Posts Tagged ‘Massimo Adinolfi’

Servizio pubblico

5 febbraio 2012

[...] Ma proprio perché la Rai e Sanremo sono il paese – si dice così, per spiegare l’importanza dell’evento, e della partecipazione del «Re degli ignoranti» – perché non si trova mai un cantante o un calciatore che invece di fare il bel gesto di elargire in beneficenza rinuncia alla parcella per amore del servizio pubblico? Perché la Rai non merita atti di liberalità? Certo, la gente capisce meglio che è beneficenza quella di donare a un ospedale o a una famiglia povera, ma che peccato: invece di accodarsi ai tanti che han fatto come lui, che prima han chiesto soldi e poi sono tornati sui propri passi quando han rischiato di apparire esosi, Celentano avrebbe potuto essere davvero originale: dare più valore al servizio pubblico che al suo gesto privato, ed esibirsi gratis. [...]

Invito a leggere tutto l’articolo di Massimo Adinolfi.

Intellettuali: tante opinioni, pochi pensieri

25 luglio 2011

di Massimo Adinolfi

«Se Babbo Natale fosse un coniglio, quale sarebbe la sua canzone preferita?». Prima di provare a rispondere – non è facile – diciamo pure a chi è venuto in mente di porre una simile domanda. A Libia Castro e Ólafur Ólafsson, la coppia che alla Biennale di Venezia 2011 rappresenta l’Islanda. La curatrice, Bice Curiger, ha rivolto agli artisti presenti alla mostra cinque domande sul tema dell’anno («ILLUMInazioni»), giudicate da molti poco appropriate o poco intelligenti: forse hanno pensato che non toccasse rispondere se non tramite le opere, oppure che fosse inutile e insensato tentare una risposta. Sta di fatto che alla domanda: «se l’arte fosse uno stato, cosa direbbe la sua costituzione?», Castro e Ólafsson hanno replicato con una domanda ancora più insensata: quella sui gusti musicali di Coniglio-Babbo Natale.
Ma chi decide quali sono le giuste domande? E chi può permettersi di rispedire al mittente le domande, con una provocazione raddoppiata?

Continua a leggere l’articolo nel blog di Massimo Adinolfi.

“Se non fai merchandising, non fai nulla”

9 maggio 2011

di Massimo Adinolfi

Un’operazione di marketing religioso, si dice. E si storce il naso. Un’operazione di marketing monarchico: quella sì. Quella fa due miliardi di spettatori, e va benone. E le operazioni di marketing politico ed elettorale: neanche si discute. Sono all’ordine del giorno, e ci mancherebbe pure che qualcuno ancora se ne scandalizzi. E siccome anche il sistema dell’arte, da Andy Warhol in poi, non si può dire che abbia tenuto i mercanti fuori dal tempio, abbiamo il sistema completo dello spirito assoluto (arte, religione, filosofia) riproposto secondo le più aggiornate tecniche di mercato.
E con ciò? Qual è il punto? Si tratta forse del fatto che per il sentimento della fede si vorrebbe qualcosa di più autentico? Non è sufficiente che, al momento della celebrazione della messa, si dica dai microfoni che non è più il caso di applaudire, perché si fa sul serio, si eleva davvero il Papa sugli altari? Ma cosa vuol dire? Che il mercato, che le sue strategie di vendita falsificano e corrompono? Se è per criticare il mercato, però, facciamolo per bene (tanto lo sappiamo che non è per quello). Perché non ci sono «cose» che, in quanto tali, possono sottrarsi alla sua logica – fossero pure la santità o la maestà, per parafrasare Kant. Viviamo infatti in un’epoca in cui pure quelle devono sottoporsi all’«esame libero e pubblico» dei mercati. Se non fai merchandising, insomma, non fai nulla. E se quindi critica ha da essere, forse è meglio indirizzarla altrove.

Leggi in Left Wing il seguito dell’articolo.

Harry Frankfurt e Umberto Bossi

26 agosto 2010

[...] Detto però che ormai (ma non da ieri) sono caduti tutti gli steccati linguistici, che il sublime e il triviale convivono nel discorso pubblico e che del decoro si riconosce solo il lato stucchevolmente decorativo, persino quando si tratta delle istituzioni (celebre è l’uso igienico che Bossi disse di voler riservare alla nostra bandiera); detto pure che al prossimo giro c’è da attendersi che qualcuno tiri in ballo anche le mamme e le sorelle – perché questo è il livello al quale Bossi ha portato la dialettica politica – forse non s’è detto tutto. [...]

Leggi tutto l’articolo di Massimo Adinolfi.

C’è qualcosa di nuovo sul predellino, anzi d’antico

12 agosto 2010

[...] Berlusconi ha rinunciato da tempo sia a fingere di essere il nuovo De Gasperi che a proporre nuovi disegni istituzionali: gli è molto più confacente inventarsi un Predellino ogni paio d’anni, e riproporsi ogni volta come il Nuovo: siccome è il Nuovo, passa inosservato che del Nuovo è l’eterno ritorno, da vent’anni o giù di lì. La Lega può invece essere antica, perché è nuovo quel che propone: il federalismo. Essendo irrealizzato e forse irrealizzabile, il nuovo resta sempre nuovo di zecca, anzi mai usato, e alla Lega va (elettoralmente) bene così. [..]

Leggi tutto l’articolo di Massimo Adinolfi.

La forza e le ragioni

2 agosto 2010

[...] Non è solo questione di numeri. In democrazia, naturalmente, sono decisivi: basta seguire il febbrile conteggio dei deputati e senatori del nuovo gruppo autonomo, Futuro e Libertà, per capire che è lì il cuore della sfida. Ma in politica conta anche la capacità di aggregare e costruire prospettive condivise, fornendo ragioni e giustificazioni. Sul piano dei numeri si misura solo la forza, sul piano delle ragioni la direzione del suo impiego: se manca l’una, anche l’altra si rivela impotente. [...]

Leggi tutto l’articolo di Massimo Adinolfi nel suo blog Azione parallela.

Due argomenti a favore della retorica

18 maggio 2010

…la retorica è inutile, si dice, e a volte persino dannosa. Ora, a parte il fatto che c‘è retorica e retorica, proprio come ci sono buoni e cattivi discorsi, vi sono almeno due argomenti che gli spregiatori della retorica dovrebbero prendere in considerazione.

I due argomenti, proposti da Massimo Adinolfi, sono qui.

La furia del dileguare condanna la sinistra

1 aprile 2010

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Io so che tu sai che io so

14 marzo 2010

di Massimo Adinolfi

[Prelevo questo intervento, pari pari, da Azione parallela, il blog del filosofo Massimo Adinolfi].

Mi piacerebbe scrivere anche questa volta una lunga mail, a proposito degli appunti di Giulio Mozzi (che continuano una discussione nata qui, proseguita qui e per parte mia qui [anche in vibrisse, qui. gm]) ma non ne ho il tempo. Poiché però a un certo punto Giulio domanda: “quella ‘comunità’ che ‘sapeva quali fossero le opere da leggere’, come faceva a saperlo?” pongo la questione:
chi sa (una qualunque cosa) come sa che la sa? Qualunque risposta si dia a questa domanda, si potrà riprodurre la domanda. Ad esempio, uno risponde: lo sa perché sa questo e quest’altro. Replica: ma come sa di sapere questo e quest’altro? Si danno due maniere, credo, di chiudere la discussione. Una di esse dice semplicemente: lo sa e basta. L’altra presuppone invece che si accetti, entrando nella discussione, che sia messa da parte (a un certo punto, in un certo modo) la replica che, però, si può sempre riproporre.

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Dieci, otto, una (domanda)

7 marzo 2010

di Massimo Adinolfi

[Prelevo questo intervento, pari pari, da Azione parallela, il blog del filosofo Massimo Adinolfi].

Nazione Indiana ha posto dieci domande “a un certo numero di autori, critici e addetti al mestiere”. A cui Giulio Mozzi ha risposto proponendone a sua volta otto. A cui a mia volta rispondo (qui sotto), proponendone solo una (alla fine).

1. L’uso di parole come «tavolo» o come «lastra» non è affatto complicato. Eppure se mi si chiede una definizione di «lastra» ho qualche difficoltà a darne una decente. La mia idea di «lastra», non essendo io un artigiano, è dotata di una certa vaghezza, ma è anche sufficientemente precisa per gli usi ordinari del linguaggio in cui mi trovo per lo più a impiegarla. Suppongo che sul sito Nazione Indiana si dia della parola critico un uso che è, allo stesso modo, abbastanza vago, ma anche sufficientemente preciso per la maggior parte degli utenti del sito, anche quando questi non siano in grado di darne una definizione rigorosa capace di escludere tutti i non critici, e di includere tutti i critici. Con buona pace di Socrate-Platone, e a maggior gloria di Wittgenstrein, essere in grado di formulare degli esempi, ma non possedere la parola o le parole che squadrino il concetto da ogni lato non vuol dire affatto non avere minimamente idea di cosa sia ciò di cui si dà esempio. Se d’altra parte così non fosse, si potrebbero formulare molte ipotesi, tutte sensate: sulla comunità di utenti, sui cambiamenti d’uso della parola, sulla rilevanza che prendono determinati casi-limite e sul perché la prendono, sulle ragioni per cui sarebbe o non sarebbe richiesta una maggiore precisione, ecc. ecc. Queste eventuali difficoltà devono però manifestarsi motivatamente: ci vogliono dubbi reali, non dubbi logicamente (meramente) possibili circa la correttezza nell’uso di questa o quella parola (va da sé che dubbi di quest’ultimo genere ci possono essere sempre). Bisogna cioè dubitare motivatamente che la parola sia usata in maniera apertamente incoerente o contraddittoria, o in maniera assolutamente vaga e inconsistente. Poiché la parola non è stata ritirata dal vocabolario, e fino al manifestarsi di radicali incomprensioni, è lecito da parte di chi la usa supporre che il suo significato sia sufficientemente preciso nel contesto in cui viene usata – così come è lecito da parte di chi risponde premettere alla risposta una qualche ulteriore precisazione. E il fatto che questa precisazione possa essere avvertita come necessaria non rende per ciò stesso imprecisa la domanda da parte di chi l’ha posta, dal momento che l’uso di ogni parola può essere sempre ulteriormente precisato.
(Sulla presenza o assenza di critici che denunciano “la totale mancanza di vitalità, ecc.” non so dire)

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Il caso Binetti merita una riflessione sia in uscita che in entrata

17 febbraio 2010

Su questa partita doppia ragiona Massimo Adinolfi, qui, spiegando en passant che nella modernità la politica è servita a evitare le guerre di religione. gm

“Un esercizio paziente di ragionevolezza”

27 settembre 2009

[...] Vedremo la legge. Ma quel che intanto si comincia a vedere è, finalmente, un esercizio paziente di ragionevolezza, il tentativo di far avanzare i termini di un accordo possibile, e intorno ad essi la fatica squisitamente parlamentare della mediazione (dopo tutto, in Parlamento si parlamenta: ci si sta per quello, e non solo per ratificare decisioni prese altrove). È una prova importante, il cui significato va probabilmente al di là del testo di legge (pur importante) che sarà licenziato dalla Camera, e chiama in causa il senso stesso dell’agire politico. [...]

Leggi l’interessante articolo di Massimo Adinolfi, qui, sul dibattito parlamentare attorno al cosiddetto “testamento biologico“.

Regole per salvare l’identità on line

25 marzo 2009

di Massimo Adinolfi

[Pubblico qui la copia di un articolo di Massimo Adinolfi uscito prima nel quotidiano Il Mattino di Napoli e poi nel blog di Adinolfi, Azione parallela. gm]

M. Adinolfi

M. Adinolfi

Che ve ne pare della ripetizione? Vi piacciono gli originali, le tirature limitate, odiate le copie e diffidate delle imitazioni? Allora non è che semplicemente siete lettori della Settimana Enigmistica, il giornale che vanta innumerevoli tentativi di imitazione, ma è che vivete proprio nell’epoca sbagliata. Perché dalle fotocamere ai videofonini, dagli mp3 ai canali satellitari, questa è l’epoca della riproducibilità tecnica, della moltiplicazione, della proliferazione – e naturalmente anche della contraffazione. In un’epoca del genere, può capitare che qualcuno si registri su un social network, ad esempio su Facebook, col vostro nome e cognome (e magari ci metta pure una vostra foto). Da quel momento in poi, una vostra copia virtuale potrà farne di cotte e di crude, in rete, prima che vi accorgiate dell’imbroglio e lo denunciate. Può succedere anche che qualcuno vi riprenda per strada con un cellulare, o in qualche luogo meno conveniente con una telecamera nascosta, e riversi poi su Youtube il filmato. E per quel canale, o per qualunque altro canale di condivisione di file, un numero illimitato di copie di voi stessi potrà circolare incontrollato nel web, che lo vogliate o no.

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Chiamare le cose col loro nome

14 febbraio 2009

di Massimo Adinolfi

[Questo articolo di Massimo Adinolfi è apparso il 10 febbraio 2009 in Left Wing con il titolo: Il significato della fame]

Intervistato dal Corriere, Camillo Ruini ha affermato che quel che sarebbe accaduto a Eluana, con l’interruzione dell’alimentazione e dell’idratazione, va descritto, se si vogliono “chiamare le cose col loro nome”, in questi termini: “Farla morire di fame e di sete”. Ora Eluana è morta. Il cardinale Barragan chiede perdono al Signore per coloro che l’hanno uccisa. Il presidente dei senatori del Pdl, Maurizio Gasparri, dice che pesano le firme non messe sotto il decreto legge del governo. Maurizio Sacconi chiede di proseguire nella discussione sul cosiddetto testamento biologico. Fioccano le dichiarazioni: è il caso di provare a tessere il filo di un ragionamento, che non debba nulla all’emozione del momento e aiuti, se possibile, a fare una legge migliore di quella che il parlamento sembra accingersi a votare. Nec ridere nec lugere.
Cominciamo allora col dire che non c‘è pretesa al mondo più impegnativa di questa: chiamare le cose col loro nome. Siccome il cardinale Ruini ha trovato il nome per la cosa, gli si deve chiedere: cosa sono la fame e la sete, che ha creduto di nominare così a proposito nel caso di Eluana Englaro? L’opinione pubblica discute di questioni che appaiono (e in verità anche sono) molto più grandi di quella che è impegnata dalle parole di Ruini, ma non è cosa del tutto secondaria neppure questa, come mi propongo di dimostrare.
E dunque: cosa sono la fame e la sete?

Continua a leggere l’articolo in Left Wing
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Quella volontà da rispettare

5 febbraio 2009

di Massimo Adinolfi

[Massimo Adinolfi ha pubblicato questo articolo ieri sera, nel suo blog Azione parallela].

La prima riflessione la merita Beppe Englaro. La merita il suo silenzio, in queste ore, e l’uso sempre pacato delle parole, in mezzo a tanta scompostezza. La merita la dignità e l’amore con cui ha difeso la volontà della figlia Eluana, e la tenacia con cui ha rivendicato il rispetto delle regole. A questo, non certo all’avventatezza di chi chiede che un giudice gli tolga in extremis la patria potestà (lo ha dichiarato con bella improntitudine il presidente della Regione Friuli Venezia Giulia) dobbiamo il fatto che la pagina della storia civile e politica del nostro Paese che stiamo per voltare può essere scritta in termini che consentano all’Italia di avere, forse, una legge. E avercene, di padri e di italiani così.
Una pagina scritta in termini di diritto, sempre preferibili alle scorciatoie di fatto, alle soluzioni di comodo, che si seguono ipocritamente al riparo dall’opinione pubblica e soprattutto dalle misure di legge. Qui cade la mia seconda considerazione: sui giudici, sulle sentenze. Nulla è univoco al mondo, nulla è logicamente inoppugnabile, ma se dinanzi all’ultimo pronunciamento della Cassazione, che non è certo intervenuta frettolosamente, bensì dopo una vicenda giudiziaria durata anni, si invoca addirittura un decreto urgente del Consiglio dei Ministri per fermare la morte (l’assassinio, l’omicidio), si comprende quanto sottile sia lo strato di civiltà giuridica al cui riparo si difendono i diritti di libertà nel nostro Paese.

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