolo sapere a tutti (e per tutti intendo quelli che lo saprebbero comunque essendo “del mestiere” e ricevendo i libri gratis) senza che poi nessun altro legga libri che nemmeno sono in libreria (virtuale o meno) mi sembra ugualmente improduttivo.

    Dei tuoi scontri con gli editori non so, mi baso effettivamente sui discorsi fatti qui o altrove, che sono più veritieri però perché con gli editori, come mi hai sempre detto (anche in uno scontro che hai affrontato per un mio libro) tu sei in una posizione di eterna sudditanza, tanto è vero che se ti danno più volte torto, e la metà delle volte sei convinto di aver ragione, rimani a lavorare per loro e ti adegui alle loro decisioni perché loro pagano. Giusto? E’ un po diverso da una discussione paritaria mi sembra.

    Giulio, io ho un figlio di sette anni, ti pare che non mi accorga del circo attorno a loro e ai ragazzini un po’ più grandi?
    E’ vero che negli ultimi tre o quattro anni c’è un grossissimo investimento totale su questo target 6-16 per i libri (siamo già arrivati a faccio un libro fantasy scritto da una sedicenne per dire..) però ti vorrei far notare che l’investimento è, a posteriori, non a priori. Gli editori ci hanno messo quasi un lustro a cominciare ad investire per vendere di più questo genere di libri ma le vendite erano già alte dieci anni fa solo perché i ragazzini se lo dicevano tra loro di leggere quel libro (compreso Harry Potter uno….). E’ ovvio che poi, individuato il filone, gli editori hanno cominciato ad investirci. Quindi direi che loro si hanno manipolato gli editori, proprio perché esterni al circo che non li considerava affatto….e ora hanno tutti i libri del tipo che vogliono leggere, e possono scegliere se dare retta al circo o no….

    Insomma, io avrò anche informazioni scarse rispetto a quelle che hai tu da dentro, però se vuoi possiamo parlare degli investimenti su Giordano e il suo libro, o su quelli che hai fatto per Avoledo, o del motivo per cui, dopo due flop milionari si sono fatti altri due film da libri di Ammanniti, o del perché un responsabile di collana e un direttore commerciale non riescono a fare un libro per l’editore che li paga per decidere di fare libri, o di Moccia figlio di Pipolo, o di quanto, a parità di vendite, certi scrittori pubblichino continuamente e altri devono elemosinare negli anni un editore, o del perché Saviano pubblica Gomorra denunciando un sistema di corruzione con un editore passato di proprietà attraverso il reato di corruzione di giudici dello stato italiano, o delle informazioni errate che hai su di me.
    Ma non credo verrebbe fuori qualcosa.
    Mi concentrerei di più sulla domanda: ma se gli scrittori si organizzassero in un certo numero, proprio come hai in mente tu, e invece di stamparsi i libri, si rifiutassero di stampare libri con gli editori che non accettano determinate condizioni che gli scrittori ritengono indispensabili per cambiare un sistema che ritengono dannoso?
    Credo che discutendone si potrebbe trovare un modus di rapporto con gli editori a cui aderiremmo in molti, basta che sia chiaro e nero su bianco. Un modus di chiarezza anche rivolto ai lettori, per sottrarli al circo. Non una limitazione o uno statuto degli scrittori ho in mente, ma un patto di onestà intellettuale tra scrittori e lettori, tagliando fuori gli intermediari d’un colpo. Bisognerebbe essere disposti a soffrire un po’ invece che fare libri di continuo, ma non cambierebbe veramente nulla dici?
    Se si potesse fare, io firmerei per primo.

  57. macondo Says:

    @ giulio,
    fiscalmente parlando, quando ho scritto di “cronologia forzata” a fine ironico, intendevo proprio la forzatura della cronologia da te rammentata. Ergo: gnorsì, mon capitain.

    (frusaglia cronologica a onor del vero: un po’ di dubbio sulla mia accettazione m’era rimasto, in quanto nello scambio epistolare da te rammentato avevamo filosofato sui nickname, ma l’ok ufficiale l’ho visto quando il mio post è stato reso pubblico, ma già la geremiade macondiana era stata scritta)

  58. macondo Says:

    Una parola sull’editoria in rete che è venuta fuori dagli ultimi post qui sopra: non so ilmiolibro.com (mi dicono che per pubblicare si debba pagare qualcosa), ma posso invece dire (per varie ragioni) che “lulu” (sbarcata dagli Usa nelle terre europee) non ha filtri come quelli ipotizzati riguardo il gruppo L’Espreso/Repubblica. Ora, il fatto di non avere filtri comporta uno scadimento della qualità artistica, o perlomeno questa è l’obiezione a cui subito si pensa. Ma se si tiene conto che il filtro esercitato dai redattori o lettori di case editrici spesso privilegia l’ipotetica quantità di copie che potrebbe vendere il libro scritto con linguaggio facile, stile piano, contenuti accettabili da tutti, trama classicamente avvincente, rispetto alla qualità “scrittoria” in sé, e se si esaminano i libri nel catalogo di “lulu” e si comparano con quelli nel catalogo di un editore cartaceo, beh, si vedrebbe allora che una grossa differenza non c’è. O non c’è più.

  59. vibrisse Says:

    Simone, la domanda se “vibrisselibri è in espansione o in contrazione, commercialmente” è bizzarra, perché vibrisselibri non è un soggetto commerciale (non ha neanche una partita Iva). Per il resto: abbiamo pubblicato (in rete) un certo numero di libri; un paio sono stati ripresi da editori convenzionali; uno è diventato un audiolibro; per altri due la trattativa con un editore convenzionale è conclusa informalmente e va formalizzata; per un altro c’è una proposta di un editore, sulla quale dobbiamo decidere il da farsi. Uno solo dei libri pubblicati in rete non sembra avere, al momento, alcuna possibilità.
    Dei libri pubblicati in rete vengono prelevate quotidianamente una, due, tre copie. Il che significa che ogni libro viene prelevato, annualmente, tra le ottocento e le milleduecento volte. Ovviamente, ciò non significa che per ogni prelievo di una copia ci sia una lettura del libro.
    Adesso abbiamo un libro pressoché pronto, da pubblicare, e un libro molto grosso in corso di lavorazione.
    Abbiamo qualche difficoltà per la massa enorme di testi che ci arrivano, e su questo fronte prenderemo presto provvedimenti.
    A vibrisselibri serviva un “lancio mediatico” iniziale: e lo ha avuto. Il che è sorprendente, se si pensa a che cosa era vibrisselibri in quel momento: un gruppo di persone che pubblica in rete dei testi. Sai che novità! Eppure, grazie al lavoro di Stefania Nardini e Manuela Perrone (nonché di tutti gli altri) abbiamo avuta un’ottima (e abbondante) stampa. Quello che ci serviva perché gli editori (che sono effettivamente i nostri primi interlocutori) si accorgessimo di noi. Se non è manipolazione questa…
    Osservi che vibrisselibri non “salta” l’editore. Verissimo. Vibrisselibri non ha mai preteso di “saltare” l’editore.

    Ovviamente quando mi scontro con un editore che mi paga lo stipendio sono in una posizione di minore forza. Non sono certo uno che vince tutte le battaglie. Il fatto di lavorare ora per due diversi (molto diversi) editori convenzionali mi dà maggiore forza. Potrei anche andarmi a prendere lo stipendio da tutt’altra parte (ad esempio facendo il magazziniere: lavoro che ho fatto e che pure mi piace), ma allora non so se avrei il tempo di leggere quello che mi arriva, andare a fare proposte agli editori, e così via.

    Vedo che non hai capito il discorso su ilmiolibro.com e simili – probabilmente perché l’ho appena accennato. Ora provo a spiegarlo in dettaglio.

    Esistono aziende che fanno il cosiddetto “print on demand”, ovvero la stampa e la spedizione al cliente di singole copie di un libro. Tra la richiesta del libro e la consegna possono passare quattro o cinque giorni, quindi più o meno il tempo che passa tra l’ordine e la consegna presso un qualunque portale librario (Ibs, Bol ecc.). Mettiamo che venti scrittori “da diecimila copie” si accordino tra loro, si dotino di un marchio editoriale, costituiscano una minima struttura d’impresa (ci vorrà comunque un’amministrazione, una piccola redazione ecc.), facciano un contratto con un’azienda di print on demand, e pubblichino in questo modo i loro libri. Tra l’altro i libri potrebbero avere un prezzo più basso dei libri normalmente distribuiti in libreria, e contemporaneamente garantire agli autori un guadagno per copia venduta assai superiore.

    L’impatto sul mercato prodotto da venti scrittori “da diecimila copie” sarebbe molto, molto forte.

    Ovviamente questi scrittori associati, una volta consolidata la faccenda, potrebbero anche proporre autori nuovi o commercialmente marginali. Il fatto di avere zero spese di stampa, zero spese di magazzino, zero spese di distribuzione renderebbe possibile investire molto sulla produzione del libro (accuratezza, qualità, editing se opportuno eccetera) e sulla sua promozione (e: promuovere un libro non significa necessariamente esporre l’autore come se fosse Geronimo Stilton; tutt’altro).

    Non mi risulta che ilmiolibro.com metta “filtri” a ciò che per suo mezzo viene pubblicato; chiede un investimento minimo (l’acquisto di una o due copie del proprio libro). Lulu non chiede nemmeno questo investimento minimo (ma Lulu stampa in Usa, e la spedizione in Italia è lenta e onerosa). Ci sono peraltro aziende indipendenti da grandi gruppi, in Italia, che sono in grado di offrire un servizio di questo tipo.

    Macondo, vedo che menti ancora. Hai pubblicata la tua “geremiade” il 1° gennaio, ma sapevi fin dal 23 dicembre (da una lettera mia, alla quale hai risposto: quindi l’hai letta) che i tuoi commenti erano già stati ammessi; inoltre hai pubblicati vari commenti, che sono immediatamente apparsi, tra il 23 dicembre e il 1° gennaio (anche in calce a questo articolo: commenti ai quali io replicato, e tu hai controreplicato; quindi hai ben visto che erano pubblicati). Quindi quando scrivi “a onor del vero” di aver visto l’ “ok ufficiale” quando “la geremiade era già stata scritta”, scrivi una cosa che palesemente non fa “onore al vero”.
    Sono curioso di sapere perché fai così.

    giulio mozzi

  60. simone battig Says:

    E però Giulio, se l’idea degli scrittori da diecimila copie (cioè? A che nomi stai pensando?)è quella che esponi si configura in futuro semplicemente come un’altra casa editrice a struttura super leggere governata da un comitato editoriale di scrittori (immagino sempre gli stessi) che dovrebbe far fronte a centinaia di richieste di chi vuol pubblicare con il loro marchio, avrebbe appunto come dici tu una piccola redazione, avrebbe qualcuno che si occupa dell’ufficio stampa..etcetc..insomma sarebbe sempre un editore!! Di nuova generazione, se vuoi, ma dovrebbe governarsi comunque come un marchio editoriale a livello di gestione (perché se metti un marchio poi vuoi controllare ciò che pubblichi credo e non accetti qualsiasi cosa…). Approvo quindi l’idea così eposta perché andrebbe incontro alla mia idea di avere editori diversi, però la vedo poco realizzabile, ancor meno realizzabile di tentare di far fronte comune per influenzare gli editori di oggi dotandosi di un patto di chiarezza.
    Genna mi pare ha fatto un esperimento simile singolarmente, è stato un buon test?
    Comunque…allora si potrebbero fare le due cose, da una parte gli autori da diecimila copie fanno questo supportati da “tutti” e si vede come procede e cosa genera, ma dall’altra un buon numero di autori non da diecimila copie dovrebbero accordarsi per pubblicare solo con editori che abbiano determinate condizioni editoriali più vicine alle mie idee, altrimenti l’editore tradizionale li userebbe per “sostituire” i disertori da diecimila copie in qualche modo. Mi pare scontato.

    Per quanto riguarda vibrisselibri mi pareva che vibrisse avesse il “compito commerciale” di vendere il libro ad un eventuale editore cartaceo per conto dll’autore. Da quello che dici sembra che l’operazione sia andata bene al 99%, ma la mia domanda era in realtà: se Monica Viola ha “fatto scaricare” 1200 copie del suo libro in rete (cosa che non vale nulla perché chi usa il computer scarica anche uno che si mette il dito sul per il naso..) quante copie ha poi venduto in un anno su quelle stampate in prima tiratura con un grande editore come Rizzoli? Questo esempio numerico può dire magari non se ha senso o no il lavoro di vibrisselibri ma se i risultati per l’autore “scelto” sono gli stessi del normale tran-tran tranne il fatto di aver aggiunto un intermediario autorevole tra autore ed editore, intermediario che si congifura come “agente letterario” di nuova generazione, secondo me.

  61. mauro mirci Says:

    Simone, capisco di non essere il tuo interlocutore diretto, però, partecipando a Vibrisselibri (partecipare mi pare il verbo più appropriato, data la natura dell’inziativa), mi pare il caso di puntualizzare qualcosa. VL ha l’intento (non il compito commerciale di sicuro, magari sarebbe più corretto definirlo “scopo sociale”, visto che è sancito dallo statuto) di promuovere i propri e-book presso editori tradizionali. Il suo scopo principale, però, è un altro, e cioè quello di promuovere libri che, per le loro caratteristiche di “scarsa commerciabilità” (e si può essere scarsamente commerciabili per mille motivi, oltre alla sostanza del testo stesso) non trovano sbocchi per la pubblicazione. C’è molto lavoro e dialogo dietro la pubblicazione di ogni libro, spesso anche baruffe, ma l’intento dell’associazione rimane quello. L’editore cartaceo rimane un punto d’approdo, d’altro canto un libro, per arrivare in libreria, ha bisogno di quello. Altri sistemi di divulgazione (e distribuzione) si possono tentare o sono già stati sperimentati, ma rimangono periferici e destinati a piccoli circuiti. Secondo me rimane un ottimo intento cercare di dimostrare agli editori tradizionali, che esistono libri che, a dispetto della loro presunta invendibilità, possono trovare lettori e, quindi, un mercato, anche se da mille copie soltanto. Il libro di Paolin, per esempio, è stato rifiutato da un editore tradizionale (che pure pubblica libri, in qualche modo, di nicchia) e solo dopo la pubblicazione su VL ha trovato l’attenzione de Il Mestrale e pubblicato “su carta”. Questo, secondo me, è una vittoria e un incoraggiamento a proseguire su questa strada. Storie simili, o comunque con molti punti di attinenza, si potrebbero raccontare anche per gli altri.
    Forse per te è poco, e magari, a confronto con lo strapotere della majors, lo è davvero, ma è uno strumento e un tentativo. L’importante è fare.
    Leggendo quello che scrivi mi sono chiesto cosa, in effetti, si potrebbe tentare per stare fuori dalla prevalente logica editoriale (quella secondo la quale un imprenditore decide cosa pubblicare in base a previsioni di vendita), ma l’unica risposta che mi viene in mente e l’autopubblicazione. E, in effetti, conosco gente che ha scelto l’autopubblicazione e l’autopromozione, con tutto ciò che ne consegue, vendendo i propri libri a latere di iniziative da loro stessi condotte. Non dico della classica pubblicazione “a proprie spese” ma, per esempio, dei libri fatti a mano di Mauro Mazzetti (I figli belli, dovresti trovare qualcosa in rete, anche se adesso sono libri “fatti da Lulu” e non più oggetti artigianali), o delle minipubblicazioni di un cantastorie di mia conoscenza, che alla fine della rappresentazione vende testi, acquarelli e cd autoprodotti. In contesti simili, l’autopubblicazione col miolibro.com mi sembra un ottimo strumento e, inoltre, trovo sia un modo molto romantico di diffondere testi, ma è anche un modo di combattere la logica dell’editore-imprenditore?

  62. mauro mirci Says:

    E poi, dimenticavo: sì, VL può essere inteso come un agente letterario di nuova generazione, ma la varietà e la novità mi sembrano elementi positivi e non viceversa.

  63. macondo Says:

    @ giulio,
    cronologizziamo, se vuoi (o spacchiamo il capello in quattro, o, direbbe Moretti, continuiamo a “farci del male”): c’è stato uno scambio di mail a quelle date che dici, ok, e s’è discettato sui nick, polifemo, ulisse e quant’altro, e tu non mi hai comunicato alcun veto, ok. Poi in data 25 dic. 18:18 c’è stato qui il tuo invito ufficiale, pubblico. Il mio ultimo post qui è stato de 25 dic. 01:16 (quindi precedente, e dopo di che da parte mia nulla fino al 1 gen.). Allora m’è sorto il dubbio (immotivato, se vuoi, ok, ma tant’è) che questo invito ufficiale riguardasse anche me. E per fare una verifica l’ho buttata sull’ironico (opinabile, ok, ma è andata così). Ora, il fatto stesso che tu abbia inserito nei commenti la “geremiade” sarebbe bastato a dimostrare che dicevo una cosa sbagliata, e magari la stessa pubblicazione poteva essere una contromossa altrettanto ironica, del tipo: “ma guarda sto quà che si inventa cose non vere”, che avrebbe sbugiardato con quel solo fatto il mio dire. Invece no… hai montato un piccolo caso col piccolo Macondo.
    Io ho cercato di spiegare la dinamica in parte poco razionale e forzata della chose, ma invece tu, Giulio, “perché fai così”?

  64. simone battig Says:

    @Mauro.
    Dopo le spiegazioni fornite da Giulio io sono d’accordo con me stesso (e con te) nel considerare “un bel tentativo di fare” vibrisselibri e il tentativo di costituire “un agente letterario” di nuova generazione attraverso vibrisselibri. Avendo voi dei dati che io non ho volevo solo sapere se, detto spregiativamente, “il gioco vale la candela”, oppure il caso che citi, ad esempio, di Paolin è solo un accidente che comunque poteva accadere. ma a dire la verità mi interessa di più Monica Viola perché parliamo di narrativa, vorrei sapere di quel libro….se si può.
    Io dico anche che l’idea di Giulio (e a quanto pare anche tua) di sfruttare cose tipo ilmiolibro.com può essere buona per “fare”, creando un editore di nuova generazione, ma non vedo perché non dovrebbe essere affiancata come sopra ho detto da una uguale lotta con gli editori tradizionali dove gli scrittori che non vendono diecimila copie almeno non si vendano….posso dire?…il culo. Insomma mettano dei limiti condivisi da molti allo strapotere gestionale degli editori. E basta, con qualche sacrificio.
    Credo che le due cose possano, messe in atto sul serio, entrambe agire in sintonia per migliorare il mondo editoriale e dare una bella sveglia agli editori.
    Tutto qui.

  65. simone battig Says:

    Dimenticavo..la varietà e la diversità sono positive (e preciso che non mi riferisco espressamente a vibrisselibri) se generano progresso nel senso di “miglioramento”. Progresso secondo me non vuol dire andar avanti con cose nuove anche a discapito delle conseguenze già osservabili per il futuro, ma fare le scelte migliori per vivere in un modo migliore anche se ciò significasse rinunciare a delle cose nuove. Spero di essere stato lapalissiano.

  66. mauro mirci Says:

    @ Simone
    Delle vicende riguardanti Monica Viola penso sia giusto parli Giulio, se crede corretto farlo, poiché condusse direttamente lui la faccenda. Dico solo (diciamo che lo affermo con la sicumera del dilettante) che se quel libro ha venduto con Rizzoli anche una sola copia, sarebbe sempre una copia in più di quelle che avrebbe venduto senza VL. E non per demeriti dell’opera.
    S’intende, è una mia personalissima convinzione, magari discutibile, ma visto come sono andate le cose non ci potranno mai essere prove del contrario.
    Ilmiolibro (o iniziative simili), come credo di aver già scritto, è solo uno strumento. Nè buono, né cattivo. C’è, se si vuole lo si può usare. Sarei curioso anch’io di vedere cosa succederebbe se scrittori blasonati e “contro” lo usassero, ma è un pio desiderio e credo rimarrà una pia illusione. Purtroppo non si può impedire a nessuno, per usare parole tue, di vendersi il culo, e vendersi il culo sembra essere da sempre una delle leggi fondamentali del mercato, in ogni settore, non solo nell’editoria.
    La verità è che la lotta che tu auspichi è impari e richiederebbe unità di intenti di una miriade di autori, soprattutto “di nome” e “di sostanza”. I grossi editori sono pochi, uniti e compatti. I piccoli li imitano nelle strategie editoriali se ambiscono a diventare un po’ più grandi.
    La soluzione starebbe nell’uscir fuori dalla logica del mercato. Diciamo che a gente come me, che fa un altro mestiere, non costerebbe nulla. Ma a chi con la scrittura ci campa (e qualcuno anche bene)?
    Quanto al “fare le scelte migliori per vivere in un modo migliore anche se ciò significasse rinunciare a delle cose nuove”: giusto, condivido. Non è lapalissiano, ma il nocciolo della questione. Ma in una santa allenza di scrittori contro il mercato, perdonami, non ci credo. Non per niente le rivoluzioni nel mondo del libro e della sua diffusione le hanno fatte gli editori.

  67. giuliomozzi Says:

    Macondo, se una persona fa affermazioni non vere sul mio conto (ad esempio facendo intendere che il mio comportamento nella gestione dei commenti di vibrisse sia diverso da quello che è), le smentisco. Mi pare ovvio.

  68. giuliomozzi Says:

    Simone, quando scrivo “scrittori da diecimila copie” non penso a persone precise. Penso a scrittori che abbiano quel minimo di potenziale commerciale necessario a dare significatività anche sul mercato a un’iniziativa di quel genere.
    Temo che gli scrittori “da meno di diecimila copie” non abbiano, né singolarmente né associati, la forza contrattuale per ottenere alcunché. Davide che fa secco Golia è l’eccezione, non la norma (purtroppo).

    Non so quante copie abbia venduto il romanzo di Monica Viola nell’edizione Rizzoli. Mi informo.
    Una cosa divertente è che il romanzo di Monica Viola, prima che vibrisselibri lo pubblicasse, era già stato letto e non accettato (non so se rifiutato o fatto cadere nel nulla) da Rizzoli. Quindi si può dire, forse, che la valorizzazione del romanzo fatta da vibrisselibri è stata determinante.

    Certo: la casa editrice “degli autori” sarebbe una casa editrice. Ma sarebbe una casa editrice degli autori. Quindi, si presume, almeno potenzialmente, una casa editrice che mette l’interesse degli autori in prima cima alla lista.

    Ma visto che di ‘sta cosa (alla quale sto pensando dall’8 giugno 2008) mi è scappata detta, bisognerà che ne parli ufficialmente.

  69. simone battig Says:

    Bene. Grazie a Giulio e Mauro io le idee le ho più chiare.
    Il caso di Monica Viola su cui ho insistito mi sembra allora importante vista anche la considerazione che ha fatto Giulio sul comportamento di Rizzoli. Capirne i motivi sarebbe fondamentale, a questo punto. Sono stati motivi di pastetta di cerchia, o è stato veramente un cambiamento di prospettiva determinato da vibrisselibri? Aiuterebbe assai capirlo, e sarebbe anche utile saperlo per chi fa vibrisselibri credo….
    Non credo invece, Mauro, che non sia importante sapere quante copie ha venduto la Viola da Rizzoli. E’ importante eccome, quante copie su quelle stampate sono state vendute è un indice di “penetrazione” sul lettore comparabile tra vibrisselibri e Rizzoli. Se del libro Rizzoli ha messo in libreria 5000 copie di prima tiratura e ne sono state vendute meno di 2000 questo dimostrerebbe che Rizzoli non sa quello che fa come editore e che gli agenti letterari di vecchia e nuova generazione influenzano in maniera pessima la produzione di libri (ribadisco: Nori 20 libri in dieci anni per i maggiori editori?…)
    Sono meno pessimista di Mauro e Giulio “sull’unione di scrittori”, nel senso che è vero che c’è poco potere di mercato ma c’è molto potere numerico e di fatto molta insoddisfazione per come vanno e le cose. Certo, ci vuole compatezza, ma se uniamo la compatezza dei miseri alla compatezza di quelli da diecimila copie (che non campano comunque di scrittura dei loro libri facendo due conti…) con le idee che sono venute fuoi anche qui..be’…mi sembra che siamo nel “fare” giusto. Perché insisto sull’affiancamento di queste due idee? Perché sono convinto che sia importante il “fare” ma sono anche, seguendo il tao, convinto che sia importante il wu wei, il “non fare”. La nostra vita cambia più in relazione a quello che “non facciamo” che in relazione a quello che facciamo (lo direbbero anche i fisici quantistici considerando il loro mondo probabilistico..). Ecco perché è importante il tirarsi fuori dal cono d’ombra degli editori e cominciare a dire NO, mentre si costruisce anche altro fuori dal cono d’ombra. Io il mio contributo sono ben conteno di darlo, e penso di non essere un caso isolato o un pazzo, penso che altri scrittori si possano inserire in questo discorso fattivo.

  70. giuliomozzi Says:

    Semplicemente, Simone, vibrisselibri ha proposto il romanzo di Monica Viola a Rizzoli, Rizzoli l’ha letto, e ha deciso di pubblicarlo. Vedi qui:
    http://www.vibrisselibri.net/?p=286

    Non so, ripeto, quanto abbia venduto il libro nell’edizione Rizzoli. Ma mi pare rozzo dire che se ha venduto poco Rizzoli “non sa quello che fa come editore”: sarebbe come dire che Rizzoli “sa quello che fa” solo quando pubblica Moccia. O ho capito male?

    Sono scettico sulla tua proposta, Simone, soprattutto perché non la condivido. Io sono uno scrittore “da diecimila copie” (forse), e non ho nessuna intenzione di vivere dei proventi dei miei libri: voglio non aver bisogno di quei soldi. Non trovo scandaloso che uno scrittore si mostri in pubblico, se ne ha voglia; o che scriva nei giornali, se ne ha voglia; o che vada in televisione con un boa di piume di struzzo rosa attorno al collo, se ne ha voglia. Eccetera. Né trovo scandaloso che uno scrittore se ne stia per i fatti suoi, se ne ha voglia.

  71. simone battig Says:

    Hai capito male, Giulio.
    La mia Teoria sui numeri del libro di Monica Viola è sicuramente rozza però è semplice: tu hai detto che Rizzoli “aveva scartato” il libro (non si sa perché ma non ci interessa), poi vibrisse lo ha messo sotto il naso di Rizzoli e a Rizzoli è piaciuto (non si sa perché ma anche in questo caso è irrilevante). A questo punto, essendo stato il mio un falso caso quantitativo ma un vero caso qualitativo , la risposta è che qualsiasi numero di copie abbia venduto il libro, la scelta di Rizzoli è stata indotta prima da suoi eventi interni che ne hanno portato alla NON pubblicazione, poi da eventi esterni (vibrisselibri) che hanno fatto cambiare idea a Rizzoli facendole pubblicare il libro.
    Grazie all’informazione che tu hai dato sulla cosa divertente possiamo dire con certezza che l’entità Rizzoli in questo caso (replicabile per caratteristiche sostituendo i componenti interni ed esterni) “non sa quello che fa”, o se preferisci che il cervello non fa muovere la mano, in ambedue i casi. A me sembra un dato molto rozzo, ma assai rilevante per cominciare a stendere una teoria correttiva del mondo editoriale…

    Fammi capire bene Giulio (a parte il discorso delle diecimila copie..), tu non vuoi che ti servano i soldi che ricevi dai tuoi libri, però vuoi che ti servano i soldi per le attività che svolgi come consulente editoriale o giornalista o scrittore da palco (visto che sono attività che svolgi a pagamento) che esistono in quanto tu hai fatto dei libri, cioè li vuoi da attività emanazione del tuo “essere scrittore”. Non mi sembra molto logico. Suona anche, come molti spesso mi dicono, “tu non capisci come va il mondo”, il che è un argomento che di solito mi farebbe incazzare molto. Non è più logico fare l’idraulico o qualsiasi altro lavoro e pubblicare libri?
    Sono veramente io che non capisco come va il mondo, o diciamo che è più facile fingere che il mondo vada nel modo più comodo per noi? (Anche tu lo fai andare nel modo più comodo per te no? Altrimenti non faresti il consulente editoriale ma l’alpinista con la pertosse)

    Infine. Nella mia proposta non pensavo solo a porre dei limiti sullo scrittore in pubblico, pensavo si potessero trovare, discutendone, delle priorità che venivano ignorate dagli editori a scapito delle baggianate che tu sopra hai citato.
    Il mio problema non è scandalizzarmi del boa di struzzo o delle facce terribili che girano ai festival e varie amenità che vengono dette come se gli scrittori fossero sul palco di Zelig. Il mio problema è che tutto questo impedisce seriamente di discutere di libri e elevare la qualità di ciò che viene pubblicato, pur rispettando tutte le diversità e le scelte personali. Il mio problema è che gli editori non condividono la tua ultima frase e ne fanno un problema serio di opportunità nel pubblicare. Altrimenti mi spieghi perché si fanno i romanzi di Ligabue o Jovanotti e non i miei o di Tizio Catanzarese?
    Il mio problema è che mi andrebbe bene tutto, anche i libri di Bisio, se non fosse che per fare tutte ste cose decine di libri validi o non vengono letti o non vengono neppure stampati. Questo è il mio problema, da scrittore e da lettore.
    Ma insomma, ne discuto per amore di chiarezza, se la maggioranza vuole correre verso questo bellissimo orizzonte che faccia pure. Oggi avremo un Franz che dice amenità sullo scrittore professionista domani chissà.
    Io sono sempre a disposizione per un bel confronto sulla REALTA’, e quando mi si chiederà un contributo sensato lo darò. Per il resto leggo, e, quando ci riesco, scrivo. Quando si apre una crepa riesco persino a pubblicare dei libri. Non mi lamento per me, ma per tutti quelli che non possono o hanno paura di farlo.
    No, non perché sono un martire, ma perché credo in quello che faccio e dico un po’ più della maggioranza delle persone che vedo in giro.
    So long

  72. mauro mirci Says:

    “Non è più logico fare l’idraulico o qualsiasi altro lavoro e pubblicare libri?”
    No, Simone, perché il lavoro che fai (e che ti dà il reddito principale o esclusivo) dipende sia da quello che sai fare, sia da quanto qualcuno è disposto a pagarti per fartelo fare. Se quello che si sa fare è scrivere, a me pare più logico che poi il tuo lavoro abbia a che fare con la scrittura. Poi magari pubblicherai anche narrativa. Ma c’è Saverio Fattori che lavora in fabbrica e pubblica; Morselli che lavorava la terra e pubblicò (postumo, dopo essersi mandato all’altro mondo, ma pubblicò); Levi faceva il chimico, non “era” un chimico, ma lo faceva proprio di mestiere, non come Gadda che abbandonò la professione; Livio Romano insegna e pubblica; il mio amico Salvatore pure.
    Per converso Pablo Neruda sapeva fare solo il poeta. Ed era un grande poeta: acclamato in vita, cosa, che, concorderai, non capita spesso. Nel suo “Confesso che ho vissuto” ammette di avere fatto leva proprio su questo per ottenere un incarico di console onorario nel Sudest asiatico.
    Caso che, a grandi linee, somiglia a quello che a te non sembra logico quando scrivi “…Giulio, tu non vuoi che ti servano i soldi che ricevi dai tuoi libri, però vuoi che ti servano i soldi per le attività che svolgi come consulente editoriale o giornalista o scrittore da palco (visto che sono attività che svolgi a pagamento) che esistono in quanto tu hai fatto dei libri, cioè li vuoi da attività emanazione del tuo “essere scrittore”. Non mi sembra molto logico.”
    Scrivere senza vincoli di bisogno o di scadenza (per diletto, non per professione) consente di non “vendersi il culo”. Nel lavoro retribuito, purtroppo, quella parte tocca spesso di cederla

  73. mauro mirci Says:

    @ Simone
    Non so se conosci Francesco Lanza. Credo che la sua storia, personale e artistica, abbia molta attinenza con la sostanza della nostra discussione. Fu scrittore che cercò di vivere della sua arte, ma per necessità dovette spesso scrivere su commissione e, infine, tornare nel suo paesetto dell’entroterra siciliano dove aprì una fallimentare rivendita di gessi.
    Nel 1931 scrive “Ho in odio me stesso e il mondo: il senso della rovina materiale e intellettuale, d’una vita perduta da ricominciare non so come. Sono alla ricerca d’un impiego che mi possa salvare da questa situazione disperata.”
    Nel 1933 muore solo, in albergo, a soli 36 anni.
    Se ti interessa, il link è questo: http://www.francescolanza.it/LA_VITA_di_Lanza.htm
    C’è anche una biografia scritta da Salvatore Di Marco, edita da Ila Palma, ma credo sia quasi introvabile.

  74. marino magliani Says:

    Mauro, conosco poco la storia di Lanza, ma da quel che so, Lanza cercó proprio negli impieghi che il mondo intero gli rifiutó, una traquillitá economica e fisica. Morí appunto dopo aver tentato quel viaggio a Roma dove pareva aver trovato
    qualcosa da fare.
    Certo si tratta di una figura in un certo senso modernissima, di intellettuale senza reddito.

  75. giuliomozzi Says:

    Simone, su Rizzoli: adesso ho capito.

    Sul non voler dipendere dai soldi guadagnati dai libri: lavoro dal 1981, pubblico dal 1993, dal 1996 lavoro nell’editoria e dintorni. Per la maggior parte della mia vita lavorativa non ho avuto guadagni da lavori editoriali, libri, eccetera. Nel 2006 e nel 2007 la maggior parte dei miei guadagni è venuta da un’attività che non c’entra niente con l’editoria, la letteratura eccetera (nel 2008 invece ha prevalso il lavoro editoriale).

    Per ragioni simili, tra l’altro, non mi faccio pagare le collaborazioni giornalistiche.

    Non credo possibile “elevare la qualità di ciò che viene pubblicato”, ovvero non credo possibile elevare la qualità *media* di ciò che viene pubblicato. La moneta cattiva scaccia quella buona. Non credo che possa avere successo un’azione di pressione sugli editori industriali nel senso che tu dici. Credo che sia conveniente agire in altri modi.

  76. mauro mirci Says:

    Be’, Marino, in effetti sono stato forse poco chiaro. Più esplicitamente, rilevavo l’attinenza con il discorso fatto in questa serie di commenti, proprio perché, non riuscendo a vivere della sua arte, Lanza cercò lavori da “scrittore professionale” che non vennero, o non non gli diedero la sicurezza economica che lui sperava. Finché si ridusse a tentare la rivendita di gessi.
    Come rilevi anche tu, si tratta di una figura modernissima e di una storia che mi pare assai coerente con la discussione.
    La domanda che mi pongo (ma pongo anche a te e a Simone Battig) è questa: l’arte di Lanza è “meno” arte perchè Lanza fu sempre ossessionato dal problema economico e dovette, per buscar qualche pagnotta, svendere spesso la sua penna? (fermo restando che le pagine di Lanza, di qualsiasi natura siano, restano sempre belle e nitide?)

  77. mauro mirci Says:

    E poi una domanda terra terra.
    Se Lanza non si fosse messo in testa, in giovane età, che la scrittura, oltre a essere una vocazione, può essere un mestiere, avrebbe vissuto più a lungo e più felice?
    Dico, terra terra, ma infine è questa l’aspirazione di ogni essere umano.

  78. marino magliani Says:

    Da quanto mi risulta Lanza morí per l’infezione di un’iniezione. Cosa che poteva, specie allora, succedere anche a un idraulico.
    Alla prima domanda non so rispondere.
    Mi chiedo sempre anch’io: se non fossi nato tra gli ulivi ma tra carote cosa avrei mai scritto e se… Anche se capisco perfettamente che non sia ció che intendi.
    Non trovi comunque delle somiglianze tra la figura di Lanza e quella di Lorenzo Calogero?

  79. simone battig Says:

    @Mauro
    la mia affermazione di logicità ribatteva all’affermazione di Giulio sulla distinzione che opera tra reddito dai suoi libri e reddito da attività editoriali che non sia la pubblicazione dei suoi libri, e non volevo assolutamente sostenere la cosa come regola generale.
    Io, ripeto, credo che uno scrittore abbia diritto di vivere di ciò che scrive derivante dai libri che scrive, magari non con il reddito di Dolce e Gabbana ma non vedo perché non dovrebbe aspirare ad un normale reddito prodotto dalle sue opere. Questo non vuol dire, in generale, che sostengo sia giusto che uno scrittore da 500 copie riesca a fare il consulente editoriale o diriga una collana o prima faccia questa attività e poi “diventi” scrittore e altri non riescano nemmeno a pubblicare nemmeno i loro libri. Questa situazione mi sembra indotta da altri tipi di “pratiche” che non sono la scrittura. Ma insomma..il discorso è lungo.
    Non conosco la storia di Lanza però mi permetto di dire che vorrei parlare del presente, non perché il passato non fornisca insegnamenti, ma perché mi pare veramente difficile paragonare la situazione dello scrittore odierno a quella di uno scrittore italiano degli anni ’30 (in pieno fascismo tra l’altro…).
    Credo che il mondo sia cambiato anche per gli scrittori molto più negli ultimi cinquant’anni che nei precedenti 5 secoli, per dire.

    @Giulio
    Avevo intuito che non eri d’accordo che la mia idea (che peraltro non ha connotati ben precisi in quanto aperta ad una discussione vera) sia la migliore cosa da fare e che non ci credevi, come io non credo che sia la migliore cosa da fare quella che proponi tu. Dicevo solamente, per una volta, che invece di seguire sempre strade che tendano ad escludere le idee degli altri magari gli scrittori si diano man forte a vicenda seguendo fattivamente strade diverse che vogliono raggiungere uno stesso obiettivo. Io non sono d’accordo con la tua soluzione ma la appoggio a tutti i costi perché abbiamo un fine dichiarato comune. Questo era il senso, a la Voltaire, se vuoi, del mio ragionamento.
    Tutto qui.

  80. mauro mirci Says:

    @ Simone, giusto per celiare e senza vena di polemica.
    Io sono un dipendente e ho un reddito medio, facciamo 22.000 euro annui. Lordi, diciamo, così il discorso è più semplice. Facciamo che invece sia uno scrittore e, per campare la famiglia abbia bisogno del medesimo reddito. Se prendo il 7% a copia, e facendo conto che ogni copia costi 15 euro, intascerò (lordi) 1 euro e cinque centesimi a copia. Facciamo 1 euro. Quindi, per ottenere il reddito di 22.000 euro all’anno (che nel pezzo di Sicilia dove sto io ti consentono di tirare avanti quasi dignitosamente, nel pezzo d’Italia dove stai tu non so) dovrò vendere almeno 22.000 copie del mio libro. E poi pubblicare l’anno appresso un nuovo libro che venda uguale, sperando che quello prima continui a vendere, perché zucchero non guasta mai bevanda.
    Certo, non è facile vendere almeno 22.000 copie all’anno. E venderli di sicuro, pena l’indigenza.
    (Ma esiste questa sicurezza?)

    Questo se voglio campare solo con i libri che pubblico.

    Gli scrittori da 10.000 copie più volte citati in questo thread, come vedi, guadagnano, coi loro libri, molto meno di me, che pure non tiro su molto. Alla fine della fiera, il diritto di vivere coi proventi dei libri pubblicati di riduce al diritto di relativamente pochi autori.
    Certo, a meno di interventi di università (vieni qui da noi per un anno, scrivi il tuo capolavoro, e noi ti diamo una cattedra retribuendoti per tutto il periodo – pare usi così in varie nazioni) o solidaristici tipo quello olandese, rispetto al quale sono molto curioso. Mi piacerebbe sapere come funziona nel dettaglio.

    @ Marino
    Lorenzo Calogero non lo conoscevo. Ho letto qualcosa adesso, in rete. Certo, un po’ anche Lanza, ma mi ricorda molto di più Guido Morselli e Luigi Tenco.

  81. giuliomozzi Says:

    Simone, con la famosa battuta Voltaire difendeva la libertà d’opinione.
    Io m’impegno perché tu abbia il diritto di esprimere le tue opinioni: dopodiché, se la tua opinione mi pare sbagliata, lo dico; e se tu proponi di fare cose che a me sembrano sbagliate o (come è nel caso della presente discussione) non convenienti, io critico la tua proposta.

    Tu parli di “strade diverse che vogliono raggiungere uno stesso obiettivo”. Ma se io penso che percorrendo la strada che tu proponi non sia possibile raggiungere quell’obiettivo, che devo fare?

  82. simone battig Says:

    @Mauro

    Si, i tuoi conti sono molto giusti. Capisco cosa intendi. Ma io credo che nel corso di una decina d’anni, se uno scrittore fosse “normalmente” pubblicato e ripubblicato forse potrebbe raggiungere (anche facendo altro di inerente al suo lavoro nei modi che abbiamo citato sopra…) il reddito che tu dici in maniera stabile. Quello che non è possibile, secondo me, è che il reddito del secondo “lavoro culturale” sia sostitutivo completamente del reddito da “scrittore”, perchè dopo dieci anni, se non arrivi a vedere ventimila copie comunque, nessuno ti offre un lavoro culturale retribuito stabilmente o quasi. Tutto qui, qundi mi sa che diciamo la stessa cosa con sfumature diverse.

    @Giulio
    Lo so a cosa si riferiva Voltaire, infatti ho detto “a la Voltaire, se vuoi”, non ho sostenuto un’equivalenza tra le due affermazioni.
    Quindi: se tu pensi che percorrendo la mia strada non si raggiunga l’obiettivo non la percorrere, e nessuno ti chiede i farlo, ma non chiuderla. Nel senso: io fisico delle stringhe credo nella M-Theory e faccio ricerca in quella direzione ma non per questo non parlo della possibilità che la teoria dei Twister, che ho valutato e coniderato non adatta alla mia ricerca, possa essere giusta tanto quanto la mia fino a che non si hanno prove sperimentali. Il progresso reale della scienza è dovuto proprio alla capacità di lasciarsi le strade secondarie aperte, e spesso quello in cui non credeva la maggioranza è stato la chiave di volta per avere le soluzioni, perché lo si è appoggiato comunque fornendo interscambio di dati e avendo prese di coscienza collettive oneste di fronte agli eventi. Quindi ti si chiede solo di “fare” la tua strada senza scegliere alla cieca tra due o più possibilità fino a che gli eventi non ti danno, senza dubbio, ragione. Per ora gli eventi non ti danno ragione, hai solo fatto la tua strada ignorando, fino ad oggi, l’interscambio con chi la pensa come me, o come altri. Ripeto: ci si manda a quel paese sulla discussione, sul dibattito, su quello che vuoi e poi si evolve assieme come affluenti verso un fiume, ognuno con le sue caratteristiche. Tutti per sfociare nel mare, credo.
    Tutto qui.

  83. mauro mirci Says:

    @ Simone.
    Le sfumature dipendono, credo, dal fatto che tu vedi la questione da soggetto immerso, io da soggetto esterno. Ma facendo un paragone tra la professione di scrittore e quella di un altro libero professionista (facciamo uno che pratichi una professione relativamente poco remunerativa, un geologo, va’, o un biologo) troverei strano anch’io che l’importo complessivo delle consulenze tecniche sia di molto inferiore a quello derivante delle collaborazioni a riviste scientifiche, della partecipazione a convegni o, vedi tu, a trasmissioni televisive, e via discorrendo (oddio, se penso a Mario Tozzi, forse non poi tanto strano). Vero è che capita anche nelle libere professioni di dover presenziare gratis a qualcosa, ma lo si fa volentieri perché ci si fa conoscere, si incontra gente, si vedono posti nuovi, il nome circola e forse si avranno rientri positivi, anche in termini economici.
    E vero è, anche, che una consulenza professionale non è arte.
    Quindi boh, no so.

  84. giuliomozzi Says:

    Simone, trovo curioso che tu dica che io ho ignorato l’interscambio con chi la pensa come te o come altri.

  85. simone battig Says:

    Perché Giulio? Non mi pare che negli ultimi dieci anni noi si abbia scambiato molto di utile….credo che solo in questi due giorni abbiamo fatto un discorso senza preclusioni e pregiudizi mentre altre volte direi proprio di no, essendoci arenati nel mettere i puntini sulle i pur conoscendoci abbastanza da sapere cosa intendevamo veramente. Demerito nostro.
    Comunque volevo dire, in particolare, che hai ignorato l’interscambio secondo le modalità che prima ho descritto descritto riguardo “lasciare le strade aperte”. Ovviamente non intendevo dire che non ha interscambiato “in assoluto” con altre centinaia di persone, intendevo che hai preferito interscambiare verso il fattivo preferibilmente con persone predisposte a darti più corda sul fattivo. E quasi nulla con tipacci esaltati come me, che invece interscambiano con tutti in ugual modo.
    Domani parto, chissà che ritornando trovo per magia (o per volontà degli eroi) un ambiente fertile dove poter riprodurre “le opere del mio ingegno”…ihihih..ciao.

  86. giuliomozzi Says:

    Ma, Simone, a me questo non pare un dialogo “senza preclusioni e pregiudizi”.

    Ti faccio notare una cosa. Nei tuoi interventi in questa conversazione, tu fai molte affermazioni sul mio conto. Io non faccio alcuna affermazione sul tuo conto (ovvero: replico a ciò che scrivi attenendomi strettamente a ciò che scrivi).

    Quale dei due modi di procedere è, di per sé, meno esposto al pregiudizio?

  87. simone battig Says:

    Il tuo? Non credo…
    Ad esempio hai formulato l’opinione che le mie idee non le ritieni nemmeno da mettere alla prova per vedere se funzionano sul piano pratico. Quindi hai espresso un pregiudizio bello chiaro sulle mie idee. Da parte mia lo accetto nella logica che ti ho esposto (anche perché per me esistono anche i “pregiudizi positivi” che ovviamente non chiamerei pregiudizi…), ed ecco perché ho scritto “senza preclusioni e pregiudizi”.
    Le opinioni che tu non esprimi sul mio conto mi fanno pensare che manca sempre qualcosa, ma sei libero di non esprimere quello che vuoi. Le opinioni che io ho espresso sul tuo conto sono rivolte al tuo modo di essere giulio mozzi “scrittore” e a quel poco o tanto di te che ho conosciuto negli anni anche come persona (è indifferente mi pare un giudizio quantitativo..)..insomma sono tutto ma non mi paiono esposte al pregiudizio semplicemente perché tu non le ritieni omnicomprensive della tua persona oggi o errate. Il pregiudizio è una cosa diversa e io ne i tuoi confronti non posso averlo perché abbiamo avuto esperienze comuni che fungono per me da metro di giudizio. Tutto qui. Ma non impastoiamoci più in queste rilevazioni..che poi Franz si incazza come una belva…;))..chissà se gli sono pervenuti i latini a Franz..mah..
    Adieu.

  88. giuliomozzi Says:

    Ho espresso opinioni, Simone, sulla tua proposta. Non sulla tua persona.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...