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5 settembre 2014
Due candidati alla Bottega di narrazione non riescono a nascondere l'intensa gioia per essere stati ammessi

Due candidati alla Bottega di narrazione non riescono a nascondere l’intensa gioia per essere stati ammessi

L’immagine viene da qui.

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4 settembre 2014
Due candidati alla Bottega di narrazione si preparano alla selezione finale

Due candidati alla Bottega di narrazione si preparano alla selezione finale

Illustrazione di Norman Rockwell.

La formazione dello scrittore, 11 / Raul Montanari

4 settembre 2014

di Raul Montanari

[Questo è l'undicesimo articolo della serie La formazione dello scrittore, che appare in vibrisse il giovedì (ed è parallela a quella La formazione della scrittrice, che appare invece il lunedì). Ringrazio Raul per la disponibilità. gm]

Ho imparato a leggere e scrivere a quattro anni, seguendo le lezioni in tv del maestro Manzi nella trasmissione “Non è mai troppo tardi”, una gemma del canale unico della Rai. Ho un vago ricordo di un parente che viene a trovarci nella casa sul lago d’Iseo dove abitavamo allora. Io sono seduto al tavolo della cucina, davanti al piccolissimo televisore in bianco e nero, e mia nonna sta sparecchiando (o apparecchiando). Il parente cerca di parlare con me, io lo ignoro, infastidito. Un piccolo trionfo della comunicazione scritta sull’oralità – ma forse quel parente era noioso, tutto qui.

Le prime letture sono state soprattutto fumetti. Penso che il fumetto popolare, quello in cui l’inventiva dei creatori è assoggettata a rigide cadenze spaziotemporali, sia sempre stato sottovalutato per quanto riguarda l’influenza che ha avuto nel forgiare un linguaggio e un immaginario comuni.
Le mie tre stelle polari sono stati Tex, Paperino e Alan Ford, quest’ultimo incontrato più tardi, quando ero in prima media.
Ho imparato da Tex (ossia dal suo autore, Bonelli) il fascino di una storia che inizia fingendo di essere un’altra storia. Per esempio nel numero 34, Sinistri incontri, che da bambino consideravo a ragione uno dei più belli, all’inizio Tex si accampa di notte presso un bosco e viene svegliato dai rumori di un grosso animale ostile, che però non lo attacca; nel frattempo, due indios derubano un giovane e ricco messicano e lo abbandonano in una cava di pietra. Tex (il fumetto, ma forse anche il personaggio) mi ha insegnato la fiducia e la pazienza del lettore, che va avanti sicuro che prima o poi i rami laterali confluiranno nell’asta principale della storia, o che uno di questi affluenti si ingrosserà tanto da rivelare di essere lui stesso il fiume. Insomma, la differenza fra fabula e intreccio.
Però non credo che in Italia si sia mai visto niente di paragonabile ai primi settantacinque numeri di Alan Ford, quelli disegnati da Magnus. L’accoppiata Magnus e Bunker, quando funziona al meglio, crea opere di una densità, una genialità e una fantasia sbalorditive, che passano attraverso il surreale per ottenere effetti brutali e irresistibili di realismo. Mozzano il fiato certi dialoghi di Bunker (Luciano Secchi), la sua inesauribile generosità inventiva, servita a meraviglia dalle matite di Magnus.
Ricordo un giorno, credo fosse il 2005. Tiziano Scarpa ha mangiato a casa mia e adesso siamo attesi da un appuntamento urgente. Per caso, mentre io mi allaccio le scarpe, prende in mano un numero di Alan Ford che sto rileggendo in quei giorni, e mezz’ora dopo siamo ancora lì tutti e due, io orgoglioso come quando si presenta a un amico una ragazza bellissima, Tiziano – uno dei più grandi creatori di forme nella letteratura italiana contemporanea – che sfoglia lentamente il fumetto, attonito, e ripete: “Non è possibile… ma come fanno? Davvero erano solo in due e dovevano buttarne fuori uno al mese, di questi albi? In ogni vignetta, in ogni singola vignetta c’è un’invenzione! Ma da dove le tirano fuori?”.
Allora diciamo, per amor di sintesi, che ho imparato da Tex e da certe avventure di Paperino a congegnare le storie, e da Alan Ford a scrivere i dialoghi. Ma allora non lo sapevo ancora; mi piacevano e basta.

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3 settembre 2014
Tre candidati alla Bottega di narrazione inseguono la borsa di studio.

Tre candidati alla Bottega di narrazione inseguono la borsa di studio.

La polvere (Le cose che ci sono in casa, 118)

3 settembre 2014

di manu

[Le regole del gioco sono qui].

La polvere mi somiglia
quando arretra davanti allo straccio,
perchè anch’io faccio un passo indietro, spesso.

La polvere mi somiglia
quando sparisce e poi riappare,
perchè anch’io vado via, e poi torno.

La polvere mi somiglia
quando fa i segni sul tavolo,
perchè anch’io ho disegnato, sul tavolo.

La polvere mi somiglia
perchè sa di dimenticanza,
e anch’io mi alleno a dimenticare.

La polvere mi somiglia
quando non ti accorgi che c’è,
perchè anch’io faccio piano, per non disturbare.

La polvere mi somiglia
se penso che è dappertutto,
perchè anch’io devo correre, di qua e di là.

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I cuscini (Le cose che ci sono in casa, 117)

3 settembre 2014

di Magda Guia Cervesato

[Le regole del gioco sono qui].

Miei cento amanti
giacete accanto
l’ordine è sparso

piccoli medi grandi bianchi neri colorati
sciupati imbrattati come libri
amati

Scivolatemi addosso
portatemi in fondo
a un sonno incurante
del mio insonne mondo

Beiamoci nel letto sfatto
sottraiamoci al rimbocco
attraversiamo da esiliati
questi teli alati

Il cucchiaio (Le cose che ci sono in casa, 116)

3 settembre 2014

di Claudio Calzana

[Le regole del gioco sono qui].

LA MAGIA del cucchiaio è
presto detta: un lato
capovolge, l’altro
deforma. Questo specchio
da tavola infedele
alimenta visioni.

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2 settembre 2014
Lo sconcerto dipinto nel volto di due candidati, nel momento in cui apprendono di non essere stati ammessi alla Bottega di narrazione.

Lo sconcerto dipinto nel volto di due candidati, nel momento in cui apprendono di non essere stati ammessi alla Bottega di narrazione.

Cosa o come insegnare a scuola / Analizzare un testo, 2

2 settembre 2014

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1 settembre 2014
Bottega di narrazione: i selezionatori al lavoro

Bottega di narrazione: i selezionatori al lavoro

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La formazione della scrittrice, 30 / Rosella Postorino

1 settembre 2014

di Rosella Postorino

[Questo è il trentesimo articolo della serie La formazione della scrittrice (esce il lunedì), alla quale si è da tempo affiancata la serie La formazione dello scrittore (esce il giovedì). Ringrazio Rosella per la disponibilità. gm].

rosella_postorinoIl primo libro che ho rubato è Il conte di Montecristo, da uno scatolone confinato in una delle stanze dove si faceva Acr. Appena possibile, cioè a scuola, c’è stato Calvino, ci sono state le poesie di Saba nel sussidiario – mi incantavano le similitudini di A mia moglie, mi stupiva che si potesse paragonare una persona a una pollastra, una cagna, una giovenca, non per offenderla, ma addirittura per celebrarla; questo ribaltamento del linguaggio era una specie di prodigio, per me – e c’è stato anche Cuore, perché mia madre da ragazzina lo aveva amato, e quindi volevo amarlo pure io. I primi testi che ho letto erano scritti da uomini. Ma è grazie alle donne, se scrivo.

Ogni volta che da piccola incontravo una scrittrice i cui libri si leggevano in classe o erano compiti a casa, pensavo che allora era possibile, che avrei potuto scrivere anch’io.

Anne Frank è stata la prima di tutte. Perché era poco più che una bambina. Perché scrivere era per lei un tentativo di mettere ordine nel disastro della Storia precipitata a picco nella sua vita, di aprire finestre nei muri asfittici dell’alloggio segreto, di trasformare gli ingombranti inquilini in personaggi buffi, i litigi in commedia, la paura in immaginazione. Perché Anne era una testimone, e già a nove anni io assegnavo alla scrittura un valore testimoniale. Non di un’epoca storica o di una tragedia sociale, o non soltanto. La scrittura testimoniava di ogni singola esistenza accaduta come evento sulla Terra. Rivelando qualcosa di un singolo individuo – reale o fittizio, non aveva importanza – rivelava qualcosa di tutti, e lo faceva per tutti.

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L’icona (Le cose che sono in casa, 115)

31 agosto 2014

di Stefano Serri

[Le regole del gioco sono qui].

Inizi adesso a intuirla:
sono trent’anni che ti guarda
appesa nello stesso posto.
Quel volto lungo e gli occhi aperti
oltre lo sguardo occhi rivolti
alle scoperte fatte dentro.

Il tempo non è tardi.

Continui a stare nello stesso posto
la stessa camera: lo spazio è nuovo:
ci sono dimensioni più sottili
e altre tanto vaste che respiri.
Non lo sapevi: ora è venuto il giorno
di accorgersi di ciò che hai lì davanti
stupirsi di ogni cosa già evidente.
L’icona con te parla e tu ti osservi.
Il tempo è stato estratto e ora è steso.
Rimani ad adorare nel sorriso.

Il merlo (Le cose che ci sono in casa, 114)

31 agosto 2014

di un anonimo

[Le regole del gioco sono qui. Questa poesia esulerebbe un po' dal tema - un merlo non è una "cosa", bensì un "vivente"; ma l'elenco iniziale mi sembra ricuperi il tutto gm].

Nella casa ci sono tappi
Farmaci scaduti strappi
Di matite su pareti

Ci sono brochure di preti
Che confessano in orari improbabili
Ci sono stabili mobili
Non indispensabili

Ci sono voci spesso esterne
Di mamme che rimproverano
Figlie adolescenti
Di donne che litigano
Con voci ferme.

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La tenda della doccia (Le cose che ci sono in casa, 113)

31 agosto 2014

di Pietro Roversi

[Le regole del gioco sono qui].

Di un impermeabile di cerata, nuovo e lucido,
mando a memoria innanzitutto la lunghezza
d’onda. Lo stesso di una tenda per la doccia.
E quest’enfasi sul giallo
non è perché cerco un idraulico
o un elettricista, è che trovo
che dopo tutto mi sta bene, me lo merito.
D’altronde, in un negozio
io prima provo, scelgo e poi controllo il prezzo.
E’perché sotto sotto voglio
un destino benigno che mi coccoli.
M’incanta la giustezza a posteriori.
Sia che lo dica con i fiori o cogli anatroccoli.

Il coltello (Le cose che ci sono in casa, 112)

29 agosto 2014

di Sergio L. Duma

[Le regole del gioco sono qui].

Lo uso sempre in casa
Non solo per tagliare la carne
Per mutilarmi anche
In un gioco autodistruttivo

Ogni giorno lo vedo in casa
Lucida superficie che mi attrae
Per sedurmi inoltre
In un delirio ossessivo

Sempre lo osservo in casa
A volte posato sul tavolo
Per tentarmi forse
In un suicidio incisivo

La lettiera (le cose che ci sono in casa, 111)

29 agosto 2014

di Claudio Mercandino

[Le regole del gioco sono qui].

Una muta lettiera di Torino
udì dire alla gatta: “Occhio, t’orino…”.
Subìto poi il diluvio,
diffuse un aspro effluvio
quella lettiera muta di Torino.

(reloaded: controcampo)

Della gentil mia gatta la lettiera
d’intime evacuazioni è bomboniera.
“Silenzio! Odo raspare…”.
E presto essa riappare
d’aromi un po’ indiscreti – ahimè – foriera.

La coppia di comodini (Le cose che ci sono in casa, 110)

29 agosto 2014

di Carla Baranzoni

[Le regole del gioco sono qui].

Due tavolini in coppia a celebrare,
e da trent’anni, i riti dell’amore.
Vimini intrecciato, come in giardino.
Così sognavo la nostra vita insieme.

Ora l’uno tracima libri e fogli sparsi,
parole, bozze e un torsolo di mela.
L’altro, sgombro, anela solo un fiore
nutrito dall’acqua di un bicchiere.

Simili e accoppiati ma non uguali
ché uguali non è mai parola vera.

Cosa o come insegnare a scuola / Analizzare un testo, 1

28 agosto 2014
Illustrazione di Francesco Gonin.

Illustrazione di Francesco Gonin.

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La carta igienica (Le cose che ci sono in casa, 109)

28 agosto 2014

di Claudio Mercandino

[Le regole del gioco sono qui].

È bianca, rosa, azzurra, arabescata
(i raffinati se la compran nera)
e tra le stanze la più riservata
l’ospita tutti i dì, da mane a sera.

Dormicchia quasi sempre accanto a un trono
vuoto, come una gatta acciambellata,
ma, quando arriva il re e dell’acqua il suono
si sente, allor risponde alla chiamata.

E son carezze morbide, a due veli,
è dello strappo il timido frusciare,
è il bacio della carta a fior di peli,
è il dolce retrogusto del nettàre.

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La tovaglia ricamata (Le cose che ci sono in casa, 108)

28 agosto 2014

di Christian Miotto

[Le regole del gioco sono qui].

Guarda,Clara, io gli dico a Clara,
guarda
come lancio la tovaglia,
come la sciorino controluce,
come la dispiego,
guarda come plana.

Guarda, Clara, la ricamatura,
guarda la disposizione dei ricami,
guarda la scelta dei colori,
guarda la perizia nel punto croce, nel punto reale, e quadro,
considera l’autore, il sottoscritto,
postremo iscritto
al corso di ricamo.

Occhei, mi dice Clara,
però, c’ho fame,
mettiamoci sopra le scodelle con il minestrone.
Mah … ma questa tovaglia coi ricami
può solo essere oggetto di contemplazione,
e di meditazione!

Oh, Clara, che mi fai soffrire,
rugbista impenitente.
(P.S. Red Panthers, nella foto quella bionda al centro)


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