Eccola qui. Che ne dite?
Questa voce è stata pubblicata il 7 ottobre 2012 alle 07:26 ed è archiviata in Il ricordo d'infanzia. Segui i commenti a questo post con il feed RSS 2.0.
Puoi saltare alla fine e lasciare una risposta. Non è al momento consentito il ping.
7 ottobre 2012 alle 08:23
nel senso che metti un titolo, la data e la firma
che pubblichi in vibrisse il procedere dell’archiviazione
che inserisci dei filtri di ricerca dei ricordi
che crei delle categorie
in che senso cosa ne dite? non ho capito
e poi ho letto “un uomo MI SPARA davanti”
7 ottobre 2012 alle 08:45
Nel senso, Manu, che è facile (benché un po’ faticoso) pubblicare in questo modo una scelta di ricordi. Meno facile è capire come organizzare la faccenda (filtri di ricerca, categorie, eventuali immagini, eccetera eccetera eccetera).
Poi mi domando: a che cosa serve, esattamente? In che relazione sta con l’ancora solo potenziale libro?
Avrebbe più senso pubblicare i ricordi direttamente qui in vibrisse? (Di questo dubito).
7 ottobre 2012 alle 09:14
ma infatti, giulio, io davvero non so come tu ed elena andrete concretamente a comporre questo libro. quando mi capita di pensarci non riesco a vederlo
che poi
un libro è l’oggetto, copertina e pagine che contengono lettere parole frasi righe paragrafi e capitoli di un genere letterario
mi chiedo: quale genere per il ricordo d’infanzia?
memorie? diario? epistolario? (manco so se sono generi, questi)
l’unica cosa che sono riuscita a vedere (a parte le incursioni del pensiero in altri lidi) è un ‘dizionario’ dei ricordi, perchè lì quantomeno esiste un ordine, quello alfabetico
e poi
è corretto dire ‘ho scritto un libro’?
scrivo un romanzo
una fiaba
una poesia
un racconto
ma un libro?
sospetto che potrà succedere di negare anzichè affermare
ovvero
come il tuo ‘non ricordo’ offrire una dichiarazione di quanto si sarebbe voluto comporre, mostrare unicamente il processo creativo in sè, anzichè un ipotetico risultato di questo processo
le categorie possono anche venire facilmente, credo, ma è il collante che non vedo. l’unica cosa che ho pensato è un possibile percorso, tipo, dalla terra al cielo (ipotizzo)
cavolo! proprio non so come farei io a mettere il ricordo d’infanzia in un libro. sono curiosa di conoscere la vostra opera, davvero curiosa
7 ottobre 2012 alle 09:51
Un libro di ricordi lo immagino come tanti punti di vista e reazione diversi a situazioni simili, quindi vedrei i ricordi divisi per semplici categorie che potrebbero essere le emozioni: gioia, allegria, paura, solitudine, ecc. Oppure divisi per luoghi/tempo: a casa, a scuola, in vacanza, dai nonni, in città, al mare…
7 ottobre 2012 alle 10:31
@diquestitempi
dunque anche tu vedi il libro come una raccolta di quanto raccolto, bene che vada un’enumerazione di ricordi ordinata secondo categorie o criteri stabiliti
quello che mi chiedo è se si può realizzare la trasformazione del materiale raccolto in un testo prodotto da un’unica visione, che mi sembra fosse l’idea iniziale di giulio (i ricordi di una sola persona dall’infanzia enorme, smisurata, infinita) senza enumerare
credo di no. credo si tratterà di compilare più che dare vita ad un testo originato dai ricordi. una sorta di banca dati
7 ottobre 2012 alle 10:48
Non è detto, Manu, credo si possa comunque farli diventare un’unica grade memoria (un lavoraccio) stabilendo un filo conduttore, ad esempio l’io narrante che vede i suoi ricordi cambiare a seconda del momento in cui li rivive o glieli ricordano gli altri o di come lui stesso decide di volerli ricordare modificandoli. Magari vuole un passato diverso per veder cambiare il suo presente/futuro stile “Sliding doors”.
7 ottobre 2012 alle 11:25
eh, diquestitempi, ma (magari esagerando) mi sembra di essere sempre all’interno della stessa operazione, un’addizione, dove valgono la proprietà commutativa, associativa e distributiva, per cui avrò sempre lo stesso risultato
-se sposto l’ordine dei ricordi
-se al posto di un ricordo sostituisco la loro somma (per similitudine di argomento)
-se ad uno o più ricordi ne sostituisco altri la cui somma è uguale al ricordo sostituito
il risultato non cambia
(?)
7 ottobre 2012 alle 11:47
Se non ho capito male il libro cartaceo conterrà una selezione del totale dei ricordi arrivati. E i ricordi selezionati verranno stampati dopo aver passato un editing.
Allora il blog proposto potrebbe contenere invece tutti i ricordi pervenuti. E senza editing.
Un po’ come in certe edizioni in DVD oltre al film così come è uscito in sala ci sono anche le scene tagliate.
Il blog, se chi carica i ricordi si premura di etichettarli con metodo, inoltre permetterebbe una serie di ricerche per tag e per categoria che nel libro cartaceo non sarebbero possibili.
(la domanda è: ne vale la pena?)
7 ottobre 2012 alle 12:40
Caro Giulio, io farei un’opera di narrazione. Non una banca dati.
Sarebbe noiosissimo. Se con la previsione di tematiche, poche (come capitoli) e molto generali: es. non “al mare”, ma: “luoghi”, “persone”…
In realtà il tutto dovrebbe, a mio avviso, dare il senso di un tempo non di un archivio.
7 ottobre 2012 alle 12:43
P.S. Come nella musica. Tempi, ritmi… Io farei così.
7 ottobre 2012 alle 15:34
Ricordi come narrazione, come un lungo ricordare di una stessa persona, così io l’ho intesa. E i ricordi non sono schematizzati ma escono sollecitati da profumi o da un’immagine, una voce, una foto, un racconto di un’altra persona. Sul libro me lo vedo così. Poi mi immagino un video, sarebbe a mio avviso stupendo, perché si unirebbero immagini e ricordi scritti o narrati. Temo però che diventerebbe una specie di film o di video pippone (e chi lo sa, magari un regista da tutti questi ricordi…). Su Vibrisse farei una specie di diario. Mica facile parlare di queste cose quando non si sa quasi una mazza di editing e dintorni, però ci si prova no?
7 ottobre 2012 alle 21:14
Riguardo ai ricordi di infanzia, a luglio ho trasformato un ricordo in una favola. Premetto che non sono scrittore, pero’ mi sono buttato. Spero sia cosa gradita.
La favola di filippo
Erano i tempi in cui i bambini con l’aiuto dei grandi si costruivano i giocattoli da soli. Le femminucce preferivano le bambole di pezza, fatte con le stoffe avanzate. I maschietti, i mezzi motorizzati realizzati con i rocchetti di legno delle macchine da cucire. Ma lui è più grande e queste cose gliele hanno raccontate i suoi genitori.
Ricco di queste conoscenze, decide anche lui di costruirsi un giocattolo amico. Non perché di amici non ne ha, ma questo, lo vuole speciale, come lui lo desidera. Semplice, allegro, e capace di stare zitto anche di fronte a sfoghi esagerati.
Così Filippo, un ragazzo sedicenne, amico di tutti per il suo carattere tranquillo e accomodante, decide di avventurarsi in questa bellissima esperienza. Pensa che ti ripensa, ma non gli viene in mente niente. Allora decide: deve nascere tutto per caso. Così un giorno tornando da scuola, vicino dei cassonetti dell’immondizia scorge il suo primo pezzo … un lampadario.
La cosa che attira Filippo è appunto la parte terminale. Una gigante palla di vetro bianca. Si appropria di quell’oggetto così importante per lui, e insignificante per gli amici che lo deridono. Ma indifferente e determinato come sempre, li ignora e va avanti per la sua strada. Conserva gelosamente questo oggetto e lo ripone in luogo sicuro. Ogni sera prima di addormentarsi, pensa al suo nuovo amico e di quante parti ancora gli mancano.
Un giorno, osserva la mamma che prepara la lavatrice per il bucato e si accorge che il contenitore del detersivo è un fustino di cartone, lungo e rotondo. Quello è il busto per il mio compagno, pensa Filippo. Ma l’attesa è lunga perché quel fustino di Dash lo trova sempre pieno. Il tempo passa veloce e il ragazzo e’ distratto da altri pensieri. Ora che il fustino e’ vuoto, la mamma, fa notare a Filippo che gli ha accantonato quel pezzo a lui tanto prezioso, così Filippo si precipita ad archiviare un’altro pezzo importante.
Lui sempre coinvolto dai tanti amici che ha, un pomeriggio … decide di non uscire con loro e di rifugiarsi nel suo piccolo laboratorio. Un sottoscala umido e con una puzza di muffa da capogiro. Orgoglioso e determinato, inizia l’assemblaggio. Fissa la palla del vecchio lampadario sul fustino del detersivo. Trova un pezzo di corda vecchia, ed inserisce all’interno un filo di ferro, facendola diventare le braccia.
Ora è il turno delle gambe … Come faccio si domanda Filippo, ci vuole qualcosa di rigido e leggero. Girando per la cantina scorge qualcosa di meraviglioso … Un vecchio tubo di plastica !!! lo afferra, lo taglia a misura, e lo assembla in modo esemplare. Poi consulta la mamma e chiede a lei degli abiti vecchi.
La mamma incapace di comprendere quale fosse l’obbiettivo del figlio, si piega comunque alla sua volontà e gli concede ciò che lui ha richiesto. Un abbigliamento completo, con tanto di giacca e cravatta. Ma prima di vestirlo, imbullona un paio di vecchie scarpe sui tubi, e cuce dei guanti imbottiti sulla corda. Fiero di tutto ciò e vicino al suo obbiettivo, gli rimane un’ultima cosa.
Come fargli sprigionare la tanta allegria desiderata. Filippo ha di fronte a se un pupazzo formato maxi, ma senza volto. Ci vuole qualcosa di originale, il corpo sembra vero ma il viso deve essere bello e visibilmente finto. Come coniugare, queste due realtà ? Ripone il pupazzo, e va a dormire. Il giorno successivo tornato da scuola, e con le idee chiare, decide di completare la sua opera.
Smonta la membrana di un altoparlante ormai in disuso, e la fa diventare un cappello. Con della plastica adesiva di colore nero, ritaglia le forme dell’occhi, bocca, naso, ed orecchie e come un chirurgo plastico di fama internazionale li incolla sulla palla di vetro. E come successe a Geppetto con Pinocchio, Filippo comincia a parlargli … hai uno spiccato senso dell’allegria … e girandogli intorno più volte, si rende conto che non sa nemmeno come chiamarlo …
Lo chiamo FELICE perché mi piace e sono contento di averlo come amico. Ormai completo, Filippo si porta a casa il suo pupazzo e diventa suo ospite all’insaputa dei suoi genitori. Questo è il tuo posto, così ti posso guardare e parlare, anche quando studio, dice Filippo a Felice dopo averlo messo nell’angolo della sala da pranzo. Inatteso lo spavento di sua mamma che entrando in quella stanza si sono trova ogni giorno un pupazzo alto e con la testa di vetro.
Al contrario, l’allegria del papà di Filippo che nota che il pupazzo ogni volta gli sorride. I giorni passano e nel tempo Felice diventa un compagno, anche di coloro che inizialmente erano contrari. Per un genitore la volontà di un figlio, va portata con un vassoio d’argento. Tutto è tranquillo. Fino a quando, le novità diventano quotidiano, le emozioni si sfumano in sorpresa, e la gioia diventa un ricordo. Allora, è il momento che deve avvenire qualcosa …
Durante una notte in dormiveglia Filippo sente delle voci provenire proprio da Felice. Sorpreso si concentra per ascoltarle ma da quel momento tutto tace. Due giorni sono passati e Filippo continua a pensare a quel sogno che sogno non è, e di questo ne è sicuro. Così decide … prima di andare a dormire va verso Felice, e lo gira con il viso verso il muro. Così voglio vedere se parli, dice Filippo.
E’ ormai notte fonda e fa finta di dormire, improvvisamente, sente di nuovo quelle voci. Con molta cautela e in assoluto silenzio, si avvicina e ascolta … Io ero la membrana di un altoparlante, una volta ero molto apprezzata, tutti erano attenti ad ascoltarmi, mentre ora sono triste perché sono diventata un cappello inutile … Ed io allora, che una volta illuminavo tutta una stanza, ero sempre al centro dell’attenzione, vedevo le gioie e dolori di tutte le famiglie.
Volete discutere della mia utilità ? … Ero un tubo sano e dentro di me ci passava l’acqua, ero fonte di vita, e non facevo passare nemmeno un filo di umidità. Ora sono due gambe dentro dei vecchi pantaloni. Infine sentì la corda che diceva, ero morbida e flessibile, ero accarezzata da tutti, invece ora sono bloccata da un filo di ferro che mi fa sentire sempre freddo.
Sbalordito Filippo non crede alle sue orecchie, però, prese un foglio di carta e scrisse tutto quello che aveva udito. Il giorno dopo convinto di aver sognato tutto, si accorge che sul tavolo da pranzo trova i fogli che lui nella notte aveva scritto. Sorpreso dell’accaduto, e dispiaciuto di aver procurato tanto dolore, decise di smontare il suo amico Felice che tanta gioia gli aveva dato.
Così la corda fu di nuovo accarezzata da tutti, la palla di vetro, tornò ad illuminare il volto delle persone, i tubi con orgoglio riportarono l’acqua dentro le case, infine la membrana dell’ altoparlante riconquistato il suo posto ricominciò a cantare come mai aveva fatto.
E come tutte le favole che finiscono bene, Filippo saluta Felice dicendogli di non essere triste, perché vivrà sempre nel suo cuore.
ROMA 17.07.2012
7 ottobre 2012 alle 22:56
Io comincerei con una tassonomia.
7 ottobre 2012 alle 23:00
Video? Daniela, non provocarmi.
Questo è un lavoro (mio e, soprattutto, di Marco Zuin) di un paio d’anni fa: L’attesa fragile. Ricordi non d’infanzia, ma della maternità e del parto. E poi guarda anche questa pagina qui, che potrebbe fare da modello…
8 ottobre 2012 alle 11:53
Ma quante cose hai fatto nella tua vita sino ad ora! Complimenti.