Archive for the ‘Lavoro editoriale’ Category

Editing / 2

29 luglio 2009

di Mauro Pianesi

Rispondendo all’invito che ho fatto qui, Mauro Pianesi, mi ha mandato questo racconto-documento della sua esperienza di editing (dalla parte dell’autore). Gli altri articoli sullo stesso argomento sono qui.

Nel corso del 2007 ho pubblicato due libri, per due diverse piccole case editrici. Un libro di racconti e una guida… “fuori-guida” alla mia città (ossia, un vademecum per un turista svagato che abbia voglia di mettersi a passeggiare in cerca dei segni storico-artistici – o genericamente ambientali – minori e delle storie delle persone che, nel corso dei secoli, quei segni hanno creato e/o abitato). Quest’ultimo libro ha ricevuto un editing esclusivamente “tecnico”: togliere o aggiungere corsivi, virgolette, punti a capo; correggere didascalie ai disegni. Cose di questo tipo. L’editore – che già aveva pubblicato in passato altri miei due libri di argomento analogo – ha dimostrato la massima fiducia nei miei confronti e io ho cercato di ricambiarla spulciando in lungo e in largo le varie bozze che mi girava. Incredibile quanti refusi si producano su file già corretti e apparentemente pronti a “diventare libro”! Abitando nella stessa città, il rapporto con l’editore durante tutta la lavorazione del libro si è svolto faccia a faccia o, al più, al telefono. Le correzioni sono state effettuate a mano, su bozze cartacee.

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Everything you need to write fiction

28 luglio 2009

Editing / 1

28 luglio 2009

di Romano Augusto Fiocchi

Rispondendo all’invito che ho fatto qui, Romano Augusto Fiocchi mi ha mandato questo racconto-documento della sua esperienza di editing (dalla parte dell’autore). Già che ci sono, consiglio di leggere anche l’articolo Oggi “va”. E domani? di Mauro Baldrati, in Nazione indiana. Gli altri articoli sullo stesso argomento in vibrisse sono qui.

La mia unica esperienza di editing si è svolta interamente attraverso uno scambio di messaggi di posta elettronica, oltre tutto a ritmo serrato per chiudere il lavoro in tempo e stampare il libro per la Fiera di Torino. Era il 2006. L’editore mi parlò di editing subito dopo la firma del contratto. Ma il testo in possesso della redazione era già stato superato da una mia nuova stesura che consegnai in quel momento. I primi suggerimenti per le rettifiche arrivarono quindi via posta elettronica.
Riporto qui di seguito i messaggi più significativi, ricevuti e inviati, fornendo le date ma omettendo il nome del curatore e ogni altro riferimento alla casa editrice. Quanto al testo, quei pochi che possono averlo letto lo riconosceranno.

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Editing

27 luglio 2009

di giuliomozzi

Periodicamente tornano in Italia le discussioni sul cosiddetto editing. In Il primo amore è apparsa una serie di articoli: La superbia degli editor di Carla Benedetti, L’editing e la mia esperienza di Vincenzo Latronico, “Editing” è un falso nome ancora di Carla Benedetti e Editing e scrittura di Dario Voltolini. Sono quattro pezzi assai interessanti e vi invito a leggerli.

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Gli ultimi occhi di mia madre

24 luglio 2009

Patrizia Patelli, autrice di Gli ultimi occhi di mia madre, e giulio mozzi a Radio Città Futura. La chiacchierata è andata in onda in diretta mercoledì 22 luglio scorso alle 23.

Ascolta.

La recensione della quale si parla nella chiacchierata è qui. Un’altra radiointervista a Patrizia Patelli è qui.

“Dentro a un gran fuoco che brucia ogni trama”

23 luglio 2009

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Gli ultimi occhi di mia madre

15 luglio 2009

di Marco Candida

[Questo articolo di Marco Candida è apparso in Luminol].

ultimi-occhi-di-mia-madreSpesso si protesta: «Uno scrittore dovrebbe scrivere sempre perché ha qualcosa da dire». In verità la protesta potrebbe essere molto più radicale di così. Si potrebbe dire: «Uno scrittore dovrebbe scrivere sempre perché ha dirci la cosa definitiva». Perché sia tale uno scrittore non dovrebbe mai limitarsi ad arricchire una conversazione, un dibattito, ad aggiungere semplicemente qualcosa: dovrebbe invece ammazzarla una conversazione, soffocarlo un dibattito, dire quella cosa che subito fulmineamente esaurisce l’argomento e rende inutile ogni altro intervento. Ecco leggendo Gli ultimi occhi di mia madre di Patrizia Patelli si ha davvero l’impressione di essere davanti a un libro definitivo. Se il lettore di questa recensione decidesse veramente di spendere i suoi quindici euro per leggere questo libro, sia avvertito che dopo guarderà in maniera molto differente la letteratura. In questo romanzo di centosessanta pagine l’autrice ci parla della morte di sua madre. Nel libro non troverete una prosa esplosiva. Non troverete una trama articolata. Una struttura solida. Troverete, invece, un libro semplice semplice che eppure dà l’impressione di prendere da solo tutti i libri che avete letto fino a oggi e farli sembrare inutili, sciocchi, banali giochini e passatempi.

Continua a leggere la recensione in Luminol. Altri articoli su questo libro. La voce di Patrizia Patelli. Gli occhi di Patrizia Patelli.

Gli ultimi occhi di mia madre

30 giugno 2009

di Barbara Garlaschelli

[Barbara Garlaschelli ha pubblicato questo articolo nel suo blog].

ultimi-occhi-di-mia-madre[...] Ecco, il libro di Patrizia Patelli, Gli ultimi occhi di mia madre (Sironi, 2009) non è una buona novella. Soprattutto non è una novella di buoni.
Parola dopo parola, riga dopo riga, pagina dopo pagina, in una scrittura convulsa, rovente, rabbiosa, struggente, Patelli ricuce uno strappo: quello tra lei e la madre morta dopo una lunga, dolorosamente assurda malattia. E’ il tentativo di riempire spazi che la morte lascia irrimediabilmente vuoti, ma che la scrittura riesce, invece, a riempire.
E’ la storia di due donne, madre e figlia, e di un rapporto mancato.
Questo libro è un atto d’amore postumo, ma anche un atto d’accusa, prima di tutti verso stessa per non essere riuscita a vivere in un tempo possibile l’amore per sua madre, e verso sua madre, donna dura, gran lavoratrice, incapace di dare spazio alla propria emotività e alla propria affettività, condannata a una sofferenza fisica prolungata nel tempo, indecente, ingiusta. Come solo il dolore fisico sa essere. Ma è un atto d’accusa anche contro i parenti che se ne sono rimasti lontani; i datori di lavoro che hanno sfruttato sino all’osso (nel senso reale del termine) questa donna ligia al dovere, ambiziosa, che ha sacrificato tutto per il lavoro; il padre che amando sua moglie non è stato capace però di “contenerla”, orientarla anche verso la figlia e gli affetti famgliari. [...]

Leggi tutto l’articolo nel blog di Barbara Garlaschelli.

L’ubicazione del bene

28 giugno 2009

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di Alessandro Beretta

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Gli ultimi occhi di mia madre

21 giugno 2009

di Nicola Vacca

[Questo articolo di Nicola Vacca è apparso in Linea Quotidiano].

ultimi-occhi-di-mia-madreCi deve essere lucidità nel dolore, non spavento. Questo lo sa Patrizia Patelli, quando esercita il potere della scrittura e la sua necessità per raccontare in un libro il rapporto con la madre uccisa da un cancro. Ogni giorno la figlia si dà appuntamento alla scrivania per trascorrere un po’ di tempo con il potere delle parole e raccontare tutto di sua madre, la donna con cui ha fatto a pugni tutta la vita. Senza reticenze l’autrice apre al silenzio delle risposte, si confida alla pagina per ripercorrere le tappe di un rapporto conflittuale e comprendere il grande amore che ha sempre provato nei confronti di sua madre. “Chi non riesce a raccontarsi ha bisogno di attese e di silenzi accoglienti, così magari a un certo punto, come un miracolo, da quel silenzio viene fuori qualcosa di importante”.

Gli ultimi occhi di mia madre (Sironi editore, pagine 151,15 euro) è un libro bellissimo, perché privato e intimo.

Continua a leggere l’articolo in Linea Quotidiano.

Gli ultimi occhi di mia madre

20 giugno 2009
Patrizia Patelli, autrice di Gli ultimi occhi di mia madre.

Patrizia Patelli, autrice di Gli ultimi occhi di mia madre.

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Gli ultimi occhi di mia madre

19 giugno 2009

di Francesca Mazzucato

[Questo articolo di Francesca Mazzucato è apparso in Cabaret Bisanzio].

ultimi-occhi-di-mia-madreE’ un libro feroce e doloroso questo primo romanzo di Patrizia Patelli. La perdita della madre, la malattia che fiacca un corpo che un tempo è stato indomabile, fortissimo, esagerato nel suo spendersi per mostrarsi corpo-guerriero, corpo di lavoratrice, corpo che non conosce sosta. Una figlia lontana, con cicatrici che sanguinano ancora, cicatrici che arrivano dalle microviolenze subite dell’infanzia, piccole cose, piccole sciatterie, indelebili momenti di distrazione, di distanza: sanguinano con un niente e con un niente monta la rabbia, la violenza per l’ingiustizia subita, questa perdita troppo precoce e veloce per aver permesso una pacificazione. Sono dettagli che compongono ricordi, cose che paiono insignificanti ma non lo sono, episodi che affiorano, che emergono ora adagio, delicatamente, ora violenti come un rigurgito acido. E, in qualsiasi modo si presentano, occorre aprirsi, accoglierli, pensarli in varie ipotesi diverse, riscriverli, vomitarli lontano, coccolarli come cuccioli indifesi. Occorre, per arrivare a una forma di riconciliazione. E’ l’unico modo, la scrittura, è necessità e urgenza. Un romanzo intessuto di materia viva e di dolore che si sente dentro le pagine, raccontato con un linguaggio stratificato, composto, originale. Linguaggio che cambia, che si sveste e si traveste. E’ ora lettera, ora monologo febbrile, visionario, tachicardico.

Continua a leggere l’articolo in Cabaret Bisazio.

Otto anni non sono pochi / 14b

15 giugno 2009

[Ce lo dissero in tanti, all'epoca, che l'unico vero difetto di Pausa caffè era la mole: 352 pagine. Io non so. Mi pare che molti lavoratori dell'editoria abbiano stampata nella mente, come un imperativo categorico, l'intimazione: Tagliare!. Eppure, se scorro la mia biblioteca, vedo che molti grandi libri sono anche dei libri grandi. La mole ha la sua importanza. Questo articolo di Andrea Cortellessa apparve nel mensile L'indice del luglio 2004. gm]

Non è vero che la critica non serve più a nulla. L’articolo di Aldo Nove, su “ttL” lo scorso 8 maggio, ha colpito un po’ tutti. E quando è uscito il nuovo libro della collana diretta da Giulio Mozzi (che si conferma la migliore oggi su piazza), ci siamo precipitati a leggerlo. Il perché è semplice. L’articolo di Nove ha forza in quanto è di uno scrittore importante, ma soprattutto perché è raro. Laddove certi salamelecchi reciproci, fra scrittori compagni di merende, ormai non dicono più nulla. Invece se Nove, che di norma al blurb non indulge, dice che “Falco è l’attuale poeta epico del mondo del lavoro precario”, io il libro di Falco lo leggo.

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Otto anni non sono pochi / 14a

14 giugno 2009

[Giorgio Falco è in questi giorni sugli scudi per L'ubicazione del bene, suo secondo libro, pubblicato da Einaudi Stile Libero. Ma già il primo libro, Pausa caffè, fu accolto con grande attenzione. Questo articolo di Aldo Nove apparve in Tuttolibri, supplemento del quotidiano La stampa, l'8 maggio 2004.]

Per parlare di un libro bellissimo e anomalo come Pausa caffè di Giorgio Falco voglio partire da lontano. Dall’epica. E’ strano, il sentire comune sull’epica. Sa di scuole medie, di ginnasio e si è abituati a pensarla, solo, come tematicamente legata alla guerra, alla sua celebrazione. Ma l’epica è innanzitutto l’inventario dei fatti o, meglio, delle divagazioni, che a partire da un mondo, da un’idea narrativa di mondo, lo saziano fino a dargli una forma che non ha centro, perché è un mondo e diviene. Un po’ il contrario del romanzo tradizionale, dove è la retta che conduce la narrazione a delineare il tragitto, e nella fine si dispiega e congeda fissandosi. L’epos si muove invece a zig-zag, continua a indugiare sulle periferie, trova il proprio focus dove il romanziere rischierebbe di perdersi. In questo senso, tracce di epos persistono in tutta la tradizione letteraria occidentale fino a oggi. Epiche sono le digressioni infinite di Dostojevskij, epiche erano, alle origini picaresche del romanzo, le avventure di Don Chisciotte, i cataloghi di Rabelais come epiche hanno continuato a essere, nel nostro Novecento, le “sbandanti” esasperazioni sintattiche e lessicali di Gadda (e Manganelli) e gli inventari di cronaca di quattro decenni italiani di Nanni Balestrini.

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Otto anni non sono pochi / 13

13 giugno 2009

[Ci affascinarono subito, del romanzo di Giovanni Accardo Un anno di corsa, due caratteristiche: la velocità della scrittura - davvero un romanzo che si leggeva di corsa - e il continuo andare e venire della narrazione tra realismo, grottesco, e fantastico puro. La copertina, che piaceva molto in redazione, a me sembra una delle più infelici: ma cosa fatta capo ha. Questo articolo di Antonella Cilento apparve nel quotidiano Il Mattinodel 24 gennaio 2006].

Mentre, proprio in questi giorni, la politica italiana discute invano delle problematiche lavorative delle ultime generazioni, la letteratura, che ha sempre l’occhio più lungo, ha cominciato a esaminare l’argomento già da un po': «Indicativo Presente», la collana di Sironi diretta da Giulio Mozzi, che ha già prodotto i racconti di Giorgio Falco, Pausa caffè, dedicati al lavoro-non lavoro, a precari, interinali, lavoratori a contratto, porta ora in libreria, il giorno 26, Un anno di corsa (euro 14.50), esordio narrativo di Giovanni Accardo, siciliano trapiantato a Bolzano, che al tema della ricerca del lavoro dedica pagine tragicomiche e dolenti. In Un anno di corsa si corre con le gambe e con la testa, dietro a lavori sempre più improbabili e incerti, ostentando efficienza e competenze che quasi mai corrispondono a pagamenti rispettosi o sicuri.

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Otto anni non sono pochi / 12

12 giugno 2009

[Dopo le quattro tappe (a, b, c, d) dedicate a Il più dolce delitto di Giancarlo Onorato, continuo a ripercorrere gli otto anni di lavoro in Sironi. Una timida santità fu il libro quasi d'esordio (aveva già alle spalle una raccolta di versi e un libro di taglio giornalistico) di Alberto Garlini. Che poi pubblicò sempre per Sironi Fùtbol bailado e nel 2007 Tutto il mondo ha voglia di ballare per Mondadori. Questo articolo di Andrea Bajani apparve nel febbraio 2003 nella rivista Fernandel. gm]

Alberto Garlini ha trentatré anni, vive in Friuli Venezia Giulia e ha scritto uno dei romanzi più belli finiti in libreria nell’ultimo anno. Si intitola Una timida santità, ed è la cronistoria disarmante e tenerissima della morte di una donna e della successiva resurrezione nella mente del narratore. Lui si chiama Alberto, come l’autore del romanzo, e lei Tina. Lui è il nipote e lei la nonna che lentamente e quasi sbadatamente se ne sta andando all’altro mondo. Con una penna morbidissima, Garlini disegna i contorni di quella morte e del suo stesso satellitare con pazienza e triste attesa intorno alla figura della nonna, alle sue sbandate folli, al suo dolcissimo essere sempre accanto alle cose, sempre lontanamente parallela. Garlini, come solo i veri scrittori sanno fare, affronta la morte di petto, racconta il lutto e finisce per commuoversi, di fronte all’aldilà. Forse vorrebbe un riscatto, di fronte all’ultimo passo, ma quello che raccoglie è un bellissimo grumo di dolore e parole (“Andavamo al funerale della Tina, la mia nonna, lei che non vedeva niente e io che credevo di vedere tutto, ed eravamo la stessa cosa dolorosa”).

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Perché vorrei conoscere Giorgio Falco

12 giugno 2009

di Ivano Porpora

Leggo Falco a letto, girato di schiena. Lo leggo sulla poltrona alle tre di notte, di ritorno da una serata passata a giocare a scacchi. Lo leggo in cucina, i piedi sulla seduta. Silvia passa, mi chiede (ha questo modo delizioso di chiedere) di leggere un passaggio ad alta voce.
Le leggo due righe sul fotografo di matrimoni.
«È un saggio», mi fa.
«No. È un romanzo».
Ci pensa un attimo; nell’uscire dice: «Sembra un saggio».
È questa, penso, la forza di L’ubicazione del bene. In uno dei miei continui lapsus stavo scrivendo L’illusione del bene, benché il titolo originale sia molto più forte, indubbiamente ben scelto. È un romanzo che è un saggio, e non viceversa. E quindi uno di quegli strumenti che si cercavano, di cui abbisogniamo per capire l’oggi – per situarlo in una topografia dell’essere umano, dell’Italia, del 2009, delle lettere.

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Otto anni non sono pochi / 11d

11 giugno 2009

[Ultimo articolo su Il più dolce delitto, di Giancarlo Onorato. Degli “amici scrittori”, l’unico – che io sappia – che si prese la briga di leggere il romanzo e pure di scriverne fu Livio Romano. E gliene sono grato. Il suo giudizio sul romanzo è sostanzialmente negativo, ma l’articolo contiene un riconoscimento fondamentale: “Onorato è uno scrittore vero, dotato di una profonda consapevolezza del mezzo utilizzato [...] e probabilmente spinto da un sincero afflato fabulatorio”. E a me tanto basta per pensare che io non fui pazzo a innamorarmi di questo libro e che l’editore Sironi non fu pazzo a pubblicarlo. gm]

Lirismo o languore
(vibrisse, 2 giugno 2008, qui)
di Livio Romano

Questo dottor Marlo, psichiatra italiano che s’agita nella Svizzera del 1968, nel Più dolce delitto di Giancarlo Onorato, entra in scena intonando una voce languida e adottando lo stesso timbro va avanti per le restanti 280 pagine del libro. Già dopo un paio di capitoli ho cominciato a sospettare dove avessi già ascoltato quel registro. Nei tanti manoscritti di poetesse dark che riempiono la mia libreria. Nei blog delle studentesse di lettere intitolati “Nascita e declino della polvere di stelle” o “La morte sempre mi sarà sorella”. La differenza rispetto all’ingenuità di quegli esperimenti risiede sostanzialmente nel fatto che Onorato è uno scrittore vero, dotato di una profonda consapevolezza del mezzo utilizzato – uno dei suoi possibili, fra l’altro, essendo quest’autore, oltre che scrittore, anche musicista, pittore, fotografo – e probabilmente spinto da un sincero afflato fabulatorio.

L’uso massiccio e sicuro di allitterazioni, assonanze, omeoteleuti, paronomasie (“ogni cosa sparisce sbiadisce quando tocco con le ginocchia il bordo del suo letto, e la malata seminuda mi sorride annunciando definitivamente il giorno come un trionfo di tristezza, di bellezza”, oppure “…il cui bianco si pone a metà tra l’orgoglio ultimo di vivente e il vagore assente del più fitto nulla, un vero fragore per il pensiero che ognuno ha di sé”) o la semplice ricerca della sineddoche inedita (bellissimo: “scorgere il denso dell’amore”): testimoniano una forte tensione musicale nella scrittura di Onorato.

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La voce di Patrizia

11 giugno 2009

ultimi-occhi-di-mia-madreGli ultimi occhi di mia madre di Patrizia Patelli è una narrazione ferocemente corporale. Se volete conoscere il corpo della voce di Patrizia, potete ascoltare l’intervista (otto minuti in mp3) trasmessa dalla radio studentesca Fuori Aula. Potete ascoltare in rete, qui, o scaricarvi il file e ascoltarlo quando vi fa più comodo, qui.

L’appuntamento di ieri a Verona è stato molto bello. C’erano molte madri, molte figlie, tanti bambini e diversi mazzi di fiori. Magari qualcuno può pensare che questo c’entri poco con la letteratura: ma si sbaglia. Che cos’è, la letteratura, che cosa sono i libri, se non modi per stare nella relazione con altre persone? [gm]

Otto anni non sono pochi / 11c

10 giugno 2009

[Ancora su Il più dolce delitto, di Giancarlo Onorato. Qualche settimana dopo il mio articolo e la lettera di Giancarlo, Luigi Preziosi mi avvisò di aver scritto un articolo sul romanzo. Per la rivista Stilos: che però chiuse prima che fosse pubblicato. Lo riprese poi Il Sottoscritto, che di Stilos era, e tuttora è, la (spero) provvisoria reincarnazione. gm]

Dicerie su una clinica svizzera
(vibrisse, 15 aprile 2008, qui)
di Luigi Preziosi

Giancarlo Onorato con Il più dolce delitto sperimenta percorsi non del tutto consueti per la narrativa italiana di questi anni, distanziandosi da minimalismi tematici e stilistici vari per indagare sugli intrecci tra follia e saggezza, e tra eros e thanatos con una scrittura di onusta sontuosità, molto adatta a sondare gli abissi più segreti della mente, i più arcani da comprendere e i più difficili da rappresentare. Il romanzo vibra con ammirevole costanza di una sorprendente tensione lirica. Una particolare intensità emotiva vi si coniuga con un pathos rivisitato con stilemi tardo romantici: certamente sul rigore espressivo prevale il turgore delle urgenze che attraversano l’anima del protagonista e ne debordano. E della creazione romantica ha anche i furori e le deflagrazioni emotive e soprattutto le disarmonie, le asimmetrie cercate ed esibite, a cui non giova certa ripetitività nella proposizione dell’ossessione erotica del personaggio principale, che pone a rischio di banalizzazione proprio ciò (la libertà assoluta nel rapporto tra uomo e donna, per quanto anomalo possa essere) che l’autore intende palesemente sublimare.

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