di giuliomozzi
Da qualche anno ho l’onore di collaborare con Scuola d’autore di Trento. Dico “ho l’onore” perché davvero Scuola d’autore è stata per me, ed è tutt’ora, un’occasione professionale tra le più istruttive che mi siano mai capitate. Tra qualche settimana Scuola d’Autore, in collaborazione col dipartimento di Studi letterari e linguistici dell’Università di Trento e dal liceo Leonardo Da Vinci di Trento, organizza un seminario dal titolo sfrontatamente semplice, e così terra terra da risultare (me ne sono accorto dalle reazioni di qualche amico insegnante) addirittura provocatorio: Cosa insegnare a scuola.
Il seminario è curato da Claudio Giunta e da Amedeo Savoia, e non vedo l’ora di assistervi. Nel frattempo vi domando: secondo voi, nell’ambito della lettura, letteratura, scrittura, retorica e consimili, che cosa bisogna insegnare a scuola? (Alle elementari, alle medie, alle superiori). Che cosa, di preciso? Che ne so: quali autori, quali testi leggere? Quali abilità sviluppare? (Anno per anno).
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26 ottobre 2012 alle 23:05
A sentire il Mondo, quindi ad imparare ad amarlo, perchè in fin dei conti senza il Mondo, l’umano non è nulla. Per sentirlo è necessario saperlo conoscere, saperlo misurare, saperlo rendere assimilabile dalla mente. E’ necessario insegnare il sentimento, la sensibilità nel saper distinguere ciò che è buono e ciò che non lo è in un contesto condiviso. E’ necessario insegnare l’amore per il bello, per ciò che solleva l’animo e lo rende nobile. E’ necessario insegnare a parlare e a scrivere e a rendere al meglio l’importanza di ogni singola parola. E’ importante insegnare il rispetto per le parole, che sono potenti e grandi e possono fare grandi cose se usate bene e per il bene. E’ necessario insegnare la sensazione di stupore, che ai bambini viene insegnato a togliersela e poi non la recuperano più. E’ necessario insegnare il piacere di sorridere e di farlo con gli altri, per gli altri. E’ necessario insegnare l’amore per ciò che è faticoso raggiungere, purchè questo sia buono per chi lo cerca. E’ necessario insegnare a saper distinguere, ad osservare il dettaglio e a godere del macro. E’ necessario insegnare il piacere di imparare ed è necessario farlo con quell’amore che è l’unico mezzo efficace perchè tutto ciò che si insegna, arrivi attraverso l’amore a chi impara. E’ necessario insegnare tutto questo a chi insegna, sopratutto.
Buon lavoro.
26 ottobre 2012 alle 23:24
Non lo so, magari sembrerà stupido e banale. Ma una scuola, qualunque essa sia, dovrebbe insegnare. E lo scopo di insegnare dovrebbe essere quello di rendere il discente autonomo alla fine del percorso docente. In ambito letterario penso che quanto appena detto sopra si possa tradurre in insegnare a leggere. Cosa? Chi? Come? Cosa apprendere da ogni autore e per gradi… ecco, il mio è un semplice parere. Magari da ignorare e nel caso mi scuso per lo spazio occupato. Ecco forse una seconda cosa da insegnare in un corso di letteratura. Come non occupare spazio inutilmente, ma aumentare la resa quando sinscrive.
Come autore, invece, non lascerei mai fuori la pulizia caustica di Pirandello e la filosofia malinconica, reale e intrigante di Hesse.
Scusate ancora per l’intromissione, non sono uno del mestiere.
26 ottobre 2012 alle 23:43
Alle elementari: l’ortografia, quella di base. Se non la impari allora, non la impari più. Fatto questo, lasciare che i bambini scrivano ciò che più li diverte, senza troppe costrizioni.
Leggere molti libri, anche in classe, ad alta voce, curando l’espressione, la recitazione. Spesso i libri vengono letti come se fossero orazioni funebri.
Alle medie: far leggere molto. Libri divertenti e intelligenti (le due cose insieme, possibilmente). Poca grammatica astratta, molto esercizio pratico: a quell’età, i ragazzi hanno bisogno di vedere e toccare quel che studiano.
Al biennio delle superiori: libri appassionanti, che parlino di temi vicini alla loro esperienza (e non intendo necessariamente libri recenti: anche classici, anzi, soprattutto classici). Libri che parlino di vita, di morte, di avventure, che facciano ridere e piangere. “Il giovane Holden” a me non piace granché, ma in genere ha ancora molto successo.
E tanta poesia, partendo dal testo e arrivando alle nozioni teoriche (tutto il contrario di quel che si fa di solito). Far loro apprezzare il suono, il ritmo, la creatività, l’invenzione. Io trovo utilissimi i nonsense, i limerick, le filastrocche, gli scioglilingua, con il loro surrealismo spontaneo.
Al triennio delle superiori: roba tosta, roba che debbano sudare per capire, ma che alla fine li ripaghi. Dante, Petrarca, Boccaccio, Machiavelli, Ariosto, e così via.
E poi curare più rigorosamente la logica, il ragionamento. Insegnare la passione dell’esattezza.
27 ottobre 2012 alle 07:24
Caro Giulio, la tua è una domanda essenziale e difficilissima da risolvere. Come il protagonista del libro “c’è nessuno?” (Che leggo sempre con i miei ragazzi, scuola media) mi inchino e parto per la strada della risposta. Intanto ti invito a curiosare sui miei ultimi blog gestiti con i ragazzi eroidiade.blogspot.com e alberomaestro.wordpress.com
Adesso piove, riporto il cane a casa e vado a scuola, commenterò più a lungo dopo….
27 ottobre 2012 alle 07:27
Oltre ai contenuti, sul piano degli obiettivi credo che si debba anche insegnare come “imparare ad imparare”, in modo che gli studenti possano poi continuare ad apprendere anche fuori dall’ambito – e dopo il periodo obbligatorio – dell’istruzione formale.
Insegnare quindi ad osservarsi, ad individuare le proprie attitudini e strategie (di comprensione, memorizzazione, induzione…), insomma il modo in cui “funzionano” davanti alle cose.
27 ottobre 2012 alle 07:57
A usare bene Wikipedia
27 ottobre 2012 alle 10:53
Educazione alla Bellezza, in tutte le sue declinazioni.
27 ottobre 2012 alle 11:05
In pieno stile steineriano, a mio parere bisogna insegnare la coscienza critica, la curiosità, la voglia di sviluppare le proprie inclinazioni e il proprio talento.
Si, è molto vaga come indicazione, ma mettersi a tavolino a scegliere quali autori fare e quali no va nella direzione opposta a ciò che ho detto. I classici non vanno mai abbandonati e possono fornire la base culturale da cui partire. Sicuramente tra medie e superiori una grande attenzione alla storia moderna e i fatti di attualità, mi ricordo che una decina d’anni fa non si andava mai oltre la guerra fredda.
In sostanza, sono d’accordo con Valentina: i ragazzi devono avere la possibilità e gli strumenti per “imparare ad imparare”.
27 ottobre 2012 alle 12:51
Due cose, fra le altre, secondo me: gli elementi fondamentali della comunicazione (a chi si sta comunicando? con quale mezzo si sta comunicando…?); e anche – sembrerà pure questa una provocazione, ma non vuole esserlo – la “cultura del brutto”. Un testo brutto, mal scritto, superficiale, banale anche, messo in relazione a un testo ben scritto, intelligente. Si impara anche dal confronto e dal brutto si può sforzarsi di prendere le distanze.
27 ottobre 2012 alle 13:20
Dunque, assodato che le informazioni le dà un buon libro e la grammatica del parlare e del vivere la dà il senso comune, direi che quello che è indispensabile sia fornito dall’insegnante è il senso della complessità, sempre che lo possieda perchè non è sicuro.
Significa che la realtà non è data tutta in una volta ma conquistata a furia di autotrascendenza e consapevolezza, quando si passa dalla lettera al senso simbolico, dalla congettura alla verifica delle condizioni che consente il giudizio, dall’idolatria delle proprie pulsioni alla religione dell’Assoluto.
Meno di questo non è educazione, tutt’al più allevamento.
Il resto lo fa una buona enciclopedia o l’ADSL.
Ovviamente, questo comporta che un insegnante sia persona che a sua volta abbia compiuto le corrispondenti conversioni intellettuale ed etica, quel che una volta si chiamava maturità umana.
Senza questo, la padronanza di informazioni e di un gergo disciplinare è inutile e dannosa, perchè promuove solo vacua erudizione o tecnica senza scopo.
27 ottobre 2012 alle 17:08
Si può essere d’accordo con tutti voi (tranne con chi propone, mi auguro provocatoriamente, l’insegnamento dell’impiego corretto di Wikipedia…)? A questo punto posso aggiungere una sola cosa: bisogna insegnare a ricordarsi che chi va a scuola, chi ogni giorno spende almeno cinque ore del proprio tempo per accostarsi alla cultura è un privilegiato, che può impiegare parte della propria esistenza a fare qualcosa di non immediatamente utilizzabile, che non può essere tradotto in valore monetario, che può essere avvicinato anche solo perché è bello.
27 ottobre 2012 alle 18:59
Secondo me bisogna insegnare la passione. E solo se tu sei appassionato dalla tua materia, dai contenuti che vai a illustrare, raggiungi il cuore del discente e lo appassioni. Gli ricordi a vita la tua persona e il regalo esperienzale che gli hai donato!
27 ottobre 2012 alle 19:05
Scusate, un refuso, non insegnare, ma infondere la passione attraverso l’esempio, ovvero attraverso la propria passione.
27 ottobre 2012 alle 20:49
Metodo di analisi, osservazione, riconoscimento di contenuti utili, bellezza come testimonianza, duttilità, capacità critica, indipendenza di pensiero, riconoscimento di valori storici e culturali e di errori, capacità di valutazione, abilità critica costruttiva, utilizzo di strumenti e tecniche diverse e loro compenetrazione, capacità logico-deduttive e di confronto, acutezza, capacità di risoluzione dei problemi, abitudine all’analisi e alla valutazione obiettiva strumentale, rispetto per la storia e le arti, rispetto per la conquista umana in tutte le sue manifestazioni, capacità e attenzione alla comunicazione, responsabilità individuale e sociale, capacità di individuazione di forme di comunicazione e di identità diverse, stimoli alla riflessione e alla coltivazione e riconoscimento dei propri e degli altrui sentimenti, multiculturalità, integrazione, educazione alla misura, giusta valutazione di se stessi e dei personali mezzi, capacità di introspezione, educazione alla “sanezza”, l’ottica dell’equilibrio e della lontananza dalle morbosità, amore per la cultura e per la vita.
Questo in ogni ordine e grado, con valutazione di strumenti e complessità.
Mi piacerebbe che nella scuola non ci fossero troppe importazioni metodologiche estranee e di scarnificazione contenutistica, mantenendo la scuola italiana nella sua nobile tradizione, senza dimenticare le esigenze vitali di interrelazione culturale con aree geografiche diverse, e utilizzo, senza alcun soppianto, di nuove tecnologie.
Non credo possa valere una scuola diversa da quella che è stata, ma una scuola al passo con i tempi, aggiungendo, non sottraendo o sostituendo, anzi per diversi aspetti ripristinando.
Quanto agli autori e alle materie, mi piacerebbe che ci fossero veri insegnanti, ossia docenti preparati e appassionati, in grado di operare, attraverso quella che Valter Binaghi chiama mirabilmente “autotrascendenza e consapevolezza”, il miracolo culturale della preparazione e della sapiente incidenza educativa nella formazione umana. Quindi, lo sviluppo della sete per la conoscenza, con lo studio di quanti più autori importanti possibile.
Credo sia opportuno, inoltre, che gli educatori studino le cause di malesseri e problemi sociali del mondo giovanile, e di quanto gravita attorno, in modo da intervenire sanando, a partire dall’induzione nel discente di quanto possa favorire (strumento) una presa di coscienza dei perché di evoluzioni comportamentali devianti.
27 ottobre 2012 alle 21:06
Stefania, scrivi:
Preferisci che i ragazzi usino male Wikipedia? (Parto dal sospetto che non sia possibile impedire loro di usarla – né vedo ragioni impedir loro di usarla).
Mi ricordo ancora quando mi insegnarono, a scuola, a usare il dizionario d’italiano; quando mi insegnarono a usare la Garzantina; quando mi insegnarono a usare il Calendario Atlante De Agostini; eccetera.
28 ottobre 2012 alle 00:37
Quello che ho scritto sopra indica un percorso, quello della conversione intellettuale verso la complessità crescente del reale (il che equivale a distinguere tra mito e verità) a cui dovrebbe aggiungersi, nel contesto delle relazioni scolastiche, più di un’occasione per chiedere scelte e impegni, autovalutazioni e quant’altro favorisce la conversione etica (che consiste nel ritenersi responsabile di realizzare ciò che è stato capito).
Quanto agli argomenti, nelle discipline umanistiche si tratta sempre di un canone, che sia piattamente manualistico o frutto di scelte più personali del docente. Inutile citare, ma è importante che siano scelte convinte, partecipate: non posso condurre altri al cuore di un’opera che non amo e di cui non comprendo la necessità. Se fossi insegnante di Lettere i miei alunni non saprebbero molto di Joyce ma moltissimo di Dostoevskij. Tempo perso? In ogni caso è solo da qui che l’insegnante trae la sua autorevolezza culturale. Che se ne fanno di un’enciclopedia se hanno Wikipedia? E’ di un maestro della lettura e dell’interpretazione di cui hanno bisogno.
E un interprete non è un interprete universale, lo è solo quando risulta persuasivo e credibile.
Ci sono molti percorsi possibili per una storia della letteratura, dell’arte o della filosofia, ma il secondo punto essenziale è che la trattazione sia esteticamente e psicologicamente assimilabile dall’alunno, perchè solo in quel caso le opere e le presentazioni critiche scelte saranno per lui occasione di autentici atti di capire. Non si tratta di mettere gli emoticon a Dante o i preservativi alle idee, ma di introdurli come risposte ad autentiche domande di senso, che anche gli alunni siano in grado di porsi. A quel punto potranno fare anche la fatica di entrare nell’universo linguistico e intellettuale dell’autore trattato. Quel che non si sa perchè si continua a fare va tagliato. Punto. Non esistono atti dovuti se non quello di suscitare e disciplinare passione, intelligenza e libertà. Quel che non funziona (per colpa mia o perchè è diventato remoto), si taglia, però se poi mi ritrovo a parlare solo della mia tesi di laurea è meglio che mi faccia due domande.
Mai dimenticare che la missione della scuola NON è la trasmissione di un’intera cultura. Questo spetta in misura anche maggiore al senso comune, all’arte ai media e all’enciclopedia liberamente consultabile; del resto autori e libri scoperti al di fuori di scuola e famiglia danno un piacere e una motivazione a capire di molto superiori.
La missione della scuola è tramandare forme collaudate e imprescindibili nella trasmissione dell’esperienza e del sapere. Le arti, le scienze, la filosofia. Si tratta non solo di idee, ma di veicoli significanti che hanno un corpo, la forma sensibile, il discorso o il libro, e questa dimensione materiale impone condizioni e regole di approccio. La loro padronanza non può limitarsi alla loro ermeneutica, ma deve diventare almeno a livello di base un’abilità. Se uno dopo avere studiato Socrate non sa dare una definizione o riconoscere quando una definizione è inadeguata vuol dire che qualcosa non ha funzionato. Ma il disegno, la calligrafia, la musica, la danza e il gesto atletico non sono meno importanti del libro e anche in essi è sedimentato un sapere e una conquista preziosissimi.
Rispetto ai nuovi media la scuola non è l’antitesi ma una necessaria alterità. Ciò che essa preserva è la competenza testuale, che nella trasmissione iperveloce di dati tende a essere sommersa dalla più emozionale dominanza dell’immagine. Si deve insegnare a usare il word processor perchè a Navigare s’impara immergendosi, ma a scrivere riemergendo. Del pari, una buona ricerca su Google coniuga l’arte della definizione alla capacità di intercettare i tag. Infine, l’onnipotenza della tastiera è addirittura pericolosa se sostituisce interamente qualsiasi disciplina artistica del corpo.
Personalmente aggiungerei un’ora settimanale di arti marziali alle ore usuali di educazione fisica. Esse contengono ciò che la cultura sportiva occidentale non sa esprimere.
Ho scritto una lenzuolata. Va bè.
28 ottobre 2012 alle 08:52
Wikipedia è un ottimo mezzo per imparare l’analisi critica delle fonti.
E giuro che non sto affatto scherzando.
28 ottobre 2012 alle 10:34
Dalle mie parti c’era un meccanico, quando ero ragazzo.
Per gli aspiranti apprendisti buttava un dado o una vite nel fusto dell’olio sfruttato: “raccoglilo”
Molto, se non tutto, si apprende col corpo.
Comunque la calligrafia o il dettato vengono bene per prendere appunti o disegnare sul tablet.
No Guru, no method, no teacher
28 ottobre 2012 alle 17:54
Sì, hanno ragione tutti: la passione, la complessità, il senso critico. Mi verrebbe molto da dire sul senso di questo mestiere ma provo a restare alla tua domanda: “Nell’ambito della lettura, letteratura, scrittura, retorica e consimili, che cosa bisogna insegnare a scuola? (Alle elementari, alle medie, alle superiori). Che cosa, di preciso? Che ne so: quali autori, quali testi leggere? Quali abilità sviluppare? (Anno per anno).”
Giulio, è una domanda a cui è molto difficile rispondere in poche righe (infatti sarò prolissa). Non è un caso che sia oggetto di un buon convegno.
Insegno italiano in un liceo e provo a sintetizzare quello che per me è essenziale.
Al biennio occorre fondare un approccio maturo e adulto alla lettura e alla scrittura. E’ un percorso difficilissimo perché il tempo è davvero poco (4 ore settimanali) e l’obiettivo molto alto.
I ragazzi dovrebbero arrivare a una buona coscienza degli elementi essenziali della lingua e della comunicazione, così da poter riconoscere in un testo come la loro combinazione generi significati.
Nella lettura, questo significa porre l’attenzione non solo su quel che un testo suscita in noi, ma anche su come tale effetto si leghi all’intenzionalità dell’autore e alle scelte che l’hanno supportata. Una finalità di questo tipo è proprio inscritta nel programma del biennio che prevede analisi delle funzioni narrative in prima e della poesia in seconda. Si tratta di un percorso che può essere molto sterile e noioso, ma anche appassionante se guidato da una selezione di testi interessanti e supportato da elementi giocosi di riscrittura (per me un bel po’ di Calvino, Marcovaldo, Le città invisibili, un pizzico di Quenau, ma senza che se ne accorgano, Baricco che riscrive i testi omerici).
Circa i percorsi di lettura: alla loro età leggevo Flaubert e Dostoevskij, per loro non c’è allenamento; si parte da testi che sentono vicini per temi e linguaggio (ma anche lunghezza!) Pennac (sic! e se la spassano), Ammaniti, Geda, un certo Grossman, qualche autore non europeo e poi, piano piano, Il ritratto di Dorian Gray, Stevenson o Cuore di tenebra, L’isola di Arturo, Delitto e castigo (ma una volta sola, in una seconda speciale)…
Si sente la classe e si sceglie: io almeno faccio così. E sul percorso di lettura si discute, ma senza voto.
L’educazione alla scrittura richiede attenzione individualizzata, esercizio e tempi lunghi. Di solito si parte dal riassunto e si conclude il biennio con la scrittura argomentativa.
Sia l’obiettivo di partenza che quello finale sono molto ambiziosi. La sintesi prevede una corretta comprensione del testo e buone competenze linguistiche (morfologia del verbo, aspetto dei tempi verbali, lessico), oltre che logiche (sequenze ordinate, impiego sensato dei connettivi).
Il testo argomentativo è il miglior esercizio di educazione alla convivenza civile che io conosca, ma richiede ottime capacità logiche, disponibilità a far propria (almeno transitoriamente) una tesi che non ci appartiene e a riconoscerne i punti di forza e gli elementi confutabili. Insomma un lavoraccio che prevede/prevederebbe tanta tanta scrittura, correzione e riscrittura.
Chiaro perché 18 ore e tre classi di italiano (cioè circa 75 studenti) sono già uno sforzo sovrumano, signor ministro? Calcoli un quarto d’ora a elaborato da correggere per ogni studente, 6 elaborati solo per i compiti in classe: sono 112 ore in un anno (ma non si contano i testi di allenamento, varra la pena di correggerli no?)
Chiaro perché 24 ore penalizzano la qualità della didattica prima che il docente?
28 ottobre 2012 alle 18:04
Per il triennio: l’approccio con la storia della letteratura (oggi con anticipi in seconda) è una straordinaria occasione per comprendere il legame tra un testo e il suo contesto, ascoltare l’eco dei classici nelle voce di altri classici, riconoscere permanenze e variazioni che hanno interessato le domande e i desideri degli uomini e delle donne (meno, purtroppo, in letteratura) di tutti i tempi. Il canone è fissato dai programmi in modo a tratti bizzarro (mi pare di ricordare che i nuovi programmi salvino Alfieri senza citare Parini, che invece fu sentito maestro dal Foscolo e dal Manzoni).
Il percorso di lettura si fa più “scientifico”, accompagna le linee di sviluppo della storia letteraria, le rende più evidenti.
Resta ampio margine di libertà per il docente che sceglie un taglio affine alla sua formazione e testi e autori vicini alla propria sensibilità. Io sono una fanatica di Levi e gli dedico tempo (parto con il Sistema Periodico in terza, resto molto sui Sommersi e i salvati in quinta, la Zona grigia in particolare).
Mi pare che quella dell’insegnante del triennio sia però una libertà condizionata, non solo dal fatto che i libri di testo non sono più una scelta libera del docente (la legge sulle adozione e l’instabilità delle cattedre, che non permette continuità didattica lo impediscono), ma anche dall’esame di stato: questo esige una certa uniformità che consenta a tutti i candidati di sostenere la prova scritta di analisi del testo.
Del resto (e qui penso a Valter che, come me adora Dostoevskij, e resta un po’ impermeabile a Joyce): il criterio della scelta libera del docente si adatta solo a docenti dotati di buon senso ed equilibrio. Ho conosciuto insegnanti appassionati di poesia provenzale e fini conoscitori di Andrea Cappellano o Metastasio, che poi lasciavano le classi dell’ultimo anno a Verga. Escludiamo che possano esistere colleghi appassionati di poesia dialettale che sacrificano tutto per una monografia del Porta?
Personalmente trovo utile e sensato che la libertà didattica si eserciti entro confini, per così dire, nazionali: la cultura scolastica è (anche) un elemento coesivo e (nell’onesta e appassionata evidenza di ciò che ci piace e ha per noi un senso speciale), non possiamo negare a noi e ai nostri studenti la possibilità di conoscere e scegliere anche ciò che è semplicemente interessante.
In fondo è anche grazie al Manzoni, che a molti (adulti) non piace, se oggi a Caserta come a Lecco, ad aiutare un vecchio parroco può capitare di trovare una “perpetua”, che poi magari si chiama Teresa.
28 ottobre 2012 alle 19:05
Credo innanzitutto che per ottenere dei risultati da una discussione come questa, sia necessario attenersi all’invito iniziale di Giulio di restringere gli interventi al campo della “lettura, letteratura, scrittura, retorica e consimili” . Altrimenti si finisce per far scorrere parole che illustarndo concetti bellissimi, ma generici arrivano a frasi come “a sentire il Mondo, quindi ad imparare ad amarlo” o “insegnare la coscienza critica, la curiosità, la voglia di sviluppare le proprie inclinazioni e il proprio talento” .
D’accordo e’ essenziale che la scuola contribuisca a “formare il senso critico di una persona”, ma il problema è contenuto nella domanda “attraverso quali strumenti?”. Sono convinto che senza “amare il mondo” o “avere passione” non si sviluppi nessun talento, ma quella semplice (e splendida) indicazione di “insegnare ad imparare” deve trovare un sistema pratico attraverso cui realizzarsi.
Mi ha colpito molto lo schema di Sergio Pasquadrea che giustamente si conclude, almeno per il primo ciclo di studi, con il confronto con la “roba tosta, roba che debbano sudare per capire, ma che alla fine li ripaghi”. E’ questo il nodo principale secondo me: arrivare al punto di far accettare che bisogna faticare per ottenere un risultato, senza cercare facili scorciatoie. Oggi probabilmente è già di per sé difficile far accettare che un risultato costi fatica e che a volte tocca investirci una vita interna per ottenerlo. Far accettare quindi che tocchi faticare anche per acquisire conscenze nell’ambito della lettura, scrittura, letteratura e retorica, significa inoltre che bisogna restituire all’immagianrio comune un ruolo di relativa importanza di queste materie. Ma questo è un percorso che và iniziato da piccoli, sfruttando la naturale curiosità magari, e mantenuto nel tempo. Poi sarà la storia dello sviluppo individuale a coltivare questi settori o ad approfondirne altri.
In dettaglio mi limito a ricordare come ai miei tempi del liceo (1975-80) fosse quasi impossibile aver un confronto con il ‘900 se non in maniera come dire “leggera” al biennio. Io personalmente mi riscattai da questo all’esame di ammissione all’Accadema di belle arti dove, messo davanti alla possibilità di presentare autonomamente il programma d’Italiano, partii da Pirandello e feci poi l’esame su Montale, togliendomi una soddisfazione incredibile. Oggi mi rendo conto che il problema si è ingigantito, nel senso che non potendo né volendo tralasciare la triade foscololeopardimanzoni, c’è bisogno di rendersi conto di cosa sia stato poi il ‘900 (visto che ormai siamo nel 2000) e far ottenere ai ragazzi, pronti per gli studi superiori, la sufficiente coscienza critica per cominciare a tentare di leggere la realtà contemporanea nella quale siamo calati quotidianamente. Realtà che dal punto di vista della letteratura ha visto un’evoluzione significativa dei linguaggi e dei mezzi di comunicazione che meriterebbe una profonda riflessione (l’esempio immediato è la nostra presenza e quello che stiamo facendo qui in vibrisse) .
Tornando in chiusura invece all’argomento più generale di cosa si debba inseganer a scuola, mi piacerebbe che s’insegnasse anche a pagare l’Iva, visto che poi sarà il mondo del lavoro, qui come in altri settori, ad insegnare ai giovani adulti come fare l’inverso di quello che si è imparato a scuola e a cercare quindi successo nel tentare di evaderla (più o meno con stile).
28 ottobre 2012 alle 20:38
Certo è bello che noi parliamo di Scuola, di valori, mentre si sfila a Predappio in piena violazione della Costituzione e dei principi costituzionali.
I giornalisti hanno intervistato i partecipanti e fatto notare il reato. Non capisco perché non abbiano intervistato principalmente chi ha autorizzato l’evento.
Scusate l’OT.
29 ottobre 2012 alle 12:16
@ Greco Sabina. Abbi pazienza, direi che un centinaio di sfigati (abbondantemente innaffiati di tasse e pioggia) non sono questo gran pericolo per la Costituzione, né il significante del vecchio che ri-avanza.
Rubricarli nella categoria del “ben altro di cui parlare” mi pare eccessivo.
29 ottobre 2012 alle 13:04
Nei licei, la letteratura e la storia russa. In tanti altri paesi fanno già parte del percorso di scuola dell’obbligo, da noi no, e perciò restano qualcosa di sconosciuto, a meno che non vengano studiate all’università. Leggere qualche opera letteraria secondo me non è sufficiente, come poi del resto per tutte le letterature, bisogna aver ben chiaro il contesto in cui è stata prodotta ogni opera, il che vuol dire studiarsi anche la storia (a grandi linee). Secondo me sono materie indispensabili per la formazione dell’individuo. E in più per certi versi la storia russa è molto divertente (seppur terribile), come nel caso dei vari intrighi di palazzo, di cui Caterina era molto esperta, di zar folli e persecutori e di impostori che si sono finti zar deceduti anni prima (i vari falsi Dimitrij)…
29 ottobre 2012 alle 14:12
Interdisciplinarietà con uso di tecnologie anche modeste (nell’indigenza della scuola pubblica italiana bisogna arrangiarsi con mezzi propri): basta collegare uno smart-phone ad uno stereo con ingresso Usb (costo stereo € 50.00: la spesa è poca, il divertimento è tanto), ascolto di brani musicali per stimolare immagini e parole da associare a dette immagini, ascoltare per ascoltarsi, questo va bene dai 5 ai 95 anni. Molto stimolante sia per chi insegna, sia per chi apprende. Lo stesso con un portatile: mostrare immagini da cui estrapolare storie. Si può optare per la scrittura o per la verbalizzazione, oppure per la rappresentazione iconografica.
29 ottobre 2012 alle 14:40
Credo che coraggiosamente bisognerebbe farci insegnare dagli allievi. Partire da ciò che loro portano, lasciarli scegliere i testi e chiedere loro il perchè delle loro scelte, discuterne insieme. Solo così, mi sa, possiamo trasmettere il piacere per qualcosa, che a mio parere va a braccetto con la libertà. Ecco io credo che in una classe di liceo sia meglio ragionar di Federico Moccia e lasciare una traccia nei ragazzini piuttosto che ragionar di classici con parole che saranno poi dimenticate. Per i classici c’è tempo, il piacere no, quello dopo una certa età non o si impara più.
29 ottobre 2012 alle 15:38
“We can best help children learn, not by deciding what we think they should learn and thinking of ingenious ways to teach it to them, but by making the world, as far as we can, accessible to them, paying serious attention to what they do, answering their questions — if they have any — and helping them explore the things they are most interested in.” ― John Holt
Non c’è altro punto di partenza. Ecco perché di buoni “programmi” è lastricata la via dell’inferno scolastico. Quello che ci ha fatto odiare Dante, Ariosto e Manzoni, ad aeternum. (O almeno finché non li abbiamo scoperti all’età, nel tempo e nel momento giusti per noi.)
29 ottobre 2012 alle 16:51
Domanda molto difficile. Una cosa, però, la so.
Alle elementari bisogna insegnare l’analisi logica e del periodo. Ho fatto il liceo classico solo grazie agli insegnamenti della maestra Gianna. Provate voi a spiegare che cos’è un dativo a chi non sa che cosa sia il complemento di termine…
29 ottobre 2012 alle 17:51
Chiedo scusa se esco un pochino dal seminato con il mio commento…
Le materie da studiare sono tante, ma gli insegnanti non ci obbligano a leggere PROPRIO TUTTO. ci danno degli spunti e poi noi a casa facciamo il resto: c’è chi già a 14 anni si appassiona alla Divina Commedia, chi preferisce guardare la tv, chi studia volentieri matematica o la storia.
E poi abbiamo tanti libri, tascabili, economici, c’è internet, abbiamo tutto quello che desideriamo, non ci manca niente dal punto di vista della “carta”.
È solo che quando i prof ci domandano “avete capito? Ci sono domande? Sono qui apposta” ecc..
nessuno risponde, tutti in silenzio: un po’ per vergogna, un po’ per paura di dire una cavolata….
il brutto è che, a quel punto, il professore “getta la spugna” e prosegue nella SUA lezione, senza LOTTARE per costruire un dialogo con i suoi alunni… oppure risponde ad una sola domanda e fine.
in una classe di 20/25 alunni c’è di tutto: chi ha le stelline negli occhi perché è innamorato, chi ha problemi in famiglia, chi si sente solo, chi scarabocchia ecc…e anche se il prof avesse tra le mani il libro più bello del mondo, farebbe comunque fatica ad ottenere l’attenzione di tutti (infatti molti professori si accontentano di “trasmettere” il loro insegnamento ai pochi che ascoltano, gli altri sono lasciati in disparte o sommersi dalle note).
Per sciogliere il ghiaccio il prof potrebbe chiederci qualcosa di “personale”, coinvolgere la nostra vita e la nostra esperienza (l’unica cosa su cui siamo davvero sicuri!), con dolcezza e simpatia, ovviamente, e non con la solita aria del sapientone che non ha più nulla da imparare…e poi coinvolgere anche i “bulli”, che di solito vengono accantonati.
non serve essere psicologi o para medici per farsi voler bene dai ragazzi, basta non vergognarsi di scendere un pochino più in “basso”…
Fatto ciò, avrà in pugno la nostra fiducia e potrà aprirci gli occhi su tutto: Shakespeare, Petrarca, Primo Levi, anche Guittone d’Arezzo!!! perchè no! Virgilio, Pirandello, Manzoni, Leopardi, Pascoli ecc andrà bene tutto !!!
Interessante anche quando il prof racconta un po’ di sé, di come è riuscito a combattere la monotonia dello studio, delle sue debolezze, dei suoi punti di forza ecc…in lui/lei non vogliamo vedere un “robot” che spiega a memoria un libro, e nemmeno un modello da imitare…dovremmo parlare di più in classe, e scrivere. Parlare e scrivere. Non solo durante le interrogazioni o gli esami.
PS: Lo so, per un/una prof (che comunque ha la sua famiglia e i suoi problemi) dev’essere difficile entrare in classe tutti i giorni con la curiosità e l’entusiasmo, specialmente se in classe c’è chi dorme, o sbuffa, o ha le cuffie e non vede l’ora che suoni la ricreazione…ma in fondo non ci volete tanto bene anche per questo? :0)
29 ottobre 2012 alle 19:02
Con la premessa che non si tratta di vie alternative, ma piuttosto di dosaggi molto molto soggettivi e legati al contesto.
Osservo (non solo qui) una tendenza a immaginare un insegnante ideale che si “fa prossimo”, impara dai propri allievi, è dolce, simpatico, si lascia coinvolgere …
Io penso che l’empatia sia essenziale a un buon insegnante, ma che, proprio grazie all’empatia, un buon insegnante possa sentire quando arriva il momento ( e deve proprio arrivare) di “rivelarsi altro” dai suoi studenti, mostrare lo scarto, la distanza, lasciarli soli con ciò che ancora non sanno (fare, capire, essere), ma che proprio per questo possono desiderare (di fare, capire essere).
Quel che voglio dire, se penso ai miei maestri, è che mi sembravano vicini nel loro occuparsi di me, ma anche affascinanti nella loro distanza. La scuola che si limita a rassicurare, comprendere, confermare mi sembra una noia mortale.
La mia insegnante del cuore è stata l’anziana prof delle medie che mi ha insegnato l’analisi logica e con questa la logica, la precisione del linguaggio, il dominio plastico di una materia fatta di parole e poi anche di idee. La limpidezza del pensiero, per me, ancora oggi ha a che fare con qualcosa che ho scoperto in quegli anni. Un giorno facemmo una festa a carnevale, ognuno portò qualcosa da mangiare. I miei se ne dimenticarono e posai sulla cattedra imbandita un pacco di biscotti della salute che scomparirono tra panini imbottiti, torte e bigné. Lei prese della crema al cioccolato e la spalmò sui biscotti, dicendo: Così sono proprio perfetti. Fu il modo discreto con cui seppi che mi aveva vista e per questo l’amai, non meno che per la grammatica. Si chiamava Buzzi. Il nome non lo ricordo: le davamo del lei con reverenza, ci pareva impossibile che esistesse fuori da scuola. Forse non le somiglio quasi in nulla, ma è grazie a lei che ho sentito di avere una strada.
Ho un film bellissimo da consigliare, si intitola “Monsieur Lazhar”: la didattica creativa, mondialista e colorata degli apprendimenti cooperativi non arriva a leggere le domande drammatiche dei giovani protagonisti della storia; il solo insegnante capace di accoglierle è ancorato alla tradizione, antica, dei dettati.
29 ottobre 2012 alle 19:29
Vorrei evitare il confronto fra il formale delle epoche passate e l’informale prevalente nelle relazioni dal ’68 in poi.
Non si tratta di scegliere uno stile comunicativo ( ognuno di noi preferirà quello che gli è caratterialmente più consono) ma di custodire e tramandare una forma del sapere: il libro, la prolusione, il trattato, che non ha alternative e rappresenta una conquista fondamentale dello spirito.
Gigioneggiare coi link e i tablet degli studenti è inutile e dannoso: non hanno bisogno di noi per imparare l’uso di nuovi media che le mode e il mercato gl’impongono fin dall’infanzia, ma per accedere a tesori che la vita corrente tenderà piuttosto a negargli, e senza i quali torneranno a essere degli analfabeti di ritorno, con tanto di smartphone e profilo su facebook. La difesa della galassia Gutenberg era la missione specifica che assegnava alla scuola McLuhan, il più geniale dei profeti dei nuovi media.
29 ottobre 2012 alle 20:10
Insegno italiano e storia nel triennio di un istituto tecnico. ho una lunga esperienza e nel corso degli anni ho tentato molte strade diverse. Certamente credo che l’insegnante debba stabilire un contatto con gli studenti, sono favorevole ad un approccio “caldo”, amichevole, sono informale per carattere e formazione, e tuttavai concordo con chi sottolinea l’importanza di non appiattirsi, di mantenere la propria alterità. Non sono l’amicona dei ragazzi e non è questo il mio compito. Credo che la scuola debba colmare in parte la propria distanza, che in certi momenti appare abissale, rispetto al mondo dei giovani, ma che debba nello stesso tempo rivendicare con orgoglio il prorio essere diversa, antiquata, alternativa. Il difficile è proprio trovare un equilibrio tra questi estremi. Un compito che un insegnante di lettere ha oggi, nella scuola superiore e in particolare nei tecnici e nei professionali, è insegnare la lingua italiana: insegnare a esprimersi con chiarezza, argomentare, organizzare i propri pensieri in modo semplice e appropriato, mi pare la cosa più importante che si possa fare. E la letteratura… continuo a credere nel’importanza della lettura dei classici, ma tocco con mano ogni giorno la difficoltà estrema che i giovani trovano a rapportarsi con essi.
29 ottobre 2012 alle 21:13
Dice Vbinaghi: “Gigioneggiare coi link e i tablet degli studenti è inutile e dannoso: non hanno bisogno di noi per imparare l’uso di nuovi media che le mode e il mercato gl’impongono fin dall’infanzia, ma per accedere a tesori che la vita corrente tenderà piuttosto a negargli, e senza i quali torneranno a essere degli analfabeti di ritorno, con tanto di smartphone e profilo su facebook”. E infatti a farglieli usare anche a scuola gli si insegnerebbero modi alternativi, più “culturali” e meno analfabetizzanti che lasciandogli questi aggeggi in mano, schifandoci, arroccandoci su posizioni fuori dal tempo, soprattutto dal loro tempo. E poi, pensando a Wikipedia o a tutto quello che si trova in rete riguardo al “sapere”: è entusiasmante pensare a quanto sia tutto a portata di mano, scienza, storia, letteratura, arte, medicina, tutto; un motivo in più per gigioneggiare con i link, dato che non tutti sono attendibili e dunque bisogna vivere in questo secolo, anche quando si spiegano i poeti provenzali, e “insegnare” come destreggiarsi nel mare magnum di informazioni e nozioni che potrebbero poi rivelarsi fallaci. La tecnologia è un’opportunità che la scuola non può perdere.
29 ottobre 2012 alle 22:24
Andrea d’Onofrio.
Principio giuridico della certezza del diritto.
Obbligo per i rappresentati delle istituzioni di agire in conformità con i dettami costituzionali.
Numero o principio?
Fine OT. Grazie.
29 ottobre 2012 alle 22:28
Esercizi, scrivi:
E non sarebbe meglio ancora ragionar di classici (nel senso di: opere sulla cui bellezza c’è un consenso intersoggettivo pressoché universale) con parole che i ragazzi non dimenticheranno mai?
29 ottobre 2012 alle 23:50
Appunto: se i nostri insegnanti ci avessero lasciato senza l’Antigone o i romanzi russi o la Commedia, per lasciare una traccia …
L’insegnante è un tramite, la traccia che resta (o non resta) è la percezione consapevole della bellezza di un dipinto, di un verso, di una formula matematica.
Ma perché dovremmo distruibuire tranci di fiesta, se ci è data la possibilità di offrire la sacher?
Sarò stata fortunata (e ovviamente non sono tutti giorni luminosi), ma li aveste visti, diciassettenni, commuversi per Enea vincitore triste, gettato in un destino che non ha scelto e a cui pure non può, né vuole, sottrarsi; capire in pochi versi la brutalità della guerra, la crudeltà della storia, le fondamenta insanguinate della pace e del diritto.
E’ questo che ci frega in molti: esser poveri ma quasi quasi felici.
30 ottobre 2012 alle 00:42
Io sono autodidatta per quanto riguarda la letteratura straniera e italiana, dall’epoca della scuola.
Autori russi, per esempio, oppure classici italiani trascurati da insegnanti con poco tempo a disposizione.
Secondo me la scuola, proprio per la mancanza di tempo, dovrebbe insegnare la curiosità, dovrebbe stimolare la voglia di imparare, la voglia di sentirsi vivi leggendo e imparando nuovi argomenti.
Non sempre ci riesce, anche se non tutto può essere delegato agli insegnanti. Spesso c’è nelle persone pigrizia, senso di inutilità verso il sapere, e se quelle persone sono anche genitori trasmettono queste sensazioni negative ai figli.
Rimane imperativo per molti padri e madri solo il voto, che è importante, ma non può essere l’unico motivo per studiare.
30 ottobre 2012 alle 01:56
@Casaltoli
Sono lieto di comunicarle che non ha capito un accidente di quello che ho scritto. E credo che non abbia nemmeno capito molto sui media che lei esalta (e di cui io personalmente faccio largo uso): la natura dei mass media è quella di imporsi in un ambiente comunicativo che è la vita corrente. Alla scuola spetta di preservare ciò che perde di attualità, sempre che si tratti di qualcosa di irrinunciabile, proprio perchè l’attualità tenderebbe a rimuoverlo. E’ l’eterna competizione tra scienza e senso comune.
30 ottobre 2012 alle 08:24
Quasi tutte le cose scritte fin qui mi sembrano interessanti. Basta non assolutizzare.
Adesso gli insegnanti che sono intervenuti potrebbero raccontare che cosa hanno fatto in classe con i loro alunni da settembre ad adesso e tutti gli altri quali esperienze scolastiche hanno lasciato traccia in loro e perchè.
Tanto per affrontare il tema da punti di vista diversi.
PS: leggere la richiesta come non polemica, non inquisitoria, non provocatoria, ma normalmente gentile, veramente interessata al tema, sorridente. Forse addirittura utile.
30 ottobre 2012 alle 08:48
(Sulle esperienze scolastiche che “hanno lasciato traccia” sarebbe da fare un libro. Tipo Il ricordo di scuola. Ma non temete: ci stiamo già lavorando).
30 ottobre 2012 alle 10:47
Al riguardo vi segnalo “Storie di didattica”: un progetto di autoformazione sul web, libero e gratuito, basato sulla narrazione delle buone prassi didattiche, in cui i docenti si confrontano raccontando – e non “spiegando” – “la scuola che funziona” a partire dalla propria esperienza concreta in classe.
Qui trovate il blog che raccoglie una sessantina di storie arrivate in circa sei mesi; la pagina del link è già impostata sulla categoria umanistico-letteraria:
http://www.storiedididattica.it/blog/?cat=48
Qui invece il sito che presenta il progetto:
http://www.storiedididattica.it/
Cogliendo l’interessante e attuale occasione di formazione segnalata da Giulio, invito chi lo desideri a partecipare a STORIE DI DIDATTICA, condividendo le proprie esperienze di buone prassi e commentando le storie già pubblicate.
Il progetto è aperto anche ai formatori… quindi Giulio, Amedeo e colleghi trentini, se vi va, vi invito nuovamente a partecipare.
Buon lavoro a tutti noi!
30 ottobre 2012 alle 11:28
E se facessimo il ragionamento inverso? Se pensassimo alle cose e ai momenti che più hanno fatto e sedimentato la nostra propria formazione? Che cosa è stato importante per noi? Come ci è stato detto? Da chi?
30 ottobre 2012 alle 11:55
@esercizidipensiero, condivido pienamente: la riflessione autobiografica è un esercizio indispensabile per chi si cimenta in questo lavoro.
Quando da studentessa universitaria mi sono trovata a fare le prime supplenze (negli anni 80 accadeva!), allo sbaraglio e senza le minime cognizioni di didattica e pedagogia, mi sono istintivamente rifatta alla mia esperienza di allieva. E non solo ispirandomi ai buoni esempi, ma soprattutto cercando di differenziarmi da certi “cattivi” insegnanti e dalle peggiori lezioni che mi sono state inflitte.
Queste sono alcune storie “all’inverso” che puoi trovare nel blog:
http://www.storiedididattica.it/blog/?p=545
http://www.storiedididattica.it/blog/?p=739
http://www.storiedididattica.it/blog/?p=809
Altre emergono dai commenti dei lettori, come qui:
http://www.storiedididattica.it/blog/?p=777
Sono certamente benvenute anche le storie di didattica vissuta come allievo! Grazie se vorrai partecipare.
30 ottobre 2012 alle 12:16
@Greco Sabrina. Allora denunciali nelle sede più opportune, questi rappresentanti delle istituzioni inadeguati. Oppure ti accontenti di fare la ” vecchia mai stata moglie
senza mai figli, senza più voglie,” che
“si prese la briga e di certo il gusto
di dare a tutte il consiglio giusto.”?
30 ottobre 2012 alle 12:49
@maria luisa mozzi
ciao)
io verrei volentieri a scuola da te. mi piace la misura che esprimi, quando ti esprimi (come nel tuo commento al post ‘crocifissioni 4′ quando hai scritto di quella chiesetta in periferia). le tue parole arrivano prima di te (si lo so è una mezza sviolinata che non sono solita fare ma è la seconda volta che ‘vibro’ quindi, per dirla in veneto, ciapa qua!
P.S. domanda: scrivi?
30 ottobre 2012 alle 15:03
ai ragazzi: spiegagli che cos’è ma soprattutto, fagli fare qualcosa, mettigli la mano nella pasta, più ancora che fargliela assaggiare. Falli viaggiare…. Farina, uova, sì ma poi mescolate, fare la forma, cuocere, e il sugo? Pomodoro bio, o dei “mercati generali”?… Se fai Manzoni fagli scrivere della monaca di Monza. Se fai Napoleone, faglielo incontrare. Fagli fare un’intervista al generale. Molte piccole gite, per osservare un giardino, un museo, la facciata di una casa del 700, l’interno di una chiesa (storia dell’arte), una biblioteca… non mi ricordo niente di Dante perché non me lo hanno fatto conoscere: non mi hanno nemmeno detto dove abitava… o ch’era andato a cavallo, che aveva conosciuto la guerra in prima persona… a Firenze, o a Ravenna…
30 ottobre 2012 alle 15:03
Manu. Scrivo solo verbali di organi collegiali e tutto ciò che serve alla comunicazione e alla archiviazione nella scuola (insegno da trent’anni circa alle scuole medie). Non è molto, ma serve anche questo.
30 ottobre 2012 alle 16:24
una cosa divertente che m’ero inventato per un libro di scuola delle medie inferiori sul Risorgimento: pubblicavo uno scambio di mail tra un me fittizio, e Garibaldi… io gli chiedevo delle cose o facevo delle considerazioni su di lui e sulla sua opera, sulla sua azione, e pensiero ecc. e lui rispondeva. C’è stato un momento – sapete – in cui DAVVERO Peppe ha iniziato a scrivermi, aveva una voglia matta di confessarsi… una persona deliziosa!
30 ottobre 2012 alle 16:47
@enrico, allora non ti puoi perdere “Le interviste impossibili” mandate in onda dalla Rai negli anni Settanta, pubblicate da Pavolini http://www.scrittoriperunanno.rai.it/scrittori.asp?videoId=632¤tId=101
Trovi anche il moderno sequel in una raccolta omonima di Baricco, Camilleri, Lucarelli et alii.
30 ottobre 2012 alle 16:50
Insegnare a leggere. Oggi non si insegna a leggere, oggi si insegna a ripetere parole.
30 ottobre 2012 alle 17:15
Aah! Ci voleva l’ennesima discussione su cosa deve e non deve fare la scuola… a scuola non si fa questo, non si fa quest’altro, non si tratta bene quella cosa lì bisognerebbe parlare di quest’altro tema, non si fa leggere, non si fa scrivere e bla bla bla… L’ultima che ho sentito ad un corso di aggiornamento era che i libri di testo sono arretrati perché non si possono trattare argomenti di attualità come i Paesi Brics e Paesi Pigs e che quindi bisognava utilizzare solo Internet. Perbacco, mi sono alzato e ho detto al relatore che nel testo di Geografia che ho adottato io si parla eccome di Paesi Brics e Pigs e che forse era il caso che ne leggesse qualche paginetta una o due volte prima di smanettare tanto con il suo computerino.
31 ottobre 2012 alle 08:12
Riflessione numero uno.
Ogni anno, agli esami di terza media, dopo il colloquio (che per i ragazzi è pieno di emozioni ed è l’ultimo impegno, poi è tutto finito) chiedo: cosa ricorderai del triennio che hai appena concluso?
Mi rispondono: i compagni; un professore; Manuela, la bidella simpatica; se va bene: la gita.
Hanno scoperto, studiato, collegato fra loro per tre anni conoscenze fondamentali per l’umanità. Hanno partecipato a progetti importanti, hanno fatto concerti, hanno scritto il giornalino della scuola.
Niente.
Ricorderanno tutti un compagno, la bidella, un professore.
Perchè?
31 ottobre 2012 alle 10:52
Be’, io ricordo l’elefantino rosa di Bortot.
31 ottobre 2012 alle 11:12
Io ricordo “A Silvia”.
Mi ero innamorato della prof mentre la spiegava.
31 ottobre 2012 alle 11:33
Ricordo una ricerca commissionataci da un giovane supplente amante dei Cure (portava dei capelli elettrici, nerissimi, e ci invitò nel suo monolocale con soppalco, e ci fece ascoltare i Cure) sulla Esposizione Universale parigina del 1900… la cosa bella era che per la prima volta venivamo trattati da… adulti… le informazioni erano difficili da reperire… ricordo l’emozione: finalmente qualcuno che ci diceva: vai e scopri, e torna qui… ma l’avrò fatta poi la ricerca? (si tenne a Parigi dal 14 aprile al 10 novembre…)
31 ottobre 2012 alle 13:10
io ricordo quell’eterno ‘potrebbe fare di più’
31 ottobre 2012 alle 14:37
Riflessione numero due.
Quando, a pranzo, chiedo ai miei figli cosa sia successo a scuola la mattina, spesso mi rispondono: niente.
Poi scopro che hanno letto I promessi sposi o che hanno commentato un articolo del Corriere della sera o che hanno conosciuto e discusso i primi tre articoli della Costituzione.
Eppure: niente.
Perchè?
31 ottobre 2012 alle 14:59
Mi ricordo era un’altra serie di post…………………….
31 ottobre 2012 alle 16:18
Chissà: forse il “niente” a pranzo o a cena significa “fatti miei e comunque non è il momento per parlarne”. Ho l’impressione che i ragazzi non siano i soli ad usarlo.
Azzardo un’ipotesi: nessuno può rispondere davvero alla domanda cosa ricorderai di quest’esperienza. La domanda spiazza perché i ricordi non sono quasi mai soggetti a selezione volontaria. Mi pare che la risposta dei ragazzi interpreti la domanda in un altro senso: cosa ti manca già ora che stai per lasciare questa scuola? Quando un’esperienza si chiude fatichiamo soprattutto a lasciare le persone. Verso i ricordi e le cose che abbiamo imparato forse nutriamo meno nostalgia perché continuano a stare con noi.
31 ottobre 2012 alle 17:12
@Maria Luisa, anch’io insegno ai preadolescenti e mi sono riconosciuta nei tuoi interrogativi, imprescindibili se si vuole trovare un senso a tanto nostro lavoro. Queste le mie riflessioni, per il piacere di condividere l’esercizio del dubbio.
Come dice Rousseau nell’Emile “noi nasciamo, per così dire, due volte: una per esistere, l’altra per vivere” e colloca proprio a quindici anni questa rinascita. E dunque, poiché la memoria è strettamente collegata alla “coscienza di esistere”, ciò spiegherebbe la selettività e apparente labilità della memoria dei nostri studenti: sono in piena metamorfosi, la consapevolezza di sè è alterata e intermittente e il loro bisogno primario è la socialità. Oltretutto, imperstimolati come sono oggi, non sempre hanno modo di rielaborare le esperienze.
Crescendo poi, come è capitato a noi, recupereranno, rivaluteranno e daranno senso ai loro vissuti.
Cosa insegnare a scuola, allora? anche la riflessione autobiografica, leggendo le vite degli altri e provando a ricordare e narrare la propria.
P.S.: e non solo a scuola, tante volte basta riguardare insieme ai figli un quaderno, qualche foto, una felpa ormai piccola e da tutto quel “niente” affiorano inaspettati ricordi.
31 ottobre 2012 alle 17:22
@Maria Luisa Mozzi
Perchè la vita è quel che ti succede mentre ti tocca occuparti d’altro, ma a un certo momento i ragazzi scoprono che la vita non si racconta alla mamma.
31 ottobre 2012 alle 18:02
Riflessione numero tre.
I ragazzi passano cinque ore al giorno, dal lunedì al sabato, a scuola. Guardandoli poi vivere fuori da scuola si ha spesso l’impressione che quello passato a scuola non sia stato un tempo significativo. I genitori stessi li iscrivono agli scout, a laboratori vari, a “gruppi” perchè “facciano esperienza”.
La scuola non è, evidentemente un’esperienza, o non lo è a sufficienza.
Possibile?
31 ottobre 2012 alle 18:37
Non lo è a sufficienza? Possibile, Maria Luisa.
31 ottobre 2012 alle 19:08
Scusate, non odiatemi, devo dire un ultima cosa, poi giuro che vi lascio in pace!
Perché ho appena letto su repubblica di oggi, a pag. 51, un articolo che riguarda i ragazzi e la cultura.
Il giornalista è abbastanza “duro” e il finale è molto bello…ma non è che dobbiamo mettere una “pietra sopra alla filosofia greca, alla maieutica, alla letteratura latina” ecc (come scrive lui) solo perché molti ragazzi sono disinteressati all’argomento. Davvero è tutta colpa dei ragazzi? Perché bollarci in questo modo? Da una parte ci sono i genitori che ci trattano come piccoli lord e dall’altro i professori che ci compatiscono e ci ritengono “vuoti”.
dal mio piccolo vorrei solo difendere la dignità dei giovani, che sono il futuro di tutti e non è giusto (credo) etichettarli così.
I professori SANNO BENE che parte di quello che ci insegnano, prima o poi, ci servirà (anche sul lavoro).
È solo che si arrabbiano TROPPO, e spesso si sentono IMPOTENTI di fronte alla “gioventù”… hanno il sapere e cercano di donarcelo, ma col passare del tempo si SPENGONO, si chiudono nelle loro convinzioni, nel loro metodo. E ogni anno è sempre peggio, finché non vedono l’ora di andare in pensione (in più, se ci mettiamo gli eventuali problemi che hanno in famiglia/ precariato e incertezza del proprio contratto, è la fine! saranno sempre incazzati col mondo intero!!).
Già all’università i ragazzi sono incazzati, (non riescono a godersi la bellezza dello studio, per approfondire serve TANTO tempo e non tutti ce la fanno ), e dopo la laurea vogliono diventare immediatamente un’AUTORITA’ … ma che professori saranno, mio dio? Come i loro vecchi prof delle superiori? Il registro, le note, il sapere e l’impotenza…oh no!
Forse l’insegnamento non è un lavoro, forse è una missione, non è adatto a tutti…
Non scandalizzatevi, ma un giorno un prof mi aveva esortata a chiudere i libri e ad “andare a zappare la terra”…ma è mai possibile una cosa del genere? Non che io non debba zappare, su quello ci ha azzeccato, ma è normale che un insegnante si lasci andare così? Si è svilito con le sue stesse mani…se questo è il frutto di tanti anni di studio…mio dio!!!!
E poi non capisco perché gli insegnanti, quando li vai a trovare dopo qualche anno, si STUPISCONO del cambiamento o, nella peggiore delle ipotesi, si vantano: “hai visto che le mie note ti hanno fatto bene?”.
:0( :0(
i professori non riescono ad accettare il fatto che i loro giudizi negativi non sempre sono azzeccati e FORSE non ha proprio senso giudicare un adolescente e mettergli un bollino sulla fronte.
Cari prof, se torniamo da voi, dopo tanti anni, riempiendovi di complimenti per la montagna di note che ci avete rifilato o per il “bene” che ci hanno fatto le vostre umiliazioni, sappiate che è SOLO PER RICEVERE QUELLA CAREZZA che non ci avete mai concesso (o solo col ricatto dello studio).
Sapevamo che dietro la prof isterica si nascondeva una mamma dolcissima, ma (chissà perché) con i suoi alunni non è mai riuscita ad esserlo.
Non ci importa niente delle note, le abbiamo odiate le vostre note!
Le provocazioni, le parolacce che vi scriviamo sulla cattedra, i cestini incendiati, le cicche sulla sedia, le macchinette del caffè distrutte, gli scarabocchi ovunque, il cellulare sempre SUL BANCO (e non è un fenomeno degli “ultimi anni”, perché 40 anni fa si facevano le stesse cose)…è solo per attirare la vostra attenzione…perdonateci ! (se potete)
Lo so, lo so, ho scritto delle cose scandalose, mi sento già sulla croce! MI SCUSO se qualcuno si sente offeso, i miei sono solo PENSIERI…
Comunque ho fatto presente certe questioni ad alcuni insegnanti e mi hanno risposto volentieri:
1 è troppo facile parlare, provaci tu a fare lezione in una classe di 28 alunni poi mi dici.
2 ecco a cosa servono i film (come l’attimo fuggente o l’onda), a far vedere cose che non esistono.
3 ehh, tu parli parli, ma la vita è tutt’altro!
4 non ti puoi affezionare ai ragazzi, ci sarà sempre chi si sente geloso, chi si sente lasciato in disparte. L’insegnante deve essere distaccato, sennò non vive più.
5 i ragazzi apprezzano il lavoro che ho fatto, magari ci mettono anni, ma alla fine vengono a ringraziarmi
6 ma allora dobbiamo perdonare anche quelli che ti rigano la macchina? Tu lo sai che a me hanno rigato la macchina? e so anche chi è stato, solo perché gli ho ritirato il telefonino. deve ringraziarmi che non l’ho denunciato. Questi sono vandali, non sono studenti.
7 esistono anche studenti educati che non hanno bisogno di urlare in classe per ottenere la mia attenzione.
8 è naturale che qualche studente andrà avanti e qualcuno andrà indietro, è sempre stata così.
9 ma allora secondo il tuo ragionamento il voto in condotta andrebbe abolito. Ma dico ma stiamo dando i numeri?
10 eccetera eccetera eccetera…
Ciao e davvero adesso non rompo più!
31 ottobre 2012 alle 19:25
S’, Maria Luisa, penso che la scuola sia “solo una” delle esperienze della vita, non sempre allo stesso modo significativa (intendo per tutta la durata del ciclo d’istruzione). Noi proviamo a renderla tale, ma non siamo gli unici educatori e mediatori di significato nella vita di un ragazzo. Non ci resta che accettare il nostro ruolo e i suoi limiti.
Devo ammettere che anche come genitore a volte ho avuto il dubbio che il tempo passato con mio figlio fosse stato poco significativo, visti certi suoi comportamenti…
Un giorno i miei studenti mi hanno detto che un problema degli insegnanti è quello di pensare che esistano solo la scuola e lo studio.
Ho ammesso che il mio lavoro – che è anche ricerca e sperimentazione – è una mia passione, che a scuola ero tra i secchioni, che nessuno mi ha obbligato a studiare, che continuo a studiare… perché mi dovrebbero assomigliare così tanto? più della metà di loro hanno passioni, attitudini, talenti diversi dai miei.
Cosa insegnare a scuola? che anche quelle ore, mesi, anni sono un pezzo della loro e nostra vita e ritrovare nei contenuti di studio ogni più significativa traccia della nostra varia e complessa umanità.
31 ottobre 2012 alle 19:41
Io ricordo la mia insegnante di lettere della quarta ginnasio (anno scolastico 1975-1976), che invece di rimandarmi di italiano, perché ero insufficiente nella lingua scritta, disse a mio padre di farmi leggere, perché non avevo lessico ne’ fantasia. Vivevo in un paesino di 1500 abitanti, nella sperduta provincia di Agrigento, dove non c’era neppure una cartoleria, figurarsi librerie o biblioteche! Mio padre mi porto’ dal prete, che era l’unico ad avere una personale biblioteca; il prete mi fece abbonare a una rivista e mi presto’ dei libri. Incominciai a leggere e a comprare libri, talvolta senza leggerli, ma mi piaceva accumulare libri nella mia piccola libreria; incominciai a prendere sette nei temi di italiano, poi otto e nove nell’ultimo anno. Oggi insegno lettere in un liceo, amo leggere e scrivere, amo far leggere libri ai miei studenti, amo invitare scrittori a scuola. Ma potrei raccontarvi del mio maestro della scuola elementare o del professore di letteratura con cui mi sono laureato all’Università’ di Padova. Da tutti loro ho imparato qualcosa, a tutti loro debbo gratitudine.
Ho avuto anche insegnanti negativi, ma non sono stati significativi, infatti li ho dimenticati.
31 ottobre 2012 alle 20:00
@E DICE: ti ho letta d’un fiato e quanta verità c’è nelle tue parole! è proprio vero che i proff. si arrabbiano troppo e, come dicevo sopra, prendono troppo sul serio la scuola, si sentono troppo carichi di responsabilità a cui non riescono sempre a far fronte. Così ci scappa il delirio di onnipotenza, quando invece ci vorrebbe un pizzico di fatalismo.
Ho 27 alunni di prima media che ogni mattina mi affollano la cattedra. Stamattina uno piangeva perché gli era scappato il cane, l’altra anche oggi è a casa da sola, due in ritardo, tre senza i libri, uno col mal di pancia, uno con un libro sui viaggi e…
Ho allungato uno sguardo e una carezza, mi sono annotata tutto mentalmente e li ho spediti dritti al posto, perché altrimenti sarebbe sempre così: sono alla ricerca di un’attenzione particolare.
Ma io sono una, loro 27, la lezione dura un’ora e quella è una scuola… e i genitori mi chiedono – dopo un mese – quanti temi e riassunti ho fatto fare e a che pagina sono arrivata del libro di grammatica!
Sì, vorrei fare l’insegnante, non l’assistente sociale.
E infine mi scuso io per la divagazione, questa volta si trattava di “come riuscire a insegnare a scuola”.
31 ottobre 2012 alle 23:19
Ultima riflessione (forse).
Le cose che insegnamo a scuola vanno bene. Sono state elencate.
Alle elementari l’ortografia. Poi tanta esperienza gioisa di lettura e scrittura. Un po’ alla volta, specialmente alle medie: riconoscimento di strutture della lingua, scoperta del bello, dell’efficace e del convincente. Ancora tanta scrittura e tanta lettura di testi importanti, densi, intelligenti.
Eccetera.
Poi il sentire, le emozioni, la creatività. L’appropriarsi della complessità. Del Mondo.
Eccetera.
Siamo quasi tutti d’accordo.
Quello che secondo me non funziona è il come.
Hanno ragione i ragazzi.
L’insegnante controlla i compiti per casa. L’insegnante spiega. L’insegnante pretende l’attenzione. L’insegnante assegna i lavori. L’insegnante sceglie libri di testo con percorsi obbligatori ed esercizi strutturati. L’insegnante prepara lezioni innovative con la Lim e ne va orgoglioso. L’insegnante dice: questa lezione mi è venuta proprio bene.
L’insegnante valuta.
L’alunno si limita a leggere quattro righe a voce alta quando è il suo turno, ad alzare la mano quando sa rispondere, a dare un piccolo contributo in un lavoro di gruppo. A farsi valutare e ad accettare le valutazioni.
Impara a ripetere. Impara che deve completare gli esercizi del libro. Soprattutto impara ad ubbidire, a compiacere.
E’ vero che i ragazzi non fanno niente a scuola. Fanno tutto gli insegnanti e i libri di testo.
Per forza la scuola non può essere un’esperienza e il tempo scuola non può essere significativo.
Tutto questo per cattiva prassi consolidatissima.
Hai ragione, E dice.
Ha ragione anche Enrico, come quasi sempre.
Non mi ritrovo con Roberta Reginato, perchè quello che manca nella scuola non è l’assistenza o l’ascolto. C’è proprio un problema strutturale di trasmissione del sapere, di incapacità di mettere l’alunno al centro. Al centro c’è sempre e solo l’insegnante.
Vado avanti?
Domani, eventualmente.
1 novembre 2012 alle 00:27
solo una postilla, Maria Luisa, per non farmi fraintendere.
Dicendo “vorrei fare l’insegnante, non l’assistente sociale” intendevo dire l’esatto contrario di ciò che ti è arrivato: e cioè che la scuola rischia di essere sempre più assistenza e ascolto e sempre meno scuola.
Da qui la mia conclusione sul “come” riuscire a insegnare, che vedo hai ampiamente ripreso da una interessante prospettiva.
“Come insegnare a scuola”… potrebbe essere un’ìdea per un secondo seminario?
1 novembre 2012 alle 19:24
Andrea D’Onofrio.
Commento fuori luogo.
1 novembre 2012 alle 19:54
Maria Luisa Mozzi.
Io scelsi di leggere “Infanzia dea” pensando che Bompani fosse il suo “cognome d’arte”.
1 novembre 2012 alle 22:04
Sabrina. Spero che almeno ti sia piaciuto! In realtà quando ero molto giovane ho scritto alcuni racconti pubblicati in un settimanale femminile. Poi la quotidianità della vita mi ha sopraffatta.
2 novembre 2012 alle 00:37
Vi segnalo le riflessioni sul tema di due colleghi scrittori:
- l’articolo di Lodoli su Repubblica di ieri “Addio cultura umanistica. Per i ragazzi non ha senso”
http://www.repubblica.it/scuola/2012/10/31/news/addio_cultura_umanista_per_i_ragazzi_non_ha_senso-45632524/
- la ripresa di oggi di Mariangela Galatea sull’EspressoBlog con relativi commenti dei lettori http://nonvolevofarelaprof.blogautore.espresso.repubblica.it/2012/11/01/il-compito-dei-prof-di-lettere-e-il-senso-dei-quattordicenni-per-la-cultura-umanistica-una-risposta-polemica-a-marco-lodoli/
2 novembre 2012 alle 01:10
@ Maria Luisa Mozzi
Le tue riflessioni me le sono sempre fatte da studente, ma mi hai fatto venire in mente una cosa che si collega a una lettura. Aldilà di come funziona la memoria per imparare qualsiasi cosa ci vuole tempo. A scuola si studiano tante cose ognuna per un breve tempo necessario a compiere una verifica. Mettiamoci pure che sono per la maggior parte nozioni inutili per la maggior parte della popolazione che non dovrà usarle per il proprio lavoro. Ma quello che dovrebbe restare è l’esercizio continuo. Come un calciatore si forma ripetendo varie volte frammenti di gioco in modo che in partita li avrà interiorizzati. Ma in fondo pensiamo alle nostre letture: di tutti i libri che abbiamo letto che ci ricordiamo? La scuola è significativa perché ti mette in relazione con gli altri, ma come qualsiasi situazione analoga. Quello che viene studiato alle medie è praticamente inutile, resta il metodo per chi riesce a impararlo e poi a utilizzarlo negli studi successivi. Alle superiori comincia a essere importante per chi poi farà l’università, ma più di tutto è importante imparare a studiare. Rendere più autonoma la formazione dello studente è una bella idea, ma più che altro per i rapporti in classe, non tanto perché così si impara veramente, cosa in fondo trascurabile, ma perché sarebbe più bello andare a scuola. Le materie si potrebbero inventare di continuo. Corso di videogiochi ad esempio.
2 novembre 2012 alle 10:19
Mauro. Sì, è vero quello che scrivi. Però: il calciatore si allena con piccoli frammenti di gioco per interiorizzarli e poi attuarli nella partita. Sa che ci sarà una partita, che in quella partita dovrà giocare bene il suo ruolo e che bisognerà che la sua squadra vinca. E’, in altre parole, motivato. La nostra scuola media a volte non riesce a motivare al conoscere e al capire, alla scoperta della bellezza, alla ricerca di una propria e di una comune regola morale.
2 novembre 2012 alle 13:45
La Geografia. Per conoscere il mondo e’ fondamentale la Geografia.
2 novembre 2012 alle 13:47
Delle medie ricordo la Dora Baltea e la Dora Riparia.
2 novembre 2012 alle 15:15
E la partita, faccio notare, ha una caratteristiche: è una “cosa vera”, ed è “pubblica”.
4 novembre 2012 alle 18:54
nel testo di Geografia che ho adottato io si parla eccome di Paesi Brics e Pigs e che forse era il caso che ne leggesse qualche paginetta una o due volte prima di smanettare tanto con il suo computerino
Capita che chi decide di parlare della scuola ci sia entrato per l’ultima volta da lontano studente, così che si va da chi crede che gli insegnanti lavorino soltanto ed esclusivamente nelle 18 ora in cui sono in aula con gli alunni (Profumo), a chi pensa che siamo tti lì col tablet (Vecchioni per Profumo), da chi crede che nelle scuola non si insgni più nemmeno la grammatica (Gelmini) a chi crede che nella scuola si debba insegnare anche il punto croce (tutti).
Ma, al di là di ciò:
Prima media, lettere, da settembre a oggi:
Progetto Accoglienza: attività varie di presentazione, conoscenza della scuola, dei compagni, delle materie, giochi di ruolo, giochi letterari, uso dei libri e così via. Tutto confluito in un librino che sarà distribuito alle quinte elementari, stampato dalla nostra piccolissima e scolastica casa editrice (di solito i librini della casa editrice se li ricordano).
Classe virtuale: per chi può, inserisco lì lezioni e compiti (non alternativi, ma in più rispetto a quanto fatto in classe: molti a casa non hanno il computer, altri non hanno internet); trasformo le domande del libro in quiz o giochi, e risolvono lì (andiamo dalla caduta dell’impero romano ai barbari, da ambiente e paesaggio a riduzione in scala);
Geografia la facciamo anche con i pacchetti che ci stanno arrivando da altre famiglie del mondo (se a qualcuno interessa, cerchi “Worldwide Culture Swap”);
Educazione civica: lavoro sulla cittadinanza digitale, con produzione finale di un grande cartellone di impegni con la firma di tutti gli alunni;
Altra classe virtuale a fumetti: per presentarsi (in inglish o per sceneggiare racconti letti in classe (“Il cuore rivelatore”, di E.A.Poe, letto per Halloween): sceneggiare racconti è un bell’esercizio di comprensione e sintesi.
Grammatica: quest’anno grammatica si fa al volo: cinquanta frasi da analizzare (magari alla LIM, quando la disgraziata funziona), per confrontare tra loro tutte le parti del discorso; se ci sono dubbi, curiosità o problemi, ci sta l’approfondimento teorico, ma per ora si va sul pratico (e quasi tutto orale);
ripasso veloce con animazioni inserite sul blog di classe (qui:http://tuttiinfila.blogspot.it/, se qualcuno vuole dare un’occhiata e, no, le animazioni le ho fatte a casa, al di là delle 18 ore di “lavoro” che Profumo crede finite lì, in classe).
Scrittura: da domani si sospende grammatica e si comincia la scrittura, partendo dalla descrizione;
Lettura: in questi due mesi, di tanto in tanto abbiamo sospeso ogni attività e, in tre, quattro giorni per romanzo, ho letto loro dei libri (leggo io, a voce alta): “La magica medicina”, “Io, la giraffa e il pellicano” di Roald Dahl, “Guglielmo e la moneta d’ora” di Mino Milani, per ora.
Non ho ancora insegnato (e chissà mai se insegnerò):
l’uso di Wikipedia, l’uso di facebook, l’uso sensato del cellulare, la compilazione di un bollettino postale, il pagamento della rata di un mutuo, l’economia e il diritto (sì, ora che ci penso, l’economia, sì, perché al tempo della crisi dell’Impero romano c’era un’inflazione che levati), Mozart e gli One Direction, Alessandro Manzoni e Federico Moccia, come andare in strada col motorino, la Sicurezza Finanziaria piuttosto che la Sicurezza del Lavoro, come comportarsi in maniera strategica durante la vita lavorativa, le differenze di stile e di scelte nella traduzione dell’Iliade tra Vincenzo Monti e Guido Paduano, il galateo di Monsignor Della Casa
e tutte le altre cose leggere e vaganti che, leggo e sento, soltanto la scuola ha il compito di insegnare.
5 novembre 2012 alle 13:38
Salve a tutti, vi scrivo ciò che ho avuto modo cogliere dalla stessa discussione con altri docenti.
Non è solo questione di nuova didattica, né di nuove tecnologie… come continua l’articolo anche Topolino risulterebbe noioso! I fattori sono molteplici, come molteplice ormai è il bagaglio culturale che si richiede ad ogni studente. Non si è solo globalizzato il mondo, è globalizzata anche la Cultura, il Sapere. Se da una parte le nuove tecnologie ce l’hanno davvero regalato il mondo, il bagaglio di nozioni a portata di mouse si è così arricchito che è diventato quasi ‘insopportabile’, nel senso che non è pensabile poter ‘portare’ con sé, tenere, qualsiasi conoscenza. E’ davvero troppo. Allora, oltre a tutto ciò che la scuola a giusta ragione reclama, anche i ragazzi fanno una scelta. Anch’io di anno in anno mi rendo conto di quanto mi debba ingegnare su come far passare alcuni argomenti senza poter prescindere da altri. Insegno storia dell’arte. L’archeologia, gli studenti la sentono tanto lontana (tranne qualche mosca bianca) e la si fa, quando si può, attraverso documentari appassionanti; i Maya li studiano volentieri solo per sapere se alla fine moriremo o riusciremo a superare le date fatidiche; Leonardo li prende nella misura in cui possono capire quanto Dan Brown avesse o no ragione!!! E’ pazzesco ma è così… e allora lì, bisogna attrezzarsi davvero alla ‘mediazione disciplinare’! Tranne poi saperli, con sorpresa, appassionati fruitori di colossal come 300, Troy o Apocalypto… allora la partenza diventa quella per poi correggere eventuali refusi storico-artistici! Anche quelli ‘wikipediani’!
Si conveniva tra colleghi, anche in altri blog, che tra i motivi da ascrivere alla questione c’è pure un errore comunicativo: non mettere al centro i ragazzi e tutto ciò che potrebbe appassionarli anche alla lettura di Petrarca, errore comunicativo che è alla base del fallimento di ogni relazione ‘interdipendente’. Se noi stessi ci facciamo prendere dalla noia ‘del sempre uguale’, se non abbiamo stimoli, se non riusciamo a guardare con originalità sempre diversa (data pure dalle novità che il tempo ci regala… altrimenti ogni cosa sarebbe morta a se stessa!) i nostri stessi programmi, se invece ci facciamo prendere proprio dall’ansia del programma stesso, del dover ‘somministrare’ (dicitura Invalsi) a tutti i costi come se il Sapere fosse amara medicina, se ci facciamo prendere dalla testa bassa sul testo senza poter guardare le loro facce se annoiate o sorprese, senza provare noi stessi Piacere nel dover trasmettere, se Petrarca (giusto perché di Petrarca si parlava) è distante anni luce dal loro modo di intendere il sentimento… si conveniva che una lezione noiosa (benché accademicamente interessante) risulterebbe pesante anche per noi!
Ma non è solo colpa di un errore o uno ‘gap’ comunicativo, anche se converrete con me che ci sono modalità e modalità per far passare lo stesso concetto. Dipende pure dal ‘tipo di scuola’, impensabile per me in un tecnico poter parlare di Michelangelo partendo dal neoplatonismo. Mi prenderebbero pure in giro…! Tranne che passarlo cominciando a ragionare con loro sul concetto di Bellezza Assoluta (e qui poi in una scuola si scivolò piacevolmente, per i maschietti, sulle ‘bellezze assolute’ di Angiolina Jolie!). Ricordo una ragazza che mi descrisse Dante come uno sfigato dal momento che Beatrice non se ‘lo filava’ per niente!
E poi ancora… tutta una serie di ragioni: i docenti stanchi, la scuola che va a rotoli dopo anni di incurie ministeriali, le classi che scoppiano, ragazzi alle prese più con ‘le cose’ relative alle tecnologie che con i concetti che le cose regalano e alle possibilità di impararli! Ci sono alcune scuole che se funzionano come aggancio col mondo del lavoro, altre sono diventate ormai ghetti e difficile è cambiarne la natura… C’è pure che in ogni scuola diversa bisogna reinventarsi noi come docenti, il nostro modo di comunicare, il modo di passare i contenuti. E se per qualche volta si riesce a sorridere avvicinando un personaggio ai ragazzi attraverso il loro modo di vedere il mondo per qualche sfaccettatura caratteriale, se si attualizzano le materie attraverso il concetto di ‘multidisciplina’ (ma ogni scuola dovrebbe ingegnarsi a trovare fondi e tempo, visto che si affoga negli orari!), senza camminare necessariamente per compartimenti stagni dove spesso ciò che emerge, da parte di noi docenti, è ‘quanto sono stato bravo a fare questo’, tutto ciò non potrebbe che avvantaggiare il metodo, gli obiettivi e, si spera, i risultati. E la questione non si fermerebbe certo qui, sul ‘come fare’ in questa giungla poi… oltre che autogestirsi… a saperlo!!! Vi saluto… MRita