Questa voce è stata pubblicata il 21 ottobre 2012 alle 12:31 ed è archiviata in Teoria e pratica. Segui i commenti a questo post con il feed RSS 2.0.
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Concordo sulla noia per i testi introspettivi. L’io sarà pure “unico e irripetibile”, ma (per fortuna, penso) somiglia tanto a tutti gli altri. Nel mosaico di cui parla Calvino possiamo ritrovarci: con maggior gusto letterario.
“Non sono certo meno vasti”: è una rivendicazione, una distinzione, una definizione, una ricerca, non un attacco. Se non mi interessa definire i personaggi in profondità, posso fare qualcos’altro? Posso appellarmi a qualcosa di esterno, di ugualmente consistente ma più definito dei sentimenti, per costruire (e sottolineo “costruire”) solidamente un romanzo?
La risposta è senz’altro sì, tra l’Oulipo e il viaggiatore, per non parlare, poi, di Perec, che voleva un romanzo vero, “classico”, alla Verne, da leggere à plat ventre sur le lit, in cui la sperimentazione potesse persino essere nascosta e indecifrabile.
Ma, ad esempio, Perec (che conosco meglio), benevolmente ossessionato dai suoi cahiers des charges, debitore di Queneau e di Arnaut Daniel, allineato nella poligrafia del cavaliere rosicchiata come un semplice biscotto, nello stesso tempo “cercava” i suoi genitori, cercava senz’altro di riempire il vuoto e l’ingiustizia della loro assenza.
Il fatto che uno scelga di non psicanalizzare i propri personaggi non è un tratto disumanizzante. Dipende da quello che ti capita o che incontri nella vita, da quello che scegli di guardare.
21 ottobre 2012 alle 12:53
…il mosaico in cui l’uomo si trova incastrato…
21 ottobre 2012 alle 12:59
la frase più bella: (sono umano)… anche se non trasudo umanità da tutti i pori.
21 ottobre 2012 alle 15:18
Concordo sulla noia per i testi introspettivi. L’io sarà pure “unico e irripetibile”, ma (per fortuna, penso) somiglia tanto a tutti gli altri. Nel mosaico di cui parla Calvino possiamo ritrovarci: con maggior gusto letterario.
21 ottobre 2012 alle 22:40
“Non sono certo meno vasti”: è una rivendicazione, una distinzione, una definizione, una ricerca, non un attacco. Se non mi interessa definire i personaggi in profondità, posso fare qualcos’altro? Posso appellarmi a qualcosa di esterno, di ugualmente consistente ma più definito dei sentimenti, per costruire (e sottolineo “costruire”) solidamente un romanzo?
La risposta è senz’altro sì, tra l’Oulipo e il viaggiatore, per non parlare, poi, di Perec, che voleva un romanzo vero, “classico”, alla Verne, da leggere à plat ventre sur le lit, in cui la sperimentazione potesse persino essere nascosta e indecifrabile.
Ma, ad esempio, Perec (che conosco meglio), benevolmente ossessionato dai suoi cahiers des charges, debitore di Queneau e di Arnaut Daniel, allineato nella poligrafia del cavaliere rosicchiata come un semplice biscotto, nello stesso tempo “cercava” i suoi genitori, cercava senz’altro di riempire il vuoto e l’ingiustizia della loro assenza.
Il fatto che uno scelga di non psicanalizzare i propri personaggi non è un tratto disumanizzante. Dipende da quello che ti capita o che incontri nella vita, da quello che scegli di guardare.
22 ottobre 2012 alle 09:39
Però quegli occhiali storti non si possono proprio vedere