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Succede a Piacenza

8 aprile 2014

workcoffee_merli

Manuela Merli ha frequentato nel 2011 la Bottega di narrazione. Leggi un capitolo del romanzo.

Lei lavora

7 aprile 2014

di giuliomozzi

Sono sull’autobus numero 3. Vado in stazione. Mi arriva una telefonata. Rispondo cercando di non dar noia.
Nel corso della conversazione uso una quantità di parole, tra le quali: agente, termine ultimo, Einaudi, anticipo, London Book Fair, novemila copie, risoluzione di contratto, Marsilio, editing, percentuale.
Quando chiudo la conversazione (mancano due fermate alla stazione ferroviaria) mi si avvicina un ragazzo massiccio.
“Mi scusi”, dice il ragazzo massiccio.
Ha una vocetta gentile, da uccellino.
“Mi dica”, dico.
“Lei lavora nell’editoria?”, dice il ragazzo massiccio.
“Lei ha scritto un romanzo?”, dico.
“No”, dice il ragazzo massiccio.
“Bene”, dico.
“Ne ho scritti tre”, dice il ragazzo massiccio.
“Una trilogia fantasy?”, dico.
“Sì”, dice il ragazzo massiccio. E sorride.
Allora noto l’accento modenese. Allora mi frulla in mente un nome.
“Riccardo”, dico.
“Sì”, dice il ragazzo massiccio. Ha un mezzo sorriso, poi fa un passo indietro: quasi spaventato.
In quel momento il bus arriva in stazione. Scendiamo entrambi.
“Riccardo F.”, dico, mentre camminiamo verso le biglietterie.
“Ma lei come fa a saperlo?”, dice il ragazzo massiccio.
“Me l’hai mandata tu”, dico.
“Io?”, dice il ragazzo massiccio.
“Sì”, dico. E gli dico il mio nome.
“Accidenti”, dice il ragazzo massiccio, fermandosi e squadrandomi.
“Problemi?”, dico.
“Ti facevo molto più alto”, dice il ragazzo massiccio.

La formazione della scrittrice, 13 / Antonella Bukovaz

7 aprile 2014

di Antonella Bukovaz

[Questo è il tredicesimo articolo di una serie che spero lunga e interessante. Ringrazio Antonella per la disponibilità. Chi volesse proporsi, mi scriva mettendo nell'oggetto le parole "La formazione della scrittrice". La prossima volta tocca a Sara Loffredi. gm]

Antonella_BukovazRicordo una gita, sarà stato nel 1983 o forse nell’ ’84…
Avevo appena ricominciato a studiare. Gli anni delle Magistrali avevano lasciato un buco intorno al quale frano ancora adesso. Una parente mi indirizzò a un ufficio nel quale, dietro una scrivania ingombra di libri e davanti a un quadro coloratissimo, grande, con forme che nascevano le une dalle altre senza soluzione di continuità, sedeva Pavel Petričič. Mi mostrò due libri uguali. Due libretti sottili che narravano la leggenda della Kraljica Vida illustrati da disegni in bianco e nero. Mi chiese di leggere. A fatica lessi, in dialetto sloveno senza conoscerne la grafia, la prima pagina di uno dei libretti. Con il secondo non mi riuscì. Era la versione in lingua letteraria slovena, della stessa leggenda che alla difficoltà dei grafemi a me sconosciuti univa un lessico altrettanto sconosciuto. Lui mi sorrise, di un sorriso che prometteva una cura per ogni mio smottamento. Mi offrì di rimettermi a studiare e di prepararmi per un grande progetto: la nascita di una scuola bilingue, italiano/sloveno, che per modello didattico sarebbe stata, ed è, unica nel suo genere in Italia. Ma di questo volevo scrivere dopo o forse anche no. Volevo invece cominciare con la gita. Avevo appena iniziato lo studio dello sloveno, lo capivo e parlavo poco. Il recupero della parlata dialettale era però già avviato. Del mio percorso di studio facevano parte le gite d’istruzione che per me erano vere e proprie esplorazioni nel paesaggio e nella cultura slovena. Indelebile nella memoria quella che mi portò a stare seduta su un pavimento di legno nero in una stanza buia. Le pareti, anch’esse nere. Ma forse tenevo solo gli occhi chiusi. Un filo di musica. Una registrazione. Le poesie di Srečko Kosovel che si materializzavano dal nero. Si infilavano sotto di me e mi tenevano sollevata. Era in atto una meraviglia. Da quella casa atterrai stordita. Cercai di mantenere quello stato di stupore il più a lungo possibile. Non avevo mai letto poesia. Cercai Kosovel. Poi, a lungo, più nulla.

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Indecisione

6 aprile 2014

di giuliomozzi

Stazione di Verona. Binario quattro. Aspetto la Freccia Bianca per Venezia. Vado a Padova, mia città.
Mi si avvicina un tipo con pantaloni e giubba mimetica. Sotto la giubba, che è un po’ aperta, ha una camicia bianca e una cravatta blu con piccoli segni gialli.
“E’ qui il Milano?”, dice il tipo indicando il binario quattro.
“Sì”, dico. Poi mi correggo subito: “No, qui è il Venezia, il Milano è qui sul tre”, e indico col pollice il binario tre alle mie spalle.
“E’ qui il Venezia?”, dice il tipo indicando ancora il binario quattro.
“Sì”, dico.
“Sei di Verona?”, dice il tipo.
“No”, dico.
“Di dove sei?”, dice il tipo.
“Fatti miei”, dico.
“Io sono di Napoli, e tu?”, dice il tipo.
“Fatti miei”, dico.
“Ah, va be’, va be’”, dice il tipo. Mi tocca la spalla destra. “Sta’ bene, sai?”, e si allontana.
Fatti due passi si volta:
“Ma è qui il Milano, sì?”.

Com’è andata? Bene, grazie. Ecco i materiali

6 aprile 2014
Clicca sul naso della bambina e vai al sito della Bottega di narrazione

Clicca sul naso della bambina e vai al sito della Bottega di narrazione

Emozionato come uno scolaretto?

5 aprile 2014

di giuliomozzi

Oggi (a Milano, presso lo Spazio Melampo di via Carlo Tenca 7, dalle 10 alle 17) Giovanni Fiorina, Michela Fregona, Maria Luigia Longo, Ivan Lorenzon, Elena R. Marino, Isabella Nenci, Federica Pittaluga, Bettina Todisco e Clelia Tollot, partecipanti alla seconda Bottega di narrazione (ma Michela è della terza, quella in corso, ed Elena partecipò alla prima) si presentano con il loro lavoro davanti a un pubblico (si spera numeroso e qualificato) di professionisti dell’editoria.
In queste occasioni anch’io, che ho l’emotività di un armadillo, tendo a emozionarmi un po’. Il primo pensiero è per la mia responsabilità. Queste persone hanno scritto, hanno lavorato, hanno studiato. Io le ho fiancheggiate, le ho spinte a farlo, le ho incoraggiate. Loro hanno fatto un investimento di vita, economico, di tempo, davvero colossale. Non è che ci siamo sbagliati? Non è che, forse, certi desideri dovevano essere trattati più criticamente; certe ambizioni dovevano essere smorzate; certi investimenti dovevano essere disincentivati?
Non lo so. In parte non posso saperlo. Si accede alla Bottega per selezione, ma non si può mai essere sicuri. Ci sono anche persone che in un anno, un anno e mezzo di lavoro praticamente non hanno scritto una riga: pur avendo il loro immaginario lì, a portata di mano, o almeno così pareva a me, addirittura diligentemente archiviato e ordinato. Come mai? Ci sono i casi della vita, certo, ma…
E, come tutti, anch’io sbaglio.
Però adesso (sono sul treno per Milano, sono in piedi dalle due e tre quarti di stanotte perché anche la mia vita ci ha i suoi casi, ho messo musica dodecafonica in cuffia per tenermi sveglio) questi pensieri vanno via. Una cosa che ho imparato, in questi anni, è che la determinazione e la pazienza sono tutto. Non si tratta di produrre capolavori, non si tratta di pubblicare a ogni costo e tantomeno di pubblicare a ogni costo con il grande editore di turno. Si tratta di dare il meglio di sé stessi, per poco che sia. Per qualcuno la scrittura è un gioco o un divertimento; per altri è una ragione di vita; per altri ancora (è il mio caso, ad esempio) è una delle cose che si fanno tutti i giorni come lavorare, fare la spesa e cucinare per casa, giocare con i bimbi, conversare con gli anziani genitori, sentire gli amici e così via. Ci vuole pazienza e determinazione perché ciascuno, secondo il suo desiderio e il suo investimento e le sue capacità, ottenga ciò che può
E quindi no, non sono emozionato come uno scolaretto. Sono fermamente determinato e pieno di pazienza.

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Pubblicità dopo due anni

5 aprile 2014

Pubblicità dopo nove anni

5 aprile 2014

Avete mai letto un romanzo illeggibile? No? Adesso ne avete l’occasione.

Ferruccio Parazzoli, Famiglia cristiana, 11 maggio 2005.

Di che cosa ha bisogno un editore per decidere di pubblicare un libro?

4 aprile 2014

Gutenberg

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Attuali (di dieci anni fa) tendenze della narrativa italiana (vista dal buco della serratura)

3 aprile 2014

di giuliomozzi

[Questo mio articolo apparve quasi dieci anni fa, il 14 ottobre 2004, in Nazione indiana. Me lo sono riguardato perché ho cominciato a lavorare seriamente al libro intitolato La narrativa italiana inedita: personalità e tendenze. gm]

buco_serratura_2Il mio mestiere è leggere. Circa l’ottanta per cento delle pagine che leggo sono pagine dattiloscritte. Circa l’un per cento dei dattiloscritti che leggo vengono poi letti anche da qualcun altro. Circa l’uno o due per mille dei dattiloscritti che leggo vengono poi pubblicati da un editore che li manda in libreria. Il mio mestiere mi consente di osservare le attuali tendenze della narrativa italiana. Della narrativa reale, intendo: quella che esiste; non della sola narrativa pubblicata, che è una frazione insignificante (in termini quantitativi) della narrativa esistente.
Lo so: per conoscere davvero le attuali tendenze della narrativa italiana reale bisognerebbe prendere in considerazione anche la narrativa autopubblicata in carta (in proprio o presso editori a pagamento) e in rete. Mi difendo dall’obiezione proponendo l’ipotesi, che mi sembra accettabile, che non ci siano sostanziali differenze tra la narrativa del tutto inedita e quella autopubblicata, almeno per quanto riguarda le tendenze.
Infine: non ho mai tenuto un accurato schedario delle mie letture di dattiloscritti. Ciò che sto per dire può essere tranquillamente catalogato come “impressionistico”.

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Amici, amici

3 aprile 2014

di giuliomozzi

Sette di sera. Sono al tavolino del bar d’angolo, sullo slargo del marciapiede. Prendo un caffè con A., mia giovane allieva.
Si avvicina un tipo con gli occhiali scuri. Barcolla. Fa un gesto vago con la mano.
“Scusi, lei…”, dice.
“Lei chi?”, dico. “Io o”, e indico A., “lei?”.
“Lei, lei”, dice il tipo.
A. mi guarda. Il suo sguardo dice: Non farti attaccare bottone da ‘sto coso, per carità..
“Mi dica”, dico.
“Ma c’è l’ora legale?”, dice il tipo.
“Da domenica”, dico.
“Amico…”, dice il tipo, appoggiando le mani sullo schienale della terza sedia, libera, del nostro tavolino.
“Siamo amici?”, dico.
A. mi dice con lo sguardo: Prendiamo su e andiamo via.
“Tutti siamo amici”, dice il tipo.
“Eh no”, dico.
“Tutti, tutti”, dice il tipo.
A. comincia a mettere le sue carte nella borsa.
“Be’”, dico, “allora dobbiamo dire che ci sono amici e amici”.
“Amici, amici”, dice il tipo. Piega le gambe, quasi appoggia la testa sulle mani.
“Cioè”, dico, “non basta dirsi amici per esserlo veramente”.
Il tipo si alza di scatto.
“Cazzo!”, dice. “Un’altra merda di essenzialista, ho trovato”.
Se ne va.
A. dice: “Ma lo sapevi?”.
“Cosa?”, dico.
“Che quello lì ce l’ha con gli essenzialisti”, dice A.
“Lo sanno tutti, qui nel quartiere”, dico.
“Quindi fare affermazioni anche vagamente essenzialiste”, dice A., “è un metodo infallibile per allontanarlo?”.
“Non infallibile”, dico. “A volte s’incavola e spacca tutto”.

Tour de force

1 aprile 2014

di Dante Alighieri

Amor, tu vedi ben che questa donna
la tua vertù non cura in alcun tempo
che suol de l’altre belle farsi donna;
e poi s’accorse ch’ell’era mia donna
per lo tuo raggio ch’al volto mi luce,
d’ogne crudelità si fece donna;
sì che non par ch’ell’abbia cor di donna
ma di qual fiera l’ha d’amor più freddo;
ché per lo tempo caldo e per lo freddo
mi fa sembiante pur come una donna
che fosse fatta d’una bella petra
per man di quei che me’ intagliasse in petra.

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Imperdibile (dico sul serio)

31 marzo 2014

galiazzo_rutto_pianta_carnivora

Masterpiece

31 marzo 2014

Vedo che Stefano Trucco, già ospite di vibrisse, è arrivato – secondo il suo desiderio – terzo. Mentre Raffaella Silvestri, nostra ospite anche lei, è arrivata seconda. Il vincitore è Nikola Savic. gm

La formazione della scrittrice, 12 / Valeria Parrella

31 marzo 2014

di Valeria Parrella

[Questo è il dodicesimo articolo di una serie che spero lunga e interessante. Ringrazio Valeria per la disponibilità. Chi volesse proporsi, mi scriva mettendo nell'oggetto le parole "La formazione della scrittrice". La prossima volta tocca ad Antonella Bukovaz. gm]

Valeria_ParrellaDi sicuro ricordo che al mio ottavo compleanno mi regalarono un cofanetto di Liala. I titoli che lo componevano erano Lalla, Dormire e non sognare, Lalla che torna. Ricordo di essere rimasta affascinata dall’uso del “che” nel titolo. Mi sembrò una possibilità meravigliosa che in un titolo si potesse mettere il “che” e non solo un sintagma nominale: L’isola del tesoro”, Ventimila leghe sotto i mari, etc. etc.
Di titoli ne facevo assai: giravo per la casa e dicevo, – Il giorno che scriverò un libro si intitolerà -, e poi intitolavo senza scrivere ovviamente, però intitolavo.

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Estimatore

30 marzo 2014

Luigi Russo I Narratori

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Che cosa fate leggere agli studenti? Gentile richiesta agli insegnanti di Italiano che passano di qui

28 marzo 2014

La scuola del 2000, immaginata tanti anni fa

Vi prego di rispondere alla domanda nei commenti. Indicando anche le classi (un conto è dar da leggere l’Ulisse in quinta superiore, un conto è in terza elementare). Do per scontato che si tratti di libri da leggere a casa; vi prego di specificare quindi se si tratta di libri letti in aula. Se poi volete aggiungere qualche riga per dire perché quell’opera, o qual è stata la ricezione: grazie. Scopi della domanda: favorire lo scambio di suggerimenti, farmi un’idea. Grazie ancora. gm

L’immagine qui sopra viene da qui.


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