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La formazione dell’insegnante di lettere, 4 / Marisa Salabelle

26 novembre 2014

di Marisa Salabelle

[Questo è il quarto articolo della rubrica La formazione dell’insegnante di Lettere, che si pubblica in vibrisse il mercoledì. Gli insegnanti che volessero partecipare possono scrivere al mio indirizzo, scrivendo nella riga dell’oggetto: “La formazione dell’insegnante di lettere”. Ringrazio Marisa per la disponibilità. gm]

marisa_salabelleAvevo dodici anni quando uscì Lettera a una professoressa. La prima volta che ne sentii parlare fu dalla mia insegnante di italiano, in seconda media. La piccola signora coi riccioli era indignata: quel libro era offensivo nei confronti della classe insegnante. «È un libro che trasuda odio» commentò mio padre. Ero molto giovane e del tutto ignara del modo in cui andava il mondo e presi per buoni i loro giudizi. Solo alcuni anni dopo, grazie alla mia capo-scout, potei avvicinare quel volumetto dalla copertina bianca. Per me, cresciuta in mezzo ai libri, in una famiglia certo non ricca ma di buon livello culturale, per me da sempre prima della classe, che correggevo con la penna rossa le lettere di mia nonna e delle mie zie, che non riuscivo a capire come mai certi miei compagni di classe fossero irrimediabilmente asini, fu una rivelazione. Uno shock. Avevo sempre creduto che andare a scuola, leggere e scrivere senza errori, imparare poesie e nomi di catene montuose, risolvere espressioni algebriche fosse per tutti facile come lo era per me, e che quei miei compagni che prendevano sempre brutti voti fossero semplicemente dei ragazzi svogliati e fannulloni.
Lettera a una professoressa mi svelò la realtà che avevo sempre avuto sotto gli occhi ma che non ero stata in grado di decifrare, in quelle ragazze dall’aspetto adulto che mi dicevano bonariamente «Tu sei piccola» quando cercavo di inserirmi nei loro discorsi; in quei ragazzi vestiti da uomini, goffi nei modi, che non sapevano mai la lezione, che si esprimevano in un linguaggio rozzo e stentato, ben diverso dall’italiano perfetto che si parlava in casa mia. Erano stati nella mia stessa classe, alle elementari, alle medie: in seconda elementare (non ho frequentato la prima) c’erano, in classe con me, delle bambine di dieci, undici anni contro i miei sei. Alle medie c’erano, in classe mia, ragazzi che venivano dai paesini più sperduti della montagna pistoiese, si alzavano alle sei del mattino, avevano le mani rosse dal freddo, portavano abiti che sprigionavano un forte odore di fumo. Erano gli anni Sessanta e il mondo intero veniva in classe con me, ma io non avevo occhi per riconoscerlo. Ci volle Lettera a una professoressa.

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La formazione del fumettista, 5 / Giacomo Bevilacqua

25 novembre 2014
Giacomo Bevilacqua e Panda (foto di Manuela Kalì)

Giacomo Bevilacqua e Panda (foto di Manuela Kalì)

di Giacomo Bevilacqua

[Questa è la quinta puntata della rubrica dedicata alla formazione di fumettiste e fumettisti, che esce in vibrisse il martedì. La rubrica è a cura di Matteo Bussola. Ringraziamo Giacomo per la disponibilità].

Mio padre è sempre stato un assiduo lettore di fumetti.
Lui era, ed è, il classico tipo che ama, ogni tanto, starsene per i fatti suoi, tranquillo e rilassato, a leggere.
Solo ora mi rendo conto di quanto davvero mi dispiaccia che gli sia capitato un figlio come me.
– Che fai? che fai? che fai? che è? che è? che leggi? che leggi? che leggi?-
Capitan America -
– Chi è? chi è? che fa? che fa?
– E’ un supereroe, fa cose da supereroe-
Ecco, la mia passione per i fumetti è nata in un momento simile a questo.
Il segreto non va ricercato nella questione in sé del supereroe, sia chiaro.
Ma nella piega che avrebbe preso questo dialogo (o uno simile) nelle battute successive, e che ora vi andrò ad illustrare, se avrete la pazienza di seguirmi.
Da bravo bambino rompicoglioni psico-egocentrico quale ero, mi sarei aspettato, da mio padre, di lì a poco, una frase tipo: “Vuoi leggere con me?”
Questa domanda mi avrebbe dato l’opportunità di provare la mia nuova mossa: saltare a piedi uniti per rompere i coglioni a quelli del piano di sotto, urlare NO! a voce alta per rompere i coglioni ai vicini, fare un pernacchione dando una botta al fumetto, per rompere i coglioni a mio padre, per concludere poi in bellezza scappando in camera mia a giocare coi Masters of the Universe finché non mi sanguinavano le mani (per rompere i coglioni a mia madre che avrebbe dovuto pulire tutto il sangue), piano perfetto.
Ecco.
Probabilmente la mia passione per i fumetti iniziò così.
In attesa di un piano diabolico e perfetto, che non si sarebbe mai realizzato.
Perché quella domanda, da parte di mio padre, non arrivò mai.
E io, preso dal panico, dovetti ripegare verso un piano B non congegnato, non previsto, e che, soprattutto, mi avrebbe trascinato in uno spaventoso buco nero da cui non sarei ma più uscito.
E questo piano di riserva consisteva in una domanda, fatta a lui, a mia volta, ovvero:
– Posso leggere con te? -

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La formazione dello scrittore, 27 / Vanni Santoni

24 novembre 2014

di Vanni Santoni

[Questo è il ventisettesimo articolo della serie La formazione dello scrittore, parallela alla serie La formazione della scrittrice. Le due serie escono, ormai un po’ come viene viene, il lunedì e il giovedì. Ringrazio Vanni per la disponibilità. gm]

vanni_santoniLa base di tutto: in casa mia c’erano molti libri e fumetti, e io li leggevo. Ho cominciato a scrivere molto tardi ma a leggere molto presto, e anche molto seriamente. Mio nonno mi leggeva i classici; dalla biblioteca di mio padre attingevo indifferentemente libri da bambini e libri da adulti, fumetti da bambini e da adulti (c’erano del resto a disposizione collezioni integrali di Linus, Corto Maltese, Alter, L’Eternauta…). I miei libri preferiti da bambino erano quelli di Calvino, Borges, Andrea Pazienza e Umberto Eco; tra quelli effettivamente destinati all’infanzia apprezzavo molto il romanzo La pietra del vecchio pescatore e tra i fumetti la Pimpa di Altan e tutta la produzione di Carl Barks. Anche i Ronfi di Adriano Carnevali non erano male.

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“L’officina della parola”

22 novembre 2014
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La carriera degli insegnanti (e altro)

21 novembre 2014

di Claudio Giunta

[Questo articolo di Claudio Giunta è apparso il 19 novembre 2014 nella rivista Internazionale. gm].

[…] Dopodiché, resta il problema degli scatti stipendiali, e della carriera, che sono due cose diverse. Ben vengano scatti stipendiali legati al merito: solo che mi sembra assurdo (e pericolosissimo) che dell’anzianità non si tenga alcun conto, per ragioni troppo evidenti perché vadano spiegate; e solo che io non so quello che gli esperti del ministero sembrano sapere alla perfezione (mantenendo però il segreto su questo punto), e cioè come effettivamente si misura il merito di un insegnante. Leggendo il documento mi è parso che questo merito sia legato soprattutto ad attività extra-curricolari: incarichi amministrativi, «svolgimento di ore e attività aggiuntive ovvero progetti legati alle funzioni obiettivo o per competenze specifiche (BES, Valutazione, POF, Orientamento, Innovazione tecnologica)». Se è così (e mi pare proprio che sia così), andiamo molto male: perché mi pare chiaro che le attività extra-curricolari vadano pagate (lo sono già, poco); e perché il merito di un insegnante si giudica dal modo in cui insegna, non dal suo impegno nell’amministrazione o dalla fantasia e dallo zelo con cui s’inventa amene alternative alle lezioni d’italiano e matematica: altrimenti si finisce per premiare non i bravi docenti ma i traffichini, o quelli che scambiano la scuola per un dopolavoro (nel mio liceo c’era la «Professoressa Cineforum», e sapevamo bene già allora che cosa pensarne). […]

Leggi tutto l’articolo.

La formazione dello scrittore, 26 / Federico Platania

20 novembre 2014

di Federico Platania

[Questo è il ventiseiesimo articolo della serie La formazione dello scrittore, parallela alla serie La formazione della scrittrice. Le due serie escono, ormai un po’ come viene viene, il lunedì e il giovedì. Ringrazio Federico per la disponibilità. gm]

La formazione del non-lettore

Tutti i miei compagni di scuola avevano la tv a colori. Io no. La mia casa era piena di statue. Nessuno dei miei compagni di scuola poteva dire altrettanto.
Credo che la mia relazione con la cultura sia stata segnata da questa diversità che io ho sempre vissuto con orgoglio. Mio nonno, Pasquale Platania, era uno scultore (ero il nipote di uno scultore!). La mia casa era piena di libri (quanti? sicuramente più di quanti ne vedevo nelle case dei miei compagni di scuola). A otto anni ero affascinato dall’atmosfera del salotto di casa mia con tutte quelle statue, quei libri e quel vecchio televisore dove mi rassegnavo a vedere Jeeg Robot D’Acciaio in bianco e nero.
Così affascinato che l’idea di prendere uno di quei libri per leggerlo non mi ha mai sfiorato. Per anni.
Ricordo però quel pomeriggio in cui mio padre, dopo aver preso un volume da uno scaffale, mi disse: vedi questo libro? Pensa che ci sono persone, anche molto intelligenti, che non sono riuscite a finirlo.
Quel libro era l’Ulisse di Joyce. Ecco. Se oggi sono un “lettore forte” è perché quel giorno mio padre (il quale, per paradosso, faceva parte di quel gruppo di lettori che non è riuscito a finire l’Ulisse) mi ha indicato una vetta da scalare, un traguardo da raggiungere. Sono stato folgorato sulla via della letteratura non grazie alla promessa di un piacere, bensì alla prospettiva di una difficoltà.
Dieci anni dopo sono sulla scalinata esterna dell’Aula Magna dell’Università La Sapienza di Roma. Ho quella copia dell’Ulisse tra le mani. E non mi sembra vero. Mi sento come uno scalatore che dopo una serie di ferrate in montagna giunga finalmente al giorno in cui è pronto per affrontare l’Everest.

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La formazione dell’insegnante di Lettere, 3 / Maria Luisa Mozzi

19 novembre 2014

di Maria Luisa Mozzi

[Questo è il terzo articolo della rubrica La formazione dell’insegnante di Lettere, che uscirà ogni (si spera) mercoledì. Gli insegnanti che volessero partecipare possono scrivere al mio indirizzo, scrivendo nella riga dell’oggetto: “La formazione dell’insegnante di lettere”. Ringrazio Maria Luisa per la disponibilità. gm]

marialuisa_mozziNon ho scelto di studiare: sono nata in una famiglia colta nella quale la scuola era la cosa più importante. Non ho neanche scelto di iscrivermi a lettere classiche: mi ci sono trovata, costretta da problemi esistenziali che poi, nel tempo, non ho più neppure cercato di affrontare. Non ho scelto, infine, di insegnare: è uscito un concorso poche settimane dopo la mia laurea e ho avuto la fortuna di vincerlo.
Lo studio è stato per me principalmente una grande fatica, che ho voluto compiere per sentirmi simile ai miei genitori e ai miei fratelli, che mi parevano allora e mi paiono ancora adesso sinceramente e ottimisticamente dominati dalla curiosità e dal sapere.
La mia vita è stata un continuum di piccole cose: mangio/non mangio, fumo/non fumo, perchè sono nata, non mi vuole nessuno, non riesco, devo fare la spesa, la cena, le pulizie.
Ha avuto però anche dei picchi, dei periodi in cui ho letto e studiato cose che mi hanno appassionata e che mi sono sembrate importanti, ma che non sono entrate nella mia vita. Si sono imbozzolate, e forse quei bozzoli sono ancora dentro di me, ma di sicuro non hanno sfarfallato.
Dentro questa inettitudine, c’è sempre stata in me una ridicola disponibilità totale agli altri, non per grandi progetti, ma per servizi umili, di quelli che ti svuotano l’anima e ti sottraggono la vita. In modo meno tragico: mi sono sempre accollata tutti i lavori di casa, come se marito e figli non avessero le mani, molti lavori a scuola, come se i colleghi fossero intoccabili, molte ripetizioni ai figli degli amici, come se non ci fossero neolaureati in cerca di guadagnare qualche soldo dando lezioni.
Ho raccontato queste cose in modo un po’ lunghetto, come dice Giulio, perchè non apparisse inaspettato o incomprensibile il fatto che io non abbia mai curato veramente neppure la mia formazione di insegnante e sia adesso in grado di parlarne solo perché, essendo ormai alla fine della carriera, posso voltarmi indietro e ricostruirne il percorso.

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La formazione del fumettista, 4 / Alessandro Baggi

18 novembre 2014

di Alessandro Baggi

[Questa è la quarta puntata della rubrica dedicata alla formazione di fumettiste e fumettisti, che esce in vibrisse il martedì. La rubrica è a cura di Matteo Bussola. Ringraziamo Alessandro per la disponibilità].

alessandro_baggiAdesso che ho 48 anni, fumo la pipa e mi sveglio quando voglio. Dormo poco, però; ho orari irregolari.
Comunque, sì; lavoro in casa e faccio Il Disegnatore Di Fumetti.
Di mestiere, proprio. “Professionista”, si dice.
C’è di bello che puoi ascoltare la musica; un casino di musica.
Anche Ornette Coleman, se vuoi.
Poi, c’è di bello che i giorni di lavoro sono tutti uguali, e si lavora da seduti, da FERMI, eppure sembra sempre di andare AVANTI, in una corsa folle in cui non ci si ferma mai.
Sembra di vivere da capo sempre la stessa giornata, con minime variazioni (la spesa, qualche telefonata), dentro alla quale però accadono cose diverse che dipendono TUTTE da TE.
E ti spingono AVANTI.
Anche mentre si dorme, pare di andare avanti, verso la cosa che farai appena sveglio; sempre la stessa cosa, lenta, che però si muove con te.
Poi, c’è di bello che questa corsa che sembra portare AVANTI, in realtà ha lo scopo di portarti indietro, indietro fin dentro ai giorni belli dell’infanzia, dai quali, vivendo, ci si allontana sempre di più, e quindi, se questa corsa riuscisse ad arrivare là dove deve arrivare, alla fine, sarebbe BELLO; ritroveresti tutto intatto, e una specie di vita che ricomincia da capo e in cui tutto andrà bene, in cui tutto sarà OK.
E’ una corsa che può anche arenarsi, o diventare piuttosto brutta, ma va verso qualcosa di bello, e quindi io ho sempre cercato di non cambiare direzione; di non mettermi, ad esempio, a fare il barista o l’animatore perché non ne potevo più di stare a disegnare DA SOLO.

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La formazione dello scrittore, 25 / Sergio Garufi

17 novembre 2014

di Sergio Garufi

[Questo è il venticinquesimo articolo della serie La formazione dello scrittore, parallela alla serie La formazione della scrittrice. Le due serie escono, ormai un po’ come viene viene, il lunedì e il giovedì. Ringrazio Sergio per la disponibilità. gm]

sergio_garufiTutti ce l’hanno su con l’imprinting, come le oche di Lorenz. Si parte sempre da lì: la biblioteca paterna, l’aura sacrale dei libri, il bimbo piccolo che spia i genitori assorti nella lettura. A ben vedere, anche le poche esperienze di segno opposto, cioè le storie di chi è diventato scrittore in case prive di libri, sembrano comunque ricondurre tutto a una volontà di riscatto familiare, quasi che fosse impossibile non rapportarsi in qualche modo ai propri genitori. Per quanto mi riguarda, io ho cominciato a scrivere per scommessa. Con l’impegno, la determinazione e soprattutto la spericolatezza cui normalmente si fa ricorso quando s’intende vincere una scommessa. Una scommessa con me stesso, per mettermi alla prova e con l’unico premio della soddisfazione personale, ma anche col mondo, per vedere se riuscivo a farla in barba agli altri. Io partivo da un assunto molto skinneriano, nel senso di Burrus Frederic Skinner, lo psicologo comportamentista americano che sosteneva che l’educazione e l’ambiente sono tutto, e che d’innato abbiamo poco o niente. Datemi dieci bambini piccoli, e fra vent’anni vi restituirò un ingegnere, un avvocato, un calciatore, un cantante, cioè saranno creta nelle mie mani, ne farò quello che voglio io. Basta metterli sotto a studiare e praticare assiduamente una cosa e i limiti congeniti spariranno. Io sono stato lo Skinner di me stesso. A un certo punto della mia vita mi son detto: posso farcela. Se mi ci metto d’impegno la do a bere a chiunque. E cosa c’è di più innato e sacrale della letteratura? L’ispirazione, lo spirito che soffia dove vuole? Io lo farò soffiare a comando, e poi tutti diranno “lo sapevo”, “era nato per quello”.

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La formazione dell’insegnante di scrittura creativa, 0

14 novembre 2014

di giuliomozzi

Eh già. Questa è una rubrica che ancora manca, qui in vibrisse. Anche perché la definizione di “insegnante di scrittura creativa” è quanto mai vaga (e in parte dovrei reinvitare persone già invitate per altre rubriche). Mah! Come procedere?

La formazione dello scrittore, 25 / Flavio Santi

13 novembre 2014

di Flavio Santi

[Questo è il venticinquesimo articolo della serie La formazione dello scrittore, parallela alla serie La formazione della scrittrice. Le due serie escono, ormai un po’ come viene viene, il lunedì e il giovedì. Ringrazio Flavio per la disponibilità. gm]

Domanda. Si può amare la scrittura avendo come stella polare questa frase di Joseph Conrad: “Il peggior nemico della realtà sono le parole”? Io volevo dipingere. Anzi, no. Disegnare fumetti. Fare il liceo artistico e poi chissà (oltre a voler fare il calciatore nelle file dell’Udinese). Invece a metà terza media – dopo che il mio rendimento scolastico era calato bruscamente, frequentavo teppistelli, importunavo vecchiette per strada e prendevo una nota sul registro a settimana – trovo un’antologia scolastica di mio padre ferroviere (i miei non leggevano, un po’ mio nonno materno che non ho mai conosciuto ma che mi ha lasciato in eredità un bel po’ di Bur grigi stagionati). Iliade e Odissea. Nelle traduzioni neoclassiche di Vincenzo Monti e di Ippolito Pindemonte. Traduzioni che oggi troverei indigeribili, al limite dell’illeggibilità, guarda tu che effetto sortiscono su un povero tredicenne. “… contra i Greci / pestiferi vibrò dardi mortali”, “Nove giorni volâr pel campo acheo / le divine quadrella”, “E come quando di Favonio il soffio / denso campo di biade urta” ecc. ecc. Basta poco e mi innamoro delle parole. Non voglio più giocare a calcio – l’allenatore della Pozzolese viene sotto casa a implorarmi di giocare, e io niente – manco dei fumetti me ne frega più e mi metto a studiare come un forsennato latino e greco. Gli anni del liceo. Spesso mi capita di fermarmi a pensare a quegli anni di letture totalizzanti e mi domando, un po’ inebetito dai ricordi: Lo rifarei? Lo rifarei di leggere per tutta la notte le tragedie di Seneca, le commedie di Plauto, gli annali di Tacito? Con mio padre che rientra a casa dal turno di notte, mi trova chino su Orazio e mormora sconsolato: “Ho un figlio cretino…”? Sì, probabilmente lo rifarei. Lì scopro la bellezza della traduzione (oltre a tante altre cose, però quei primi esperimenti dal greco e dal latino in italiano sono inebrianti).

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La formazione dell’insegnante di Lettere, 2 / Maria Rosa Giannalia

12 novembre 2014

di Maria Rosa Giannalia

[Questo è il secondo articolo della rubrica La formazione dell’insegnante di lettere, che uscirà ogni (si spera) mercoledì. Gli insegnanti che volessero partecipare possono scrivere al mio indirizzo, scrivendo nella riga dell’oggetto: “La formazione dell’insegnante di lettere”. Ringrazio Maria Rosa per la disponibilità. gm]

Non ricordo di preciso a quale età, ma ricordo benissimo dove è nata la mia passione per l’insegnamento. Avevo quattro, forse cinque anni, frequentavo, al mio piccolo paese, in provincia di Palermo, una scuola materna privata, gestita da una suora che, non si seppe mai se per forza o per scelta, si era congedata dal convento, mantenendo però l’abito e il titolo: madre Letizia si chiamava. Madre Letizia aveva una grande casa che apparteneva alla sua famiglia e che aveva adibito a scuola parificata sia materna che elementare. Una sola sezione per la materna e una multi classe per le elementari. I più anziani tra noi si ricorderanno delle multi classe: ci si trovavano bambini di età diverse, con una sola maestra che faceva del suo meglio per seguire un po’ tutti.
Io non ero ancora entrata in prima, ma sapevo già scrivere le vocali e di queste riempivo pagine e pagine dei miei quaderni con la copertina nera e i bordi rossi. Andare a scuola mi piaceva moltissimo, ammiravo molto la mia maestra. Era una “signora anziana”. Chissà quanti anni avrà avuto. Forse venticinque o trenta, non me lo ricordo. Ricordo solo i suoi capelli biondi e gli occhi azzurri e la sua dolcezza, diametralmente opposta ai modi di madre Letizia che si riservava il compito di direttrice ed era severissima e un poco mitomane per quanto riguarda la sua persona. Voleva imporci il culto di sé e ci chiedeva spesso, durante i minuti della ricreazione, se riuscissimo a vedere l’aureola che aveva dietro la testa. Io non la vedevo, ma dicevo di sì per pura piaggeria o forse per timore.
La mia maestra invece era affettuosa e comprensiva. Si chiamava Elena, il suo nome lo ricordo e mi pareva bellissimo. Quell’anno decisi che anch’io da grande avrei fatto la maestra. Come lei. E decisi anche che non avrei voluto fare nessun altro mestiere. Così a casa riunivo spesso i miei tre fratellini, allineavo le sedie davanti a me e facevo la maestra. Distribuivo loro delle matite e dei fogli di carta che finivano presto pestati per terra e ridotti in tanti pezzettini. Mia madre mi sgridava sempre perché sporcavo la stanza appena pulita, qualche volta prendevo pure degli sculaccioni. Ma quel vizio non lo persi mai.

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La formazione del fumettista, 3 / Paolo Martinello

11 novembre 2014

di Paolo Martinello

[Questa è la terza puntata della rubrica dedicata alla formazione di fumettiste e fumettisti, che esce in vibrisse il martedì. La rubrica è a cura di Matteo Bussola. Ringraziamo Paolo per la disponibilità].

paolo_martinelloLa bellezza. Ci sono alcuni che dicono si tratti di una questione matematica, di calcolo e pianificazione. Io stesso all’Accademia di Venezia ho citato Aristotele, Plotino, Dionigi l’Aeropagita con la sua Gerarchia Celeste per superare alcuni esami di Estetica. Il calcolo, la razionalità, la struttura degli angeli: siete cose estranee alla mia esistenza. E non lo dico per diffidenza o peggio per blasfemia. Non l’ho mai trovata là, dove i libri di filosofia mi dicevano che fosse.
Il lavoro del disegnatore di fumetti è difficile, chi non lo fa non riesce ad immaginare quanto. E’ un lavoro solitario e bisogna sempre essere sospesi in una sorta di annullamento autoindotto per riuscire a produrre la dose quotidiana di vignette e pagine. Gli altri non esistono, il tempo non esiste, quando si disegna. Si è li, in questa specie di luogo bizzarro, dove accade di tutto senza che nulla di ciò che succede, esista. Dietro un muro. Il privilegiato o i privilegiati che abitano questa città, hanno il dovere di descrivere ciò che vedono agli altri, a chi poi ne leggerà.
Lavorare, fare i muscoli, una vita per raggiungere l’obiettivo di sparire, perché questo è quello che succede, quando fai questo lavoro.
Penso che se questo è vero, oggi posso finalmente credere che fosse inevitabile per me fare il disegnatore di fumetti. Da piccoli si legge di nascosto, si disegna di nascosto a scuola e si cerca, lontani dagli occhi dei propri genitori, di rendere questo “nascondersi” così speciale, lo scopo della propria vita. In qualche modo, l’occultare me stesso agli occhi degli altri attraverso lo studio e la ricerca ossessivi del disegno e della narrazione attraverso immagini in sequenza, più che una “condizione attraverso la quale”, nel mio caso è in parte anche lo “scopo”, e solo pensando alla mia formazione riesco a capirlo.

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La formazione dello scrittore, 24 / Enrico Macioci

10 novembre 2014

di Enrico Macioci

[Questo è il ventiquattresimo articolo della serie La formazione dello scrittore, parallela alla serie La formazione della scrittrice. Le due serie escono, ormai un po’ come viene viene, il lunedì e il giovedì. Ringrazio Enrico per la disponibilità. gm]

La mia formazione di scrittore si divide in quattro fasi piuttosto nette.

La prima fase va dai sette ai quattordici anni ed è forse la più importante, quella che ha indirizzato e condizionato il seguito nel bene e nel male. Una mattina di febbraio del 1983 nevicava forte. Frequentavo la seconda elementare, la mia classe affacciava su un vicolo che la bufera imbiancò in un amen. La maestra propose di scrivere una poesia sulla neve. Noi alunni ci guardammo perplessi; cos’era una poesia? La maestra ci diede un’ora di tempo o forse due, non ricordo; ciò che ricordo è che allo scadere un solo bambino aveva prodotto una cosiddetta poesia, e quel bambino ero io. Una filastrocca che però conteneva un seme di ritmo e di suono, e qualche timida metafora. Tornai a casa e raccontai l’accaduto consegnando il manoscritto; mio padre, sorpreso e inorgoglito, mi comperò un drago di plastica verde e giallo che conservo ancora. Da lì in avanti, e fino ai tredici anni, scrissi altre trentaquattro poesie più un numero enorme di racconti e romanzi, la maggior parte dei quali non terminati, stipati in decine di quaderni a righe e a quadretti. Leggevo moltissimo e assorbivo lo stile e i contenuti degli autori per poi scimmiottarli; divorai Emilio Salgari, Jules Verne, Francis Hodgson Burnett, Mark Twain, Robert Luis Stevenson ed Edgar Allan Poe; mi sciroppai Pinocchio qualche decina di volte (Pinocchio è un capolavoro della letteratura mondiale, non dimenticatelo mai, specie la scena notturna in cui il gatto e la volpe, avvolti in neri pastrani, braccano il burattino all’uscita dall’osteria del Gambero Rosso); attraversai la fase dell’avventura, quella dell’orrore, quella umoristica e persino quella calcistica (il mio nume tutelare era Gianni Brera). A ben riflettere la produzione in prosa fu sin da allora incomparabilmente più abbondante della produzione in poesia, ma era quest’ultima a suscitare interesse e curiosità. In alcune delle mie poesie c’era in effetti qualcosa di singolare, di troppo precoce, una specie di tristezza matura, un anticipo sui tempi; vinsi dei premi (i premi di poesia per bambini andrebbero aboliti e sostituiti con gare di calci di rigore, o di corsa a ostacoli o di freccette); cominciai a sentire puzza di bruciato. Possedevo un dono bizzarro che si manifestava improvviso e al di fuori del mio controllo, una sorta di lampo o illuminazione indipendente dalla mia volontà, troppo remoto anche per poterlo associare all’istinto; d’un tratto mi sedevo e scrivevo, come sotto dettatura. Questo dono mi regalava attimi brevi ma intensi di felicità – meglio: di rapimento e pienezza, di totale sintonia col mistero chiamato mondo; però allo stesso tempo mi separava dal mondo, dal mondo e dagli amici. Non era vero naturalmente, ma quando mai ciò che è vero ha contato un soldo bucato nelle nostre vite? Conta solo ciò che crediamo, e io credevo con fermezza che la poesia (non il racconto o il romanzo, si badi bene, solo la poesia) scavasse un fossato fra me e i miei coetanei, mi rendesse “diverso” (una parola dubbia e ambigua, una parola limacciosa, una parola che è una palude). In realtà gli amici e le amiche si limitavano a manifestare equanimità, stupore o addirittura ammirazione quando s’imbattevano nei miei versi, ma il mio astio verso il “dono” divenne via via più inflessibile. Da un certo punto in avanti non volli che si parlasse delle mie poesie e ne proibii la circolazione; se qualche parente diffondeva la voce del poeta m’arrabbiavo; staccai dal muro un diploma di merito e lo nascosi sotto il letto, dietro le scatole delle scarpe, nel regno della polvere e dell’oblio; infine, sei giorni dopo aver compiuto quattordici anni, buttai giù l’ultima poesia da bambino e decisi che non avrei più scritto. Fu una risoluzione netta, fredda e consapevole, non certo un capriccio. Ci diedi un taglio con l’affilata lama della vergogna intinta nel veleno del senso di colpa. Non scrissi (e non lessi) più nulla per i successivi tredici anni.

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Antologia personale, 9 / O dolce selva solitaria, amica

8 novembre 2014

Questo bosco non c'è più (sgui il link).

Questo bosco non c’è più (sgui il link).


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Alcuni strumenti per insegnare a scrivere a scuola. Un seminario a Padova

7 novembre 2014
L'immagine, assai colorata, è priva di qualunque relazione con l'articolo

L’immagine, assai colorata, è priva di qualunque relazione con l’articolo.

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La formazione dello scrittore, 23 / Roberto Deidier

6 novembre 2014

di Roberto Deidier

[Questo è il ventitreesimo articolo della serie La formazione dello scrittore, parallela alla serie La formazione della scrittrice. Le due serie escono, ormai un po’ come viene viene, il lunedì e il giovedì. Ringrazio Roberto per la disponibilità. gm]

di Roberto Deidier

Si forma, uno scrittore? E come? Ci sono modi che possiamo riconoscere o condividere? Certo non ci sono modi standard. Forse ce ne sono stati in passato, quando la poetica non era un’opzione ma una norma; lo scrittore moderno, al contrario, ha saputo conquistarsi una dose di libertà, sufficiente per affrancarsi da imposizioni e diktat d’ogni genere. Cosa abbia saputo fare di questa libertà, com’è ovvio, diventa un altro discorso. Resta che a ciascuno sono spettati i modelli e le letture, in cui si è imbattuto quasi sempre per caso.

Per me, come per tanti altri, la scuola è stata un’occasione importante. Non solo quella del liceo, che mi ha messo in contatto con i classici, ma quella primaria, con le filastrocche e le poesie del sussidiario. E con un maestro che ci metteva sotto gli occhi gli antenati di Calvino e i personaggi impronunciabili delle Cosmicomiche: vero carburante per l’immaginazione di ogni bambino. Gli infiniti di Leopardi erano già dietro la porta. Ma ricordo, tra i soliti poeti delle elementari (Pascoli e Ungaretti furoreggiavano nei libri di testo), Prévert, con una curiosa poesia, la prima lunga poesia che mi fu chiesto di mandare a mente. Non ne so più un verso: s’intitolava Per fare il ritratto di un uccello e suggeriva, per la riuscita dell’impresa, di cominciare dal disegno di una gabbia, per poi rappresentare l’uccello con le piume colorate; infine si doveva cancellare la gabbia. Strana e bella allegoria della scrittura che tenta di imprigionare il mondo, e poi ne apre tanti altri più ampi, ma allora non potevo saperlo e pure se lo avessi saputo non lo avrei compreso. Così cominciavo a scrivere senza capire quello che stavo facendo: la gabbia era diventata la mia stanza, ascoltavo i muri, la loro vita interna fatta di tubi e suoni misteriosi e appuntavo queste sensazioni in un quaderno che finì perso da un trasloco all’altro.

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La formazione dell’insegnante di lettere, 1 / Deborah Donato

5 novembre 2014

di Deborah Donato

[Questo è il primo articolo della rubrica La formazione dell’insegnante di lettere, che uscirà ogni (si spera) mercoledì. Gli insegnanti che volessero partecipare possono scrivere al mio indirizzo, scrivendo nella riga dell’oggetto: “La formazione dell’insegnante di lettere”. Ringrazio Deborah per la disponibilità. gm]

Deborah DonatoInsegno Lettere, adesso ho scelto.
Forse sono un’insegnante di Lettere un po’ atipica, perché ho a lungo studiato la letteratura da un’altra prospettiva. Mi sono laureata in Filosofia nel 1997, con una tesi sull’estetica e la semiotica di Umberto Eco. Fin da quei tempi, il mio interesse era “imparare a leggere”. La mia tesi, infatti, nasceva dall’interesse verso la figura del lettore modello e della cooperazione fra autore e lettore nei testi. Mi sono addentrata non solo nella filosofia di Eco e nella letteratura di Borges e Calvino, per fare la tesi, ma ho preso dimestichezza con Roland Barthes e la semiologia, Derrida e il decostruzionismo. L’interesse per il fenomeno del linguaggio mi ha poi portato a svolgere un dottorato sulla filosofia di Ludwig Wittgenstein e a indagare la differente concezione di linguaggio in filosofi quali Croce, Russell, Frege, Gadamer, Morin. Il lavoro accademico, proseguito con una borsa post-dottorato, si alternava all’apprendistato di insegnante. Nel 2004, infatti, presi l’abilitazione per insegnare filosofia e storia nei licei.
L’attenzione verso la lingua si è imposta anche attraverso il mio lavoro di traduzione di alcuni testi di Hegel e di Schrödinger; mi sono resa conto che la traduzione è un genere sommo di scrittura, che coinvolge non solo competenze grammaticali, ma conoscenza degli stili, delle pause di un autore, del suo lessico e perfino della sua cattiva punteggiatura.

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La formazione della fumettista, 2 / Elisabetta Melaranci

4 novembre 2014

di Elisabetta Melaranci

[Questa è la seconda puntata della rubrica dedicata alla formazione di fumettiste e fumettisti, che uscirà in vibrisse il martedì. La rubrica è a cura di Matteo Bussola. Ringraziamo Elisabetta per la disponibilità].

elisabetta_melaranciHo sempre avuto le idee chiare riguardo al mio futuro.
Da piccolissima guardai mio padre e gli dissi:
“Papà, da grande voglio fare la giornalaia”.
“Si dice giornalista”, mi corresse lui spinto da un’ondata di ottimismo.
“Nono”, replicai io, “proprio la giornalaia. I signori che vendono i giornali fanno un sacco di soldi!”.
Primo campanello d’allarme.
Avevo uno spiccato quanto fallimentare senso degli affari, tratto inconfondibile di ogni fumettista.
Solo qualche anno più tardi espressi la mia seconda vocazione:
“Ho cambiato idea, mi piacerebbe fare l’allevatrice di orche assassine”.
Ero una bambina poliedrica.
Mio padre, stimato pediatra, rovesciò gli occhi al cielo, emise un rumoroso rantolo di disapprovazione mista a rassegnazione, e ingoiò una pillola per la pressione, reazione che in effetti aveva a circa l’80% delle cose che dicevo.
Non volli fare l’artistico e optai per il classico.
Furono anni bui.
Ero brava eh, per carità, soprattutto a capire da chi potevo copiare greco, chi poteva passarmi latino e chi m’avrebbe salvato le penne a matematica.
Dopo la maturità mi ritrovai di fronte a un bivio.
In realtà davanti a me vedevo una strada dritta e asfaltata sovrastata da un grosso cartello verde come quello delle autostrade con su scritto “DISEGNO”, ma mio padre, che non lo riteneva un lavoro, montò su una ruspa e asfaltò alla bell’e meglio una seconda uscita su cui troneggiava la scritta “se ti va male almeno non vai pe’ stracci”.
Avrei potuto frequentare la scuola di fumetto a patto che, contemporaneamente, avessi fatto anche l’università.
C’era solo una facoltà che mi interessava, ed era medicina.

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La campagna per la parificazione dell’iva tra libri (di carta) ed ebook è fondata su affermazioni false

4 novembre 2014

di giuliomozzi

In questa pagina del sito ufficiale della campagna leggo:

Cos’è un ebook? È un libro elettronico, ovvero un contenuto fruibile in formato digitale (Pdf, ePub, mobi) attraverso ereader, tablet o smartphone.

E questo non è vero, o almeno è illusorio: chi compera un ebook compera una licenza d’uso di un contenuto, non un contenuto. Tant’è che se cerca di far usare quel contenuto a qualcun altro, son dolori.

Nella stessa pagina leggo:

Un libro è un libro, indipendente dal supporto.

E anche questo è falso, per la medesima ragione: un libro (di carta) è un oggetto, che io posso possedere e regalare e prestare e rivendere eccetera; un ebook è una licenza d’uso a me destinata (e solo a me: me lo scrivono anche sul colophon, che quella licenza è per Giulio Mozzi e non per altri).

Ancora, quando nella medesima pagina leggo che

L’avvento dell’editoria elettronica prima e di tecnologie per la lettura in mobilità (ereader e tablet) poi, hanno semplicemente cambiato un’altra volta il modo, i tempi e il supporto sui quali la lettura si svolge,

mi viene il sospetto – anzi, no, la convinzione – che chi ha organizzato il tutto voglia più che altro far dimenticare al popolo dei clienti che non è vero che le ultime novità “hanno semplicemente cambiato un’altra volta il modo, i tempi e il supporto sui quali la lettura si svolge”: hanno anche cambiato (e non di poco) la natura dell’oggetto. Tant’è che mentre I promessi sposi stampati in carta io li possiedo, e posso pure prestarli, e anche fotocopiarne delle pagine perché mi servono in un corso, eccetera, I promessi sposi in edizione digitale io non li possiedo, e non posso prestarli (talvolta posso, con forti limitazioni), e non posso fotocopiarli o stamparne delle pagine senza infrangere una qualche legge eccetera.

Di chi fa l’interesse questa campagna? Degli editori. I lettori quindi – che, essendo clienti degli editori hanno il dovere di considerare gli editori come dei nemici: gente che cerca di massimizzare il profitto a spese loro – farebbero meglio ad astenersi. Secondo me.


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