Archivio dell'autore

Gerusalemme, 11 aprile 1961

10 aprile 2013

Eichmann

di Demetrio Paolin

[Questo è un breve estratto dal romanzo che sto scrivendo. Il romanzo ruota intorno alla data dell'11 aprile. dp]

Il vetro di cui è fatta la gabbia è sottile, limpido indistruttibile. L’hanno costruito apposta per il prigioniero, perché tutti lo vedano. Adolf Eichmann entra vestito come un impiegato. Una giacca di fattura modesta, una camicia altrettanto usuale, gli occhiali al naso. L’intera sua persona mostra al mondo la sua ordinarietà. Se non fosse per quelle smorfie che ogni tanto fa con la bocca, che sembrano un rigurgito di chi ha mal digerito qualcosa, il pubblico del processo ha davanti una statua di cera. Sua madre e suo padre, buonanime, sarebbero contenti di lui: Adolf Eichmann è una persona temuta, una persona odiata e non ha mai ucciso nessuno. Lui non ha mai ucciso nessuno. Ha fatto di conto. Sa farlo bene, sa incolonnare i numeri e fare tornare sempre l’addizione. Si ricorda quando da piccolo, alle elementari di Solingen, il maestro lo riempiva di caramelle dopo la prova di aritmetica, una per ogni operazione giusta. Le operazioni erano dieci e dieci caramelle stavano nel palmo della mano del bimbo Adolf, che tornava a casa felice.

(continua…)

Primo Levi, il testimone integrale

26 marzo 2013

di Demetrio Paolin

E’uscito il terzo numero di Narrazioni, rivista diretta da Vito Santoro (il sito dove potete consultare l’indice e dove acquistare la rivista). Tra i tanti contributi, grande parte dei saggi sono dedicati allo scrittore Antonio Tabucchi a un anno dalla scomparsa, c’è anche una mia riflessione su Primo Levi e il ruolo del testimone che riprende e allarga un intervento tenuto per il giorno della memoria presso l’Università di Lipsia.

Primo Levi, testimone integrale (pdf)

Berlino, novembre 1943

24 settembre 2012

di Demetrio Paolin

[pubblico le pagine che ho letto sabato al Circolo dei lettori. Sono una minima parte del romanzo che sto scrivendo (altri due brani sono qui e qui). Grazie per la lettura. dp]

E’ una mattina meno grigia del solito. Rudolph, sua madre e sua sorella Greta sono in giro per le vie di Berlino. Un tenue sole li ha portati fuori. E’ il 1943 e Berlino sembra in guerra da sempre. Margherete, la mamma di Rudolph e Greta, è tutt’uno con la città. Vive nella fede incrollabile verso il Fuhrer e in suo marito, Heinrich membro delle SS.
“Vostro padre – dice mentre camminano lungo le vie della città nel cielo luminoso dell’inverno – sta facendo molto per voi”. Li strattona entrambi portandoli su e giù per le strade dove si indovinano già le macerie dei primi attacchi della Raf. “Lui fa tutto per voi, lui è l’uomo che Fuhrer ha scelto per voi. Quando ho incontrato vostro padre, eravamo alla Parata del Reich per la libertà che emozione! Finita la parata, lui venne da me e disse che non aveva mai visto una donna bella come me. Le sue parole e il suo sguardo mi fecero innamorare. Quella sera io sognai il Fuhrer: ero in stazione, quando vedo arrivare un treno. Affacciato al finestrino, vedo il Fuhrer, che mi guarda e mi fa sì con il capo. Non dice niente, mi fa sì. E li ho capito che vostro padre era l’uomo per me. E ora lui combatte per voi. Ci protegge”.

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Il corpo delle vittime e il corpo dei terroristi

21 settembre 2012

di Demetrio Paolin

[nel link di seguito l'intervento che ho tenuto al convegno Le forme della contestazione in Italia: 1968-1978 tra mito e realtà, che si è tenuto nei giorni scorsi presso la Bangor University (Galles). dp]

L’Italia è una infanzia. L’Italia, uscita dalla guerra, voleva essere adulta e salda e si trova non avere gambe, braccia robuste per reggere tanto. E’ l’infanzia di molti giovani cittadini per cui i treni esplodevano, le banche saltavano in aria e i fratelli maggiori venivano picchiati nei cortei.
E’ in parte la mia infanzia, di bimbo quattrenne, che ha come primo ricordo il pianto della propria madre quando vede le immagini di via Caetani, e che spesso ha sognato nei suoi sogni di giungere in una landa desolata e di trovarvi un corpo morto gigantesco. Un corpo che il giovane bimbo quattrenene sa essere quello di Aldo Moro, che dopo morto invece di rimpicciolirsi si fa via via più grande, fino a diventare così enorme, coprendo l’intero orizzonte celeste, da rendere inutile qualsiasi sepoltura o rito funebre

Il corpo delle vittime e il corpo dei terroristi

Del perché per conoscere una casa bisogna saperla disegnare. Appunti su “Future Umanità” di Yves Citton

10 luglio 2012

di Demetrio Paolin

Per parlare di Future Umanità. Quale avvenire per gli studi umanistici (:duepunti edizioni) di Yves Citton, libro curato e tradotto da Isabella Mattazzi, inizio raccontandovi che quest’anno mia figlia, 4 anni, ha frequentato il primo anno di scuola materna.

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L’esilio in una camera d’albergo. Appunti su Norman Manea

31 maggio 2012

di Demetrio Paolin

Seduto allo stand della Romania, penso a Duckadam.
In realtà aspetto Norman Manea per parlare con lui dei suoi nuovi libri, ma la mia testa mentre lui non arriva ritorna a quel portiere magro e grandissimo, uno dei migliori, che nella finale della Coppa dei Campioni parò quattro rigori, facendo vincere la competizione allo Steaua di Bucarest. Era il 1986, i giocatori erano molto magri e longilinei, il calcio era più lento, meno muscolare e chiunque, io per primo, guardandolo dalla televisione si illudeva che un giorno ci sarebbe stato posto anche per lui.

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Il paradiso sopra i tetti (appunti sul romanzo cattolico)

17 maggio 2012

di Demetrio Paolin

[domenica scorsa è uscita sull'inserto La Lettura del Corriere della Sera un mio articolo dal titolo, redazionale, "Il corpo del romanzo". Il tentativo era di fornire una prima e sommaria riflessione sul tema del romanzo cattolico. dp]

Questa apertura e ricerca di senso mette forse in evidenza come il romanzo cattolico sia l’elaborazione di un trauma profondo, il trauma di una mancata promessa ovvero quella della seconda venuta di Cristo. Sempre vista come imminente e sempre costantemente rimandata. Il romanzo cattolico cerca, immaginando i mondi, di elaborare quel lutto e di rendere meno gravosa l’attesa

Leggi “Il corpo del romanzo”.

Anni (truccati) di Piombo sul Corriere della Sera

16 marzo 2012

di Demetrio Paolin

In questi giorni sul Corriere delle Sera è uscito un mio articolo sulla narrativa degli anni 70 dal titolo, redazionale, Anni (truccati) di Piombo, di seguito l’inizio:

Il corpo riverso di Marco Biagi nella notte primaverile bolognese è stato allora ed è tutt’oggi una sorta di squarcio sul fatto che il nostro Paese non ha ancora chiuso i conti con gli anni Settanta. Basta leggere i giornali (penso alle vicende di Battisti e di Azzolini) per dimostrare che la ferita è aperta. Nell’ipertrofia della memoria, la giornata dedicata alle vittime è solo la punta dell’iceberg, questo nostro Paese si scopre incapace di comprendere e far comprendere agli altri che cosa sono stati gli anni del terrorismo e della rivolta. Di questa inettitudine è colpevole anche la letteratura che quegli anni ha cercato di raccontarli. A cavallo tra il 2011 e il 2012 abbiamo nuovamente assistito alla pubblicazione di una serie di opere che hanno cercato di dar conto di quel periodo con esiti spesso dubbi.

A breve giro c’è stato un commento di Luca Sofri sul suo blog, a cui ho provato a rispondere brevemente qui.

La nostra testimonianza è veleno

27 gennaio 2012

di Demetrio Paolin

[Nella finzione del romanzo che sto scrivendo, questa lettera viene scritta da Enea, ex deportato, a Bruno Vasri, ex deportato e presidente dell'Aned (Associazione nazionale ex deportati), nel giorno della morte di Primo Levi, ex deportato. dp]

Caro Bruno,
oggi, uscito dal negozio, ho camminato senza una meta precisa e son finito in piazzetta Bodoni. Lì vicino a pochi passi c’è casa tua. E io avevo una voglia matta di salire e stringerti le mani, di abbracciarti con quell’amore che solo noi possiamo darci. Ho pensato di fare i pochi passi che mi dividevano dal tuo portone e suonare al campanello. Sentirne il suono e poi la voce di tua moglie che mi dice di salire.

Perché hai deciso di sposarti, Bruno? E Primo o Bepi? Perché vi siete sposati e avete avuto figli, dopo quello che ci è stato fatto? Certe volte quando ci incontriamo di questo dovremmo parlare; del dopo. Di quando tutto si è calmato, come il corpo alla fine di uno sforzo, e siamo tornati alle nostre case. Dovremmo parlare di come siamo tornati alla vita usata. Io, ad esempio, che ho patito come voi la fame, sono tornato schifiltoso tanto da togliere la pelle del latte, quando mi dimentico il pentolino sul fuoco e si crea patina spessa che proprio non sopporto.
(continua…)

Se la vittima non fosse un giusto?

11 ottobre 2011

di Demetrio Paolin

Ho letto con molto interesse il post di Jacopo Nacci su Scrittori precari (qui) e quelle che seguono vogliono essere alcune riflessioni sul tema della vittima fatte in modo molto informale e senza pretesa di completezza. Del lavoro di Nacci citerò un passaggio, da cui prende spunto il mio ragionare.

Mi è venuto spontaneo domandarmi quale fosse il ruolo delle vittime. È una questione sulla quale sto meditando da un po’ di tempo, andando più che altro a intuito: la chiamo la questione delle tecnomistiche, e riguarda la trasformazione delle vittime in simulacri sentimentali.

In questi anni, gli ultimi due più o meno, sto lavorando ad un romanzo, il cui cuore è la storia di un deportato sopravvissuto ai lager nazisti. Quello che mi ha portato a voler raccontare la storia di una vittima e in particolare quel tipo di vittima – tralasciando i discorsi di Girard che mi paiono interessanti ma ex post, cioé sono venuti dopo che la mia testa ha incominciato a ragionare su questa storia – è il desiderio di restituire qualcosa di diverso dal semplice santino/simulacro, con cui spesso si identifica la vittima.

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Lo specchio rotto del romanzo. Appunti su “Piccolo testamento” e “La luce prima”

28 settembre 2011

di Demetrio Paolin

In questi giorni ho finito di leggere Piccolo testamento (Laurana, 2011) di Gabriele Dadati e La luce prima (Isbn, 2011) di Emanuele Tonon. Le note che stendo sono sotto forma d’appunti perché se ho ben chiaro cosa voglio dire – ovvero che questi due libri sono definiti e presentati come “romanzi”, ma romanzi non sono – non ho ben chiaro come argomentare tutto questo.

L’impressione che non siano romanzi è dovuta a come i testi si impongono nel procedere della lettura. Pur essendo libri che raccontano un lutto a brillare dalle pagine è proprio l’assenza della persona morta. Nel caso di Piccolo testamento Vittorio, il maestro che muore, non è altro che una presenza fantasmatica. E’ un vero e proprio fantasma, così lo definisce l’io narrante, che va a sommarsi agli altri fantasmi delle donne amate/usate. In La luce prima la madre, a cui è dedicato il canto d’amore del figlio, non ha mai una presenza reale nella scena, ma rimane annunciata, vista di lato. Al massimo ne riemergono dalle pagine le tracce: il profumo, la crema per le mani o il pigiama.
Al centro di questi libri, in realtà, c’è l’io e non un Io qualsiasi, ma l’Io di uno scrivente, di una persona che per lavoro, per vocazione ha a che fare con le parole. La riflessione quindi non è tanto sull’altro, sulla persona che scompare, ma su chi resta e su chi resta e sul come la racconta.

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E’ un bene che la casa diventi nuda

5 luglio 2011

di Demetrio Paolin

[E' uscito il terzo numero di Atti Impuri (qui l'introduzione di Sparajuri e le modalità per acquistarlo on line). Pubblico il mio racconto, che in realtà è parte del nuovo romanzo che sto scrivendo. E ringrazio Giulio perché quella mattina alle cinque era sveglio anche lui. dp]

Lo pagavano per questo: mettere insieme la sua sapienza biologica e la sua esperienza organizzativa. Tornato dalla guerra aveva continuato a fare quello che faceva, solo su scala ridotta.
Negli anni le sue forme d’odio – Heinrich aveva una speciale capacità di odiare – erano diventate millimetriche. Più l’oggetto era minuscolo, più la bestia da eliminare era piccola, maggiore era la cura nei progetti che elaborava.

Leggi E’ un bene che la casa diventi nuda (pdf)

Istruzioni per scrivere un racconto cannibale (1996)

21 giugno 2011

di giuliomozzi

Cannibalismo in Brasile nel 1557. Incisione di Hans Staden. Da Wikipedia

Cannibalismo in Brasile nel 1557. Incisione di Hans Staden. Da Wikipedia

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TQ, qualche appunto sulla felicità

6 maggio 2011

di Demetrio Paolin

[Pubblico di seguito un breve intervento che riprende le cose che ho detto a Roma durante il seminario TQ, organizzato da Laterza. Al fondo ho preparato una breve "linkografia" così che tutti - anche chi non c'era - possano orientarsi. dp]

Aneddoti & citazioni. C’è una vignetta di Charlie Brown che io tengo sempre nel mio portafoglio, l’ho ritagliata parecchio tempo fa e ora è praticamente lisa e consunta, ma non ho bisogno di leggerla tanto l’ho imparata a memoria. Nella vignetta viene posta a Charlie Brown la seguente domanda: Cosa vuoi fare da grande?. E lui, senza neppure pensarci troppo, risponde: Essere vergognosamente felice.

Questa cosa mi è tornata in mente pochi giorni fa al lavoro. Io per lavoro mi occupo di immigrazione: lavoro in un ufficio che aiuta le persone straniere a compilare le domande di rinnovo dei permessi di soggiorno, li assiste nei passaggi complessi e astrusi delle leggi e dà consulenza per le vertenze del lavoro domestico.

Insomma, dicevo, un giorno nel mio lavoro sto finendo di compilare uno dei soliti permessi di soggiorno, quando alla ragazza che mi stava davanti dico: Ecco fatto, vedi? Non ci è voluto niente. Cosa vuoi di più?

Lei mi guarda. Forse è stufa o stanca, è pomeriggio tardi, certamente deve andare a fare la notte a qualche vecchietta e mi dice: Essere felice.

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“Straordinariamente conseguente nell’affrontare le proprie ossessioni”

10 gennaio 2011

di Gianni Turchetta

[Questo articolo di Gianni Turchetta apparve nella rivista L'indice, nel numero 6 del 1998].

La caratteristica forse più vistosa dello stile di Giulio Mozzi è, mi si passi la contraddizione logica, il tentativo di sparire, di dissimularsi entro un linguaggio di calcolata, rigorosa sobrietà. Non c’è per esempio traccia di termini preziosi o colti o tecnici; anche le voci, per così dire, colorite, compaiono solo se necessarie a rendere il parlato: ma non è certo un caso che anche i dialoghi siano ridotti all’osso. Anche la sintassi appare sottoposta a un regime di drastica limitazione delle dipendenze complesse: stradominio della coordinazione; altissima percentuale di periodi monoproposizionali; i periodi materialmente lunghi, quando ci sono, rispondono all’esigenza di seguire il flusso di monologhi costruiti in genere per serie di elementi semplici.
Le scelte linguistiche di Mozzi discendono, in prima istanza, dall’esplicita opzione a favore di una poetica della “comunicazione”, programmaticamente opposta a una poetica dell’ “espressione”. Ma questa poetica dipende a sua volta, più in profondo, da un’etica “forte”, di non celate ascendenze religiose. Per Mozzi le parole devono essere al servizio della verità e delle “cose”: cose non solo da rappresentare, ma da “fare”. Sbaglierebbe di grosso perciò chi volesse accostare a una qualche forma di “minimalismo” la sua programmatica povertà stilistica, così come la sua minuziosa attenzione ai gesti e ai fatti minimi della quotidianità. Procedendo per slogan, Mozzi è piuttosto un narratore “massimalista”, forse anche il più massimalista fra i nostri giovani narratori.

(continua…)

Lo specifico maschile in letteratura

10 gennaio 2011

[In calce a questo articoletto, che pubblicai il 4 dicembre 2010, è nata una interessante discussione. Riporto l'articolo in prima pagina, e invito tutti a leggere e, eventualmente, a discutere. gm]

di giuliomozzi

Cerco persone disponibili a lavorare (gratis) per organizzare un convegno su un tema che, in prima approssimazione, si potrebbe definire così: “Lo specifico maschile in letteratura”.

I dati di Google sono chiari:

Ricerca effettuata il 4 dicembre 2010 alle 11.13.

La letteratura maschile non se la fila nessuno: le pagine web dedicate alla letteratura maschile sono lo 0,0416% di quelle dedicate alla letteratura femminile.

(continua…)

Anobii

9 gennaio 2011

Racconti di una logorrea ipnotica e inconcludente, con rare eccezioni di intensità emotiva e un dolore espresso talmente bene da diventare fisico (le dieci pagine di Apertura, da sole, varrebbero quattro stelline). * Il Male naturale raccontato è così ferale e diabolico che l’anima pare eclissarsi. * L’ho letto nel 1998, lo rileggo spesso, cosa che capita a pochissimi libri, l’ho sottolineato da morire. * Ci sono delle belle trovate, effettivamente è tangibile il dolore della scrittura. Ma mi lascia perplessa. * Uno dei libri che mi hanno torto la vita. (Qui).


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