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18 giugno 2013
Valter Binaghi, Bolle di sapone
E’ una giornata di primavera, l’arietta fina invita al passeggio ma la terza età ti accorcia il fiato, così dopo trecento metri ti ritrovi seduto sulla solita panchina del parco, quella vicina al chioschetto del gelataio. Al parco di pomeriggio c’è quasi sempre la stessa gente, il più delle volte seduta sulla stessa panchina cui si finisce per affezionarsi. Il ragioniere in pensione fieramente leghista mangia solo gelato alla panna, un paio di comari discutono animatamente delle malefatte adulterine di una terza, tre militari danno voti al culo di babysitter e badanti che passano spingendo carrozzine o sedie a rotelle. E poi ci sono Mirko e Fabiana, che frequentano la stessa classe Quinta C della Scuola Elementare Mentasti. Fanno i compiti insieme a casa di lei, e poi vengono qui verso le cinque, siedono sulla panchina ognuno con la sua boccetta e soffiano bolle di sapone. Ormai hanno sviluppato un vero talento artistico: ne fanno di lente e grosse che si staccano con cautela e, finchè l’aria le trattiene, volteggiano sulle nostre teste come turisti svagati in questo mondo.
Allora io chiudo gli occhi, e mi pare di apprendere verità che quand’ero giovane ero troppo affannato e veloce per accogliere.
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17 giugno 2013
Valter Binaghi, Tecnognostici
Il computer si spense improvvisamente, mentre lui stava digitando la parola “domani”.
Si riaccese quasi imme- diatamente, ma adesso lo schermo era solo un buio sbadiglio quadrangolare.
Pensò a un guaio della scheda video ma quando lo portò al tecnico quello gli disse:
“E’ l’hard disk. Il disco rigido. E’ andato.”
“Illeggibile?”
“Praticamente si. A meno che non vuole rivolgersi a uno di quei chirurghi in camera iperbarica, che non alzano un dito per meno di tremila euro”
Tremila euro erano fuori discussione. Aveva nell’hard disk romanzi incompiuti, care memorie, foto, canzoni, documenti importanti e sciocchezze fino a quelli che si dicono i conti della serva. Praticamente dieci anni di vita su trenta. Buttati nel cesso. Ma in fondo il tutto dava anche una certa impressione di leggerezza. Sorvolare sui propri resti mortali ed essere vivo, tuttavia.
Si fermò in mezzo alla strada e alzò lo sguardo. Vide una cornacchia che piombava in picchiata laggù, dietro il muro di cinta di una vecchia villa in stile liberty, abbandonata da decenni e probabilmente infestata dai topi. E dietro quella…
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14 giugno 2013
di Valter Binaghi
c) Lo Spirito nella macchina
c1) Gnosi e Modernità
“Carissimi, non credete ad ogni spirito, ma esaminate gli spiriti se sono da Dio poiché molti falsi profeti sono venuti nel mondo. Da questo conoscete lo spirito di Dio: ogni spirito che confessa Gesù venuto nella carne è da Dio e ogni spirito che non confessa Gesù non è da Dio. Anzi è quello dell’Anticristo il quale avete udito che deve venire, e ora è già nel mondo”(158).
Si noti che Giovanni dichiara mentitore chi separa la persona umana e storica di Gesù dalla salvezza che viene da Dio (“venuto nella carne”), mentre è propria della gnosi di tutti i tempi la negazione del carattere storico e incarnato di Gesù, per trasformarlo in un simbolo più o meno evanescente dell’elevazione morale e metafisica dell’anima oltre la tenebra di questo mondo. Che da questa negazione derivino tutta una serie di conseguenze psicologicamente e culturalmente nefaste, riassumibili nella disintegrazione della “forma” naturale e sociale e nel nichilismo di un desiderio senza oggetto, è quello che cercherò di mostrare.
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12 giugno 2013
Valter Binaghi, Pastori e contadini

Il pastore luterano Heinz Grasshopper di Stoccarda e monsignor Mario Audisio di Macerata erano diventati col tempo buoni amici. Dal 1997 s’incontravano al Convegno Interconfessionale di Studi Biblici che si teneva ogni anno a Mulhouse, in Alsazia. Nel tempo libero da Relazioni e seminari avevano scoperto di avere tre passioni in comune: il gioco degli scacchi e le discussioni teologiche che sviluppavano con reciproco rispetto e dovizia di argomenti davanti a una bottiglia di Sylvaner, terzo e insostituibile elemento della loro spirituale relazione.
Quella sera, dopo una partita vinta fin troppo facilmente dal tedesco in 15 mosse, fu stappata una seconda bottiglia del pregiato bianco e la discussione cadde, chissà perchè, su uno dei più controversi episodi del Genesi, cui già l’esegeta ebreo Filone di Alessandria aveva dedicato più di uno dei suoi trattati: la storia di Caino e Abele, il dolente fratricidio, o meglio il suo movente.
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Etichette: Caino e Abele, Genesi, pastori e contadini
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11 giugno 2013
Valter Binaghi, Per la ricreazione dell’anima
Mi mostrò una foto che aveva nel portafoglio, la foto di un figlio, pensai. E invece era la foto di un gattino.
Pensai che forse non gli era rimasto più molto altro. La moglie l’aveva lasciato, i figli l’avevano messo in quell’ospizio. Non venivano mai a trovarlo, anzi ogni tanto si dimenticavano di pagare la retta, e a lui toccava dare una mano al giardiniere per guadagnarsi letto e minestra. Normale che non volesse più pensare a loro, ma mi sbagliavo.
- Questa foto l’ha fatta mia figlia a undici anni. Avevamo trovato il gattino per strada. Mi disse: tienilo in mano, papà. E fece lo scatto-
- Foto di lei non ne ha? -
- Si che ne ho. In camera. Vuol vederle? -
- No….cioè si, se le fa piacere. Ma come mai non tiene una di quelle, nel portafoglio? -
- Sarebbe il mio sguardo, non il suo. Del mio sguardo non so che farmene -
- Può spiegarsi meglio? -
Il vecchio professore annuì, e spiegò, pazientemente, come doveva aver fatto centinaia di volte con gli alunni più ottusi.
- Una foto, un disegno, è il mondo visto da un’anima, a un certo momento della sua vita. Chi la osserva la indossa, si trasferisce in quello sguardo, viene ad abitare quel mondo. A quel tempo mia figlia aveva un istinto speciale per lo spettacolo della tenerezza. Vedeva solo cose vive, allo stato nascente. L’idea del dolore e della morte non la sfiorava nemmeno.
- Capisco -
- No, non capisce. Io temevo che questo l’avrebbe resa troppo vulnerabile, l’avrebbe fatta soffrire. Così ho fatto di tutto per rompere l’incantesimo. Le ho insegnato a difendersene. Le mostravo quale brutalità si celi nelle passioni umane, il lato rapace di ciò che la gente chiama amore. Alla fine ha capito. Ha imparato a difendersi e a dubitare degli altri. Cominciando da me
- Così adesso…
- Adesso ogni tanto tiro fuori la foto e la guardo. Riassumo in me la sua tenerezza di un tempo
- Non è struggente? -
- Tutti i purgatori lo sono. Non ha letto Dante? -
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10 giugno 2013
Valter Binaghi, Il diavolo in tipografia
Hegel si può e probabilmente si deve criticare, ma la sua scommessa sull’integrale razionalità del reale è forse l’ultima impresa epica dell’Occidente. Faustiana, e dagli esiti catastrofici, ma non per sua esclusiva responsabilità: i suoi discepoli non ebbero la sua virtù contemplativa, e pretesero di afferrare e manipolare l’Idea come quel cane che si gettò nel pozzo per prendere la luna, credendola una forma di parmigiano.
Certo, il solo pensiero che tutto ciò che accade fin nei minimi dettagli abbia un significato positivo anzi necessario in quello che si rivela come l’avvento dello Spirito Assoluto nel mondo, è duro da mandar giù per certe persone, affette da incolpevoli infermità o duramente colpite da quelli che a loro paiono piuttosto capricci del Destino. A questo proposito si racconta che un giorno di primavera del 1830, all’uscita dall’Accademia delle Scienze di Berlino dove aveva appena terminato il suo ultimo, applauditissimo ciclo di lezioni sulla Filosofia della Storia, Giorgio Guglielmo Federico Hegel fu apostrofato da un individuo che stazionava da due ore presso il portone, evidentemente in attesa di lui. Indossava la divisa dell’esercito prussiano, ma era piuttosto male in arnese, come se di ritorno dal campo di battaglia avesse dovuto affrontare prove peggiori di quelle imposte dal fuoco nemico, che, peraltro, non lo aveva risparmiato. L’uomo infatti aveva una gamba troncata di netto poco sopra il ginocchio, e si reggeva appoggiandosi penosamente a una gruccia.
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6 giugno 2013
di Valter Binaghi
Prima parte Seconda parte Terza parte Quarta parte Quinta parte
b) La teofania nel Verbo
Abbiamo visto che l’ordine cosmico della religione antica ha nell’uomo la sua struttura radiante, comunque si voglia interpretare questo fondamento (ingenua proiezione di un antropomorfismo in gran parte inconscio o consapevolezza della centralità umana nell’universo). Da questo punto di vista, il monoteismo ebraico rappresenta più una sintesi che una rottura. Il libro della Genesi affida all’uomo (creato per ultimo come colui a cui tutto sarà affidato) il compito di custodire ma soprattutto di significare la creazione: “Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di bestie selvatiche e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all’uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l’uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome”(133). L’uomo non è semplicemente il custode o il pastore di un gregge che non gli appartiene ma è colui che, nel linguaggio, svela la chiarezza dell’ordine naturale e dunque, nelle iniziali condizioni paradisiache, è in grado di avvertire la presenza del Creatore nel mondo e di dialogare con Lui. Si potrebbe affermare che, nel giardino dell’Eden, non ci sono le condizioni per una conoscenza simbolica, dal momento che non c’è distanza tra ciò che appare e l’Autore che vi appare, oppure che vi è massimamente realizzata la condizione simbolica proprio perchè l’Oggetto della conoscenza è pienamente presente ed evidente nelle immagini che lo manifestano. Abbiamo infatti notato più volte che la polarità del simbolo corre tra il significare altro da sè e il renderlo presente, in un rapporto che non si lascia esaurire nella secca alternativa tra identità e differenza.
(continua…)
Etichette: Conoscenza simbolica, Il mondo come teofania, simbolismo medioevale
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31 maggio 2013
Valter Binaghi, Il mito Kanaji della creazione (1)
Al principio il Creatore non sapeva affatto di essere un Creatore.
Non faceva che dormire dalla mattina alla sera, e mentre dormiva dal suo respiro usciva ogni sorta di cose alla rinfusa.
Oceani sconfinati, al fondo dei quali ribolliva un fuoco liquido, pesci enormi e guizzanti che appena nati erano già bolliti.
Montagne aguzze come zanne e uccelli talmente grossi e stupidi che passandovi sopra si ferivano.
Sulla terra, poi, si muovevano creature di ogni forma e dimensione, che si mangiavano l’un l’altra senza avere il tempo di riprodursi, così nello spazio di una notte tutto tornava deserto e silenzioso, e all’alba di nuovo veniva ripopolato dal pesante respiro del Dormiente. Anche gli alberi incommestibili, erano così privi di misura da schizzare troppo in fretta verso il cielo dove il sole ne bruciava le cime, oppure divenivano talmente alti da oscillare spaventosamente nel vento, finché si piegavano a terra esausti e si spezzavano con un secco crepitio, distruggendo ogni cosa sotto di loro.
Era un mondo senza memoria: non brutto a vedersi, ma forsennato e crudele, condannato ad estinguersi ogni sera e a rinascere il mattino dopo, senza che nessuno potesse trarre profitto dall’esperienza del giorno precedente e provare a migliorare un po’ le cose. Questo dovette pensare la Luna, che da lassù osservava ogni cosa.
(continua…)
Etichette: Creazioni, Miti di creazione, racconti, Valter Binaghi
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20 maggio 2013
di Valter Binaghi
Prima parte Seconda parte Terza parte Quarta parte
7) L’approccio storico-religioso
a) L’ordine del mondo: corpo, società, universo
Per accedere a quel mondo in cui il simbolismo e l’analogia furono abituali se non esclusivi strumenti di conoscenza – vale a dire il mondo delle società tradizionali, che qualcuno si ostina ancora a definire “primitive” – occorre innanzitutto lasciarsi alle spalle i fenomeni morbosi che abbiamo appena considerato, dove l’immaginario è piegato alle idiosincrasie dettate da una lacerazione interiore, ma anche le seduzioni della fantasia artistica, almeno quella cui la modernità ci ha abituati, che obbedisce unicamente ai capricci o alle ispirazioni di un soggetto individuale in libertà. In effetti, anche la produzione artistica nelle civiltà tradizionali è governata da una cosmologia che permea di sè l’intero campo dello scibile e del praticabile, obbedisce ai canoni di un simbolismo universalmente condiviso e difficilmente è separabile da quella liturgia che la vita pubblica sembra incessantemente celebrare. Per questo l’arte delle società tradizionali è per lo più anonima; l’artista percepisce sè stesso come il veicolo per la manifestazione e la perpetuazione di un ordine che nessuno (lui meno che mai) ha creato e che dà forma, nel senso più autentico e spirituale, alla sua opera: come potrebbe ritenersene l’autore?
(continua…)
Etichette: Analogia, Conoscenza simbolica, Cosmologie primitive, Divinazione, mito, rito, Simbolo
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18 maggio 2013
di Valter Binaghi
Analfabeta arboricolo
Disimparare tutto quel che hai letto sugli alberi, la funzione clorofilliana e l’ecosistema, schiodarti dalla sedia e cercarne uno, possibilmente isolato, in una radura erbosa, come il vecchio gelso che un tempo per noi ragazzi spartiva il confine tra la boscaglia praticabile e i campi del vecchio pazzo che inseguiva a sassate chiunque osava calpestare le sue zolle. Trovati un albero, dicevo, uno vero, dimentica quel che credi di sapere e stenditi con le spalle appoggiate al tronco. Respira, e senti che lui respira, e vive, di una vita meno agitata e curiosa della tua. Una vita che somiglia a un lungo sogno che si avvolge giro a giro intorno ad un centro invisibile. Di questa vita, sorbisci ad occhi chiusi il vigore, apprendi la sua muta scuola, e ne tornerai sereno, ricongiunto a te stesso.
Quando nacqui mio nonno piantò un albero in giardino. Forse voleva che il bambino avesse un fratello umile e forte, reclutato tra il popolo dei semplici, come un angelo custode sul suo cammino. Qualche anno fa lo abbattemmo per far posto ad un garage. Nessuno mi toglie dalla testa che quel giorno dall’anima ferita è cominciato a fuggire un rivolo di linfa, e qualcosa in me ha cominciato a morire. Non è bello vivere di parole e d’intenzioni abortite, quando il merlo che veniva ogni anno a fare il nido e mi portava il primo trillo della primavera ora vaga altrove, e la storia che racconto a me stesso e chiamo la mia vita è solo un mosaico di ricordi spezzati.
Ora sono come un nomade forzato, un cavaliere senza causa e senza patria, cerco un albero a cui appendere le armi e il mantello, un’ombra che mi ospiti una volta per tutte, che somigli alle vaste ali del perdono di Dio.
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6 maggio 2013

Salvador Dalì, La persistenza della memoria
di Valter Binaghi
[Prima parte. Seconda parte. Terza parte.]
6) L’approccio terapeutico: il simbolo tra sintomo, profezia e catarsi
a) L’eredità romantica: la consapevolezza ermeneutica.
“Una sorta di dolce sopore lo vinse, in cui sognò fatti indescrivibili da cui lo riscosse un altro chiarore. Si trovò su un molle prato, alla sponda d’una sorgente, che sgorgava nell’aria, e sembrava struggersi. Rocce turchine con vene versicolori si levavano a una certa distanza; la luce diurna che lo avvolgeva era più chiara e più dolce del solito, il cielo era turchino e tutto terso. Ma ciò che soprattutto lo attrasse fu un alto fiore azzurro chiaro, che stava presso la fonte e lo sfiorava colle sue larghe foglie lucenti. Tutt’attorno a quello erano innumerevoli fiori d’ogni colore, e il più dolce profumo empiva l’aria. Ma lui non vedeva che il fiore azzurro, e a lungo lo contemplò con ineffabile tenerezza. Infine volle avvicinarglisi, quando esso prese d’un tratto a muoversi e a mutarsi; le foglie divennero più lucenti e si strinsero al crescente gambo, il fiore si piegò verso di lui e mostrò un’espansa corolla azzurra, in cui si cullava un tenero volto. Il suo dolce stupore cresceva colla rara metamorfosi, quando all’improvviso la voce di sua madre lo destò, ed egli si ritrovò a casa sua nella stanza che già il sole del mattino indorava”(61).
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Etichette: Alice Miller, Carl Gustav Jung, Conoscenza simbolica, Gaston Bachelard, James Hillman, Paul Ricoeur, psicoanalisi, psicoterapia, Rebert Desoille, Sigmund Freud, Valter Binaghi
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21 aprile 2013

di Valter Binaghi
Uno di questi giorni
Dopo aver creduto ferocemente alla redenzione del mondo attraverso la poesia e aver constatato amaramente la nostra incapacità di praticare con serietà una qualsiasi religione, siamo fortemente tentati di farci commercianti d’armi come Rimbaud in Africa, ma essendo inetti anche a questo superbo cinismo ci accontentiamo di fare spallucce al mondo.
Portiamo a spasso il cane sulle rive del canale, fingiamo di credere alle virtù terapeutiche del tarassaco e al fatto che un presidente femmina salverà il paese dal declino. Riduciamo da 20 a 5 la dose di sigarette quotidiana, leggiamo romanzi scritti dai redattori di Nuovi Argomenti e recensiti da quelli di Nazione Indiana. La disperazione è in agguato, ma ci trova la sera quieti, sul divano, mentre scorrono i titoli di coda di un film dei Fratelli Coen.
Stanco
C’è una stanchezza del corpo, una della mente, e una dello spirito.
La prima è banalmente uguale per tutti, la seconda può creare strane solidarietà tra chi condivide le medesime idiosincrasie, la terza è singolare, incomunicabile. Chi mi ridarà non il bambino che sono stato, ma quello che avrei potuto essere e ancora si agita in me, a 55 anni suonati, come in un bozzolo?
Poi c’è la stanchezza di un’intera cultura: è tutto un linguaggio e i suoi retori di cui ci si vorrebbe liberare, ma accadrà solo quando tutti saranno disposti a un lungo istante di silenzio. Allora, meravigliosamente, dalla prima parola di un dio neonato prenderà forma un mondo senza infamia.
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Etichette: aforismi, FaceBook, Valter Binaghi
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13 aprile 2013

di Valter Binaghi
La prima parte. La seconda parte.
5) L’approccio romantico – La natura “indiffinita” della mente umana
a) La tradizione impossibile
Consultando un dizionario etimologico si scopre che il termine “simbolo” anticamente stava a significare una delle due parti di un oggetto che, una volta ricomposto, permetteva il riconoscimento tra due sodali. In effetti, abbiamo visto che qualcosa viene esperito come “simbolico” quando allude o rimanda a più di quel che in esso appare. Tuttavia, perchè il rapporto simbolico sia culturalmente possibile, bisogna che questo “rimando” sia colto non solo da una coscienza singola, ma da una comunità che lo condivide. E’ in questo senso che il simbolo può diventare la cifra di un sottinteso comune, mentre il mito e il rito possono avere valore denotativo e performativo per un intero gruppo sociale, il che implica una tradizione, condizione necessaria anche se non sufficiente per favorire la rinnovata capacità di riattualizzare l’evento simbolico da parte di ogni giovane generazione. Ma la tradizione può estenuarsi, per il congelamento del suo linguaggio o l’indegnità dei suoi interpreti e di conseguenza estinguersi per mancanza di linfa vitale, oppure essere brutalmente interrotta da un drammatico episodio di acculturazione.
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Etichette: Conoscenza simbolica, il mago del nord, J.G. Hamann, Romanticismo, simbolismo, Valter Binaghi, Walter Benjamin, Walter Otto
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30 marzo 2013
di Valter Binaghi
La prima parte è qui.
4) L’approccio antropologico – L’animale simbolico
a) L’eredità dell’Umanesimo

Nath Crate, Vitruvian Woman
Ricordate Forrest Gump? Cosa gli ripeteva sempre la mamma?
“Stupido è chi lo stupido fa”.
Ovvero: non lasciarti congelare in una formula che pretende di rinchiuderti in una definizione determinata, nata forse da qualche errore del passato o più spesso dalla superficialità del senso comune, che ha bisogno di ruoli e maschere per rapportarsi velocemente con i personaggi della commedia umana. Tu non sei quel che sei stato, tu non sei ciò che appari: il mistero della persona si manifesta nella sua libertà, saranno le tue azioni a definirti, e finchè c’è vita e libertà c’è possibilità di riscatto e di evoluzione o, se preferisci, Dio non ha ancora smesso di crearti.
Per evitare di erigere fin dall’inizio fra me e il mio lettore la barriera di una cultura che a volte divide più che favorire la comprensione, vorrei dire senza tema di smentite che in quel semplice motto materno c’è tutta una rivoluzione antropologica, e se i filosofi elaborano un linguaggio raffinato per darne maggior conto, ciò non significa che possano aggiungervi ulteriore saggezza.
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22 marzo 2013

René Magritte, Gli amanti.
di Valter Binaghi
La seconda parte è qui.
1) L’approccio epistemologico – L’eccezionalità della metafora
Nei confronti di ciò che pertiene a simboli, metafore e analogie (che provvisoriamente considereremo non come sinonimi ma, diciamo, come membri di una stessa famiglia) esiste, ed è molto diffuso, un approccio che si potrebbe definire “retorico”, secondo cui non si tratta di forme di conoscenza, ma solamente di espedienti che servono ad illustrare ciò che potrebbe essere detto in termini più rigorosi: un discorso “ornato” insomma, a scopo per lo più pedagogico o persuasivo, dove si tratta più di abbellire che di rivelare. Se mi permettete, trascurerò del tutto questo approccio, perchè la premessa da cui muove il presente testo è di tutt’altro tipo: simboli, metafore e analogie hanno un valore di conoscenza, laddove i concetti risultano indisponibili o inadeguati.
Potremmo definire questo secondo approccio “epistemologico” in quanto pone il simbolo al servizio del sapere, anche se ne fa una funzione di supporto rispetto a quella che del sapere resta la forma primaria e preferibile, cioè la conoscenza concettuale. Questo approccio, che da un certo momento in poi diventa egemonico nella cultura occidentale, è riassunto molto bene da Tommaso d’Aquino (XIV secolo): “…la conoscenza poetica si occupa di ciò che non può essere colto dalla ragione per difetto di verità, pertanto accade che la ragione venga guidata da alcune similitudini; la teologia, d’altra parte, si occupa di ciò che è superiore alla ragione. Pertanto, giacché nessuna delle due è proporzionata alla ragione, hanno in comune la modalità simbolica”(1)
Sembra che per Tommaso il simbolo abbia sì diritto di cittadinanza nell’ambito del conoscere, ma solo nei territori di confine: l’ineffabile dei sentimenti, troppo viscerali per giungere al pensiero, o la trascendenza di Dio, che eccede la misura del concetto umano. Per tutto il resto, vale a dire la conoscenza della natura e le costruzioni culturali, la rappresentazione concettuale basta a sè stessa.
(continua…)
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