di giuliomozzi
Non mi ricordo nulla della bambina che, secondo quanto mi è stato poi raccontato, quand’ero in terza elementare (il mio primo anno di elementari a Padova), era diventata una specie di mia fidanzatina. La cercavo e lei mi cercava, mi hanno raccontato; ci facevamo i regalini (la caramella, il pezzetto di merenda, la figurina, queste cose qui); eravamo sempre tanto contenti di vederci. Poi, a metà della quarta, i miei mi hanno cambiato di scuola. Non so se l’ho più vista, quella bambina. Oggi non mi ricordo più nulla, e di tutto il piccolo e buono bene che ci siamo voluti non è rimasta più nessuna traccia in me.
10 ottobre 2012 alle 16:17
che tristessssaaaa!!!
10 ottobre 2012 alle 16:31
Il mio fidanzatino delle elementari lo ricordo benissimo. Carino, con tanti riccioli biondi. Purtroppo lo incontro ancora. Marito di un’ amica, calvo, con la pancia…
10 ottobre 2012 alle 16:39
Io avevo un specie di innamoramento all’asilo, per un bambino di nome Emilio, figlio di un sarto. Aveva un grembiulino molto ben fatto, di quelli proprio ” sartoriali”. Era molto silenzioso e io facevo il diavolo a quattro per farlo sorridere….
10 ottobre 2012 alle 16:59
è stata solo una questione di merendine
10 ottobre 2012 alle 17:44
andrea. pallido, serio, capelli scuri. ci aspettavamo in giardino, lui di là e io di qua della recinzione. ho in mente pezzetti di ruggine sulle dita mie e sue. non parlavamo. ci salutavamo così, attraverso la rete, con le mani che si aprivano e si chiudevano a fatica, costrette dal reticolato obliquo. avevamo 5 anni. poi ho cambiato casa e non l’ho più visto.
10 ottobre 2012 alle 21:25
Scuola materna di un paese del Sud. Avevo quattro anni, credo. Scavalcavo l’improvvisato “divisorio” tra maschi e femmine per andare a guardare gli occhi azzurri di Maria.
Giuseppe
10 ottobre 2012 alle 21:26
Quando sei dolce sei imbattibile.
Il mio primo “amorino” l’ho avuto dalla seconda alla quarta quarta elementare. Si chiamava Alessandro Baldassarre. Era seduto dietro di me, ed era bravissimo a risolvere i problemini di matematica e gli esercizi.
Velocissimo, aveva il grembiulino azzurro con il nastro sempre perfetto e ordinato, e quando aveva terminato di svolgere il compito, diceva ridendo ad alta voce “Ho finito!”. Mi sorrideva compiaciuto e divertito, quasi si aspettasse ch’io mi voltassi stupefatta; quel sorriso lo ricordo ancora.
Dicevo ma che bravo! e lui alzava le braccia mettendo le mani dietro la testa.
Poi ho cambiato scuola perché abbiamo cambiato casa.
E’ stato l’unico anno della mia vita in cui la matematica è riuscita a incuriosirmi.
Invece a cinque anni mi piaceva Michele Saponara. Ancora non andavo a scuola, abitava nella palazzina vicina e giocavamo nello stesso giardino. Andava in bicicletta togliendo le mani dal manubrio. A volte si alzava sui pedali, sembrava un uccello, ricordo l’aria fresca della sera sul viso e lui che sfrecciava.
Facevamo finta di niente, ma ci aspettavamo. Aspettavamo che tutti rincasassero, così si faceva buio senza che ce ne rendessimo conto già dopo dieci minuti, con mia madre che mi chiamava. Iniziava tutto dal mio ti faccio la puntura, lui diceva no, dài, parliamo seri, eravamo entrambi timidi. A volte rimanevamo a conversare soli per mezz’ora, tre quarti d’ora.
Per il terzo devo andare avanti sino al ginnasio.
10 ottobre 2012 alle 21:54
Bellissimo il tuo ricordo, Giuseppe.
10 ottobre 2012 alle 22:05
Grazie, Sabrina.
11 ottobre 2012 alle 00:04
Cosa mi hai fatto ricordare… Francesco B., prima elementare. Più basso di me biondo occhi azzurri naso alla francese. Non so perché si era incaponito con me, tanto da regalarmi mollettine per i capelli, profumini, gommine e stampini dopo poche settimane dall’inizio della scuola. Un giorno mia madre scopre questi regali e mi obbliga a restituirli. Io piango, ovvio, erano i miei regali e pure belli, ché il Francesco era di buona famiglia mantovana e non si risparmiava nel mostrarmi il suo affetto. La mamma però non transige (chissà che cosa muoveva mia madre a fare ciò) e così il giorno dopo me li fa riportare indietro. Prima della campanella della prima ora, incontriamo il mio spasimante con la madre e la mia fa un bel discorsetto moralizzante.
La madre di Francesco cerca di farla ragionare, ma la mia dura è. Alla fine si ripigliano i regali e Francesco da quel giorno inizia a odiarmi: dispetti, spinte, battute cattive. A me non piaceva lui, manco sapevo cosa voleva dire avere una simpatia, ero solo l’oggetto della curiosità di un bambino. Il bello è che quando dissi a mia madre che Francesco mi faceva stare male mi disse “fai la superiore, ignoralo”. Ci ho provato per 5 anni, ma non ha mai funzionato.
11 ottobre 2012 alle 10:03
Simona in camera sua spegneva la luce e accendeva un’abat-jour, in fondo, dalla parte della finestra, forse saliva addirittura su un tavolinetto: eravamo noi nel buio, e lei danzava, non ricordo se a un certo punto si spogliasse anche… non ricordo, ma forse sì, chissà:i anche io – miope – non capivo bene cosa succedeva, là, tra la luce ed il buio… la sensazione vedete con Simona era che ci tenesse in pugno, e noi eravamo in balìa di travolgenti incomprensibili malie… “Le sirene ti parlano di te / quello che eri / come fosse per sempre…” (Capossela)
…
11 ottobre 2012 alle 10:13
qui, per esempio: http://www.youtube.com/watch?v=ghwPifhh69U
11 ottobre 2012 alle 10:29
eh, vic damone, quantommepiascie!
11 ottobre 2012 alle 11:27
Io ero innamorata di Antonio Cabrini e di Actarus, allo stesso modo. Del primo tenevo una figurina nel diario. Del secondo non mi perdevo una puntata.
Ora voi potreste chiedermi: come fa una bambina a provare gli stessi sentimenti per un uomo e per un personaggio di cartoni animati?
E che ne so!
Quando la televisione era ancora bella e buona, la punizione più temuta era restare senza guardare Goldrake e Happy Days.
11 ottobre 2012 alle 11:37
le ragasse si namoravano dei cartoni o dei calziatori e a noi, a noi no ce filava nessuna… che tristessssaaaa!!!
11 ottobre 2012 alle 12:04
Oh, Enrico, da andare a Las Vegas e giocare a poker conoscendo le carte dell’avversario. Sai che divertimento!
(Bisognerà imparare a barare. Agilità ginnica da saltatore con l’asta. Per non decretare la morte del poker.)
Dài che chissà quante bambine ti filavano…
C’era un bimbo che mi seguiva sempre con la biciclettina. Io non capivo perchè. Allora frenavo e mi giravo a guardarlo rimproverandolo. Lui restava in silenzio, con un piedino per terra, sgranava gli occhi e mi guardava estasiato. Era molto bello, lo ricordo illuminato dal sole. Aveva i capelli chiari e ricci e le guance quasi sempre rosse. Voleva giocare al gioco della bottiglia solo per darmi un bacio. Ed io invece quel gioco non volevo farlo, mi annoiava. Poi, a circa venticinque anni, è morto in un incidente stradale. Certe volte le bambine capiscono e non capiscono.
11 ottobre 2012 alle 12:56
-Lei… Lei è… Sì, sei tu!- Dice.
Lo guardo: bel sorriso, gli occhi brillano.
-Scusi?- Dico.
-Sei tu, la ragazzina che aspettavo ogni giorno sulla porta della scuola!- Dice.
-Prego?- Dico.
-Avevi una lunga treccia e una gonnellina scozzese rossa, ne sporgeva sempre un pezzo dal grembiule. Arrivavi correndo, ti fermavi sul tappeto a pulire i piedi e mi sorridevi. Non eravamo nella stessa classe, ma durante la ricreazione ti venivo a guardare mentre giocavi. I miei compagni ridevano. Io aspettavo. Tu interrompevi il gioco, mi cercavi con gli occhi e incontrati i miei sorridevi. Solo allora me ne andavo.-
-Scusi- dico –Non ricordo.-
11 ottobre 2012 alle 13:57
basta con queste amnesie…
11 ottobre 2012 alle 15:56
@ Greco S. me non sapevo mica che le fanzule giogavano a poker… mi se l’savevi, miga giugavi al balun, mi giugavi anca mi al poker…
11 ottobre 2012 alle 16:55
Per cognome (che non ho mai “fatto a pezzi”) ci chiamavano al liceo, Enrico.
Se dovessi andare in un Casinò (ci sono stata qualche volta con amici diversi anni fa, facendo addirittura vincere nel bellissimo palazzo di Venezia con il numero 22 secco un ragazzo, come raccontato nel mio blog depredato e poi chiuso), ne vedresti delle belle. Io giocavo solo le fiches del biglietto di entrata che mi pagavano. Mai sia! Bisogna stare attenti.
Gioca al balùn che è meglio. Poi il gioco ora non c’è.
11 ottobre 2012 alle 17:05
P.S. Non ho mai giocato a poker. Roulette.
11 ottobre 2012 alle 18:44
Come fai ad eserne sicuro, a volte le tracce restano “sottotraccia”
e anche se non ne hai più il ricordo, qualcosa resta: un’ombra leggera, leggera che forse una volta o l’altra riuscirai a scorgere…
12 ottobre 2012 alle 05:44
Specchio, come vuoi che faccia a essere sicuro? Mi ricordo ciò che mi ricordo, e non ricordo ciò che non ricordo. Sto parlando di me stesso, mica di uno che conosco solo attraverso il suo blog. Ho una certa competenza.
12 ottobre 2012 alle 12:31
In effetti, penso che quell’”ombra leggera” sia già accennata e proiettata nella riflessione che ha dato origine a questo post. E’ bello che sia un’operazione di intelligenza naturale soggettiva la “scelta” selettiva di attribuzione del grado di importanza al fatto, al punto da memorizzarlo rendendolo patrimonio identitario. A meno che la persona non abbia vissuto un trauma per cui sia necessario indurre una sollecitazione a ricordare.
C’è un perché sicuramente pure nel significato di quel che non ricordiamo, o nel perché quel fatto sia comunque presente sebbene con parzialità memorativa.
Giulio infatti ricorda la cosa più importante: una bambina con cui c’era un rapporto affettivo.
(A parer mio, eh!)
12 ottobre 2012 alle 13:53
A quasi trent’anni vorrei ancora una cosa così. Poi però vorrei anche il sesso e mi sa che le cose si escludono.