Cosa fa di uno scrittore uno scrittore? (a proposito dello sciopero dell’autore)

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di Demetrio Paolin

Il ragionamento di Franz Krauspenhaar sullo sciopero d’autore mi sembra, che inviti ognuno di noi a riflettere e a tentare una risposta. Io inizio con un esempio e qualche conto.

Prendiamo un ipotetico autore, che scrive un libro e se lo trova pubblicato. La casa editrice è piccola ma è seria. Una buona distribuzione, un buon impegno dell’ufficio stampa a promuovere il libro. Il testo in questione è abbastanza interessante e le librerie lo tengono.
Diciamo dopo un anno il libro ha venduto 1500 copie, il costo di ogni singola copia è 15euro (cifra ragionevole). Diciamo che entrano nelle casse della casa editrice 22500 euro. L’autore ha firmato un contratto che prevede un diritto d’autore pari al 7%, il nostro autore vedrà la bellezza di 1575 euro di diritti. Questo è quanto ha ricavato dal suo libro.
Mettiamo poi che il libro abbia avuto bisogno, in fase di stesura, di ricerche sopralluoghi e quant’altro, che sono costati al nostro autore soldi in spostamenti, pernottamenti, pranzi e cene… Queste spese sono coperte dai 1575 euro, che quindi scendono. A quanto? Non so, dipende dai lavori di ricerca e quant’altro. Ma possiamo dire che un buon 50% se ne vada. Allo scrittore rimangono qualcosa come 785 euro, che in parte dilapida nel fare un po’ di giri promozionali, pagandosi i viaggi e dormendo a casa di amici.
Cosa rimane del gruzzolo iniziale? Poco, 200 o 300 o 400 euro? Niente?

Ora mi si dirà qui si parla di letteratura e tu prendi la calcolatrice?
Se parliamo di sciopero, paradossalmente, parliamo dell’autore come di un lavoratore. Lo sciopero è messo in atto per arrecare un danno alla controparte e per far sentire la forza contrattuale del lavoratore. Ora se i numeri sono questi, è ovvio che qualsiasi sciopero dell’autore ha solamente un valore simbolico.

Questi conti servono anche a togliere a stemperare la foga presente nell’articolo di Franz e per dirgli che no, lo scrittore non può vivere del prodotto del suo ingegno e che la sua riflessione sul “diritto al rimborso spese” per quanto giusta, nasconde – a parer mio – problematiche più complesse.

Faccio un esempio, un altro. Io, con Una tragedia negata, sono andato a fare parecchie presentazioni in giro in piccole librerie, gestite da ragazzi giovani, che cercano di promuovere piccoli e medi editori, di far leggere libri che non siano sempre i soliti, insomma ho presentato il mio saggio in librerie che provano a fare un discorso di qualità intellettuale, che ha grandi margini di rischio e di perdita.
Per scelta personale, non mi avventuro a chiedere a questi giovani 40/50 euro di rimborso del treno. Diverso è se vado ospite per una università o un convegno, allora il rimborso mi è dovuto e devo dire che mai mi è stato negato.

Lo sciopero pone quindi un problema di definizione di cosa è o cosa non è un intellettuale?

Io, ad esempio, non vivo di scrittura, né per quanto riguarda le vendite dei libri né il suo indotto: collaborazioni, scuole di scrittura etc etc… Faccio un classico lavoro d’ufficio, 9-17, ho una famiglia e scrivo soprattutto la sera tardi quando tutti vanno a dormire, cosa sono?
Io ho sempre vissuto con molta reticenza il mio essere definito dagli altri scrittore; eppure secondo alcuni lo sono, almeno per quelle persone che hanno acquistato il mio libro. Lo sono anche per quei giornali e articolisti che hanno parlato del mio libro e ne hanno discusso.
Certe volte per stemperare dicevo agli amici: “Hanno scritto una recensione sul mio libro come se fosse un testo serio”.
Una forma di autoironia che mi serviva per mantenere una sorta di distanza tra ciò che sono e quello che il libro e la sua pubblicazione mi portava ad essere.

Io, quindi, non vengo pagato per il mio lavoro intellettuale, eppure produco. In questi anni ho scritto diverse recensioni, ho compilato saggi che sono finiti su riviste accademiche e non, ho pubblicato racconti e ho tenuto conferenze.
Quindi sono uno scrittore? Io la risposta non ce l’ho.

Continuo con il ragionamento. Diciamo che decido di partecipare allo sciopero. Come decido di parteciparvi? Ho solo un modo: smettere di scrivere recensioni, racconti e quant’altro. Potrei quindi smettere di scrivere per vibrissebollettino e su bottega di lettura, potrei non mandare le poche cose che scrivo a Nazione Indiana o La poesia e lo spirito.
Questo sciopero cosa causerebbe?
Quale danno? E a chi?
Sostanzialmente il danno sarebbe minimo per tutti e forse solo mio.

Quindi questo sciopero per me è motivo di un’altra riflessione ovvero su come ridisegnare, ridefinire il ruolo dell’intellettuale, dello scrittore. E’ anche un modo per ragionare sull’industria culturale, che bene o male tutti noi frequentiamo o come fruitori (comperiamo libri) o come produttori (scriviamo libri, teniamo conferenze etc etc).
Però non vorrei farlo secondo i canoni che imposta Franz su Nazione Indiana, che sono canoni estetico-letterari. ma provando a imbastire un ragionamento sociologico.
Vorrei intervistare scrittori come Giulio Mozzi, Tiziano Scarpa, Moresco, Giorgio Vasta, Giuseppe Genna, Marco Candida, Davide Bregola, lo stesso Franz e altri che ho in mente per vedere qual è stato il loro percorso all’interno di questa “industria” e segnare le differenze tra le loro esperienze e quelle degli scrittori di un tempo. Ad esempio che tipo di percorso hanno fatto Pavese, Calvino, Vittorini, chi erano i loro interlocutori? Come sono cambiati gli interlocutori rispetto al tempo presente?
Mon mi interessa sapere o stabilire se sono migliori i libri di Calvino/Pavese/Vittorini o quelli di Mozzi/Scarpa/Moresco, quando comprendere i meccanismi diversi, se diversi lo sono (e io ho la sensazione che lo siano), che regolano il mondo dell’industria culturale.

Chiunque abbia fatto un po’ di sindacalismo sa che dopo uno sciopero bisogna prima o poi risedersi al tavolo per trattare, e per trattare bisogna avere chiaro ciò che uno è, perché solo in questo modo sa come e cosa chiedere.

Forse, e dico forse, l’essere intellettuali significa questo provare a svelare e a comprendere i meccanismi, raccontarli e metterli a nudo e solo così cambiarli o, quanto meno, renderli meno peggio.

14 Risposte to “Cosa fa di uno scrittore uno scrittore? (a proposito dello sciopero dell’autore)”

  1. Federico Platania Says:

    Avevo letto il pezzo di Krauspenhaar su Nazione Indiana. La questione che pone lui, da quanto ho capito, è leggermente diversa dall’analisi che ne fai tu qui, Demetrio.

    Intanto vorrei fare chiarezza su un punto. La parola “scrittore” non porta con sé nessun giudizio di merito. Siamo noi che – paradossalmente in un’epoca in cui la letteratura è considerata quel che è considerata – glielo attribuiamo. Ci vergognamo a definirci scrittori come ci vergogneremmo di definirci belli, intelligenti, affascinanti. Perché? Scrittore è colui che scrive con l’intento di produrre un’opera letteraria. E’ scrittore colui che – come te – ha famiglia, un altro lavoro e scrive di notte ed è scrittore colui che dedica tutto il suo tempo alla scrittura e vive di quello. E’ scrittore chi vende milioni di copie dei suoi libri ed è scrittore colui che non è, non solo mai stato pubblicato, ma neanche letto da nessuno. E’ scrittore lo scrittore geniale, fondamentale, rivoluzionario ed è scrittore il pessimo scrittore che avrebbe fatto meglio a dedicarsi ad altro.

    Ora. Franz puntava il dito su un problema sacrosanto di cui tutti quanti noi che abbiamo pubblicato almeno un libro abbiamo fatto esperienza. E cioè: la richiesta di collaborazioni giornalistiche gratuite o quasi, la partecipazione ad antologie in forma gratuita o quasi e – soprattutto – la promozione (presentazioni, interviste, etc.) a spese dell’autore.

    Questo malcostume nasce da una mentalità quanto mai diffusa, da un pensiero che non è sbagliato cercare di combattere. Il pensiero è: tu, autore, devi essermi grato perché io ti permetto di darmi il tuo lavoro. Un lavoro – sia chiaro – che io reputo valido (altrimenti non ti chiederei un contributo giornalistico, un racconto per un’antologia, un’intervista, etc…) e che tuttavia mi aspetto di ricevere gratis da te. Non solo, gratis e con il tuo entusiasmo e la tua riconoscenza.

    E come se io andassi in un ristorante e mi aspettassi di mangiare gratis perché in questo modo sto dando la possibilità allo chef di esibire il suo talento. E mi aspettassi, poi, che lo chef esca dalla cucina, raggiunga il mio tavolo, e dica: era buono il piatto che hai mangiato gratis? Ce l’ho messa tutta, sai, ho dato il meglio di me… grazie…

    Chiedere a un autore che vive a Pescara di raggiungere Aosta a sue spese per presentare il suo ultimo libro, di pernottare a sue spese, di mangiare a sue spese, per poi ritrovarsi di fronte un pubblico di quattro o cinque persone che neanche comprano una copia non è qualcosa che in altri contesti si potrebbe definire “rischio d’impresa”. E’ una cosa inutile a cui è saggio rifiutarsi di partecipare.

    In questo, più che nell’astenersi dallo scrivere, potrebbe consistere uno sciopero dell’autore.

  2. Roberto Tossani Says:

    Il discorso è vastissimo, perché coinvolge letteratura, mercato, identità dello scrittore (io con questa me la cavo definendomi da sempre scritt’ore), identità del lettore e chi più ne ha più ne metta.
    Sicuramente i meccanismi sono diversi da Pavese/Calvino a Mozzi/Scarpa, ma è diversa la società, diverso il grado di analfabetismo (paradossalmente sembra che un maggior grado di culturarizzazione produca un minor grado di levatura intellettuale), c’è la televisione, c’è internet…
    Sì, credo si dovrebbe partire probabilmente dai singoli casi, ma ci vuole molto tempo, molta riflessione e soprattutto idee chiare (che a me, momentaneamente – ultimi trent’anni – mancano).

  3. mauro mirci Says:

    Credo che ci sia un equivoco sostanziale alla base di tutto. E l’equivoco è questo: la scrittore professionista (cioè colui che ha fatto della scrittura la sua professione e conta di cavarne reddito, anche se non necessariamente il suo reddito principale) non è un lavoratore dipendente. Il lavoratore dipendente, se sciopera, determina uno stop della produzione e quindi un danno al datore di lavoro. Che, si spera, sensibilizzato, scenderà a più miti consigli e tratterà. Ma lo scrittore professionista, se non legato a un datore di lavoro, contro chi sciopera? Contro i lettori? Contro il sistema editoriale?
    Non mi è mai capitato di assistere allo sciopero di un gruppo di liberi professionisti e, per la tipologia della professione che si è scelto, lo scrittore professionista “è” un libero professionista. Ha la partita IVA, firma direttamente i contratti con il committente, promuove personalmente la propria attività e la propria opera, investe di tasca sua sulla propria formazione e aggiornamento, può diventare ricchissimo se è bravo, se ha culo, se ha gli agganci giusti, oppure restare nell’anonimato e guadagnare pochissimo se non è bravo, o è bravo e non ci sa fare, se non ha gli agganci giusti, e via discorrendo.
    Capiamoci: le motivazioni dell’iniziativa mi convincono. Chiamarla “sciopero” per niente.
    L’unico caso che mi viene in mente, in cui lo sciopero è proclamato da liberi professionisti, è lo sciopero degli avvocati. Ma è una perversione che si giustifica con lo strapotere contrattuale che gli avvocati (proprio perché liberi professionisti) detengono.

  4. Giuseppe D'Emilio Says:

    Io invece penso che il discorso sia molto semplice e che si riduca banalmente alla legge della domanda e dell’offerta. Mi pare, anche senon ho dati che possano confermarlo, che oggi, rispetto al passato, ci sia più gente in grado di scrivere poesie, racconti, articoli “decenti” e, soprattutto, più gente che voglia farlo rispetto a quanto avveniva in passato. Ne deriva che uno scrittore “medio” con legittimo desiderio di compenso, diversamente da un medio chef o da un medio idraulico, è facilmente sostituibile con uno di livello simile ma disposto a produrre gratis (per soddisfazione personale, per ambizione, per crearsi un curriculum che gli consenta in futuro di essere pagato etc.). Sappiamo inoltre che ci sono tantissime persone addirittura disposte a pagare per pubblicare, e non le si può tutte facilmente liquidare considerandole “prive di valore”.

    Il Web, inoltre – sto scoprendo l’acqua calda – ci sta sempre più abituando ad avere tutto gratis: anni fa avrei dovuto pagare o recarmi in una biblioteca (che li aveva però almeno comprati) per leggere testi del livello di quelli presenti in Vibrisse, Nazione Indiana, La poesia e lo spirito, Parliamone, Inutile, Carmilla, Primo amore, Miserabili, Satisfiction eccetera; oggi me li trovo a casa, gentilmente offerti, e molto spesso non ho manco il tempo di leggerli tutti.

    Temo che sia ormai una battaglia persa.

  5. macondo Says:

    Anch’io sono reduce dalla lettura certosina degli oltre 200 post o commenti usciti su NI a corredo dell’articolo del gruppo di scrittori (Krauspenhaar si è aggiunto dopo, con articolo e adesione). Però mi pare che vi sia una grossa differenza, tra quanto proposto dal gruppo originario di scrittori, la ripresa di Krauspenhaar e l’articolo di Paolin. Inizialmente vi era la proposta di sciopero degli autori per protestare contro una circostanza specifica, scaturita dall’invito a letture di poesie in una manifestazione patrocinata dal Comune di Roma, ossia la protesta contro una politica culturale inesistente o negativa, con ampi connotati di destra (anche se venne subito messo in chiaro che la stessa protesta si sarebbe rivolta contro le amministrazioni di “sinistra” che si comportavano nello stesso modo). La ripresa del tema dello sciopero fatta da Franz (così mi riparmio il cognome) spostava la prospettiva criticando la politica culturale (miserabile) del sistema. Ma a quale sciopero immagina di aderire Paolin nel suo articolo? E’ legato alla contingenza e alla specificità (una certa politica culturale di certe amministrazioni comunali), oppure è rivolto a 360 gradi al sistema (culturale, editoriale, ecc., ergo alla politica culturale ufficiale di un paese)? Nel secondo caso, si tratta di uno sciopero essenzialmente politico, mentre nel primo i tratti prevalenti mi paiono sindacali (salariali, rivendicativi). Ma io stesso uso qui termini impropri per sviluppare il mio ragionamento. Perché il dato di partenza è uno: quando si parla di sciopero da parte di uno scrittore o intellettuale, si fa un discorso a valenza squisitamente metaforica. Difatti, se un lavoratore in sciopero si astiene dal “far andare” i mezzi di produzione per produrre merci o servizi, qui mi pare di capire che l’autore in sciopero si astenga non già dal “far andare” carta e penna, macchina da scrivere o computer per produrre la propria opera, bensì dal “far andare” il contorno “pubblicitario” o esplicativo alla sua opera, ossia presentazioni, letture, tavole rotonde, convegni, ecc. ossia di “far andare” il suo lavoro improduttivo (rispetto alla produzione della sua merce-libro). Quindi lo sciopero dell’autore è una bella metafora concernente il contorno all’oggetto libro, con ricadute pratiche (il rifiuto di continuare a fare il gioco della politica culturale di una amministrazione o dello Stato). Ma il nodo continua a essere a monte: lo “sciopero” è politico (allora l’autore si dovrebbe unire ad altre categorie sociali del settore: intellettuali, insegnanti, operatori culturali, editor, ecc.) o salariale-rivendicativo (ossia corporativo, per cui basterebbe l’apertura di un tavolo contrattuale)?

  6. demetrio Says:

    Macondo, io da un po’ andavo pensando nella mia testa al progetto che dico alla fine del mio intervento. La dicotomia come la metti tu tra sciopero politico e lo sciopero salariale-revendicativo (mi domando se esista uno sciopero “politico”: perché per come la vedo io lo sciopero è sempre legato alla relazione tra un lavoratore e il suo datore di lavoro) mette in risalto la necessità di disegnare i percorsi di come “una persona pubblica un libro, e diventa scrittore”.

    MI sembra che mettere in luce questi meccasismi potrebbe essere più interessante e del semplice dire no (io non vado alle manifestazioni culturali organizzate da un comune di centrodestra, mentre sì vado alla medesima manifestazione se organizzata dal centro sinistra, ho semplificato brutalmente) e del dire io faccio sciopero (perché in quanto intellettuale è necessario che mi venga riconosciuto il rimborso spese).

    Perché nel mezzo di queste due tensioni secondo me ci sono di mezzo due parole, che un po’ tabù per la nostra cultura lo sono, ovvero: autorevolezza e potere.

    ciao

    d.

  7. cletus Says:

    http://www.sellerio.it/merchant.php?bid=2048

  8. Guido Tedoldi Says:

    Ci sono almeno 2 inesattezze, mi pare, nel post di Paolin. E anche, però, alcune interessanti puntualizzazioni.

    La prima inesattezza è nella seguente frase: «No, lo scrittore non può vivere del prodotto del suo ingegno».
    Ehm. E allora gli scrittori che vivono dei prodotti del loro ingegno cosa sono, marziani? Questa domanda può sembrare provocatoria, ma mi pare evidente che perfino nell’italietta che non legge ci sono parecchie persone che vivono di scrittura.
    I conti in tasca che Paolin fa a chi pubblica un libro che venda 1˙500 copie sono plausibili, e mi pare che quella soglia di copie vendute non sia stata scelta a caso. Al di sotto di 1˙500 copie, si può dire che un libro non sia economicamente profittevole – né per l’autore né per l’editore. Ma al di sopra sì. Già un libro da 5˙000 copie, mantenendo il costo di copertina di 15 euro, può generare 75˙000 euro di fatturato. Se le copie diventano 50˙000 siamo a 750˙000 euro, che è un miliardo e mezzo delle vecchie lire.
    È pur vero che la stragran parte dei libri italiani vende meno di 300 copie. Ma qui stiamo parlando di possibilità e ambizione o di normale incapacità e depressione?

    Nel post paoliniano c’è poi un’interessante domanda: «Lo sciopero pone quindi un problema di definizione di cosa è o cosa non è un intellettuale?».
    All’epoca di internet mi pare chiaro che si stia ridefinendo la figura e il ruolo dell’intellettuale. Come peraltro sono già cambiate le figure e i ruoli dei musicisti, o perfino degli astrofisici. I musicisti, per esempio, hanno pesantemente ridefinito il proprio modello di business. Se per decenni i concerti erano serviti a propagandare nuovi dischi, perché dalle vendite dei dischi dipendevano i guadagni, negli ultimi anni della diffusione delle tracce audio tramite il peer to peer via web il rapporto si è invertito: le nuove canzoni servono a propagandare i tour musicali e i concerti, per tenere i quali i musicisti sono pagati.
    E gli astrofisici accademici di tutto il mondo si sono resi conto che i loro grandi osservatori astronomici erano pochissimi rispetto alla massa di quelli degli appassionati che da casa scrutano il cielo con i loro apparecchi da pochi soldi ma nient’affatto di poco valore. E che quegli appassionati, figli o nipoti di un ’68 che nel mondo è servito anche a diffondere la laurea di massa, non sono affatto degli sprovveduti rispetto a ciò che è interessante osservare. Tutto ciò ha fatto sì che da quando c’è il web gli astronomi dilettanti sono stati cooptati a pieno titolo nella comunità degli studiosi, e che quando un grande centro di osservazione pubblica i suoi lavori sulle riviste scientifiche cita come coautori anche le decine se non le centinaia di dilettanti che hanno collaborato ai loro progetti.

    Ma Paolin, nel suo post, non esplora la portata della sua domanda, e quindi scrive la seconda inesattezza: «Io, quindi, non vengo pagato per il mio lavoro intellettuale, eppure produco. In questi anni ho scritto diverse recensioni, ho compilato saggi che sono finiti su riviste accademiche e non, ho pubblicato racconti e ho tenuto conferenze. Quindi sono uno scrittore? Io la risposta non ce l’ho».
    Tenendo conto del web, gli scrittori sono chiamati a cercare modelli di business diversi da quelli consolidati per la loro professione. Per esempio, riguardo la pubblicazione: su internet, anche se a titolo gratuito, è chiaro che va perseguita. Se non altro per il motivo che si diceva più sopra: la gran parte dei libri pubblicati su carta non raggiunge la dimensione delle centinaia di lettori. Nel web, invece, molta parte dei testi pubblicati scavalca agevolmente la soglia delle migliaia di letture. A livello propagandistico (nel significato proprio di propagandare il proprio nome e la propria statura di intellettuale) non c’è paragone.
    A prendere atto di questa circostanza sono ormai molti scrittori, anche famosi. Paulo Coelho, tanto per dirne uno. Il Coelho che si domandava come mai in Russia non vendesse una copia in libreria, poi ha messo liberamente disponibili sul web i propri romanzi, anche nella traduzione russa, e nelle librerie russe è diventato un fenomeno di vendite.
    Ma senza andare tanto lontani, anzi rimanendo nel condominio di Vibrisse… lo stesso Demetrio Paolin! il suo libro «Una tragedia negata» editato da Vibrisse Libri e liberamente scaricabile sul web, ha poi trovato la via della pubblicazione tradizionale su carta, no?

    Alla luce di queste considerazioni, gli scrittori sono chiamati a ridefinire il proprio modello di business. Magari prendendo spunto dai musicisti: come quelli fanno dischi gratis e prendono soldi dai concerti e dalle apparizioni pubbliche, così gli scrittori potrebbero smettere di puntare alle vendite per imporsi come personaggi pubblici. Il denaro proviene dalle comparsate televisive, dalle presentazioni in giro per l’Italia, dalle conferenze.
    Se poi le vendite in libreria superano la soglia fatidica delle 1˙500 copie (o delle 50˙000 se uno è particolarmente ambizioso) si può pensare di guadagnare anche da lì.

    P.S. Franz Krauspenhaar, mi pare, a un modello di business simile ci ha pensato. Per quello ha scritto il suo post su Nazione Indiana che ha fatto tanto scalpore, incazzandosi giustamente.
    Certe critiche che Krauspenhaar ha subito, mi pare, sono arrivate da persone (taluni anche scrittori) che non hanno mai pensato a cosa sono e a cosa possono fare nell’epoca dell’affermazione del web, oppure ci hanno pensato ma considerano quel modello impossibile, o non trendy.
    Ma se non così, in quale altro modo?

  9. demetrio Says:

    Giudo a me la parola business non mi piace. Io non vedo il mio lavoro intellettuale come un business e non vedo il lavoro intellettuale come business.
    E’ certamente vero che ci vogliono soldi, che girano soldi e che se uno fa un lavoro è giusto che venga pagato – vedi il primo capitolo del romanzo che Giulio ha pubblicato ora.

    Poi mi nasce una domana: io non lo so, quanti a e quali libri superano la soglia delle 50mila copie? Quante stanno al di sotto. E che rapporto numerico c’è tra il numero di libri che non superano le 1500 copie e quelli che lo superano? e tra quelli che lo superano quante superano le 20mila? quanti superano le 40mila?

    Sul discorso di Coelho e l’esempio di vibrisselibri. Permettimi una sorta di distinguo, che pare puerile, ma non lo è. Una tragedia negata è stata pubblicata in vibrisselibri, perché era considerato un testo “mostruoso”, un libro che non aveva trovato nessuna via di pubblicazione alla carta, e che solo dopo il passaggio in vibrisse ha avuto una certa visibilità e si è conquistato la fiducia di Giancarlo e degli amici del Maestrale.
    Coelho è un po’ diverso la sua è una operazione di marketing, vibrisse libri penso è una operazione culturale, proprio perché è libera dal profitto. Mentre a grandi linee quella di Coelho era un’operazione per guadagnare un po’ di spiccioli o rubli che dir si voglia.

    Continuo a ribadire nessuno mi paga per il mio lavoro inlettuale, per dire la recensione a Italia De profundis me la sono fatta n questo modo: sono andato in libreria ho versato i mei soldini e ho letto il libro, ho aperto il pc e ho scritto una cosa, che può piacere o non piacere ma mette in gioco i miei saperi.

    Ho descritto un fatto e mi chiedo il mancato pagamento, cioé ilmancato riconoscimento da parte di un industria del mio lavoro, può anche compromettere la percezione che si ha di me come intellettuale?

    io questo non lo so.

  10. Alessio Paša Says:

    Mi chiamo Alessio Paša, sono un neofita assoluto, in quanto solo l’anno scorso, per la prima volta, un mio testo è stato pubblicato (Appuntamento con il notaio, su Vibrisse libri. Un estratto del medesimo testo è stato pubblicato su Nuovi Argomenti del novembre scorso). Ho letto quanto ha scritto Demetrio a proposito del lavoro di scrittore, della proposta di sciopero etc. e tutti i commenti pervenuti. Innanzitutto ritengo che in questo dibattito sia utile esprimere pareri e sensazioni personali e non azzardare teorie o commenti generalistici e in questo mio commento mi atterrò a questo precetto. Personalmente scrivo affinché altri leggano i miei lavori e, in sovrappiù, mi auguro che questi altri siano moltissimi. In secondo luogo mi penso, e questo sin da quando ero molto più giovane, come uno scrittore e, a posteriori, valutando i fatti della mia esistenza (lavori, denaro, abitazioni, famiglia, figli etc.) osservo che il sentirmi uno scrittore è stato il perno sul quale hanno ruotato le decisioni importanti e le scelte irrimediabili, e tutte le passioni, le delusioni, i sogni, le ansie, i desideri, le paure. Il mio rammarico, a 53 anni, è quello di non essere diventato uno scrittore professionista che viveva del mestiere di scrivere a 25. Forse, mi sono detto in molte occasioni, se mi fossi impegnato di più, se avessi lavorato di più, forse vi sarei riuscito, ma questo non è stato. Adesso ho avuto la prima opportunità di riavviare la mia carriera e oggi il mio sogno e il mio obbiettivo, se domani i miei testi verranno pubblicati su carta, sono quelli di poter avere volumi di vendite tali da poter vivere di scrittura. E se questo non accadrà (in quanto ciò che scrivo in definitiva non piace e non interessa oppure piace e interessa soltanto a pochi o a pochissimi) e dovrò far convivere questa attività con quelle professionali che adesso mi permettono di mantenermi, pazienza, sono molto allenato a questa dicotomia, a questa sovrapposizione, sono abituato a inventare il tempo che non c’è e a convivere con la schizofrenia generata dalle fratture stabili dell’anima. Credo che abitiamo in un mondo libero dove possiamo, entro certi limiti, fare di noi ciò che vogliamo, e dunque, tra le molte possibilità, pensarci scrittori senza essere riconosciuti tali, scrivere per noi stessi o per il mondo intero, scrivere per buttare via ciò che abbiamo scritto, scrivere su commissione, scrivere ciò che ci passa per la testa oppure sulla base delle risultanze di accurati studi di marketing letterario, scrivere pagine bianche o pagine recanti la ripetizione di una sola frase, non scrivere affatto. E in questo medesimo mondo libero (che io personalmente mi ostino a pensare e a volere libero) ci è permesso di scrivere gratis, se lo accettiamo, o di non scrivere se non ci pagano, oppure andare o non andare alle presentazioni sulla base della convenienza o del calcolo o dell’opportunità. In tutto questo guazzabuglio di opportunità e di speranze il singolo traccia il proprio itinerario, e personalmente continuo a credere che l’alta tiratura e l’eventuale successo economico alla fine premi chi ha prodotto qualità oppure chi è stato furbo o chi è stato spregiudicato o chi è stato ruffiano o chi si è venduto per tre denari o chi è stato fortunato o chi aveva un parente importante, dipende sempre e solamente dal percorso scelto.

  11. Bartolomeo Di Monaco Says:

    Sono intervenuto anche su NI.
    Il mio intervento è qui:
    http://www.nazioneindiana.com/2008/12/18/siamo-i-fangio-della-cultura-che-non-paga/
    sotto la data del 18 dicembre 2008, ore 20,43.

    Qui voglio ribadire che nei confronti di scrittori che non hanno raggiunto il grande successo, le case editrici imporranno sempre delle condizioni capestro.

    I conti di Demetrio mostrano con estrema chiarezza che un successo di vendita di 1.500 copie (si tratta infatti di successo) non porta niente in tasca dell’autore.
    Vale la penna alalora spendersi per vendere 1500 copie senza guadagnare una lira?
    No.
    Guido Tedoldi accennava al web, e alle sue possibilità. E’ ciò che ho detto anch’io su NI.

    Oggi internet, se tutti agissimo allo stesso modo, potrebbe darci un po’ più d serenità, e spuntare le unghie alle case editrici, se non siamo presi da ambizioni e vanagloria.
    Poiché su vibrisse mi sento in famiglia, posso ricordare che il primo contatto con Giulio Mozzi è stato perché su Icl (newsgroup it.cultura.libri) dissi a qualcuino che io i libri me li stampavo da me. Allora, mi chiese di scrivere un pezzo per vibrisse, e spiegai su vibrisse, infatti, come facevo.

    Poi un giorno mi telefonò un editore, che seguiva icl, chiedendo se potevo inviargli qualcosa di mio. Poco tempo dopo tornò a telefonarmi dicendo che voleva pubblicare il mio romanzo La scampanata.

    Una delle prime cose che chiesi, dopo averlo ringraziato, fu che non mi sarei mosso da casa per andare in giro per l’Italia a fare le presentazioni del libro. Era una delle condizioni imprenscindibili. Le accettò e così uscì la Scampanata e poi uscirono gli altri tre libri di saggi, che raccoglievano le mie letture già pubblicate su vibrisse.

    Senza pubblicità, so che le copie vendute sono state poche, ma l’editore è piccolo e non poteva fare di più. A me del resto il guadagno non serviva perché, come ho scritto in NI, un autore deve avere allo spalle un lavoro che gli consenta di vivere, ed io ho una pensione. La scrittura non garantisce la sopravvivenza in Italia. In America, in Inghilterra e anche in Francia può succedere, ma in Italia no: solo a pochi.

    Da allora ho avuto altre cose da pubblicare che riguardavano la mia città. Le ho offerte a un editore locale. Oggi ho tanti altri saggi, ma ho scelto un’altra strada in cui credo, e che aavrebbe successo se tutti la praticassero: si tratta del libro digitale offerto attraverso il proprio sito.

    Sul mio sito http://www.bartolomeodimonaco.it , infatti, a sinistra della Home (in alto invece trovate il pulsante per andare alla mia rivista Parliamone, ricordata da Giuseppe D’Emilio, che ringrazio) vedete scritto Libri in vendita (c’è anche il pulsante Libri gratis); se ci cliccate entrate nel mio negozio che contiene i miei libri nel formato e-book e pdf. Il prezzo va da 1,50 euro a 3 euro.

    E’ circa un anno che ho messo su questa cosa. Le vendite sono rare, ma il poco guadagno è pulito, salvo la commisione di PayPal, che provvede a gestire gli incassi.
    Io non faccio nulla e non mi muovo da casa.

    Se è vero (e lo credo) quanto scrive Demetrio che vendendo 1500 copie di un libro cartaceo, non rimane in tasca all’autore niente, è altrettanto vero che vendendo pochi libri digitali qualcosa (non so, 50/100 euro) invece mi resta e senza che io faccia fatica.

    Mi domanderete: Ma quanti lettori raggiungi? Rispondo: E prima quanti ne raggiungevo col cartaceo, posto che non desidero muoverni da casa?

    Dunque ci ho guadagnato, poco, ma ci ho guadagnato. E Badate: tutto ciò che un mio visitatore acquista nel mio negozio, può trovarlo in articoli singoli all’interno della mia rivista gratuitamente (i romanzi a puntate, i racconti, i miei saggi, e così via: mi pare con l’eccezione della Guida di Lucca, che è in italiano e in inglese).

    Dunque un mio visitatore può leggere gli articoli sulla mia rivista a mano a mano che escono, oppure può acquistare a poco prezzo la raccolta digitale.

    Bene. Io sono contento di questo metodo. Se qualcuno di voi va ad una delle mie letture (nella home c’è la sezione apposita) vede quanti lettori si sono susseguiti dal giorno della pubblicazione. Molti per un anonimo come me. E certamente più numerosi di quelli che ho raggiunto o raggiungerò col cartaceo.

    Ho trovato la mia condizione più felice.

    Potrebbe anche succedere che qualche editore (come già mi accadde), leggendo le mie cose, si interessi ad esse. La mia risposta resterebbe quella di sempre: ossia no ai tours de force, no alle pretese arroganti. Questa volta sono in grado di dire io e non loro: prendere o lasciare.

    Giacché ho la mia pensione mensile, e tutto sommato ho già un numero di lettori in grado di stimolare la mia passione di scrittore.

  12. Guido Tedoldi Says:

    Demetrio, faccio un passo indietro. Pensavo si stesse parlando proprio di business, e di come far sì che il lavoro di scrittore potesse diventare (in modi magari innovativi e fantasiosi) la fonte di reddito di chi decida di intraprenderlo.
    D’altra parte il post di Franz Krauspenhaar su Nazione Indiana che anche tu citi, mi pare proprio che contenga questa rivendicazione. E l’interessante ragionamento sulle 1˙500 copie e sul fatturato che possono generare l’hai scritto proprio tu.

    Poi hai scritto, nel commento pubblicato il 24 dicembre alle 9:59: «Io non vedo il mio lavoro intellettuale come un business e non vedo il lavoro intellettuale come business», che è una cosa perfettamente plausibile. Ci si possono costruire sopra interi percorsi umani e culturali, e tu stesso hai ribadito nello stesso commento e in altri tuoi scritti che questa è la strada che stai perseguendo.
    Tuttavia ci sono scrittori che non la pensano così e che proprio dalle possibilità offerte dal business editoriale traggono il loro sostentamento economico. Alcuni di essi, perfino, non perdono la connotazione di intellettuale e fanno un lavoro culturale di qualità – malgrado in contemporanea facciano anche business.
    Non nascondo che io stesso vorrei seguire la loro strada. Ne ho l’ambizione. Penso di averne le qualità, e se la mia è soltanto presunzione ci sbatterò contro il naso quando sarà il momento.

    Non so rispondere alle domande che poni quando scrivi, nel tuo commento: «Io non lo so, quanti a e quali libri superano la soglia delle 50mila copie? Quante stanno al di sotto. E che rapporto numerico c’è tra il numero di libri che non superano le 1500 copie e quelli che lo superano? e tra quelli che lo superano quante superano le 20mila? quanti superano le 40mila?».
    Però so che di libri che vendono tanto ce ne sono parecchi, così come ci sono parecchi autori che con regolarità pubblicano libri che vendono tanto. Saranno pure pochi in percentuale rispetto alla grande quantità di coloro che si dicono scrittori o che non osano dirsi tali perché non pubblicano malgrado si dedichino alla scrittura – tuttavia ce ne sono. Anche in Italia. E allora, mi domando, visto che è possibile perché non dovrei provare a diventare uno di loro?

    P.S. Devo fare un altro passo indietro. Pensavo di aver capito qualcosa delle finalità di Vibrisse Libri, invece nel tuo commento, Demetrio, leggo: «Vibrisse Libri penso è una operazione culturale, proprio perché è libera dal profitto». Io avevo capito, leggendo nel sito di VL, che nel caso un libro da essa lavorato trovi la strada della pubblicazione tradizionale su carta l’autore passa una parte del suo guadagno a VL stessa.
    Magari questo non è profitto, tuttavia mi pare una finalità economica. E d’altra parte puntare come fa VL a libri «mostruosi» che in prima battuta non trovano la loro strada nelle case editrici tradizionali, non sarà magari un’operazione di marketing ortodossa però… be’, mi pare marketing, seppur creativo. L’operazione intorno a «Una tragedia negata», lo scrivi anche tu, ha dato visibilità tale al libro che un editore tradizionale ha deciso che non era poi così mostruoso da non poter essere venduto nelle librerie.
    Vista da fuori Vibrisse Libri mi pare l’investimento di alcune persone su se stesse e sulla propria capacità di individuare, lavorare, propagandare i libri. Un investimento del proprio tempo e della propria energia e senza un ritorno economico immediato, ma nell’ottica della costruzione di una professionalità solida e riconosciuta. Potevano fare lo stesso investimento in una casa editrice tradizionale? Forse sì, ma il ritorno economico sarebbe in pratica stato lo stesso, vista la quantità di stage gratuiti e di collaborazioni sottopagate che sono la norma nel mercato del lavoro contemporaneo.
    Se è come penso, VL è uno dei modi permessi da internet di ristrutturare il business editoriale, e di creare nuovi modelli di riferimento.
    Ma magari mi sbaglio.

  13. - Scrivo questo romanzo perché ho bisogno di soldi -Nazione Indiana Says:

    […] relazione all’articolo di Demetrio Paolin Che cosa fa di uno scrittore uno scrittore, a sua volta riferito all’articolo di Franz Krauspenhaar in Nazione indiana Siamo i Fangio della […]

  14. socialpost.org » Scrivo questo romanzo perché ho bisogno di soldi Says:

    […] relazione all’articolo di Demetrio Paolin Che cosa fa di uno scrittore uno scrittore, a sua volta riferito all’articolo di Franz Krauspenhaar in Nazione indiana Siamo i Fangio della […]

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