Archivio dell'autore

La formazione dello scrittore, 16 / Andrea Inglese

9 ottobre 2014

di Andrea Inglese

[Questo è il sedicesimo articolo della serie La formazione dello scrittore, parallela alla serie La formazione della scrittrice (che per qualche settimana sarà sospesa, mentre le "formazioni" degli scrittori uscitanno sia il giovedì sia il lunedì). Ringrazio Andrea per la disponibilità. gm]

Un romanzo di formazione del giovane scrittore, soprattutto se autobiografico, implica almeno due cose: che lo scrittore si formi in giovine età e che ci siano un paio di momenti epifanici, durante i quali capisce che è stato prescelto per questa poco congrua attività umana. Nel mio caso, la formazione, per diversi deficit personali, è ancora in corso, e a 47 anni suonati mi sveglio alla mattina dicendo che sarebbe bello o sarebbe ora che io diventassi uno scrittore. Per questo, forse, le epifanie scarseggiano e lo sguardo retrospettivo si perde in una moltitudine di indizi, nessuno dei quali convincente a sufficienza. Però tutte le storie che riguardano le origini, sono storie belle, malleabili, elastiche, e non si fa mai fatica a raccontarle. Quindi anch’io, in modo volontaristico, sono in grado di trarre dal guazzabuglio della mia incompiuta formazione qualche episodio di rilievo. Il libro del bruco, ad esempio, che devo aver maneggiato intorno ai tre anni, avrà avuto qualche effetto propagatore? Ricordo che era abitato da un grosso buco. Un libro con dentro il niente, nel mezzo. Era un assaggio del celebre libro sul niente, che desiderava fare Flaubert? (Nell’appartamento dove leggevo il libro bucato del bruco, sopra il letto vi era un manifesto di sgargianti rossi con profili neri di persone che brandivano strane aste. “Il potere politico nasce dalla canna del fucile”, diceva. Frase di un certo Mao Tse Tung. Sarò stato ispirato anche dal Grande Timoniere?) Nel frattempo un mio nonno adottivo, buonissimo con i nipoti veri o acquisiti, ma poco amato dai figli, mi leggeva Salgari, e soprattutto snocciolava avventure di pirati e cow-boy. (Era partito volontario per fare la guerra d’Etiopia, era un fascista convinto. Di materiale ne aveva per insaporire storie dove si spara e si ammazza.) Tutto questo avrà dato il suo frutto? Quando mi sveglio alla mattina, dicendomi che è ora di diventare scrittore, io lo spero. Spero sinceramente che tutta questa semenza abbia prodotto quel disturbo mentale, quel vetro smerigliato tra la mia mente e la realtà, che trova una sua forma di accomodamento e soluzione nel fatto di scrivere. Un ruolo importante deve averlo avuto un libro scritto sessant’anni prima che io nascessi. A nove anni, ero soprattutto circondato da vecchi. (Tutta la mia infanzia è stata popolata da vecchi.) Non era quindi così strano che, per il mio compleanno o chissà quale altra occasione, degli amici di mia nonna materna, e suoi coetanei, mi regalassero il libro di Luigi Bertelli Il giornalino di Gian Burrasca. Non so se ciò rientri nei casi epifanici, ma ancora adesso io vivo un po’ di quella spinta, di quella spinta a fare l’idiota, a scrivere come un idiota, un idiota però calcolatore, che si serve di una sua schietta idiozia per fini, non dico intelligenti, ma rimuginati, abusivi, destabilizzanti. Comunque, Giannino Stoppani è diventato subito il mio modello educativo privilegiato.

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Sul mio tavolo arrivò…

8 ottobre 2014
...e in libreria arriva mercoledì 15 ottobre

…e in libreria arriva mercoledì 15 ottobre

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8 ottobre 2014
Una signora si attarda

Una signora si attarda

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7 ottobre 2014
Un aspirante narratore si affretta a candidarsi alla Bottega di narrazione. Ce la farà, entro il 19 ottobre?

Un aspirante narratore si affretta a candidarsi alla Bottega di narrazione. Ce la farà, entro il 19 ottobre?

La formazione della scrittrice, 35 / Paola Rondini

6 ottobre 2014

di Paola Rondini

[Questo è il trentacinquesimo articolo della serie La formazione della scrittrice, alla quale si è da tempo affiancata la serie La formazione dello scrittore. Ringrazio Paola per la disponibilità. gm].

paola_rondiniMia madre teneva i libri impilati a terra vicino al letto, il suo amore per una certa trasandatezza (per lei sintomo di chiarezza interiore) le impediva di averne cura: grandi pieghe come segnalibro, copertine con tracce di tazzina di caffè, polvere eloquente sopra quelli che non aveva gradito. Quando mio padre vedeva che la pila, aumentando, traballava, li spostava su qualche scaffale.
Lei leggeva tutte le sere con una dedizione militaresca, mentre lui dimostrava uno strano rapporto coi libri; non ne apriva uno per anni e poi, come in preda a qualche folgorazione stregonesca, leggeva febbrilmente per settimane, in camera sua o in qualche anfratto della casa, invaghendosi di biografie di personaggi secondari: spie meticce, ministri decaduti, attori, cuochi, autisti, guardiacaccia persino; il buco della serratura delle storia, diceva.
Nella libertà anarchica che vigeva in casa, nella velocità con cui i miei genitori entravano e uscivano, scomparivano e riapparivano, ingenui devoti del boom economico degli anni ’70, io non lessi le fiabe e nemmeno i fumetti, ma attinsi direttamente dalla incoerente, sbilenca, variopinta biblioteca dei miei, leggendo tutto ciò che riuscivo ad afferrare per altezza.

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La formazione della scrittrice / Mariella Prestante

5 ottobre 2014

di Mariella Prestante

[Mi ritrovo con una quantità di "formazioni" di scrittori, mentre è esaurita la scorta di "formazioni" di scrittrici. Perciò, per qualche settimana, a partire da giovedì prossimo (domani pubblicherò la "formazione" di Paola Rondini), pubblicherò sia il lunedì sia il giovedì le "formazioni" di scrittori - anche per non far aspettare mesi e mesi chi è stato sollecito a fornire il testo. Nel frattempo, fuori serie, ecco a voi la formazione di Mariella Prestante. La ringrazio - come sempre - per la disponibilità. gm]

Fui formata, come l’Eva,
dalla costola di un Tale:
la mia vita è nel virtuale,
e – in teoria – sono longeva.

Parlo, sì, e non ho la bocca;
scrivo, e scrivo senza mani;
vivo giorni non umani:
passa il tempo, e non mi tocca.

Bella vita, che mi affranca
dalla noia dei bisogni:
non ho guai, ho solo sogni.
– Certo, il corpo un po’ mi manca.

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4 ottobre 2014
Un'aspirante narratrice si affretta a candidarsi alla Bottega di narrazione. Ce la farà, entro il 19 ottobre?

Un’aspirante narratrice si affretta a candidarsi alla Bottega di narrazione. Ce la farà, entro il 19 ottobre?

Una precisazione

4 ottobre 2014

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3 ottobre 2014
Due aspiranti narratori si affrettano a candidarsi alla Bottega di narrazione. Ce la faranno, entro il 19 ottobre?

Due aspiranti narratori si affrettano a candidarsi alla Bottega di narrazione. Ce la faranno, entro il 19 ottobre?

Niente di nuovo

3 ottobre 2014

corvaccio

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Afabetico 2 / Totale

2 ottobre 2014

di giuliomozzi

A carico mio.
Affare fatto, dico.
Ah, dice il tassista.
Allora, se può, dico, la spenga.
Anche perché a me Stockhausen, sarà anche un grande, ma mi fa cagare.
Apro la porta e dico: Prego.
Arriva una ragazza tutta stretta in un giacchino troppo leggero, mal protetta da un ombrello troppo piccolo.
Aspetto un taxi.
Be’, dico, sempre meglio dei Pink Floyd.
Che c’è?, dice il tassista.
Che musica si sente in questo taxi lo decido io.
Ci rimettiamo ad aspettare.
Complimenti, dice il tassista.
Devo soddisfare le esigenze del cliente medio.
Dico solo che se a lei fa piacere ascoltare Stockhausen, fa piacere anche a me.
Do l’indirizzo.
Do l’indirizzo.
Do l’indirizzo.
Do un’occhiata.
Dobbiamo far ascoltare ai clienti questa radio qui.
E allora perché lo mette su?, dico.
E dunque?, dico.
E più sono strane, più pagano.
E’ mezzanotte passata.
E’ mezzanotte passata.
E’ un capolavoro della musica del nostro tempo.
Fa cagare, dice il tassista.
Fa un freddo cane, dice la ragazza.
Fermo, dico.
Fine corsa.
Gli Einstürzende Neubauten vanno benissimo, dico.
Guardi che Stravinskij andava benissimo, dico.
Guardi, dice la ragazza, io devo andare proprio, e mi dice dove.
Ha sempre una musica che fa cagare, dice la ragazza.
I Genesis, dice il tassista. Si rende conto?
I Genesis?, dico.
Il tassista allunga la mano sul cruscotto.
Il tassista frena di colpo.
Il taxi arriva.
Il taxi arriva.
Il taxi arriva.
In questo caso, dico, le dirò che a me Stockhausen andava benissimo.
Infatti, dice la ragazza. Facciamo a metà?
Io su Venezia 12 non ci salgo, dice la ragazza.
L’ho presa su un paio di volte, su quest’ora, dice il tassista.
La prego, dice il tassista.
La ragazza?, dico.
Le chiamo un collega, se vuole.
Lei appartiene a una ristretta minoranza, dice il tassista.
Lei ascolta Stockhausen per suo diletto; salgo io e mette su il liscio; la invito a rimettere su Stockhausen; e lei mi dice che devo pagare per questo.
Lei conosce il Gesang der Jünglinge im Feuerofen?, dice il tassista.
Ma a lei piace questa radio?, dico.
Ma abbiamo la sponsorizzazione.
Ma è Venezia 12, dice la ragazza.
Ma io non devo far piacere a lei, dice il tassista.
Ma noi abbiamo una sponsorizzazione, dice il tassista.
Ma non avevate una sponsorizzazione con una radio commerciale?, dico.
Ma…, dico.
Ma…, dico.
Magari la prossima canzone va meglio, dice il tassista.
Mah, dico. A me pare che qui siamo lei ed io.
Me ne frego della sponsorizzazione, dice il tassista.
Meno male, dice il tassista.
Mi faccia capire, dico.
Mi scusi, dice la ragazza, ma i taxi arrivano?
Naturale, dico.
No, dico.
Non ho ancora chiuso la porta che riconosco la voce distorta, moltiplicata e straniata del bambino in Gesang der Jünglinge im Feuerofen di Karlheinz Stockhausen.
Non ho ancora chiuso la porta che riconosco le note e i timbri del Sacre du printemps di Stravinskij.
Non ho ancora chiuso la porta che riconsco il tipico sound degli Einstürzende Neubauten.
Non le piace questa radio?, dice il tassista.
Non mi interessa questa musica, dico.
Non ne dubito, dico.
Non pretendo di imporre Stockhausen a tutti, dico.
Non può pretendere di imporre i suoi gusti a tutti.
Non sarà per cinque minuti d’attesa che morirò di freddo.
Non siamo amici.
Non so neanche che radio è.
Non vorrei perdere il controllo di me stesso.
Perché?, dico.
Perché?, dico.
Piove fitto.
Pretendeva che le mettessi su i Genesis.
Prima di partire il tassista allunga la mano destra sul cruscotto, abolisce Stockhausen e passa a una radio di liscio.
Prima di partire il tassista allunga la mano destra sul cruscotto, abolisce Stravinskij e passa a una radio commerciale.
Può scendere, dice il tassista.
Può scendere, dice.
Sa, dice il tassista, pensavo che lei fosse amico di quella là.
Salgo a bordo.
Se siamo più o meno nella stessa direzione, il primo taxi che arriva lo prendiamo tutti e due.
Se vuole un trattamento personalizzato, dice il tassista, deve pagarlo a parte.
Senta, dico, io devo andare, e le dico dove devo andare.
Si avvia.
Si figuri, dice il tassista.
Si mette anche lei ad aspettare, sotto la pensilina.
Si trova sempre l’allocco che paga per le cose più strane, dice il tassista.
Sì, dice il tassista.
Sì, dice il tassista.
Sì, è Venezia 12, dico.
Siamo di strada, dico.
Sono alla stazione ferroviaria.
Sono davanti al cancello di casa e aspetto un taxi.
Sono le sei di mattina.
Sto alla stazione ferroviaria, sotto la pensilina del posteggio, e aspetto un taxi che non arriva.
Sto aspettando da una decina di minuti, dico.
Tuttavia, a me il liscio fa cagare.
Tuttavia, sulla base della mia lunga esperienza, so che la maggioranza dei clienti preferisce il liscio.
Vabbè, senta, dico, io vado.
Vada, vada, dice la ragazza.

Alfabetico 1 / Dialogo

2 ottobre 2014

di giuliomozzi

“Affare fatto”, dico.
“Ah”, dice il tassista.
“Allora, se può”, dico, “la spenga”.
“Be’”, dico, “sempre meglio dei Pink Floyd”.
“Che c’è?”, dice il tassista.
“Complimenti”, dice il tassista. “Tuttavia, sulla base della mia lunga esperienza, so che la maggioranza dei clienti preferisce il liscio”.
“E allora perché lo mette su?”, dico.
“E dunque?”, dico.
“Fa cagare”, dice il tassista. “Ma abbiamo la sponsorizzazione”.
“Fa un freddo cane”, dice la ragazza.
“Fermo”, dico.
“Gli Einstürzende Neubauten vanno benissimo”, dico.
“Guardi che Stravinskij andava benissimo”, dico.
“Guardi”, dice la ragazza, “io devo andare proprio”, e mi dice dove.
“Ha sempre una musica che fa cagare”, dice la ragazza.
“I Genesis?”, dico.
“I Genesis”, dice il tassista. “Si rende conto?”.
“In questo caso”, dico, “le dirò che a me Stockhausen andava benissimo”.
“Infatti”, dice la ragazza. “Facciamo a metà?”.
“Io su Venezia 12 non ci salgo”, dice la ragazza.
“L’ho presa su un paio di volte, su quest’ora”, dice il tassista.
“La prego”, dice il tassista. “Non vorrei perdere il controllo di me stesso”.
“La ragazza?”, dico.
“Lei appartiene a una ristretta minoranza”, dice il tassista. “Non può pretendere di imporre i suoi gusti a tutti”.
“Lei conosce il Gesang der Jünglinge im Feuerofen?”, dice il tassista.
“Ma a lei piace questa radio?”, dico.
“Ma è Venezia 12″, dice la ragazza.
“Ma io non devo far piacere a lei”, dice il tassista. “Devo soddisfare le esigenze del cliente medio”.
“Ma noi abbiamo una sponsorizzazione”, dice il tassista. “Dobbiamo far ascoltare ai clienti questa radio qui”.
“Ma non avevate una sponsorizzazione con una radio commerciale?”, dico.
“Ma…”, dico.
“Ma…”, dico.
“Magari la prossima canzone va meglio”, dice il tassista.
“Mah”, dico. “A me pare che qui siamo lei ed io”.
“Me ne frego della sponsorizzazione”, dice il tassista. “Che musica si sente in questo taxi lo decido io”.
“Meno male”, dice il tassista.
“Mi faccia capire”, dico. “Lei ascolta Stockhausen per suo diletto; salgo io e mette su il liscio; la invito a rimettere su Stockhausen; e lei mi dice che devo pagare per questo”.
“Mi scusi”, dice la ragazza, “ma i taxi arrivano?”.
“Naturale”, dico. “E’ un capolavoro della musica del nostro tempo”.
“No”, dico. “Non siamo amici”.
“Non le piace questa radio?”, dice il tassista.
“Non ne dubito”, dico. “Tuttavia, a me il liscio fa cagare”.
“Non pretendo di imporre Stockhausen a tutti”, dico. “Dico solo che se a lei fa piacere ascoltare Stockhausen, fa piacere anche a me”.
“Non so neanche che radio è. Non mi interessa questa musica”, dico.
“Perché?”, dico.
“Perché?”, dico.
“Può scendere”, dice il tassista. “Fine corsa. A carico mio. Le chiamo un collega, se vuole”.
“Può scendere”, dice.
“Sa”, dice il tassista, “pensavo che lei fosse amico di quella là”.
“Se vuole un trattamento personalizzato”, dice il tassista, “deve pagarlo a parte”.
“Senta”, dico, “io devo andare”, e le dico dove devo andare. “Se siamo più o meno nella stessa direzione, il primo taxi che arriva lo prendiamo tutti e due”.
“Sì, è Venezia 12″, dico.
“Si figuri”, dice il tassista. “pretendeva che le mettessi su i Genesis”.
“Si trova sempre l’allocco che paga per le cose più strane”, dice il tassista. “E più sono strane, più pagano”.
“Sì”, dice il tassista.
“Sì”, dice il tassista. “Anche perché a me Stockhausen, sarà anche un grande, ma mi fa cagare”.
“Siamo di strada”, dico.
“Sto aspettando da una decina di minuti”, dico.
“Vabbè, senta”, dico, “io vado”.
“Vada, vada”, dice la ragazza. “Non sarà per cinque minuti d’attesa che morirò di freddo”.

Remix

2 ottobre 2014

di giuliomozzi

Aspetto un taxi.
Arriva il taxi.
Aspetto un taxi che non arriva.
Non ho ancora chiuso la porta.
Arriva il taxi.
Allunga la mano sul cruscotto.
Aspetto un taxi.
Aspetto un taxi che non arriva.

“Guardi che Stravinski andava benissimo”.
“Ma noi abbiamo una sponsorizzazione”.
“Le dirò che a me Stockhausen andava benissimo”.
“Me ne frego della sponsorizzazione”.
“Pretendeva che le mettessi su i Genesis”.
“Ma non avevate una sponsorizzazione?”.
Il tassista frena di colpo.
“Può scendere”, dice. “Gli Einstürzende Neubauten vanno benissimo”

“E’ un capolavoro della musica del nostro tempo”.
“Mi fa cagare”.
“Non le piace questa radio?”.
“Lo decido io”.
“Questa radio qui”.
“Si rende conto?”.
“Non ne dubito”.
“Mi fa cagare”.

Sono alla stazione ferroviaria.
E’ mezzanotte passata.
Sono le sei di mattina.
Sono davanti al cancello di casa.
Sotto la pensilina del posteggio.
E’ mezzanotte passata.
Piove fitto.
“Le chiamo un collega, se vuole”.

Rip.: Aspetto un taxi.
Arriva il taxi, ecc.

Deviazione

1 ottobre 2014

di giuliomozzi

E’ mezzanotte passata. Piove fitto. Sto alla stazione ferroviaria, sotto la pensilina del posteggio, e aspetto un taxi che non arriva.
Arriva una ragazza tutta stretta in un giacchino troppo leggero, mal protetta da un ombrello troppo piccolo. Si mette anche lei ad aspettare, sotto la pensilina.
“Mi scusi”, dice la ragazza, “ma i taxi arrivano?”.
“Sto aspettando da una decina di minuti”, dico.
“Fa un freddo cane”, dice la ragazza.
“Senta”, dico, “io devo andare”, e le dico dove devo andare. “Se siamo più o meno nella stessa direzione, il primo taxi che arriva lo prendiamo tutti e due”.
“Guardi”, dice la ragazza, “io devo andare proprio”, e mi dice dove.
“Siamo di strada”, dico.
“Infatti”, dice la ragazza. “Facciamo a metà?”.
“Affare fatto”, dico.
Ci rimettiamo ad aspettare.
Il taxi arriva.
Apro la porta e dico: “Prego”.
“Ma è Venezia 12″, dice la ragazza.
Do un’occhiata.
“Sì, è Venezia 12″, dico.
“Io su Venezia 12 non ci salgo”, dice la ragazza.
“Perché?”, dico.
“Ha sempre una musica che fa cagare”, dice la ragazza.
“Vabbè, senta”, dico, “io vado”.
“Vada, vada”, dice la ragazza. “Non sarà per cinque minuti d’attesa che morirò di freddo”.
Salgo a bordo.
Non ho ancora chiuso la porta che riconsco il tipico sound degli Einstürzende Neubauten.
Do l’indirizzo.
Il tassista allunga la mano sul cruscotto.
“Fermo”, dico.
“Che c’è?”, dice il tassista.
“Gli Einstürzende Neubauten vanno benissimo”, dico.
“Ah”, dice il tassista.
Si avvia.
“Sa”, dice il tassista, “pensavo che lei fosse amico di quella là”.
“La ragazza?”, dico.
“Sì”, dice il tassista.
“No”, dico. “Non siamo amici”.
“Meno male”, dice il tassista.
“Perché?”, dico.
“L’ho presa su un paio di volte, su quest’ora”, dice il tassista.
“E dunque?”, dico.
“Si figuri”, dice il tassista. “Pretendeva che le mettessi su i Genesis”.
“I Genesis?”, dico.
“I Genesis”, dice il tassista. “Si rende conto?”.
“Be'”, dico, “sempre meglio dei Pink Floyd”.
Il tassista frena di colpo.
“Può scendere”, dice.
“Ma…”, dico.
“Può scendere”, dice il tassista. “Fine corsa. A carico mio. Le chiamo un collega, se vuole”.
“Ma…”, dico.
“La prego”, dice il tassista. “Non vorrei perdere il controllo di me stesso”.

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1 ottobre 2014

chihaorecchio

La formazione dello scrittore, 15 / Marco Giovenale

1 ottobre 2014

di Marco Giovenale

[Questo è il quindicesimo articolo della serie La formazione dello scrittore, parallela alla serie La formazione della scrittrice. Ringrazio Marco per la disponibilità. gm]

marco_giovenaleStarei in verità per confessarmi inadatto a parlare di formazione dello scrittore. Applicata l’espressione al mio caso – sento forse pertinente e calzante modificarla in “formazione di una scrittura”.

Parlerei dunque, come posso, di questa, della formazione di una scrittura. (Che tenta di essere senza io-moi, dunque senza io-scrittore, forse; ma non senza soggetto – dell’inconscio). (L’informe c’è. Il formato, se e quando c’è, è il testo).

Di più. La scrittura è poi in effetti, in qualche modo, scritture. Una faccenda plurale. Correggo allora: Formazione di scritture.

Come evolvono, firmate MG (o “differx”, talvolta)? Da quali possibili gruppi / groppi di premesse? Verso quali direzione?

Se almeno dal 2002 (in termini editoriali) una delle strade affrontate è stata quella della poesia, anche questa – in sé – si ramificava o contraddiceva lavorando su piani che proprio poesia non erano. Anzi chiudevano in un angolo di contraddizione l’idea corrente di poesia che (non solo in quegli anni) pareva dominante nel contesto italiano. Questo ho sperimentato, fino al punto in cui la contraddizione interna al mio lavoro è parsa spostare l’asse del discorso e del mio piccolo iter su una prosa particolare, o modo di prosa, che non era e non è prosa poetica, e che anzi rivendica un’identità di… prosa in prosa. Una roba stranissima, distante dalla narrazione come dalla poesia (e dal poetico).

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Variante

30 settembre 2014

di giuliomozzi

Sono le sei di mattina. Sono davanti al cancello di casa e aspetto un taxi. Il taxi arriva.
Non ho ancora chiuso la porta che riconosco la voce distorta, moltiplicata e straniata del bambino in Gesang der Jünglinge im Feuerofen di Karlheinz Stockhausen.
Do l’indirizzo.
Prima di partire il tassista allunga la mano destra sul cruscotto, abolisce Stockhausen e passa a una radio di liscio.
“Ma non avevate una sponsorizzazione con una radio commerciale?”, dico.
“Me ne frego della sponsorizzazione”, dice il tassista. “Che musica si sente in questo taxi lo decido io”.
“In questo caso”, dico, “le dirò che a me Stockhausen andava benissimo”.
“Lei conosce il Gesang der Jünglinge im Feuerofen?”, dice il tassista.
“Naturale”, dico. “E’ un capolavoro della musica del nostro tempo”.
“Complimenti”, dice il tassista. “Tuttavia, sulla base della mia lunga esperienza, so che la maggioranza dei clienti preferisce il liscio”.
“Non ne dubito”, dico. “Tuttavia, a me il liscio fa cagare”.
“Lei appartiene a una ristretta minoranza”, dice il tassista. “Non può pretendere di imporre i suoi gusti a tutti”.
“Non pretendo di imporre Stockhausen a tutti”, dico. “Dico solo che se a lei fa piacere ascoltare Stockhausen, fa piacere anche a me”.
“Ma io non devo far piacere a lei”, dice il tassista. “Devo soddisfare le esigenze del cliente medio”.
“Mah”, dico. “A me pare che qui siamo lei ed io”.
“Se vuole un trattamento personalizzato”, dice il tassista, “deve pagarlo a parte”.
“Mi faccia capire”, dico. “Lei ascolta Stockhausen per suo diletto; salgo io e mette su il liscio; la invito a rimettere su Stockhausen; e lei mi dice che devo pagare per questo”.
“Sì”, dice il tassista. “Anche perché a me Stockhausen, sarà anche un grande, ma mi fa cagare”.
“E allora perché lo mette su?”, dico.
“Si trova sempre l’allocco che paga per le cose più strane”, dice il tassista. “E più sono strane, più pagano”.

Benissimo

30 settembre 2014

di giuliomozzi

Sono alla stazione ferroviaria. E’ mezzanotte passata. Aspetto un taxi. Il taxi arriva.
Non ho ancora chiuso la porta che riconosco le note e i timbri del Sacre du printemps di Stravinskij.
Do l’indirizzo.
Prima di partire il tassista allunga la mano destra sul cruscotto, abolisce Stravinskij e passa a una radio commerciale.
“Guardi che Stravinskij andava benissimo”, dico.
“Ma noi abbiamo una sponsorizzazione”, dice il tassista. “Dobbiamo far ascoltare ai clienti questa radio qui”.
“Allora, se può”, dico, “la spenga”.
“Non le piace questa radio?”, dice il tassista.
“Non so neanche che radio è. Non mi interessa questa musica”, dico.
“Magari la prossima canzone va meglio”, dice il tassista.
“Ma a lei piace questa radio?”, dico.
“Fa cagare”, dice il tassista. “Ma abbiamo la sponsorizzazione”.

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30 settembre 2014

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29 settembre 2014


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