Riflessione linguistica sulle “scuse”

di

Io non oh mai comesso erori.

di giuliomozzi

E’ successa una cosa curiosa (e forse istruttiva). Diverse persone mi hanno scritto in privato (ed è interessante che non lo abbiano fatto pubblicamente, nei commenti: una forma di riguardo per me? una timidezza? un’incertezza?) per segnalarmi la presenza di due errori nel decalogo Dieci scuse per spedire in ritardo un ricordo d’infanzia. Questi gli errori:

Nella scusa numero 3, “sia finita” andrebbe corretto in “fosse finita”.
Nella scusa numero 8, in “quando gli ha voluto lui” c’è uno “gli” di troppo.

Indubbiamente si tratta di errori. Tuttavia, ho risposto a tutti, sono errori stilisticamente giustificati. Nella scusa numero 3 parla (scrive, anzi) un bambino che ha appena compiuto otto anni: una certa incompetenza nell’uso del congiuntivo, e in particolare di un tempo difficile come il congiuntivo trapassato, ci sta. Io ho messo l’errore apposta per questo: avessi scritto (come in realtà avevo scritto in prima battuta) “fosse finita”, la voce infantile (mi) sarebbe sembrata meno credibile. Nella scusa numero 8 parla (scrive, anzi) una persona che ha una lingua italiana tutta sua. Rileggiamola tutta:

Lei capirà, dottor Mozzi, che i ricordi d’infanzia non vengon mica su a comando. E questo è venuto su quando gli ha voluto lui. E’ un ricordo d’infanzia che ci ha una personalità tutta sua.

Espressioni come “non vengon mica su” e “ci ha una personalità tutta sua” appartengono (mi pare) a un qualche tipo di italiano parlato (non so esattamente a quale tipo di italiano parlato: non avevo in mente un modello locale o generazionale ecc.); “gli ha voluto lui” è un’espressione della stessa specie benché – non stento ad ammetterlo – più “forte” delle altre due, e quindi esagerata (ho strafatto).

Mi colpisce, quindi, che due espressioni da me messe lì come tratti linguistici/stilistici distintivi siano state prese da un po’ di persone (da quante? Se una dozzina mi ha scritto, quante altre l’avranno pensato senza prendersi la briga di scrivermi? L’articolo è stato consulato o letto fino alle 08.04 di domenica 7 ottobre, 1.002 volte) per puri e semplici errori miei. Miei, faccio notare: non dei personaggi (poiché si tratta di personaggi: questo è evidente, vero? O no?).

Ma mi colpisce ancora di più che altri “errori” non siano stati notati. Nessuno mi ha scritto, ad esempio, per segnalarmi che la prosa della scusa numero 5 è evidentemente patologica: la sintassi è scombinata, i connettivi (“allora”, “e così”, “bensì”, “poi”, “in effetti” ecc.) sono messi lì tanto per connettere senza che abbiano un significato (temporale, causale, consecutivo ecc.) ben definito; le ripetizioni ingombrano; e così via. Perché nessuno mi ha scritto per questo? Evidentemente, perché in questo caso quel che ho scritto io, attribuendolo a un personaggio, è stato effettivamente percepito come voce di un personaggio. Sarà – ne parlavo l’altro ieri con un amico, davanti a un caffè, nella meravigliosa piccola pasticceria di via Newton a Padova (chiuso la domenica pomeriggio) – una questione di quantità? La scusa numero 5, diceva l’amico, è lunga quanto basta perché il lettore riesca a immaginarsi il personaggio che parla (scrive, anzi): la 3 e la 8 sono troppo brevi.

Questa spiegazione pare credibile. Tuttavia, mi domando come mai nessuno mi abbia scritto per segnalarmi per la scusa numero 4, la 7 e la 9 dicono delle sciochezze (soprattutto la 9). Risposta evidente: le sciocchezze vengono attribuite ai personaggi immaginari, e non a me. E tuttavia (ancora), mi domando come mai nessuno mi abbia scritto per segnalarmi che nella scusa numero 9, dopo “30 settembre”, piuttosto che una virgola avrei dovuto mettere un punto e virgola, un punto o (come effettivamente avrei fatto se fossi stato io a parlare) un due punti; o che nella scusa numero 2, similmente, dopo “scegliere” sarebbe stato bene un punto e virgola; o che nella scusa numero 10 ci sono troppi “ma”; eccetera.

Anche qui c’è una risposta a portata di mano. Quegli “errori” sono segnali di lingua/stile, proprii dei personaggi immaginari; ma sono segnali a intensità debole, forse non percepiti da tutti, forse percepiti ma accettati di buon grado in un luogo di “scrittura al volo” come vibrisse (in un libro stampato farebbero tutt’altro effetto, credo).

Allora il domandone è: quand’è che chi legge percepisce ciò che legge come “voce di un personaggio”, ben distinta dalla “voce dell’autore in carne e ossa”? Che cosa ci vuole (quanto testo, quale intensità dei segnali ecc.) perché il lettore intuisca di aver che fare, in quel testo lì, non con la voce propria (e “reale”, per così dire) dell’autore ma con la voce di un personaggio? E quanto, in questo genere di intuizioni e riconoscimenti, conta il luogo nel quale si legge il testo (è possibile, a pagina 100 di un romanzo, dimenticarsi dell’autore; è possibile, leggendo vibrisse, dimenticarsi del soprascritto? Soprattutto se lo si legge regolarmente). Ecc.

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21 Risposte a “Riflessione linguistica sulle “scuse””

  1. anita Feltrin Dice:

    Quello che dice caro Mozzi, è vero. Io quando leggo mi immagino la persona che parla, che racconta… e quando si parla non si sta tanto a vedere la sintassi o i verbi. L’importante è capire quello che è scritto, quello che lo scrittore vuole farci capire.

  2. maria teresa Dice:

    Personalmente a me interessa leggere un testo, un intervento, una battuta, scritti in maniera grammaticalmente corretta. E’ questo che mi mette in sintonia con chi scrive anche nel web. Ovviamente in un blog si sorvola sulla punteggiatura o sull’uso eccessivo di ” anche”, “ma” , ” però” et similia. Però se mi viene sottoposto un testo con un certo contenuto , a me interessa che sia scritto bene. MI spiace per anita, ma io la penso diversamente: anche nel ” parlato”, per quanto il discorso non abbia la costruzione del testo scritto, il rispetto dei verbi – per es. – ha la sua bella importanza…ED anzi in alcuni ambienti di lavoro, parlare un italiano maltrattato è cosa che viene notata subito.

  3. di questi tempi Dice:

    Notando gli errori ho pensato a delle finezze stilistiche. In particolare proprio il congiuntivo mancante mi ha fatto sentire il bambino più bambino.

  4. maria teresa Dice:

    Se non fosse, caro Di questi tempi, che oramai il congiuntivo è quasi sempre calpestato e martoriato. Mai sentito dire ” credo che è? ” ” Penso che volete dire ?”…e non è più solo un fatto di sentirsi bambini…per certuni..è proprio che lo ignorano!

  5. Paola Dice:

    La scusa numero 8 e’ in lingua toscana.Dante e’ ancora tra noi.Grazie al cielo

  6. di questi tempi Dice:

    Maria Teresa le lingue, come tutto, nel tempo si modificano. Noi non parliamo come Dante e dopo di noi, parleranno, è probabile, senza i congiuntivi.

  7. Greco Sabrina Dice:

    Io non ti dimentico mai…:-)
    L’ho inteso subito come uno scritto giocoso.
    Probabilmente il meccanismo è logicamente e innocentemente scattato in seguito ai discorsi fatti in precedenza (in altri post) sulla grammatica.
    Si è sviluppata ora, forse, una falsa, deviante, impulsiva ipersensibilità che non tiene conto del contesto, ma che vede l’utilizzo corretto della grammatica problema centrale nella stesura di uno scritto. Passerà. Credo sia solo un chiedere risposte sull’appropriatezza di certi usi.

  8. Irene Guida Dice:

    padanteria

  9. maria teresa Dice:

    Bene…poichè di certo non parlo come Dante, ma comunque mi interessa un buon italiano, resto della mia modesta opinione…Vi preciso che a volte mi arrivano dei curricula con richieste di assunzione dove l’aspirante scrive ” xchè “…Tutto bene, no?

  10. di questi tempi Dice:

    È giusto. Ogni opinione contiene il suo frammento di verità. Per avere una visione più ampia possibile sono necessarie tutte le opinioni. E quel “xchè” mi fa tenerezza. Dice: sono giovane e nel mio mondo si parla così. Semmai mi piacerebbe sapere se sa com’era la lingua prima del suo tempo.

  11. Greco Sabrina Dice:

    A proposito di Curriculum, ha ragione Maria Teresa.
    A me hanno insegnato a stilare il Curriculum in maniera ineccepibile. Operazione ritenuta fondamentale per presentare nel modo ottimale la propria professionalità, e rendere considerabile la candidatura. Spero mi serva in seguito. Da quattro anni lavoro per un’azienda vinicola e riprenderò il discorso “Curriculum” più in là.

  12. Stefano Dice:

    I due principali modi retorici della Rete sono l’indignazione e il nozionismo, due modi che si uniscono nell’indignazione grammaticale. C’è gente che spreca la vita rimanendo collegata alla Rete in continuazione a correggere errori di tutti i generi. Errori di fatto, errori di giudizio, errori di stile e, naturalmente, errori grammaticali.
    Il presupposto implicito è che il retto pensiero si riconosce dalla retta grammatica. Quindi uno o più errori di grammatica dimostrano l’inconsistenza, l’errore, l’indegnità del pensiero, tanto che a quel punto non c’è nemmeno bisogno di scomodarsi a confutarlo. Un ‘a me mi piace’ basta e avanza a condannare. Così migliaia, milioni, di fanatici digitali trascorrono vite piene e soddisfacenti (a sentir loro) scovando errori di sintassi e spelling in articoli, saggi, commenti, twit e status e facendolo notare prontamente. Non esprimo mai un’idea che sia una ma si sentono impegnati in una grande opera di pulizia sociale, morale e politica, con in più il piacere di sentirsi intellettualmente superiori alla massa che non sa più usare correttamente il congiuntivo.

  13. maria teresa Dice:

    Stefano, io ho altro da fare che stare ore in internet. Ho espresso una opinione, il resto te lo restituisco al mittente.Qua c’è gente sempre che spunta a fare la morale e tu sei uno di questi. Scrivete come volete.

  14. Greco Sabrina Dice:

    Nuovo materiale per i nuovi Le Bon, Stefano?
    Allora s’alzò un povero cristo, l’ultimo di certi ambienti, e scrisse sul muro: “anno uciso la democrazia”.
    Immediatamente lo fucilarono. Ordine del giorno.
    (Interrogazioni, ogni tanto, purché non parlamentari.)
    Internet è un’arma, ed è temuta.

  15. Mascia Dice:

    Mi costituisco subito: sono una di “quella sporca dozzina”.

    Premetto che io non ho parlato di errore ma di refuso: il primo presuppone l’ignoranza o la cattiva applicazione della norma, il secondo la semplice distrazione o fretta. Ho immaginato, cioè, che le scuse n. 3 e 8 fossero state scritte originariamente in un’altra maniera e poi, riscritte, fosse rimasto qualcosa della precedente versione. Refusi, appunto.

    Sulla n. 8 è effettivamente solo una questione di quantità: a me lo stile linguistico sembrava sufficientemente sciatto anche senza quel “gli”.

    Per il bambino il discorso è diverso.
    Io lì mi sarei aspettata una caratterizzazione linguistica tarata molto verso l’alto: un bambino di 8 anni che segue Vibrisse e vuole mandare il proprio ricordo d’infanzia deve essere per forza un piccolo genietto che parla come un libro stampato e corregge i congiuntivi al padre durante una cena importante (posso testimoniare: esiste!). Il lato infantile sarebbe rimasto nell’idea di dover aspettare di avere 8 anni giusti per poter partecipare.
    Per questo mi è sembrato un refuso dell’autore e non un errore del personaggio.

    Per tutte le altre scuse non ho avuti dubbi, le sgrammaticature le vedo ed è chiaro che sono caratteristiche della lingua dei personaggi.
    E non c’entra la lunghezza: anche nella 3 e nella 8 vedo il personaggio che parla, ma ciò non significa che non ci possa finire dentro un refuso dell’autore in carne e ossa.

    Se – in questi due casi – ho preso per refusi dell’autore quei segnali che l’autore aveva posto come caratteristiche linguistiche dei personaggi è stato in un caso una questione di quantum, nell’altro di aspettative disattese.

    Al domandone finale io non so rispondere per tutti i lettori: per quanto mi riguarda credo di riuscire – normalmente e con naturalezza, senza grossi sforzi – a distinguere la voce del personaggio dalla voce dell’autore (anche in un blog), salvo, appunto, casi particolari come le scuse n. 3 e 8.

    (Perché via mail e non nei commenti? Gli altri non so, io né per riguardo, né per timidezza, né per incertezza: è che ogni volta che scrivo qualcosa in un blog finisco per accapigliarmi con qualcuno e quindi tendo a evitare. Ma ogni tanto – evidentemente – bisogna).

  16. Greco Sabrina Dice:

    Pure “sulla numero 8″, la differenza è proprio tra persona e personaggio, Mascia. Un bambino non può essere personaggio?
    Il personaggio è immaginario, e un “genietto” può benissimo sbagliare i congiuntivi. Si possono scrivere perfette frasi dal punto di vista grammaticale e non dire un accidente, e di solito sono i bambini secchioni, non i geni, a imparare a memoria regole; oppure, ad otto anni, trovare più interessante un racconto di Mario Soldati piuttosto che andare a giocare con i bambolotti.
    Può pure darsi che Giulio Mozzi abbia voluto, come dire, in qualche modo, riprodurre la voce di un io bambino dei suoi lettori.
    (Spero, naturalmente, di non averla annoiata pure questa volta.)

  17. Massimo Dice:

    Giulio, condivido l’osservazione del tuo amico sulla lunghezza. L’errore al punto 3 appartiene a un personaggio che dice una sola frase, avrebbe dovuto essere più facilmente riconoscibile come suo, non basta pensare che forse molti bambini lo commetterebbero. Il ‘contenitore’ del personaggio non è abbastanza grande – sviluppato – per contenere un errore così grosso – di implicazioni sul personaggio -, per questo ‘ricade’ sull’autore. Per me ci sarebbe stato bisogno o di un maggiore sviluppo del personaggio o di una sua migliore sintesi o che tu ti attenessi a una voce più tipicamente infantile.

    Mascia, quel che dici su questo punto mi sembra guardare in modo troppo realistico alla psicologia di un bambino che legge Vibrisse, credo che nell’intento di Giulio il personaggio fosse più surreale e stereotipato: un comune bambino di 8 anni esposto a quella situazione.

  18. Antonella Dice:

    Mah, Giulio. E’ come quando scrive “in somma” o quando usa il participio passato concordato al femminile nei casi in cui, in italiano, la “norma” non lo prevede.
    Sono motivazioni linguistiche, etimologiche, stilistiche etc. Posta la padronanza della “regola”, esiste l’uso, esiste la variazione, esiste la trasgressione. Credo che per uno scrittore sia normale, anzi è normale persino la sperimentazione, sono io lettore che, casomai, cerco di capire e quindi magari mi permetto anche di chiedere.
    Secondo me però non è necessario spiegare necessariamente tutto. Tanti anni fa scrissi al mio cantante preferito chiedendogli di spiegarmi cosa significava-sse tale verso di tal canzone. Lui mi mandò gli auguri di buon compleanno. Dopo un po’ capii.
    A proposito, Giulio, ma queste scuse le ha ricevute davvero o le ha inventate? E i dialoghi dei treni e degli autobus sono accaduti davvero, sono autobiografici? :-)
    Ps: la questione della lunghezza a mio avviso non è determinante. In più, le “scuse” appartengono al linguaggio parlato o colloquiale, blog o non blog.

    .

  19. Giulio Mozzi Dice:

    Antonella, per carità: non mi permetterei mai di pubblicare delle scuse non inventate da me.

  20. Antonella Dice:

    Certo che no. Mancano le virgolette, pardon. Stavo dando voce a domande legittime e frequenti a cui in generale – infatti – gli scrittori rispondono in maniera garbata e perifrastica.
    E’ colpa dell’Io narrante.

  21. Stefano Re Dice:

    Mi sembravano (anzi, sono) finezze linguistiche. Lo scrittore le usa… guai se non le usasse!
    Stefano

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