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La formazione della fumettista, 2 / Elisabetta Melaranci

4 novembre 2014

di Elisabetta Melaranci

[Questa è la seconda puntata della rubrica dedicata alla formazione di fumettiste e fumettisti, che uscirà in vibrisse il martedì. La rubrica è a cura di Matteo Bussola. Ringraziamo Elisabetta per la disponibilità].

elisabetta_melaranciHo sempre avuto le idee chiare riguardo al mio futuro.
Da piccolissima guardai mio padre e gli dissi:
“Papà, da grande voglio fare la giornalaia”.
“Si dice giornalista”, mi corresse lui spinto da un’ondata di ottimismo.
“Nono”, replicai io, “proprio la giornalaia. I signori che vendono i giornali fanno un sacco di soldi!”.
Primo campanello d’allarme.
Avevo uno spiccato quanto fallimentare senso degli affari, tratto inconfondibile di ogni fumettista.
Solo qualche anno più tardi espressi la mia seconda vocazione:
“Ho cambiato idea, mi piacerebbe fare l’allevatrice di orche assassine”.
Ero una bambina poliedrica.
Mio padre, stimato pediatra, rovesciò gli occhi al cielo, emise un rumoroso rantolo di disapprovazione mista a rassegnazione, e ingoiò una pillola per la pressione, reazione che in effetti aveva a circa l’80% delle cose che dicevo.
Non volli fare l’artistico e optai per il classico.
Furono anni bui.
Ero brava eh, per carità, soprattutto a capire da chi potevo copiare greco, chi poteva passarmi latino e chi m’avrebbe salvato le penne a matematica.
Dopo la maturità mi ritrovai di fronte a un bivio.
In realtà davanti a me vedevo una strada dritta e asfaltata sovrastata da un grosso cartello verde come quello delle autostrade con su scritto “DISEGNO”, ma mio padre, che non lo riteneva un lavoro, montò su una ruspa e asfaltò alla bell’e meglio una seconda uscita su cui troneggiava la scritta “se ti va male almeno non vai pe’ stracci”.
Avrei potuto frequentare la scuola di fumetto a patto che, contemporaneamente, avessi fatto anche l’università.
C’era solo una facoltà che mi interessava, ed era medicina.

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La campagna per la parificazione dell’iva tra libri (di carta) ed ebook è fondata su affermazioni false

4 novembre 2014

di giuliomozzi

In questa pagina del sito ufficiale della campagna leggo:

Cos’è un ebook? È un libro elettronico, ovvero un contenuto fruibile in formato digitale (Pdf, ePub, mobi) attraverso ereader, tablet o smartphone.

E questo non è vero, o almeno è illusorio: chi compera un ebook compera una licenza d’uso di un contenuto, non un contenuto. Tant’è che se cerca di far usare quel contenuto a qualcun altro, son dolori.

Nella stessa pagina leggo:

Un libro è un libro, indipendente dal supporto.

E anche questo è falso, per la medesima ragione: un libro (di carta) è un oggetto, che io posso possedere e regalare e prestare e rivendere eccetera; un ebook è una licenza d’uso a me destinata (e solo a me: me lo scrivono anche sul colophon, che quella licenza è per Giulio Mozzi e non per altri).

Ancora, quando nella medesima pagina leggo che

L’avvento dell’editoria elettronica prima e di tecnologie per la lettura in mobilità (ereader e tablet) poi, hanno semplicemente cambiato un’altra volta il modo, i tempi e il supporto sui quali la lettura si svolge,

mi viene il sospetto – anzi, no, la convinzione – che chi ha organizzato il tutto voglia più che altro far dimenticare al popolo dei clienti che non è vero che le ultime novità “hanno semplicemente cambiato un’altra volta il modo, i tempi e il supporto sui quali la lettura si svolge”: hanno anche cambiato (e non di poco) la natura dell’oggetto. Tant’è che mentre I promessi sposi stampati in carta io li possiedo, e posso pure prestarli, e anche fotocopiarne delle pagine perché mi servono in un corso, eccetera, I promessi sposi in edizione digitale io non li possiedo, e non posso prestarli (talvolta posso, con forti limitazioni), e non posso fotocopiarli o stamparne delle pagine senza infrangere una qualche legge eccetera.

Di chi fa l’interesse questa campagna? Degli editori. I lettori quindi – che, essendo clienti degli editori hanno il dovere di considerare gli editori come dei nemici: gente che cerca di massimizzare il profitto a spese loro – farebbero meglio ad astenersi. Secondo me.

La formazione della scrittrice, 36 / Antonella Lattanzi

3 novembre 2014

di Antonella Lattanzi

[Questo è il trentacinquesimo articolo della serie La formazione della scrittrice, alla quale si è da tempo affiancata la serie La formazione dello scrittore. Ringrazio Antonella per la disponibilità. gm].

antonella_lattanziErano gli anni ’80 e i primissimi ’90, avevo dagli zero ai dieci, dodici anni, andavamo in vacanza dal primo all’ultimo di luglio, sempre. I miei erano professori e, prima che mio padre passasse al superiore e cominciasse con gli esami di maturità, l’ultimo di giugno per loro il lavoro a scuola finiva, e ricominciava il primo di settembre. Nella mia città in quegli anni a luglio c’era ancora della gente, mi pesava andar via proprio quando con i miei amici eravamo in pieno gioco post-scolastico, proprio quando con Debora e Giuditta pattinavamo su e giù per il cortile e io cantavo Perché lo fai ma pure Cogli la prima mela, Io se fossi dio e La domenica delle palme, perché avevo rubato la cassetta di mia sorella maggiore e quando pattinavo mi mettevo le cuffie del walkman nelle orecchie. Mio padre e mia madre ci prendevano di peso – mia sorella chiusa in camera in stile adolescente – ed eravamo Fantozzi (ma mia madre non ci permetteva di guardare alcun Fantozzi, non ne sapevamo niente) o un qualsiasi film italiano di quei tempi. Auto non proprio utilitaria perché a mio padre piace correre, portabagagli e interni traboccanti, portapacchi con valigie e bici a separare il vento, ce ne andavamo per l’Autosole sempre piuttosto in ansia – è sempre così che si è vissuto a casa mia, pure in vacanza. Mia madre non ci hai mai permesso di vedere la tv per più di due ore al giorno, o di giocare a nessuno degli avi del computer che imperversavano in quegli anni. In vacanza leggevamo.

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We are trav’ling in the footsteps of those who’ve gone before

2 novembre 2014

Parodia

1 novembre 2014

di giuliomozzi

L’era del divertimento

Non un plico ma un pacco
oggi portò il postino:
non un libro, ma un domino,
e la dama e gli scacchi.

Non il libro nel quale
le storie – le verità – imparare:
ma giochi, per il trastullo
di chi viene da (e va verso) il nulla.

Così stasera il fuoco, spegnendosi
e interrompendo il gioco, spegnerà
ogni (se pur c’era) intento
al contatto con una (ma quale?) realtà.

La formazione dell’insegnante di lettere / Mercoledì 5 novembre si comincia

31 ottobre 2014

Mercoledì 5 novembre comincerà qui in vibrisse (e proseguirà per tanti – spero – mercoledì) la rubrica dedicata alla formazione dell’insegnante di lettere. Prima ospite sarà Deborah Donato, ben nota ai lettori di vibrisse per i suoi utili interventi nelle discussioni (di didattica, e non solo). Le signore insegnanti e i signori insegnanti che volessero partecipare possono spedire il loro articolo al sottoscritto, mettendo nell’oggetto le parole “La formazione dell’insegnante di lettere”. Grazie. gm

La formazione dello scrittore, 22 / Franco Foschi

30 ottobre 2014

di Franco Foschi

[Questo è il ventiduesimo articolo della serie La formazione dello scrittore, parallela alla serie La formazione della scrittrice (che per qualche settimana sarà sospesa, mentre le “formazioni” degli scrittori usciranno sia il giovedì sia il lunedì). Ringrazio Franco per la disponibilità. gm]

franco_foschiSono stato un adolescente assai basic. Per me esistevano solo la pallacanestro, la pallacanestro e la pallacanestro. Dopo i 17 anni, la pallacanestro, la pallacanestro e la femmina. Poi, ovviamente, succede qualcosa affinché tu possa entrare nel mondo dei libri. Nel mio caso è stato un innamoramento. Per il compagno di liceo più cool, di un’affascinante bruttezza ma che mieteva vittime a tutto spiano nel mondo femminile, dotato di ironia debordante che utilizzava con acume più o meno sempre, di intelligenza sottile e brillante (era lui che prendeva sempre 10 nei temi di italiano, che di regola venivano letti a voce alta in classe e ci lasciavano tutti a bocca aperta), insomma, un culto laico nel quale era sin troppo facile cadere.
Chissà cosa vide lui, in me. Io che mi ritenevo molto normale, anzi di intelligenza modesta, di timidezza irrimediabile, di curiosità scadente. Sta di fatto che un giorno mi prese da parte, ‘basta con tutte quelle scemenze’ mi disse col suo sorrisetto faceto, riferendosi al mio adorato basket. Mi mise in mano Stevenson, Vonnegut, Nabokov, Gombrowicz, Frisch, Kraus, Cortàzar. Mi costrinse a leggere e leggere e, sorpresa, mi piaceva. Eppure il tutto finiva con un: “Embé? E io che ci faccio con ‘sta roba?”.
Poi l’altro evento che fu per me un vero shock. Al tema di maturità presi 10 anch’io, anzi solo io! Ma com’è possibile, pensavo, c’è stato un errore… Lui arrivò e mi disse bene, ora è il momento: dobbiamo scrivere un romanzo. In sostanza ero una specie di negro: lui mi dava un compitino da svolgere, poi leggeva, mi indicava le correzioni da fare, e via così. Nacque dunque Oh, americans!, il romanzo più divertente e più vuoto tra tutti i romanzi mai (fortunatamente) pubblicati. Lui sparava alto, ce ne andammo più volte a Milano, nelle case editrici, dove lui parlava parlava e io tacevo tacevo. Una famosa editor ci accolse cortese, disse che aveva pianto dal ridere al fuoco serrato di battute, ma che il romanzo non stava in piedi. E che se comunque avessimo prodotto altra roba, formalmente un po’ più corretta, lei era ben felice di leggerla e discuterne con noi. Niente male per due ventenni, di cui uno sfrenatamente ambizioso e narciso e uno timido e riservato!

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La formazione della fumettista, 1 / Cristina Mormile

28 ottobre 2014

di Cristina Mormile

[Questa è la prima puntata della rubrica dedicata alla formazione di fumettiste e fumettisti, che uscirà in vibrisse il martedì. La rubrica è a cura di Matteo Bussola. Ringraziamo Cristina per la disponibilità].

cristina_mormile“Sua figlia, oggi, ha disegnato una patata! Guardi!”, la maestra d’asilo costrinse mia madre in un angolo.
Lei prese il foglio tesole con timidezza, tra il perplesso e il divertito.
Mi ricordo ancora la scena. Guardavo tutto dal basso.
Mia madre era bellissima, come sempre.
La maestra meno, ma questa è tutta un’altra storia.
“Sì, beh… è una patata!”, ribatté mia madre, i cui interessi primari non erano certo pedagogia o sviluppo del disegno di una bimba dai 3 ai 6 anni.
“Sì, ma guardi. Il contorno netto, i dettagli. Sua figlia osserva, E sa metterlo sul foglio. Mi creda. E’ vent’anni che lavoro negli asili. Sua figlia ha talento!”, la maestra era convinta, e io ero trasportata dal suo entusiasmo, zampettavo tra le gambe dell’una e dell’altra, tirando sulla gonna di mia madre.
Già m’immaginavo disegnare altra verdura, frutta, e chissà quali nuove meraviglie.
Mia madre arrossì e mi guardò: “Ma non abbiamo nessuno, in famiglia, che disegni bene… non è possibile che se ne esca dal nulla con un talento, no?”.

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La formazione dello scrittore, 21 / Sandro Campani

27 ottobre 2014

di Sandro Campani

[Questo è il ventunesimo articolo della serie La formazione dello scrittore, parallela alla serie La formazione della scrittrice (che per qualche settimana sarà sospesa, mentre le “formazioni” degli scrittori usciranno sia il giovedì sia il lunedì). Ringrazio Sandro per la disponibilità. gm]

sandro_campaniSono cresciuto in un paesino sull’appennino emiliano, in Val Dragone: l’ultima valle del modenese a Ovest, poi c’è il Dolo e diventa provincia di Reggio. Mia madre era di lì, mio padre del reggiano. D’estate il paese raddoppiava la sua popolazione, con i villeggianti (che su chiamavamo i berligianti, cioè i calpestanti), ma d’inverno eri sempre da solo: nella mia classe delle elementari, la più numerosa, eravamo in sei (in quinta per esempio erano in due, e facevano lezione insieme a noi). Le strade per scendere a Sassuolo, a Modena o a Reggio, allora erano scomode e lunghissime, e andare giù era un avvenimento raro. Per cui, crescevi isolato, sempre nei boschi e nei campi, spostandoti in bici per chilometri in salita, e gli amici che avevi erano dati, non c’era tanto da scegliere. Io avevo Davide, con cui facevo tutto: giocare a pallone, andare in bicicletta e andare a funghi. Quando avevo cinque anni è nato il mio primo fratello, e siamo venuti su insieme.
A differenza di come poi sarebbe diventato lui, e poi anche l’altro mio fratello, il terzogenito, io ero un bambino un po’ imbranato nei lavori. Vangavo se c’era da vangare, ammucchiavo il fieno o aiutavo a potare, seguivo mio padre a far legna, mescolavo il cemento e gli passavo i sassi se c’era da murare, gli passavo il metro e le viti se faceva qualche mobile, ma sempre con una mancanza di convinzione, di realtà, di aderenza alle cose, direi, che mi faceva sentire sbagliato. Ero privo di quella sicurezza nei gesti e nel contatto con gli oggetti che avrebbe dovuto far di me un uomo normale. A Natale (mio nonno era mezzadro giù a Scandiano, allora, poi sarebbe risalito a Carpineti) si parlava sempre di trattori, e io continuavo a non capirne niente, refrattario, proprio, e provavo un fastidio bruciante per la mia inadeguatezza. Guardare le bestie, tutte quante, mi piaceva tantissimo, ma anche lì da esteta, non con gli occhi di uno che avrebbe saputo come trattarle.
Hai il desiderio di muoverti dentro il mondo vero in cui si vive e si maneggiano gli oggetti con costrutto, e invece ti sembra di poterlo soltanto guardare, e parlarne, perché lo osservi irrimediabilmente dal di fuori: questa dissociazione è una cosa da cui temo non scapperò mai finché campo.

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Imitazione

25 ottobre 2014

di giuliomozzi

Amare la morte no, ma amare il morire
è dolce e degno per l’uomo. Se incute spavento
la morte, il velame oscuro che preme
sugli occhi e le membra, solo tenerezza
procuri il morire, l’abbandono all’amore
degli altri, ormai necessario. Sia vergogna
a chi non ama il morente, a chi non vede
sé stesso nell’amico a cui di giorno in giorno
diminuiscono le forze e la voce e la vista
e la coscienza di sé. Quello è il tuo corpo,
quella è la tua vita, guarda, e quello il tuo finire
se non saranno un incidente o un colpo ricevuto
nella battaglia a fare di te in pochi istanti
in un solo istante una cosa.

La formazione delle fumettiste e dei fumettisti / Da martedì 28 ottobre 2014 in “vibrisse”

24 ottobre 2014
Uno dei più antichi fumetti conosciuti. Basilica di San Clemente, Roma (1100 circa)

Uno dei più antichi fumetti conosciuti. Basilica di San Clemente, Roma (1100 circa)

La rubrica sarà a cura di Matteo Bussola. Per l’immagine qui sopra, leggere qui.

La formazione dello scrittore, 20 / Gherardo Bortolotti

23 ottobre 2014

di Gherardo Bortolotti

[Questo è il ventesimo articolo della serie La formazione dello scrittore, parallela alla serie La formazione della scrittrice (che per qualche settimana sarà sospesa, mentre le “formazioni” degli scrittori usciranno sia il giovedì sia il lunedì). Ringrazio Gherardo per la disponibilità. gm]

bortolottiParlare della mia formazione, come scrittore, vuol dire essere certo di un presupposto mai ovvio, cioè quello di essere davvero uno scrittore.
Non voglio giocare su un facile paradosso. Ho pubblicato testi in circuiti “ufficiali”; qualcuno li ha letti (in limitati ma effettivi casi, ha acquistato il supporto che li conteneva); certe persone con il ruolo più o meno consolidato di scrittore, e di critico, hanno scritto cose su ciò che scrivo e sulla mia scrittura; sono stato nominato e invitato in contesti “da scrittore” in qualità di scrittore (non ultima questa rubrica). Carte alla mano, per così dire, posso affermare di essere uno scrittore. Molto marginale, un autore da circuiti ristretti, quasi da appello nominale, ma tale e quale. Conforme.

Tuttavia, rimane il fatto che sono un cittadino medio di quarant’anni, un padre di famiglia, un impiegato, che dirigo una cooperativa di sessanta dipendenti, che mi occupo di biblioteche di pubblica lettura e che, nel corso della settimana tipica, dedico alla scrittura (leggendo altri scrittori, seguendo le eventuali notizie dal “mondo della scrittura”, partecipando a progetti legati alla scrittura, scrivendo) una frazione residuale del mio tempo e della mia attenzione. Per dirla tutta, nel corso delle settimane tipiche non dedico alcuna risorsa alla scrittura: sono eccezionali, in senso proprio, quelle in cui lo faccio.

Ma il tema, come dice il titolo, non è la contraddizione fin troppo metafisica tra scrittura e vita, né l’evoluzione in corso nell’industria culturale, che smonta i modi e i tempi dell’apprendistato e dell’affermazione di uno scrittore – e che costringe figure come la mia a porsi il problema, comunque, se si è o no “scrittori”. Il tema è la formazione dello scrittore. In altri termini, com’è che dalla condizione polimorfa del non-scrittore ho avuto accesso a quella, certamente più orientata, dello scrittore.

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Edgar Lee Masters meets Alessandro Manzoni: se ne parla ancora

20 ottobre 2014

Maria Teresa Carbone, in un articolo apparso ieri nel settimanale Pagina 99, parla (tra altre cose) del gioco Edgar Lee Masters meets Alessandro Manzoni. Il settimanale è in edicola, l’articolo – per i più tirchi – è qui.

La formazione dello scrittore, 19 / Romolo Bugaro

20 ottobre 2014

di Romolo Bugaro

[Questo è il diciannovesimo articolo della serie La formazione dello scrittore, parallela alla serie La formazione della scrittrice (che per qualche settimana sarà sospesa, mentre le “formazioni” degli scrittori usciranno sia il giovedì sia il lunedì). Ringrazio Romolo per la disponibilità. gm]

Sono stato fortunato, fortunatissimo. Sono nato in una famiglia senza particolari problemi economici e capace di offrire molte cose.
Mio padre, medico, era un uomo con mille interessi. Amava la musica, la storia, la letteratura. Avevamo la casa piena di libri. Edizioni e collane bellissime: la Medusa della Mondadori, gli Scrittori Stranieri della Utet.
Ricordo il suo primo consiglio. “Vedi se ti piace questo.” Era Vicolo Cannery di John Steinbeck. Ho cominciato a leggere, non mi piaceva granché. Forse rivendicavo una specie di autonomia di giudizio. Ben presto l’ho abbandonato.
Però sono rimasto sugli americani. Winseburg, Ohio di Sherwood Anderson è la prima lettura significativa di cui abbia memoria. A distanza di trenta o quarant’anni non ricordo praticamente nulla delle storie, dei personaggi. Ricordo invece gli ambienti, il paesaggio. Campagne invernali con pochi alberi, pochi suoni. Colline dove la distanza era pura luce.
Dopo Anderson, come alcune migliaia di lettori desiderosi di scrivere in proprio, sono passato a Hemingway. A partire da Il sole sorge ancora in un’edizione oggi introvabile (ovviamente di mio padre): Jandi Sapi di Roma. Anno di pubblicazione: 1944. Traduzione: Rosetta Dandolo. Prezzo di vendita – testualmente, dal dorso del libro: “in Roma L. 150 (esente da aumento) fuori Roma: L. 160 (esente da aumento)”.
La guerra stava ancora infuriando nel Nord Italia, fascisti e nazisti avevano appena fondato la Repubblica Sociale, e nella capitale già si stampavano gli autori proibiti dal regime.

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La formazione dell’insegnante di lettere

18 ottobre 2014

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Corpi che leggono

18 ottobre 2014

di Valentina Simeoni

[Questo articolo è apparso il 15 ottobre scorso in LeNiùs].

Avevamo concluso la prima parte di questa sociologia del libro con una riflessione sulla fisicità dei libri, sia cartacei che elettronici, e la scoperta di quanto essi possano stimolare i nostri sensi. Con l’odore della carta ancora nelle narici, passiamo ora a trattare l’altra faccia di una possibile sociologia del libro, presentando una breve storia delle pratiche di lettura legate al corpo. I libri infatti, in quanto oggetti, richiedono sempre il coinvolgimento corporeo – potremmo dire “muscolare” – del lettore.

Secondo Guglielmo Cavallo e Roger Chartier, che hanno curato un’interessantissima Storia della lettura nel mondo occidentale, la lettura “non è soltanto un’operazione intellettuale astratta: essa è messa in gioco del corpo, iscrizione in uno spazio, rapporto con se stessi e con gli altri”. I lettori di libri cioè, “non si confrontano mai con testi astratti, ideali, distaccati da ogni materialità” ma, al contrario, “maneggiano oggetti, ascoltano parole”.

Che stiano in piedi, sedute o camminino, che sfoglino le pagine di un libro o quelle di un file elettronico, che muovano gli occhi o bisbiglino, infatti, le persone che leggono fanno cose con il proprio corpo. Prima, e oltre, che cervelli intenti a codificare segni, allora, noi siamo corpi che leggono.

Continua a leggere questo articolo in LeNiùs.

La lettura come esperienza sensoriale

17 ottobre 2014

di Valentina Simeoni

[Questo articolo è apparso il 18 settembres corso in LeNiùs].

Che cos’è un libro? Questa domanda oggi potrebbe sollevare accese discussioni tra gli aficionados dei libri di carta e chi invece ha già optato, almeno in parte, per i libri elettronici. Noi però vogliamo parlarne partendo da un leggero spostamento di prospettiva: pensandolo innanzitutto come oggetto, proponiamo una sociologia del libro in quattro puntate. Partiamo dalla lettura come esperienza sensoriale.

Un libro è un oggetto sociale, in quanto presuppone e produce relazioni, ma anche – e prima di tutto – un oggetto materiale. È infatti materico, dotato di proprie dimensioni, di un peso, di una concretezza imprescindibili. Soprattutto quando parliamo di narrativa, inoltre, il libro non coincide con la storia che contiene ma ne è, piuttosto, il supporto: in senso funzionale, quindi, non c’è poi molta differenza fra le tavolette d’argilla, i rotoli di papiro, i volumi di carta e i reader digitali.

Dal punto di vista sensoriale, invece, la differenza c’è eccome: è proprio con questo supporto, infatti, che entriamo inizialmente in contatto quando vogliamo leggere una storia e sono proprio le sue proprietà sensibili che, in molti casi, ci fanno preferire un libro ad un altro. Ecco perché proprio e solo dalla sua materialità può partire una ricostruzione della sociologia del libro.

Continua a leggere l’articolo in LeNiùs.

La formazione dello scrittore, 18 / Fabio Capello

16 ottobre 2014

di Fabio Capello

[Questo è il diciottesimo articolo della serie La formazione dello scrittore, parallela alla serie La formazione della scrittrice (che per qualche settimana sarà sospesa, mentre le “formazioni” degli scrittori uscitanno sia il giovedì sia il lunedì). Ringrazio Fabio per la disponibilità. gm]

Ti auguro di vivere in tempi interessanti.
[Antico proverbio cinese]

fabio_capelloTutto doveva essere iniziato molto prima. Ancorato tra una Stratocaster nera e il Cloanto C1 Text, c’era un confine preciso che si perdeva in una notte d’estate. Alterata, come il jet lag che mi riportava in Italia.
L’America era un sogno cercato, trovato, e poi lasciato brutalmente alle spalle.
Un foglio di carta bianco, su quello stesso quaderno su cui avevo affondato i miei sogni di adolescente, era un mondo che si apriva, che ti dava per la prima volta la possibilità di scegliere tu la storia da raccontare. L’Alfa e l’Omega. Il qui e adesso, ma anche il futuro e il passato di qualunque mondo lontano.
E, allora non lo sapevo, di mondi ne avrei visti tanti.
Se mi avessero detto quella notte, che un giorno avrei scritto di medicina e fisica, e che i mei libri avrebbero varcato i confini nazionali, avrei risposto che era naturale. Perchè?
Cosa hanno mai in comune la scrittura scientifica e la narrativa?
Micheal Crichton, certo, e Frank Schätzing.
Ma non basta.

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Che cosa significa “identificarsi”?

15 ottobre 2014
Questo lettore si identifica nel protagonista del libro

Questo lettore si identifica nel protagonista del libro

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La formazione dello scrittore, 17 / Giuseppe Caliceti

13 ottobre 2014

di Giuseppe Caliceti

[Questo è il diciassettesimo articolo della serie La formazione dello scrittore, parallela alla serie La formazione della scrittrice (che per qualche settimana sarà sospesa, mentre le “formazioni” degli scrittori uscitanno sia il giovedì sia il lunedì). Ringrazio Giuseppe per la disponibilità. gm]

giuseppe_calicetiLo vedo ancora, mio padre! Prima di andare a letto! Io e mio fratello eravamo bambini! Mio padre e mia madre! A turno! Ci leggevano interi romanzi d’appendice! Roba da farti rimanere stecchito! Storie di rapimenti di bambini! Favole con e senza lieto fine! Alcune pagine a sera! In un sussurro! Altre volte un intero capitolo! Altre ancora una sola pagina! Mezza pagina! A seconda del tempo a disposizione! Della stanchezza! Della giornata appena trascorsa! Io e mio fratello ci addormentavamo con quelle parole in testa! Ci addormentavamo dentro a quelle storie! Un’emozione fortissima! Da uno stato alterato di coscienza all’altro! In estate si prendeva in affitto un appartamento! Sull’Appennino! Il paese si chiamava Villa Minozzo! Esiste ancora! Mia madre era impiegata alle poste! All’ufficio centrale! Quello che un tempo era lì in piazza Gioberti! L’unica piazza con l’obelisco di Reggio Emilia! Uno stuzzicadente, più che un obelisco! L’unico della città, comunque! Si faceva trasferire per tutta l’estate all’ufficio postale di Villa Minozzo! Mio padre non ne aveva bisogno! Era maestro elementare! Aveva i tre mesi di vacanza estivi! Poteva starsene un po’ in pace! Giocare coi suoi figli! Andare in bicicletta su per le salite! E’ sempre stato un ottimo scalatore! Ha vinto per ben due volte la Gran Fondo dell’Appennino reggiano! Duecento chilometri di pura salita! A casa di mia madre ci sono ancora le coppe! I medaglieri di tutte le sue imprese! A ogni modo, una notte di luglio sorpresi mio padre! Sveglio! In piena notte! Seduto al tavolo della cucina! Con una stilografica in mano! Mi ero svegliato per andare a pisciare! Non avevo più di sette o otto anni! Mi avvicinai al tavolo! Un po’ preoccupato! Gli chiesi cosa faceva! Mi rispose! Stava scrivendo una favola per me e mio fratello! Oggi non ricordo più che fine abbia fatto quella favola! Se l’abbia poi completata e ce l’abbia mai letta! Ricordo solo il mio stupore! Stava scrivendo una favola! Sul retro della copertina di un libro! Un volume dei mitici Quindici! La mia serie preferita di libri di allora! Aveva una grafia ampia e ondulata, mio padre! Abbastanza illeggibile! Come la mia, d’altronde! Vederlo scrivere in corsivo sul retro della copertina di un libro stampato mi sembrò una specie di profanazione! Sì, una rivelazione e una profanazione contemporaneamente!

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