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4 ottobre 2014
Un'aspirante narratrice si affretta a candidarsi alla Bottega di narrazione. Ce la farà, entro il 19 ottobre?

Un’aspirante narratrice si affretta a candidarsi alla Bottega di narrazione. Ce la farà, entro il 19 ottobre?

Una precisazione

4 ottobre 2014

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3 ottobre 2014
Due aspiranti narratori si affrettano a candidarsi alla Bottega di narrazione. Ce la faranno, entro il 19 ottobre?

Due aspiranti narratori si affrettano a candidarsi alla Bottega di narrazione. Ce la faranno, entro il 19 ottobre?

Niente di nuovo

3 ottobre 2014

corvaccio

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Afabetico 2 / Totale

2 ottobre 2014

di giuliomozzi

A carico mio.
Affare fatto, dico.
Ah, dice il tassista.
Allora, se può, dico, la spenga.
Anche perché a me Stockhausen, sarà anche un grande, ma mi fa cagare.
Apro la porta e dico: Prego.
Arriva una ragazza tutta stretta in un giacchino troppo leggero, mal protetta da un ombrello troppo piccolo.
Aspetto un taxi.
Be’, dico, sempre meglio dei Pink Floyd.
Che c’è?, dice il tassista.
Che musica si sente in questo taxi lo decido io.
Ci rimettiamo ad aspettare.
Complimenti, dice il tassista.
Devo soddisfare le esigenze del cliente medio.
Dico solo che se a lei fa piacere ascoltare Stockhausen, fa piacere anche a me.
Do l’indirizzo.
Do l’indirizzo.
Do l’indirizzo.
Do un’occhiata.
Dobbiamo far ascoltare ai clienti questa radio qui.
E allora perché lo mette su?, dico.
E dunque?, dico.
E più sono strane, più pagano.
E’ mezzanotte passata.
E’ mezzanotte passata.
E’ un capolavoro della musica del nostro tempo.
Fa cagare, dice il tassista.
Fa un freddo cane, dice la ragazza.
Fermo, dico.
Fine corsa.
Gli Einstürzende Neubauten vanno benissimo, dico.
Guardi che Stravinskij andava benissimo, dico.
Guardi, dice la ragazza, io devo andare proprio, e mi dice dove.
Ha sempre una musica che fa cagare, dice la ragazza.
I Genesis, dice il tassista. Si rende conto?
I Genesis?, dico.
Il tassista allunga la mano sul cruscotto.
Il tassista frena di colpo.
Il taxi arriva.
Il taxi arriva.
Il taxi arriva.
In questo caso, dico, le dirò che a me Stockhausen andava benissimo.
Infatti, dice la ragazza. Facciamo a metà?
Io su Venezia 12 non ci salgo, dice la ragazza.
L’ho presa su un paio di volte, su quest’ora, dice il tassista.
La prego, dice il tassista.
La ragazza?, dico.
Le chiamo un collega, se vuole.
Lei appartiene a una ristretta minoranza, dice il tassista.
Lei ascolta Stockhausen per suo diletto; salgo io e mette su il liscio; la invito a rimettere su Stockhausen; e lei mi dice che devo pagare per questo.
Lei conosce il Gesang der Jünglinge im Feuerofen?, dice il tassista.
Ma a lei piace questa radio?, dico.
Ma abbiamo la sponsorizzazione.
Ma è Venezia 12, dice la ragazza.
Ma io non devo far piacere a lei, dice il tassista.
Ma noi abbiamo una sponsorizzazione, dice il tassista.
Ma non avevate una sponsorizzazione con una radio commerciale?, dico.
Ma…, dico.
Ma…, dico.
Magari la prossima canzone va meglio, dice il tassista.
Mah, dico. A me pare che qui siamo lei ed io.
Me ne frego della sponsorizzazione, dice il tassista.
Meno male, dice il tassista.
Mi faccia capire, dico.
Mi scusi, dice la ragazza, ma i taxi arrivano?
Naturale, dico.
No, dico.
Non ho ancora chiuso la porta che riconosco la voce distorta, moltiplicata e straniata del bambino in Gesang der Jünglinge im Feuerofen di Karlheinz Stockhausen.
Non ho ancora chiuso la porta che riconosco le note e i timbri del Sacre du printemps di Stravinskij.
Non ho ancora chiuso la porta che riconsco il tipico sound degli Einstürzende Neubauten.
Non le piace questa radio?, dice il tassista.
Non mi interessa questa musica, dico.
Non ne dubito, dico.
Non pretendo di imporre Stockhausen a tutti, dico.
Non può pretendere di imporre i suoi gusti a tutti.
Non sarà per cinque minuti d’attesa che morirò di freddo.
Non siamo amici.
Non so neanche che radio è.
Non vorrei perdere il controllo di me stesso.
Perché?, dico.
Perché?, dico.
Piove fitto.
Pretendeva che le mettessi su i Genesis.
Prima di partire il tassista allunga la mano destra sul cruscotto, abolisce Stockhausen e passa a una radio di liscio.
Prima di partire il tassista allunga la mano destra sul cruscotto, abolisce Stravinskij e passa a una radio commerciale.
Può scendere, dice il tassista.
Può scendere, dice.
Sa, dice il tassista, pensavo che lei fosse amico di quella là.
Salgo a bordo.
Se siamo più o meno nella stessa direzione, il primo taxi che arriva lo prendiamo tutti e due.
Se vuole un trattamento personalizzato, dice il tassista, deve pagarlo a parte.
Senta, dico, io devo andare, e le dico dove devo andare.
Si avvia.
Si figuri, dice il tassista.
Si mette anche lei ad aspettare, sotto la pensilina.
Si trova sempre l’allocco che paga per le cose più strane, dice il tassista.
Sì, dice il tassista.
Sì, dice il tassista.
Sì, è Venezia 12, dico.
Siamo di strada, dico.
Sono alla stazione ferroviaria.
Sono davanti al cancello di casa e aspetto un taxi.
Sono le sei di mattina.
Sto alla stazione ferroviaria, sotto la pensilina del posteggio, e aspetto un taxi che non arriva.
Sto aspettando da una decina di minuti, dico.
Tuttavia, a me il liscio fa cagare.
Tuttavia, sulla base della mia lunga esperienza, so che la maggioranza dei clienti preferisce il liscio.
Vabbè, senta, dico, io vado.
Vada, vada, dice la ragazza.

Alfabetico 1 / Dialogo

2 ottobre 2014

di giuliomozzi

“Affare fatto”, dico.
“Ah”, dice il tassista.
“Allora, se può”, dico, “la spenga”.
“Be’”, dico, “sempre meglio dei Pink Floyd”.
“Che c’è?”, dice il tassista.
“Complimenti”, dice il tassista. “Tuttavia, sulla base della mia lunga esperienza, so che la maggioranza dei clienti preferisce il liscio”.
“E allora perché lo mette su?”, dico.
“E dunque?”, dico.
“Fa cagare”, dice il tassista. “Ma abbiamo la sponsorizzazione”.
“Fa un freddo cane”, dice la ragazza.
“Fermo”, dico.
“Gli Einstürzende Neubauten vanno benissimo”, dico.
“Guardi che Stravinskij andava benissimo”, dico.
“Guardi”, dice la ragazza, “io devo andare proprio”, e mi dice dove.
“Ha sempre una musica che fa cagare”, dice la ragazza.
“I Genesis?”, dico.
“I Genesis”, dice il tassista. “Si rende conto?”.
“In questo caso”, dico, “le dirò che a me Stockhausen andava benissimo”.
“Infatti”, dice la ragazza. “Facciamo a metà?”.
“Io su Venezia 12 non ci salgo”, dice la ragazza.
“L’ho presa su un paio di volte, su quest’ora”, dice il tassista.
“La prego”, dice il tassista. “Non vorrei perdere il controllo di me stesso”.
“La ragazza?”, dico.
“Lei appartiene a una ristretta minoranza”, dice il tassista. “Non può pretendere di imporre i suoi gusti a tutti”.
“Lei conosce il Gesang der Jünglinge im Feuerofen?”, dice il tassista.
“Ma a lei piace questa radio?”, dico.
“Ma è Venezia 12″, dice la ragazza.
“Ma io non devo far piacere a lei”, dice il tassista. “Devo soddisfare le esigenze del cliente medio”.
“Ma noi abbiamo una sponsorizzazione”, dice il tassista. “Dobbiamo far ascoltare ai clienti questa radio qui”.
“Ma non avevate una sponsorizzazione con una radio commerciale?”, dico.
“Ma…”, dico.
“Ma…”, dico.
“Magari la prossima canzone va meglio”, dice il tassista.
“Mah”, dico. “A me pare che qui siamo lei ed io”.
“Me ne frego della sponsorizzazione”, dice il tassista. “Che musica si sente in questo taxi lo decido io”.
“Meno male”, dice il tassista.
“Mi faccia capire”, dico. “Lei ascolta Stockhausen per suo diletto; salgo io e mette su il liscio; la invito a rimettere su Stockhausen; e lei mi dice che devo pagare per questo”.
“Mi scusi”, dice la ragazza, “ma i taxi arrivano?”.
“Naturale”, dico. “E’ un capolavoro della musica del nostro tempo”.
“No”, dico. “Non siamo amici”.
“Non le piace questa radio?”, dice il tassista.
“Non ne dubito”, dico. “Tuttavia, a me il liscio fa cagare”.
“Non pretendo di imporre Stockhausen a tutti”, dico. “Dico solo che se a lei fa piacere ascoltare Stockhausen, fa piacere anche a me”.
“Non so neanche che radio è. Non mi interessa questa musica”, dico.
“Perché?”, dico.
“Perché?”, dico.
“Può scendere”, dice il tassista. “Fine corsa. A carico mio. Le chiamo un collega, se vuole”.
“Può scendere”, dice.
“Sa”, dice il tassista, “pensavo che lei fosse amico di quella là”.
“Se vuole un trattamento personalizzato”, dice il tassista, “deve pagarlo a parte”.
“Senta”, dico, “io devo andare”, e le dico dove devo andare. “Se siamo più o meno nella stessa direzione, il primo taxi che arriva lo prendiamo tutti e due”.
“Sì, è Venezia 12″, dico.
“Si figuri”, dice il tassista. “pretendeva che le mettessi su i Genesis”.
“Si trova sempre l’allocco che paga per le cose più strane”, dice il tassista. “E più sono strane, più pagano”.
“Sì”, dice il tassista.
“Sì”, dice il tassista. “Anche perché a me Stockhausen, sarà anche un grande, ma mi fa cagare”.
“Siamo di strada”, dico.
“Sto aspettando da una decina di minuti”, dico.
“Vabbè, senta”, dico, “io vado”.
“Vada, vada”, dice la ragazza. “Non sarà per cinque minuti d’attesa che morirò di freddo”.

Remix

2 ottobre 2014

di giuliomozzi

Aspetto un taxi.
Arriva il taxi.
Aspetto un taxi che non arriva.
Non ho ancora chiuso la porta.
Arriva il taxi.
Allunga la mano sul cruscotto.
Aspetto un taxi.
Aspetto un taxi che non arriva.

“Guardi che Stravinski andava benissimo”.
“Ma noi abbiamo una sponsorizzazione”.
“Le dirò che a me Stockhausen andava benissimo”.
“Me ne frego della sponsorizzazione”.
“Pretendeva che le mettessi su i Genesis”.
“Ma non avevate una sponsorizzazione?”.
Il tassista frena di colpo.
“Può scendere”, dice. “Gli Einstürzende Neubauten vanno benissimo”

“E’ un capolavoro della musica del nostro tempo”.
“Mi fa cagare”.
“Non le piace questa radio?”.
“Lo decido io”.
“Questa radio qui”.
“Si rende conto?”.
“Non ne dubito”.
“Mi fa cagare”.

Sono alla stazione ferroviaria.
E’ mezzanotte passata.
Sono le sei di mattina.
Sono davanti al cancello di casa.
Sotto la pensilina del posteggio.
E’ mezzanotte passata.
Piove fitto.
“Le chiamo un collega, se vuole”.

Rip.: Aspetto un taxi.
Arriva il taxi, ecc.

Deviazione

1 ottobre 2014

di giuliomozzi

E’ mezzanotte passata. Piove fitto. Sto alla stazione ferroviaria, sotto la pensilina del posteggio, e aspetto un taxi che non arriva.
Arriva una ragazza tutta stretta in un giacchino troppo leggero, mal protetta da un ombrello troppo piccolo. Si mette anche lei ad aspettare, sotto la pensilina.
“Mi scusi”, dice la ragazza, “ma i taxi arrivano?”.
“Sto aspettando da una decina di minuti”, dico.
“Fa un freddo cane”, dice la ragazza.
“Senta”, dico, “io devo andare”, e le dico dove devo andare. “Se siamo più o meno nella stessa direzione, il primo taxi che arriva lo prendiamo tutti e due”.
“Guardi”, dice la ragazza, “io devo andare proprio”, e mi dice dove.
“Siamo di strada”, dico.
“Infatti”, dice la ragazza. “Facciamo a metà?”.
“Affare fatto”, dico.
Ci rimettiamo ad aspettare.
Il taxi arriva.
Apro la porta e dico: “Prego”.
“Ma è Venezia 12″, dice la ragazza.
Do un’occhiata.
“Sì, è Venezia 12″, dico.
“Io su Venezia 12 non ci salgo”, dice la ragazza.
“Perché?”, dico.
“Ha sempre una musica che fa cagare”, dice la ragazza.
“Vabbè, senta”, dico, “io vado”.
“Vada, vada”, dice la ragazza. “Non sarà per cinque minuti d’attesa che morirò di freddo”.
Salgo a bordo.
Non ho ancora chiuso la porta che riconsco il tipico sound degli Einstürzende Neubauten.
Do l’indirizzo.
Il tassista allunga la mano sul cruscotto.
“Fermo”, dico.
“Che c’è?”, dice il tassista.
“Gli Einstürzende Neubauten vanno benissimo”, dico.
“Ah”, dice il tassista.
Si avvia.
“Sa”, dice il tassista, “pensavo che lei fosse amico di quella là”.
“La ragazza?”, dico.
“Sì”, dice il tassista.
“No”, dico. “Non siamo amici”.
“Meno male”, dice il tassista.
“Perché?”, dico.
“L’ho presa su un paio di volte, su quest’ora”, dice il tassista.
“E dunque?”, dico.
“Si figuri”, dice il tassista. “Pretendeva che le mettessi su i Genesis”.
“I Genesis?”, dico.
“I Genesis”, dice il tassista. “Si rende conto?”.
“Be'”, dico, “sempre meglio dei Pink Floyd”.
Il tassista frena di colpo.
“Può scendere”, dice.
“Ma…”, dico.
“Può scendere”, dice il tassista. “Fine corsa. A carico mio. Le chiamo un collega, se vuole”.
“Ma…”, dico.
“La prego”, dice il tassista. “Non vorrei perdere il controllo di me stesso”.

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1 ottobre 2014

chihaorecchio

La formazione dello scrittore, 15 / Marco Giovenale

1 ottobre 2014

di Marco Giovenale

[Questo è il quindicesimo articolo della serie La formazione dello scrittore, parallela alla serie La formazione della scrittrice. Ringrazio Marco per la disponibilità. gm]

marco_giovenaleStarei in verità per confessarmi inadatto a parlare di formazione dello scrittore. Applicata l’espressione al mio caso – sento forse pertinente e calzante modificarla in “formazione di una scrittura”.

Parlerei dunque, come posso, di questa, della formazione di una scrittura. (Che tenta di essere senza io-moi, dunque senza io-scrittore, forse; ma non senza soggetto – dell’inconscio). (L’informe c’è. Il formato, se e quando c’è, è il testo).

Di più. La scrittura è poi in effetti, in qualche modo, scritture. Una faccenda plurale. Correggo allora: Formazione di scritture.

Come evolvono, firmate MG (o “differx”, talvolta)? Da quali possibili gruppi / groppi di premesse? Verso quali direzione?

Se almeno dal 2002 (in termini editoriali) una delle strade affrontate è stata quella della poesia, anche questa – in sé – si ramificava o contraddiceva lavorando su piani che proprio poesia non erano. Anzi chiudevano in un angolo di contraddizione l’idea corrente di poesia che (non solo in quegli anni) pareva dominante nel contesto italiano. Questo ho sperimentato, fino al punto in cui la contraddizione interna al mio lavoro è parsa spostare l’asse del discorso e del mio piccolo iter su una prosa particolare, o modo di prosa, che non era e non è prosa poetica, e che anzi rivendica un’identità di… prosa in prosa. Una roba stranissima, distante dalla narrazione come dalla poesia (e dal poetico).

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Variante

30 settembre 2014

di giuliomozzi

Sono le sei di mattina. Sono davanti al cancello di casa e aspetto un taxi. Il taxi arriva.
Non ho ancora chiuso la porta che riconosco la voce distorta, moltiplicata e straniata del bambino in Gesang der Jünglinge im Feuerofen di Karlheinz Stockhausen.
Do l’indirizzo.
Prima di partire il tassista allunga la mano destra sul cruscotto, abolisce Stockhausen e passa a una radio di liscio.
“Ma non avevate una sponsorizzazione con una radio commerciale?”, dico.
“Me ne frego della sponsorizzazione”, dice il tassista. “Che musica si sente in questo taxi lo decido io”.
“In questo caso”, dico, “le dirò che a me Stockhausen andava benissimo”.
“Lei conosce il Gesang der Jünglinge im Feuerofen?”, dice il tassista.
“Naturale”, dico. “E’ un capolavoro della musica del nostro tempo”.
“Complimenti”, dice il tassista. “Tuttavia, sulla base della mia lunga esperienza, so che la maggioranza dei clienti preferisce il liscio”.
“Non ne dubito”, dico. “Tuttavia, a me il liscio fa cagare”.
“Lei appartiene a una ristretta minoranza”, dice il tassista. “Non può pretendere di imporre i suoi gusti a tutti”.
“Non pretendo di imporre Stockhausen a tutti”, dico. “Dico solo che se a lei fa piacere ascoltare Stockhausen, fa piacere anche a me”.
“Ma io non devo far piacere a lei”, dice il tassista. “Devo soddisfare le esigenze del cliente medio”.
“Mah”, dico. “A me pare che qui siamo lei ed io”.
“Se vuole un trattamento personalizzato”, dice il tassista, “deve pagarlo a parte”.
“Mi faccia capire”, dico. “Lei ascolta Stockhausen per suo diletto; salgo io e mette su il liscio; la invito a rimettere su Stockhausen; e lei mi dice che devo pagare per questo”.
“Sì”, dice il tassista. “Anche perché a me Stockhausen, sarà anche un grande, ma mi fa cagare”.
“E allora perché lo mette su?”, dico.
“Si trova sempre l’allocco che paga per le cose più strane”, dice il tassista. “E più sono strane, più pagano”.

Benissimo

30 settembre 2014

di giuliomozzi

Sono alla stazione ferroviaria. E’ mezzanotte passata. Aspetto un taxi. Il taxi arriva.
Non ho ancora chiuso la porta che riconosco le note e i timbri del Sacre du printemps di Stravinskij.
Do l’indirizzo.
Prima di partire il tassista allunga la mano destra sul cruscotto, abolisce Stravinskij e passa a una radio commerciale.
“Guardi che Stravinskij andava benissimo”, dico.
“Ma noi abbiamo una sponsorizzazione”, dice il tassista. “Dobbiamo far ascoltare ai clienti questa radio qui”.
“Allora, se può”, dico, “la spenga”.
“Non le piace questa radio?”, dice il tassista.
“Non so neanche che radio è. Non mi interessa questa musica”, dico.
“Magari la prossima canzone va meglio”, dice il tassista.
“Ma a lei piace questa radio?”, dico.
“Fa cagare”, dice il tassista. “Ma abbiamo la sponsorizzazione”.

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30 settembre 2014

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29 settembre 2014

La formazione della scrittrice, 34 / Franca Mancinelli

29 settembre 2014

di Franca Mancinelli

[Questo è il trentaquattresimo articolo della serie La formazione della scrittrice (esce il lunedì), alla quale si è da tempo affiancata la serie La formazione dello scrittore (esce il giovedì). Ringrazio Franca per la disponibilità. gm].

Cedere la parola

franca_mancinelliCi si forma per distruzione. Una parte di noi precipita in un luogo senza fondo. Piccole bolle risalgono verso la superficie: lievi increspature poi nulla, più nulla. Un silenzio compatto, una sepoltura perfetta. Un sacrificio che compie qualcuno per noi esaudendo il nostro voto (la nostra paura più grande) o che compiamo noi stessi bendati e inconsapevoli, spinti da invisibili mani.

Scrivo perché ho ceduto la parola. Cedo la parola alla bocca degli altri. La cedo fino a perderla, fino a ritrovarmi ammutolita, imbavagliata, a una frazione di secondo dalla possibilità di ritornare. Ma quel secondo è decisivo, in quel secondo si è già pattuito, giudicato, stabilita la visione delle cose, intessuta la discussione, riso e deciso anche per te: alla presenza di te che affondi in una delle tante scuciture, maglie allargate e strappi del reale. Sprofondi nell’ascolto, lentamente perdi consistenza, cadi a capofitto. Le parole si stagliano altissime, come nuvole bianche contro un cielo nitido. Appartengono agli adulti, a un mondo che si svolge, che continua ad accadere. Finché qualcuno ha la parola ascolti, persuasa del suo diritto a occupare uno spazio di senso e di suono, della sua ragione a esistere così, nella forza che ha chi prende la parola, contenendosi entro i propri confini o cancellando anche i tuoi labilissimi contorni. Perdendo la parola divento un animale docile, un albero che fruscia. Tutti i graffi e i segni che porto, le fratture, il sangue perso, vengono da questa sfasatura rispetto al reale che accade. Una fenditura in cui è caduto anche qualche grano di polvere. Un giorno vi ho trovato un filo d’erba.

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27 settembre 2014
Una signora fa una proposta culturale

Una signora fa una proposta culturale

Dieci cose da fare prima di firmare un contratto con un editore del quale non sai nulla

27 settembre 2014
Tre diversi punti di vista sull'editoria a spese degli autori

Tre diversi punti di vista sull’editoria a spese degli autori

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Signor Jourdain, sei un mito!

26 settembre 2014

copertina_ODPdi giuliomozzi (e Molière)

Il signor Jourdain, protagonista della commedia di Molière Il borghese gentiluomo, è – per tutti noi che cerchiamo di insegnare a scrivere e a narrare, un vero mito. Un nume tutelare. L’esempio perfetto dell’allievo impossibile (e del maestro intollerabile). Il signor Jourdain è un borghese arricchito, che vuole assumere modi da “gentiluomo”. Perciò si riempie la casa di insegnanti: maestro di musica, maestro di danza, maestro… di filosofia, ovvero di tutti i saperei umanistici. E che cosa succede? Leggete qua:

Signor Jourdain: Devo farle una confidenza. Sono innamorato di una dama dell’aristocrazia, e vorrei che lei mi aiutasse a scriverle qualcosa in un bigliettino – che le lascerò cadere ai piedi.

Maestro di filosofia: Benissimo.

Signor Jourdain: Qualcosa di galante, naturalmente.

Maestro di filosofia: Certo. Volete scriverle qualche verso?

Signor Jourdain: No, no, per carità. Niente versi.

Maestro di filosofia: Soltanto prosa?

Signor Jourdain: No: non voglio né prosa né versi.

Maestro di filosofia: Bisogna pure che sia uno dei due.

Signor Jourdain: E perché?

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“L’officina della parola”: incontri di presentazione

25 settembre 2014

copertina_ODPdi giuliomozzi

La prima presentazione di L’officina della parola di Brugnolo e Mozzi sarà presso la Libreria Feltrinelli di Padova, giovedì 30 ottobre, alle 18. Ci saranno (miracolosamente) sia Brugnolo sia Mozzi.

Ora: qualcuno è interessato a organizzare incontri dedicati a questo nostro lavoro? A me piacerebbe fare non solo incontri in libreria (che peraltro vanno benissimo), ma anche (e magari soprattutto) incontri presso scuole, università, gruppi o associazioni di insegnanti, gruppi di lettura, corsi o scuole di scrittura e narrazione, corsi o scuole di giornalismo, e chi più ne ha più ne metta. (A me, cattolico piuttosto rattristato dalla qualità media piuttosto bassa della predicazione, piacerebbe fare anche qualche incontro in seminari o monasteri).
Ovviamente sarà complicato avere disponibili per gli incontri entrambi gli autori: che hanno entrambi vite complicate e migratorie (Brugnolo, per dire, abita a Padova ma insegna all’Università di Pisa; Mozzi, chi legge vibrisse può farsi un’idea). Però, insomma, anche ciascuno per conto proprio sono (siamo) in grado (si spera) di offrire qualcosa di interessante.

Gli interessati (grazie!) possono scrivere a Giulio Mozzi (mettendo nell’oggetto: “presentazioni dell’Officina”) o scrivere qui sotto nei commenti (cosa utile per, eventualmente, incrociare qualche altro interessato nelle proprie vicinanze…).

Chi conosca poco Stefano Brugnolo può, per farsi un’idea del tipo, leggere il suo saggio su Significato e bellezza della canzone leggera, in tre parti: prima, seconda, terza.

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25 settembre 2014
Un signore si rende conto

Un signore si rende conto


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