Lo splatter è uno degli attributi più dispregiativi che esistano per un’opera letteraria, splatter è diventato ormai sinonimo di trash. Ciò è dovuto in parte alla genesi di questa parola (se si nasce con scarsissima dignità è difficile cambiare la situazione: e lo splatter nasce come sotto-genere cinematografico del cinema horror nell’ambito dell’exploitation, che è come dire peggio di così ci sono solo gli snuff-movies) e per estensione al fatto che spesso lo splatter è una modalità di rappresentazione gratuita, non necessaria, un ornamento macabro e morboso offerto, di volta in volta, allo spettatore o al lettore. Essendo associato a generi letterari quali l’horror o il noir o i cosiddetti prodotti artistici (film, libri) di serie B, si integra per sua natura a quei generi letterari che, spesso, ma, in tempi di postmodernità bisogna andarci cauti con affermazioni come quelle che seguono, poco o nulla hanno a che vedere con la realtà e con la verità. Sono opere, si potrebbe dire, dove praticamente tutto, e non soltanto specificamente la parte splatter, è non necessario e offerto per un piacere puramente voyeuristico. Splatter è parola associata soprattutto al sangue e tuttavia a ben vedere to splat significa semplicemente schizzare. Splatter significa schizzo, spiaccichio, spappolamento, mostra insomma le cose nell’atto del loro disgregarsi, dissolversi, decadere. Soprattutto, atti come lo schizzo, lo spiaccichio, lo spappolamento incorporano un’idea di mollezza delle cosa che schizza, si spiaccica o si spappola. Quindi tenendo fermo questo significato del termine splatter senza necessariamente collegarlo al sangue, se utilizzato al di fuori di quei generi dove tutto appare non necessario, gratuito, puramente, dicevamo sopra, voyeuristico, lo splatter, in effetti, può diventare strumento efficace per rappresentare una realtà in disfacimento, in crisi, dotata di una sua indiscutibile flaccidità.
In questo senso La dissoluzione familiare di Enrico Macioci (Indiana Editore, 2012) appare quasi una sontuosa cattedrale eretta in onore dello splatter. Quest’ultima frase suona un’esagerazione, ma basta dare un’occhiata all’aspetto del libro per rendersi conto che quella frase è molto più descrittiva di quanto non sembri. Il libro è di forma quadrata. Misura dodici pollici di lato. La copertina è rigida, elegantissima e reca l’immagine di quello che sembra essere un incunabolo. Tutto è studiato per suggerire che La dissoluzione familiare sia un libro d’importanza biblica. All’interno ci sono anche illustrazioni. A pagina 135 troviamo disegnati due porta-uova dove al posto delle uova alla coque stanno inseriti due enormi bulbi oculari. A pagina 140 il disegno di un enorme uomo obeso, nudo, steso a pancia in giù su una superficie lurida, con lunghi vermi attorno, occhi sbarrati. A pagina 245 l’immagine di un cagnolone dalle pupille bianche, d’aspetto chiaramente idrofobo, con fili di bava a cascargli mollemente dal muso. A pagina 319 l’immagine di un’automobiletta piena di gatti neri, dentro l’abitacolo, al volante, sul tettuccio, sotto la macchina, c’è persino la coda di un gatto che spunta dalla mascherina paraurti. A pagina 49 un paio di scarpe con due razzi inseriti nella parte posteriore della tomaia. A pagina 84 uno scoiattolo con la cravatta e un paio di occhiali troppo grandi. A pagina 94 un uomo con le braccia attaccate al corpo al contrario, con i gomiti per il davanti. Nella pagina seguente un uomo che se ne va a spasso con la schiena curva tanto che la testa gli tocca le caviglie. Dunque, anche semplicemente sfogliandolo, è facile rendersi conto che la “zoologia fantastica” inventata da Enrico Macioci in La dissoluzione familiare ha buone ragioni per farci pensare allo splatter. Ma anche leggendo troviamo nuance splatter. Come per esempio a pagina 19 quando incontriamo il vomito del soccorritore di Don Sisma:
Uno dei soccorritori vomita la cena davanti alla porta di Don, riversando sul tappetino una sostanza che qualche ora prima aveva avuto l’aspetto di hot dog, patatine fritte e gelato al caramello.
A pagina 33 dobbiamo vedercela col muco del Fratturatore:
“Non saremo mai liberi ovvero angeli, creature di puro spirito quali in potenza potremmo diventare, finché i parenti ci attraverseranno e modelleranno come un ferro caldo traversa e modella la cera, come un corpo riempie un vestito, come una mano entra nel guanto e lo violenta. Sì, violenta” riprende a pensare Ham curvo innanzi all’incubatrice, concentrato, teso, felice ma in agguato su di sé, dando le spalle al Fratturatore che si ficca un dito nel naso estraendone pallini verdognoli di perfetta sfericità che appiccica sotto la sedia formando con sorprendente perizia, a poco a poco e pallin pallino, la scritta EVVIVA LA FRATTURA, gloriosamente “macho” nello scroscio alienante del neon.
A pagina 37 troviamo la descrizione del corpicino di una volpe dalla coda bianca messa sotto le ruote da un SUV MegaMaster 6000 guidato da Lord Tenebra. Ci sono descrizioni che presentano schizzi, spiaccichii, spappolamenti a pagina 59, 92, 220. A pagina 97 incontriamo la bava e lo scarabeo:
L’uomo si gratta la schiena e sputa. Sta creando una pozzanghera a furia di sputi. Nella pozzanghera s’agita uno scarabeo accorso anch’esso per le molliche; s’è rovesciato sul carapace; le sue zampe scalciano l’aria con inutile, patetica foga. Ham tace. Pensa che una desolante morte per via della bava di un mentecatto dalle braccia alla rovescia stia per ghermire il povero scarabeo. Pensa di tirarlo fuori dalla bavosa situazione, ma doversi chinare sulla bava gli sembra fatica così improba e disgustosa che rinuncia. Prova pena per lo scarabeo e ritiene quella morte colma d’ignominia: ma rinuncia. [..] Ham tace. Le zampe dello scarabeo si muovono con forza scemante sopra la bava bianca. La strenua lotta dello scarabeo contro la bava del tizio con le braccia alla rovescia comincia decisamente a inclinare a favore della bava del tizio con le braccia alla rovescia. […] Ma nemmeno adesso Ham si risolve a ficcare le mani nella bava, afferrare lo scarabeo e restituirgli vita e libertà.
Tracce di descrizioni che rinviano alla dissoluzione fisica, alla melma, allo schifo si trovano nel capitolo dal titolo Frammento tratto dal verbale di un medico di guardia dell’OSF, nel capitolo dal titolo L’importanza dei punti di vista, nei capitoli Il vomito sta al corpo come le lacrime stanno all’anima, La sacra indigestione, La soluzione è già nella dissoluzione e a pagina 300 il capitolo dal titolo Frammento anonimo, apocrifo e acefalo.
Tutto questo incardina riflessioni sul senso della vita, sulla morte, sul senso stesso di porsi domande, sempre accompagnate da una naturale ironia, comicità e un gusto dell’eccesso, con una prosa virtuosamente virtuosistica (così come, in quanto non gratuito, ma perfettamente sensato, a Macioci riesce il gioco di magia di creare una sorta di splatter chic) che ci trasporta in un mondo totalmente altro, dove la Città è reduce da un terremoto disastroso e troviamo l’Ospedale della Sacra Frattura, qui nasce Poppy che crea uno scisma tra due famiglie (ecco l’origine della dissoluzione familiare: Poppy) la famiglia Bank (Bank in inglese significa Banca) e la famiglia Hammer (Hammer in inglese significa Martello). C’è Don Sisma prete d’aspetto pantagruelico (nelle illustrazioni assomiglia un poco al Gargamella dei Puffi), c’è San G, guru dai poteri extrasensoriali, Sylvanus che disperde manoscritti in alberi dal tronco cavo e poi animali parlanti, uomini senza testa, medici sessuomani. Ci sono elementi che fanno un po’ pensare ad alcuni mondi orwelliani (o dickiani) come gli schermi televisivi pieni di programmi lobotomizzanti. Insomma questo romanzo appare in tutta evidenza fin dal primo istante una grande allucinazione.Macioci costringe i suoi lettori a seguirlo nella sua visione irrazionale nelle fondamenta ma assolutamente ben architettata, tenuta insieme, come capiamo bene, dal dolore. Macioci, infatti, abita nella città dell’Aquila. Poiché difronte a eventi traumatici come quelli del terremoto aquilano non è possibile parola ragionevole ecco, questa è l’impressione principe che si ha difronte a un romanzo come La dissoluzione familiare, l’irrompere di una costruzione allucinatoria, visioni di devastazione, di decadimento flaccido, molle, di disgregazione assurda, per nulla dignitosa. Non c’è senso e questo non senso si manifesta, nel mondo maciociano, in modo molto più orribile di un palazzo fatiscente, di un plinto che non regge, di cemento, legno, pietra che si crepano e crollano. No, tutto è gelatinoso, appiccicoso, un incubo terrificante. Macioci non è Dante, ma non è nemmeno Tolkien: invece è più simile a Kafka. Macioci non ci conduce in un viaggio rassicurante lungo i tunnel dell’Inferno (dove Dante passa e ascolta e dove Dante colloca, ma nulla rischia, mai). Macioci non fornisce, alla Tolkien, una catalogazione precisa o una genealogia dei mostri repellenti (a pagina 198 troviamo l’illustrazione di un megafono con la parte larga costellata da grossi denti e un lingua lunghissima che salta fuori assieme a schizzi di saliva) che popolano il suo mondo e non offre neppure coordinate precise dei suoi universi paralleli: tutto rimane avvolto in una misteriosa bolla d’oscurità, è indifferente, sembra non avere la minima importanza per questa storia. Macioci ci getta dentro la sua allucinazione di dolore senza spiegare nulla ed eppure essendo tutto perfettamente chiaro e ci sbatte davanti ai suoi demoni: e noi capiamo, lo capiamo bene, di essere difronte a un uomo che sta cercando di rabberciare qualcosa che è chiarissimo ma che al tempo stesso non può essere ricucito assieme se non nei modi più complicati, obliqui, osceni, assurdi. Questo è Kafka; il quale, lui per primo, ha trovato il modo di mostrarci sulla pagina le parti più nascoste della sua anima maciullata. Lui per primo ha scritto un’opera totalmente singolare alla quale tutti universalmente ci affacciamo da decenni senza riuscire a riconoscerci mai completamente ma sentendo con essa la forza di un legame profondissimo, inesplicabile. L’opera di Macioci (accanto alle lucidissime riflessioni filosofiche, esistenziali, alla saggezza che proviene dalla vita vissuta) è similmente in gran parte allucinazione, sì, ma in grado anche di illuminarci nei modi più sottili.
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Etichette: Enrico Macioci, Marco Candida



27 settembre 2012 alle 07:03
“Macioci ci getta dentro la sua allucinazione di dolore senza spiegare nulla ed eppure essendo tutto perfettamente chiaro e ci sbatte davanti ai suoi demoni”: mamma mia che prosa… la prosa di Candida.
27 settembre 2012 alle 07:30
Se io ho questa gran voglia di vedere coi miei occhi tutte le illustrazioni citate, se voglio al più presto leggere questo libro per godermelo od odiarmelo di mio, significa certo che questa recensione è ben fatta e raggiunge in pieno il suo scopo. Solo un appunto, mi permetto: “Questo è Kafka; il quale, lui per primo, ha trovato il modo di mostrarci sulla pagina le parti più nascoste della sua anima maciullata. Lui per primo ha scritto un’opera totalmente singolare alla quale tutti universalmente ci affacciamo da decenni senza riuscire a riconoscerci mai completamente ma sentendo con essa la forza di un legame profondissimo, inesplicabile.” E Macioci chi sarebbe, il secondo? Sto scherzando solo un po’, ma non del tutto.
27 settembre 2012 alle 08:43
Angelini, ho utilizzato quel genere di prosa un po’ abbandante ai lati perché stavo parlando di splatter e trash – e allora mi sono permesso un po’ di kitsch.
Morena, Kafka è autore che viene citato spesso quando si recensiscono opere di altri autori. La questione è interessante, perché kafkiano è sinonimo di surreale e quando viene il momento del termine “surreale” allora ci si trova difronte a un bivio: o l’opera è realmente surreale oppure “surreale” o “kafkiano” viene impiegato come espressione elegante per dire “pasticciato”, “confuso”.
Secondo Agnes Peck (qui ricopio da un articolo dal titolo “Atmosfere kafkiane” scritto da Fabrizio Leone) la definizione di kafkiano è stata incredibilmente banalizzata, e viene usata indifferentemente per qualificare, nella sua accezione volgare, tutto ciò che presenta un aspetto labirintico, strano o assurdo. Pochi film in realtà – afferma ancora Anges Peck che nel suo articolo sta parlando di cinema – testimoniano un’autentica ispirazione kafkiana (solo, forse, l’eccentrico Brazil di Terry Gilliam presenta al cinema un delirio immaginativo in armonia con la potente ironia kafkiana).
Perciò, Morena, quando si incontra l’attributo “kafkiano” è possibile che si tratti di un codice per far intendere ai lettori in grado di cogliere questa allusione che l’opera è bizzarra e qualcosa non torna. E tuttavia, anche se detto per via allusiva (e dunque in modo più potente), spesso rimane comunque un giudizio soggettivo e spesso viene, come rileva Agnes Peck, usato a sproposito.
Io ho cercato di mostrare ‘perché’ l’opera di Macioci è assimilabile a quella di Kafka.
27 settembre 2012 alle 08:52
@candida. no, “ed eppure essendo tutto perfettamente chiaro” è proprio sbagliato.
27 settembre 2012 alle 09:01
Casomai qualcuno qui non fosse abituato alle unità di misura della tradizione anglosassone, 12 ‘pollici’ corrispondono a un ‘piede’, cioè 30.48 centimetri. (In omaggio al trash) si poteva anche scrivere che la copertina è ‘un piede quadrato’.
27 settembre 2012 alle 09:25
Angelini, vai fino infondo, mostra, se ne se capace, in che modo è sbagliato. Secondo me ti sbagli tu oppure stiamo parlando, dal punto di vista grammaticale, di “lana caprina” o probabilmente tu preferirai “sesso degli angeli”.
Barbieri, la conta l’ho fatta io empiricamente, pollice per pollice. Non ho utlizzato nessun pollicimetro.
27 settembre 2012 alle 09:48
Macioci ci getta dentro la sua allucinazione di dolore senza spiegare nulla
***ed***
- eppure [pur] essendo tutto perfettamente chiaro
- e – [di troppo]
ci sbatte davanti ai suoi demoni”
[peraltro non si capisce il senso della coordinativa avversativa, visto che il fatto che tutto sia perfettamente chiaro non contrasta con lo sbattere davanti ai demoni]
27 settembre 2012 alle 10:35
Come volevasi dimostrare stiamo parlando di lana caprina. Intanto se non è lana caprina rilevare la “d” eufonica io non so che cosa sia lana caprina a questo mondo. Poi “ed eppure essendo tutto perfettamente chiaro” si lega non a quello che viene dopo (“ci sbatte davanti ai suoi demoni”) ma a quello che viene prima (“senza spiegare nulla”; cioè verrebbe “senza spiegare nulla ed eppure essendo tutto perfettamente chiaro”). Ecco perché tu vedi una “e” avversativa mentre si tratta solo di una congiunzione coordinante che mette sullo stesso piano tre azioni compiute dal soggetto.
Naturalmente si può sostenere che la costruzione sia un po’ ambigua, ma da capo mi pare stiamo parlando di lana caprina. Trattandosi di una recensione, la prosa, secondo me, deve essere un po’ drammatizzante, enfatizzante e questra costruzione segue questa direzione.
Perché non entriamo, invece, nel merito? Non sarebbe meglio parlare di letteratura? Kafka, Dante, Tolkien, Splatter: mi pare ci sia materiale in abbondanza.
27 settembre 2012 alle 10:43
…ho utilizzato quel genere di prosa un po’ abbondante ai lati perché stavo parlando di splatter e trash – e allora mi sono permesso un po’ di kitsch.
“prosa abbondante ai lati” sta a significare che ha i fianchi opimi (qualità per farci l’amore non per violentarla)
@Lucio Angelini. Nella frase incriminata sembra che siamo di fronte più a un anacoluto che a un solecismo.
27 settembre 2012 alle 10:54
1) non rilevavo la d eufonica, ma il mero fatto che la congiunzione copulativa già ci fosse (per cui la seconda ‘e’ risulta di troppo)
2) non esistono “e” avversative. ripassa la grammatica. la congiunzione avversativa è “eppure”. insisto, il caprino sei tu.
3) se tu fossi un mio alunno delle medie, ti suggerirei di riformulare così: “Macioci ci getta dentro la sua allucinazione di dolore e ci sbatte davanti ai suoi demoni senza spiegare nulla, eppure tutto è perfettamente chiaro”.
4) sorry, il binomio Macioci-Kafka è grottesco di per sé e non mi mette assolutamente voglia di discuterne con te, che, come sai, stimo pochissimo:-) (Ora non fare come Carofiglio…)
27 settembre 2012 alle 11:17
La faccenda della “Lana caprina” e’ assai contraddittori. Da una parte, essendo ben noto che a fornire la lana siano le pecore, la ricerca della sua reale esistenza e’ sinonimo di perdita di tempo su argomento futili (similmente ad espressioni correlabili a concetti quali “l’aria fritta”, “la scoperta dell’acqua calda” e persino “‘l’uovo di Colombo”), ma dall’altra invece, indagando, si scopre che la lana caprina esiste veramente ed e’ tutt’altro che futile.
Infatti, la lana caprina e’ il cashemere.
27 settembre 2012 alle 11:19
Angelini, cosa vuoi esattamente che faccia? Devo risponderti punto per punto? Perché ho idea che tu non la smetterai mai e se scrivo “Agelini” al posto di “Angelini” mi scriverai al punto “F” che sono un caprino perché non so il tuo nome dopo tutto questo tempo che lasci commenti ad ogni cosa che scrivo sulla rete.
Il problema è che tu stimandomi pochissimo, non perdi occasione per attaccarmi e pur di farlo ti attacchi anche a frasi corrette. Sei un caso gigantesco di pregiudizio e mi togli la voglia di stare al mondo, te lo dico in tutta franchezza. Ma mi metti anche la voglia, dannazione, di ribatterti perché mi prende un senso di ribellione naturale davanti a pregiudizi di ogni sorta.
No, io non ti denuncio come Carofiglio ha fatto con Ostuni, benché tu abbia detto negli anni, tanti anni, cose ben peggiori.
27 settembre 2012 alle 11:25
“pur di farlo ti attacchi anche a frasi corrette”. fidati, la frase è scorretta. difficile che io parli per pregiudizi, che anzi contrasto da anni insieme al trombonismo letterario.
27 settembre 2012 alle 11:27
P.S. Quanto ai nostri divertenti “dialoghetti al veleno”, ognuno può giudicarli da sé. sono ripresi integralmente in bestofcazzeggiletterari.wordpress.com
27 settembre 2012 alle 11:30
Andy, Dio Onnipotente, questo pezzo è lungo milleseicento parole. L’ho scritto e l’ho riletto e l’ho mandato a Giulio Mozzi. Giulio Mozzi, oltre a mettere l’immagine di Gargamella, ci ha fatto su anche un po’ di editing. Ora voi sollevate una clamorosa bagarre per nemmeno una decina di parole su milleseicento. Si può parlare di esagerazione? Io credo proprio di sì.
A me non pare peraltro che tu o Paolo o Angelini siate riusciti a trasformare la lana caprina in cashemere. Perché, da capo, quell’operazione la dovete fare voi. Non potete semplicemente affermare, così, a bella posta, solo perché vi va, “Quello che tu consideri lana caprina, invece è caschemere”. Lo dovete mostrare che lo è. E lo dovete, se muovete delle accuse. Diverso è invece se fate un complimento – vero.
27 settembre 2012 alle 11:31
@marco. Il tuo sfogo nei confronti di Angelini sarebbe più comprensibile se nel caso specifico riconoscessi che la frase incriminata è davvero scorretta.
E’ la grammatica, bellezza. E tu non ci puoi fare un bel niente!
27 settembre 2012 alle 11:41
Ci attacchiamo alla forma grammaticale di una frase per attaccare ed evitare di parlare della sostanza di un’intera recensione, tra l’altro ben scritta e interessante?
27 settembre 2012 alle 11:48
Sabrina dice una cosa sensata.
La frase di Marco indicata da Lucio è indubbiamente infelice (e io non l’ho notata leggendo velocemente il testo).
Tolta di mezzo dunque la pagliuzza, proviamo a guardare l’intera cosa.
27 settembre 2012 alle 12:00
No, Gallina. Non conta che io lo riconosca o no. Conta mostrare le cose come sono e come pensi che dovrebbero essere e poi chi vuole, tra i lettori, prenderà posizione. La tua posizione è abbastanza chiara, la mia è chiara. Io direi che su questo abbiamo detto. Forse possiamo passare a discutere d’altro.
Voglio aggiungere una cosa, che mi sembra importante ed educativa. Se io non rispondessi ad Angelini assumerei lo stesso atteggiamento che cerco di contrastare. Se io pensassi “Angelini ha un pregiudizio verso di me. E’ inutile rispondergli” anch’io cadrei nell’errore di formarmi un pregiudizio nei confronti di Angelini. Io gli rispondo, invece, non solo per difendermi, ma anche perché non ho un pregiudizio vero nei confronti di Angelini. Io, forse stoltamente, penso che lui abbia “le sue ragioni” a considerare me, l’autore, ricordiamolo, del romanzo Il mostro della piscina (Intermezzi Editore), degno di poco rispetto; e però, poi, leggendo quello che Angelini scrive, più o meno regolarmente, mi rendo conto che è proprio sbagliato e che le cose che scrive sono “sbagliate” (o per dir meglio “esagerazioni inaccettabili” o “offese”; perché poi nella scrittura non c’è veramente nulla di “giusto” o di “sbagliato”) proprio perché sorrette da puro e semplice pregiudizio. Ogni volta, insomma, mi accosto alle parole di Angelini come se non ci fosse alcun pregiudizio per poi scoprire che in quelle parole il pregiudizio si annida, eccome. Il Bene quando si scontra con il Male non può assumere gli stessi atteggiamenti del Male perché altrimenti diventerebbe a sua volta Male e sarebbe solo un Male che prevale su un altro Male e alla fine a trionfare sarebbe ancora una volta ‘il’ Male. Io seguo questa direttiva (molto generale; non è che io mi consideri il Bene, ovvio: ma se non lo sono, da capo, biosgna mostrare come non lo sono e non semplicemente affermarlo) quando mi relaziono con chi so già può avere dei pregiudizi verso di me.
27 settembre 2012 alle 12:02
Giulio, la mia frase è felice, sta bene e ti saluta, Ma guarda un po’!
27 settembre 2012 alle 12:05
Giulio, come già espresso Macioci sta a Kafka come i cavoli alla merenda.
27 settembre 2012 alle 12:12
@marco. se la frase ti sembra felice, ne sono infelice per te. davvero.
27 settembre 2012 alle 12:20
@marco: la frase incriminata nemmeno l’ho letta!
Ho semplicemente colto l’occasione per chiarirmi sulla (per me) misteriosa origine del termine “lana caprina” e quindi di condivederne i risultati con i partecipanti alla discussione. Senza nessun intento polemico nei tuoi confronti e senza nessuna sottile allusione che richiedesse persino Dio Onnipotente!
Ora che la leggo, ti confesso che risulta un po’ farraginosa, a prescindere dalla correttezza grammaticale. Sarebbe stato sufficiente andare a capo? oppure azzardare l’uso del punto e virgola, di cui pare che ne conoscono la reale utilita’ non piu’ di 12 persone al mondo?
Nulla di personale, ovvio.
Ciao
27 settembre 2012 alle 12:38
Marco, ti hanno incriminato una frase!
Come certa tecnologia che se sbagli a compilare un campo o dimentichi di farlo, il sistema non ti fa andare avanti.
Non si può parlare di letteratura come fossimo invece impresari edili.
OT. Paolo Gallina, volevo dirglielo. Lei somiglia a Sting. Chirurgia telematica, natura, o, meglio, molto meglio, casualità da accarezzare?
27 settembre 2012 alle 12:50
Avrei voluto esprimere un parere sulla recensione e il libro, più “socio-politico” di quanto la veste stravagante – che non mi piace – lasci intuire.
Rinuncio, scoraggiata da tanto chiacchiericcio grammatical-personalistico. Mi scuso e per l’indelicatezza e auguro buona permanenza a tutti.
27 settembre 2012 alle 13:15
Angelini, la frase non è scorretta. E’ da biro rossa non da biro blu. Ma tu hai il tuo pregiudizio e non manchi occasione di scatenare l’Ira di Dio su qualsiasi cosa che mi riguarda. (Il che è scorretto nei confronti dei lettori; ma forse questa sensibilità ti manca e basta). La tua riscrittura della mia frase suona meglio, sì. Se in sede di editing attento me la proponessero l’accetterei. Anche quel “mondo altro” forse si potrebbe far diventare semplicemente “altro mondo”… Sì, ammetto che, sì, si potrebbe cambiare qualcosa. Ma stiamo discutendo di lana caprina, comunque. E’ veramente grottesco. E poi devo dire che la voglia di normalizzare tutto distrugge l’anima dell’autore. Se in un testo ci sono delle enfatizzazioni, delle strutture non perfette vuol dire che in quel momento l’autore sta cercando di comunicare un pensiero che gli sembra “grande”, gli sembra un’intuizione bruciante e allora la mette giù in un certo modo. Il fatto è che questo “editing everything” (come io lo chiamo) tiene conto più del lettore che non del testo come radiografia dell’anima di chi lo scrive. Anche quando ci sono delle espressioni oscure, evidentemente l’autore sta cercando di nascondere qualcosa (a se stesso o agli altri). Se tu lo costringi a vuotare il sacco, lui lo vuota, magari, ma si perde il gusto di sapere che “c’è qualcosa di bruciante” che non vuole saltare fuori.
Insomma, l’editing non è la Bibbia. Non la è. Punto. L’editing non è necessariamente il mezzo onnipotente per spremere tutto fuori da un testo. Si perde qualcosa e quel qualcosa… quel qualcosa, come direbbe Gallina, potrebbe essere cashemere. E’ questione di impostazioni. Priviligiare il lettore o priviligiare lo sguardo sull’autore.
Questa che è venuta fuori è una bella riflessione. Importante. Perché in questi anni mi pare che l’editing venga trattato quasi come un mezzo infallibile. Invece è più industrializzazione che altro. Se la tua donna ti prepara una torta, non importa che non sia perfetta, tu la mangi perché è lei a preparartela. Cosa diversa è la dimensione pubblica, la gara. La dimensione “pubblico-privato” (quella di Eliot, Caliceti e Mozzi) forse possiamo risolverci di dire, stando a quanto abbiamo qui scritto, che è semplicemente una dimensione “pubblica”. Le due dimensioni non coesistono…
27 settembre 2012 alle 13:18
@sabrina. off-topic Se chirurgia telematica sta per photoshop lo escluderei. Una somiglianza che non ravviso, se lei l’ha percepita chissà come gliel’ho indotta. Cosa intende per casualità da accarezzare? Che il caso mi ha fatto simile a Sting e io narcisisticamente dovrei accarezzarmi?
Credo che siamo drammaticamente OT, chiedo scusa.
27 settembre 2012 alle 13:24
@Marco. Quella venuta fuori è davvero una bella riflessione.
Privilegiare il lettore o privilegiare lo sguardo sull’autore?
(come si dice gergalmente?) il Lettore tutta la vita!
G. Leopardi scriveva nel 1820 a Pietro Giordani: “Io per me, sapendo che la chiarezza è il primo debito dello scrittore, non ho mai lodata l’avarizia de’ segni, e vedo che spesse volte una sola virgola ben messa, dà luce a tutt’un periodo. Oltre che il tedio e la stanchezza del povero lettore che si sfiata a ogni pagina, quando anche non penasse a capire, nuoce ai più begli effetti di qualunque scrittura”.
27 settembre 2012 alle 13:44
Paolo, tu dici (passo al tu) “Il lettore tutta la vita!”.
Ma allora, da capo, Kafka? Dove lo mettiamo, Kafka? Kafka è splendido ma è anche squadrato, squadrellato, onirico, surreale.
E poi ancora (facendoti editing) dici “il lettore tutta la vita!”, ma, ti chiedo, quale lettore? Non certo lo Jaspers di Genio e follia, ad esempio, e non certo Freud. Citi il grande Giacomo Leopardi e infatti Leopardi dice “io, per me”. Non sta dicendo che la sua pratica della chiarezza debba valere per tutti gli scrittori, non sta dicendo che “gli scrittori hanno un debito di chiarezza nei confronti dei lettori”. E’, lui, Leopardi, che sente questo debito e lo dichiara.
27 settembre 2012 alle 13:45
Virginialess, assolutamente, ti prego, discutiamo la recensione. C’è spazio, ormai la questione della decina di parole credo sia stata esaurita.
27 settembre 2012 alle 14:19
orca! vedere degli uomini accapigliarsi per la forma di una frase: non so se più affascinante o straniante. Forse restiamo dentro un romanzo, un romanzo gelatinoso e un filo disperato. Controcanto giusto alla recensione? al libro di Macioci? nel merito, è curiosissimo notare che la frase incriminata, l’Elena di questa paradossale guerre de Troie, va letta nel flusso: ecco l’editing che non vede: se estrapoli la frase dici: orpo. Nel flusso, nel contesto del periodare, secondo me funziona e si lega e si attaglia, già forse, come dice Marco, la frase radiografa un’anima. A Marco e a Lucio: siete abbracciati in un’estasi di piccola ripicca, un’estasi che comunque pare alfine incomprensibilmente amorosa… ditevi dunque parole di dolcezza e d’amore, che abbiano la stessa acrimonia di quelle di fastidio e disdicevole disistima… questa e non altra è la cura… la dialettica invece vi porterà di nuovo in fondo a quella calda lana che riempie la bocca e impedisce il respiro: guardatevi, dunque, respirate a pieni polmoni, e ditevi: t’amo! Ci saranno dei commentatori nella stessa stanza, ad applaudirvi!
27 settembre 2012 alle 14:36
Candida è al di là del bene e del male. Come Mozzi possa sostenerlo è per me un mistero gaudioso.
27 settembre 2012 alle 14:44
Enrico, non c’è nessuna estasi d’amore tra me e Angelini. Io mi sforzo di trattarlo con rispetto e lui non fa altrettanto. Le cose che Angelini dice sono giuste perché tutto è giusto quando si parla di letteratura. Ma per dirla forse al modo come la direbbe Carmelo Bene: la letteratura non è questione di giusto ma di gusto.
27 settembre 2012 alle 14:52
Garufi, cerchiamo di restare all’argomento del post! Tu sei anche un critico e uno scrittore, hai pubblicato per Ponte alle grazie un libro elogiato da Tommaso Pincio!, e dai di questi esempi… Tu che cosa pensi del libro di Enrico Macioci? Di Kafka, Dante, Tolkien, i demoni, lo splatter?
27 settembre 2012 alle 14:56
@enrico. tieni presente che il testo di Marco era già stato editato da giulio mozzi… comunque alla fin fine non me ne frega nulla.
“per ognuno c’è qualcuno sempre”, cantava John Foster e se Marco trova degli estimatori della sua prosa e dei suoi accostamenti (Sveva Casati Modignani e Shakespeare, se vuole) sono contento per lui. per me resta uno scrittore ancora immaturo, con l’aggravante che reagisce a capriccetti bizzosi ogni volta che lo si prende in castagna. ammetto, tuttavia, di essere piuttosto schizzinoso come lettore: per me, in Italia, esistono due soli scrittori (viventi) di serie A: Michele Mari e Walter Siti. tutti gli altri sono di serie B o C o D… se non veri e propri dilettanti allo sbaraglio*-°
27 settembre 2012 alle 15:07
Angelini, lo sapevo che avresti tirato fuori la questione dell’editing eseguita Mozzi! Ebbene, tanto per essere chiari, ci sono stati due interventi di Giulio al testo. Uno che integra il significato in inglese di Hammer (Martello), che io non avevo scritto perché mi sembrava una simmetria troppo evidente, un po’ leziosa, e poi quel che è significativo è Banca, non Martello. E ha corretto “nei capitoli” in “nel capitolo”. Tutto qua. Ma il vizietto non lo perdi mai di accusa ciò che è oscuro, ciò che è accusabile? O vuoi che ti invii le e-mail? O forse non ti fidi neanche così e vuoi che facciamo cercare la copia back-up dalla polizia postale!
27 settembre 2012 alle 15:15
Mi pare esagerato dire che ho “editato” questo testo. L’ho letto, mi sono accorto di due cose, sono intervenuto.
E mi pare esagerata tutta questa discussione sul nulla. L’articolo di Marco parla di un romanzo. Dice delle cose interessanti e contestabili. Si discutesse di quello, sarei felice.
Sergio: ho molta stima di Lucio Angelini anche se a volte lo trovo insopportabile. Ho molta stima di Marco Candida anche a volte lo trovo insopportabile. Ho molta stima di te, anche se a volte ti trovo insopportabile. Ho molta stima perfino di Enrico Macioci, anche se a volte lo trovo insopportabile.
La stima non è un sentimento.
27 settembre 2012 alle 15:18
meglio così. cmq condivido l’opinione di Garufi sul “mistero gaudioso”:-)
27 settembre 2012 alle 15:32
ok, ho letto la recensione (non il libro). Si parla di Splatter. A mio modestissimo avviso, Kafka non e’ splatter.
E’ visionario,sicuro, ma non rimane quel senso di spiaccicato e appiccicaticcio di cui parla Marco Candida e che sembra definire le atmosfere del libro di Macioci. La definizione di Splatter che ne da’ MC, mi pare che calzi molto di piu’- se gli si vuole dare una dimensione autorale -al cinema di Cronemberg. O ad alcuni passaggi di Fight Club di Palahniuck (peraltro ampiamente catalogato come autore pulp). E proprio nell’includere Palahniuck in questa definizione, non si puo’ escludere il sangue, vero protagonista di Fight Club (peraltro per la prima volta un sangue scuro, venoso e non il solito banale sangue arterioso rosso vivo).
Quindi direi pulp+sangue= splatter.
Senza (tanto) sangue, il genere e’ pulp, per quanto visionario e viscidoso sia.
27 settembre 2012 alle 15:37
Mi pare che alligni – e so com’è facile in contesti artistici – una malapianta, pure in Vibrisse: la disistima (ha fatto spuntare il suo capino in una discussione tra Paolin e Binaghi). Cogliere in castagna l’altro. Lo si disistima, d’altronde, e deve essere una bella soddisfazione coglierlo in castagna. Ma forse con un retrogusto di fiele. Se c’è già disistima, di mezzo, dialogare è sufficientemente inutile, è più utile la lotta greco-romana. Schienarlo. Ma inoltriamoci nel topic. Mi pare Marco che a fronte di belle intuizioni, nella tua recensione manchi – a fronte degli elementi che evochi (Kafka, Dick, Zombie 2, e Tolkien; il discorso sullo splatter, la dimensione dell’irrazionale e dell’allucinatorio ecc.) – manchi, dicevo, l’impasto… La fine direi lo denuncia: in che senso cioè Macioci è “in grado anche di illuminarci nei modi più sottili”? Sembra che alla fine, dopo lo splatter, la crisi flaccida, l’allucinazione, tu possa dire qualcosa di più “interno” all’opera e a come l’hai vissuta: come se l’articolo fosse una preparazione a questo, ad “altro”… ma la recensione, ecco, con un crollo di sipario, finisce… non so se sono riuscito a spiegarmi. Grazie!
27 settembre 2012 alle 15:47
Il termine splatter non è certo fresco di giornata, a dirla tutta.
Quoto wikipedia:
“Il cinema splatter, noto anche come gore, è un sotto-genere cinematografico del cinema horror. È basato sull’estremo realismo degli effetti speciali, che descrivono lo schizzare del sangue (“To splat”, in inglese) o la lacerazione dei corpi umani, con conseguente fuoriuscita di interiora. Spesso dal realismo si è passati all’esagerazione, allo scopo di disgustare o anche di far ridere gli spettatori.
Nato essenzialmente nell’ambito dell’exploitation, come fenomeno per attirare il pubblico curioso, nelle mani di alcuni talentuosi registi il cinema splatter si è trasformato in una “forma artistica” peculiare, che ha mostrato la debolezza del corpo umano soprattutto in un momento storico, gli anni ottanta, in cui la perfezione fisica e l’edonismo erano considerati simboli di scalata sociale.[1]
Il termine “cinema splatter” è stato coniato per la prima volta dal regista statunitense George Romero, per descrivere il suo film Zombi, diretto nel 1978.[2]…”
27 settembre 2012 alle 15:50
Convido il commento di Giulio Mozzi. La mia impressione è questa: se i commenti dei lettori si soffermano così tanto su un particolare del pezzo, non sarà forse perché il pezzo stesso non è particolarmente significativo o rilevante per chi lo ha letto (ammesso che qualcuno lo abbia letto)? A me la recensione non è dispiaciuta. Il libro di Macioci, a giudicare dagli estratti, non è di mio interesse.
27 settembre 2012 alle 15:55
… il che smentisce la dichiarazione iniziale di Candida: “Lo splatter è uno degli attributi più dispregiativi che esistano per un’opera letteraria, splatter è diventato ormai sinonimo di trash.” Ma dove? Ma quando?
27 settembre 2012 alle 16:27
Lucio, l’impiego di un barbarismo come “quoto”, in luogo dell’italianissimo e comodo “cito”, la dice lunga sulla tua capacità di cogliere le sfumature della lingua…
27 settembre 2012 alle 16:30
sai bene che, democratico come sono, adatto il registro ai contesti e agli interlocutori*-°
27 settembre 2012 alle 16:33
Andy, ovviamente Kafka non è splatter. Ma per arrivare a dire che il testo che ho scritto non mette insieme Kafka e lo splatter, voglio dire questo. Ultimamente mi sono interessato a The Shining di Stanley Kubrick (tra parentesi: Kubrick è anche il nome del template di Vibrisse). Ci sono interessanti video su Youtube circa un presunto Shining Code – dove si dimostra che tutti i cambiamenti rispetto alla storia originale tratta dal romanzo di Stephen King operati da Kubrick sono in ossequio a questo codice e al reale tema di Shining che sarebbe la questione relativa alla missione dell’Apollo 15 nello spazio. In realtà tutte questi strani documentari io li guardo più per passatempo. Invece di guardarmi un film di fantascienza, mi guardo un documentario sugli Annunaki, ma non mi viene certo in mente di prendere per serie storie secondo le quali seimila anni fa i Sumeri sono entrati in contatto con i cosiddetti Antichi Visitatori. Per me si tratta solo di intrattenimento. Tornando a Kubrick, ad ogni modo, un giorno mi sono reso conto di una cosa. Stanley Kubrick ha diretto Lolita tratto dall’omonimo romanzo di Vladimir Nabokov, ha diretto Eyes wide shut tratto da Doppio sogno di Arthur Schnitzler, Arancia Meccanica dal romanzo distopico di Burgess… Questi autori hanno in comune con Kubrick di muoversi nelle coordinate dell’irreale e Nabokov e Schnitzler sono ben assimilabili (attenzione: assimilabili, niente di più) a Franz Kafka. La cosa interessante è che in questa lista compare anche Stephen King. Allora, possiamo forse concludere che così come Nabokov e Schnitzler che sono assimilabili a Kafka hanno attirato l’attenzione di Kubrick, anche Stephen King ha attirato l’attenzione di Kubrick in quanto esiste una qualche affinità con Kafka? A tutta prima si direbbe di no. E tuttavia le costruzioni kinghiane qualcosa in comune con Kafka lo hanno. Non foss’altro perché ne sono l’opposto. In King tutto è chiaro. Il lettore sa fin dal principio di prendere in mano un romanzo che parla di soprannaturale, spiriti, fantasmi. La costruzione romanzesca è evidente, è un meccanismo chiaro. E ciononostante si capisce benissimo di essere difronte a una lucida follia, a un onirismo che si nasconde dietro al più dettagliato realismo. In questo senso c’è una somiglianza tra Nabokov, Schnitzler, King e Kafka: e Kubrick ha trovato materiale sul quale poter costruire le sue allucinazioni.
Allora, è vero che Kafka non è splatter. Ma è anche vero che si può essere assimilati a Kafka pur essendo splatter e non solo splatter, ma appunto horror (come nel caso di King), fantascienza (come nel caso di 2001 Odissea nello spazio) e poi Nabokov e poi Arthur Schnitzler di Doppio sogno. Shutter Island di Dennis Lehane è un romanzo chiaramente dalle atmosfere kafkiane, anche se dal punto di vista formale non ha nulla della radiografia dell’anima.
Macioci è kafkiano perché il suo universo parallelo è immediatamente simbolico, siamo dentro a un’allegoria e lo capiamo dal primo istante – che è proprio quello che succede con Kafka. Macioci così come King, Kubrick, Nabokov, Schnitzler e Lehane è kafkiano a modo suo, ma temo non possa sottrarsi a quella similitudine.
27 settembre 2012 alle 16:42
Quindi, Lucio, democratico come sei, potresti anche accettare che in un blog – luogo dove il controllo dei testi è assai inferiore a quello che si pratica, ad esempio, in una casa editrice scientifica – possano scappare frasi un po’ scombinate. E’ una questione di contesto.
27 settembre 2012 alle 16:53
Infatti il mio primo commento era molto sobrio, poi marco è andato in escandescenze come al solito.
27 settembre 2012 alle 17:05
Angelini, io cerco di parlare del tema del post. Mentre invece vedo che tu non la smetti di fare la cosa che ti piace di più che è parlare di me, giudicare me, dire di me. Anch’io ti stimo, Lucio, ma ti trovo insopportabile. Oh sì. Stimo Macioci e anch’io a volte lo trovo un po’… insopportabile. Giulio è il mio Maestro e dunque di lui non posso far altro che parlare male – se si vede Kill Bill Vol. II quando Bill istruisce Beatrix Kiddo prima che incontri il Maestro Tai Pai non le dice mai, mai!, “Oh, vedrai quanto è bravo nel kung-fu! La mossa di kung-fu come la esegue lui è divina! Spacca le assi di legno con la pura forza dello sguardo!”, insomma non ne declama mai, mai!, le lodi. Invece ne parla con terrore e non fa altro che mettere in guardia Beatrix dal suo Maestro. Insomma non fa altro che parlarne male ed in fondo è giusto così: perché per insegnare il maestro deve mostrarti il lato peggiore, ti addestra a combattere, a far male. Quando mi chiedono di Mozzi io ne parlo solo male… è vero.
27 settembre 2012 alle 17:11
(No, non è vero…)
27 settembre 2012 alle 17:14
Come sarebbe, Marco, che non è vero? Guarda che poi la gente viene a dirmi: “…Marco ha detto questo, Marco ha detto quest’altro…”. E ci ho anche delle microspie piazzate nei posti giusti, nonché un trucchetto nella tua webcam.
27 settembre 2012 alle 17:26
@giulio. Il fatto è che Marco (blogger) non ha pubblicato un post, bensì una recensione che, per estensione e riferimenti alti, è apparsa un po’ pretenziosa. E’ ovvio che qualcuno ha sentito il bisogno di evidenziare uno svarione sintattico. A Marco, a cui sicuramente invidio la facondia, consiglierei una scrittura un po’ più sorvegliata e meno arditezza negli accostamenti letterari (Dante, Kafka, Nabokov, Schnitzler e Macioci non si può sentire). Va considerato inoltre che credo che nessun utente del blog abbia letto il libro recensito e pertanto non avesse strumenti sufficienti per affrontare la questione se Macioci (chi era costui?) sia o non sia uno scrittore kafkiano.
27 settembre 2012 alle 17:37
Be’, Paolo, io il romanzo l’ho letto.
Peraltro, un conto è descrivere la poetica in atto in un certo testo (descrizione che si può fare anche con analogie e paragoni), e un conto è esprimere un giudizio di valore.
Se per spiegarsi si usa un paragone, è evidente che conviene paragonare l’oggetto ignoto (Macioci) a un oggetto noto a molti. Se io dicessi che la poetica in atto nel romanzo di Enrico Macioci somiglia a quella in atto nel romanzo “Uomo, donna e diavolo” di Vittorio Beonio-Brocchieri (Garzanti 1946), potrei solo sentirmi rispondere: “E chi era costui?”.
Infine: non si possono mica recensire solo romanzi che tutti conoscono. E i lettori di “vibrisse” sono, in Italia, tra i pochi che del romanzo di Macioci sanno qualcosa. Se n’è parlato una quindicina di volte.
(Quanto al povero Vittorio B-B, si è comunque meritato una voce in Wikipedia).
27 settembre 2012 alle 18:03
Paolo, nel tuo ultimo commento sei riuscito a offendere tutti: hai offeso me dimenticandoti che ho pubblicato dei romanzi… Hai detto che Macioci non lo conosce nessuno. Che Vibrisse è un blog… Se il romanzo non lo hai letto e se gli accostamenti ti sembrano arditi, prima dai un occhiata al romanzo e poi prendi parte alla discussione. No? Io quando sono uscito col primo romanzo mi hanno paragonato su Radio RaiTre a David Foster Wallace, Dave Eggers e Marcel Proust. Va così, funziona così… Quello che dice Giulio non solo è sacrosanto ma perfino banale (e giù! Vedi, Giulio, non riesco a parlar bene di te?!).
27 settembre 2012 alle 18:42
Arancia meccanica ha qualcosa di Kafkiano, così come c’e l’ha il primo tempo di Full Metal Jacket. Se ho seguito bene il tuo ragionamento, @mc dico se, si può tranquillamente affermare che è Kafkiano tutto ciò che abita in una allegoria: un autore visionario che sia in grado di dare una solida struttura alle proprie allucinazioni- meglio se relative alla società in cui vive- potrebbe sotto certi aspetti essere definito Kafkiano. Ripeto @marco, sto interpretando il tuo ragionamento. Pur rendendomi conto che assoggettare a eccessive schematizzazioni autori per molti altri aspetti così diversi risulta inevitabilmente riduttivo, capisco anche che grazie a questo tipo di discorso si riesce a dare a sostanza ad una recensione che inevitabilmente è diretta più a quelli che non hanno letto il libro che a quelli che effettivamente lo hanno letto. Quello che secondo me non deve entrarci però è l’onirismo, altrimenti lo stesso Fellini sarebbe Kafkiano.
Il film più kafkiano che ricordi è Brazil, di Terry Gilliam.
Qualcosa di kafkiano lo hanno anche i racconti di Dino Buzzati.
27 settembre 2012 alle 19:35
Giulio, è che mentre John Lennon era un “Jealous Guy” io sono un “Envious Guy”, specialmente quando vengo a sapere che sei sulla copertina, solo tu e un altro autore, del nuovo numero del Massachusetts Review!
Andy, sono d’accordo sull’onirismo. Però forse possiamo dire che semplicemente Fellini riesce a non farsi inghiottire da Kafka e così possiamo dire anche di Wenders… Brazil di Gilliam è già citato nel secondo commento che ho lasciato in questo thread – ecco “thread” è proprio una di quelle parole che rende molto “blogger”. Adesso stiamo facendo un gioco, siamo al di fuori di un discorso veramente serio. Ma è abbastanza divertente farlo e ha una sua utilità: cercare di stabilire chi è “kafkiano” e chi no. Un po’ come chi è rock e chi è lento o in Glamorama di Ellis a chi è permesso di partecipare alla cena o chi viene invitato solo per il party.
27 settembre 2012 alle 19:56
“Io quando sono uscito col primo romanzo mi hanno paragonato su Radio RaiTre a David Foster Wallace, Dave Eggers e Marcel Proust”.
Aggiungerei Wanda Osiris.
27 settembre 2012 alle 20:13
@marco. Se ho offeso qualcuno me ne scuso. Non era mia intenzione. Non è mia intenzione neppure fare polemica, insomma non sono animato da pregiudizi. Non ho scritto che Macioci non lo conosce nessuno, ho scritto piuttosto che ritengo che La dissoluzione familiare non sia stata letta da nessuno dei commentatori odierni (alcuni lo hanno esplicitato, altri si capisce dal tenore degli interventi). Volevo così dire che la tua delusione per una discussione poco incentrata sul libro e sull’autore era conseguente al fatto che nessuno conosceva il testo e pertanto non poteva esprimere giudizi pertinenti.
Macioci: Chi era costui? Afferisce alla mia ignoranza, purtroppo non lo conosco.
Chiedo scusa a Giulio per aver definito “blog” il suo “vibrisse bollettino” ma francamente fatico a trovare una definizione più calzante, d’altra parte sono pressoché un neofita del web pertanto ignoro molti aspetti della rete. Ti sarei grato se vorrai segnalarmi di cosa stiamo parlando, quando parliamo di “vibrisse”.
E veniamo a te. Se ti sei offeso perché mi sarei dimenticato che “hai pubblicato dei romanzi” direi che sei parecchio suscettibile. Non mi sono dimenticato (mi sono anche documentato sulla tua produzione letteraria) solo mi sembrava un po’ pleonastico scrivere a Mozzi: Marco (sai, quello che ha pubblicato dei romanzi) oppure Marco (sai, quello che ha pubblicato nella prestigiosa antologia Best European Fiction 2011). Il fatto che ti abbiano paragonato a Wallace, Eggers e Proust spero non ti danneggi, nel senso che tu non ti senta schiacciato dal peso di tali paragoni. Ma credo che la mia sia una preoccupazione esagerata, perchè avverto la smisurata dimensione del tuo ego, e fai bene, perché oggigiorno il delirio narcisistico non è più considerato una patologia. Da nessuno.
27 settembre 2012 alle 21:00
Ehi Paolo, “la smisurata dimensione del tuo ego”, “il delirio narcisistico”, dici che queste non sono offese? Cioè parti dicendo “chiedo scusa se ho offeso qualcuno” per finire con affermazioni come queste… Mi spiace, pensavo avessi intenzione di lasciare contributi importanti in questa discussione, quella citazione di Leopardi che hai fatto andava benissimo, in fondo qui si parla di letteratura. Ecco magari avresti potuto raccontare una storia (pescandola dalle migliaia di autori di letteratura – non so Babel, Puskin, Gogol, non so, dico, qualche autore senz’altro ci sarà) per esemplificare il mio “ego smisurato” e il mio “delirio narcisistico”. Questo avrebbe dato un sapore tutto diverso al tuo ultimo intervento. Sono io che ti devo delle scuse, comunque, non volevo ferirti quando ho fatto quell’intervento su Leopardi. Ovvio che quello che hai sostenuto tu in quella circostanza è molto più condivisibile della mia mia posizione. Che però ha un suo senso. Aiuta a far riflettere. A far riflettere che la Bibbia è quella scritta dagli Ebrei. Non esiste un altro mezzo sacro per arrivare alla divinità: nemmeno l’editing.
27 settembre 2012 alle 21:02
Ma “vibrisse” è effettivamente un blog.
L’arena letteraria è un videogame. Uno pubblica qualcosa, e lo paragonano a Petrarca, Achille Campanile, Le mille e una notte. Così funziona. Quindi, tanto vale, quando si incontra qualcosa che pare bello, paragonarlo a Guido Da Verona, a Mario Appelius, a Arnaldo Fraccaroli; oppure alle sorelle Bronte, ai fratelli Tanner, ai fratelli musulmani; oppure a Guerra e pace, a Delitto e castigo, a Divani & Divani.
Se si capisce il videogame, non si resta “schiacciati dal peso dei paragoni”. Io sono stato paragonato (in vent’anni di carriera) a Italo Calvino, a Liala, a Marco Lodoli, a Chichibio Cuoco, a Benjamim Britten, a mio cugino Gino, a Nanni Balestrini, a Carletto Manzoni, a Publio Ovidio Nasone, a Don Chisciotte, a Carosello, a Porca Paletta, a me stesso, a Vito Lucangelo, a Toni Zanon, a Giorgio Pautasso, a Samuele Zevi, a Emiliano Zapata, a Tiziano Calzino, a Carlo Culatelli, a Diego Dal Bosco, a Vitalizio Venezian, a Matteo Maria Boiardo, a Criscuolo de’ Criscuoli, alla lavatrice Zoppas, a Lucio Angelini, a Viktor de Seeka, a Pippo, a Giuseppe Berto, a Bruno Samminiatelli, a Vittorio Beonio-Brocchieri, a don Cirillo Ciriciò, eccetera.
E non mi sento schiacciato dal peso di tali paragoni.
27 settembre 2012 alle 21:40
@giulio. E non mi sento schiacciato dal peso di tali paragoni.
Bella forza. Con questa debordante ironia. Mi sa che (come un adolescente con la sua playstation) il videogame lo sai gestire da campione…
27 settembre 2012 alle 21:42
La cosa bella è che vi stimate tutti.
27 settembre 2012 alle 21:44
Porca Paletta schiaccerebbe anche il più smisurato degli ego.
@marco c. giochiamo al “cosa è kafkiano” solo se ammetti che l’ho portato io il pallone.
Stando a quanto detto, mi chiedo se si possa definire kafkiano Landsdale e “La notte del drive-in”, peraltro kafkiano e splatter. Direi senz’altro che uno dei registi più kafkiani è Polanski, che con il Franz condivide le origini est-europee: in questo senso vedo molto più Kafka in “Rosemary’s baby” che in shining. Su King non me la sento, forse “la zona morta” a suo modo ci sta dentro. Per andare su qualcosa di più recente, direi che c’è qualcosa di kafkiano in “Lost”. E sicuramente Aronowsky con “p-greco” voleva fare qualcosa di squisitamente kafkiano. E forse persino il primo Nolan con “Memento”.
Ellis e “Glamorama” come li posizioniamo? Kafka sì, Kafka no? Di molto kafkiano poi ci sono il canone Rai, le comunità montane e il ministero per le pari opportunità.
Segue?
27 settembre 2012 alle 21:57
Marco, non preoccuparti. Tu continua ad occuparti di temi e considerazioni che ritieni importanti.
E se qualcuno considera priorità smontare a priori il tuo esserti dedicato a qualcosa ancor prima di fare valutazioni sull’oggetto di tuo interesse e indagine, beh, cosa vuoi, è cosa che capita agli spiriti più liberi. Temuti, quindi ostacolati.
C’è chi se lo può permettere. Nessuno può sminuire il valore oggettivo. Certe stupide considerazioni lasciano il tempo che trovano. Per non essere stupide, esse devono essere serie e giustamente motivate.
Fino a quando ci sono persone di comprovata esperienza che credono in te, tra l’altro con pubblicazioni e riconoscimenti autorevoli, lascia morire d’invidia tutti gli altri.
27 settembre 2012 alle 22:02
Kafka è kafkiano?
27 settembre 2012 alle 22:26
@sabrina. “Temuti, quindi ostacolati.”
tu sì che hai capito tutto. Il mondo letterario effettivamente trema (cfr il kirkegaardiano ‘Timore e tremore’, in danese ‘Frygt og Bæven’) al solo sentir nominare Marco Candida…
27 settembre 2012 alle 22:43
Perchè vogliamo far tremare il mondo letterario, Lucio?
27 settembre 2012 alle 22:48
Era una battuta. Nessuno teme e nessuno ostacola Marco Candida, che si ostacola a sufficienza da sé:- /
27 settembre 2012 alle 22:51
Ellis non è kafkiano, ma nell’edizione Einaudi di Glamorama compare in copertina nel commento la parolina “surreale”. Il che è una spia secondo me significativa, dice molto. Landsdale non è kafkiano… King non è kafkiano, è kinghiano, più o meno come Nabokov non è kafkiano ma nabokoviano. Sono autori a se stanti, loro sono le categorie. Come hitchcockiano. Kubrick è kubrickiano. Mozzi è kafkiano? Io non credo, ma molti lo definiscono così. Io sono kafkiano o meglio nabokoviano.
Torniamo alle coordinate del testo. Macioci non è Dante, ma non è nemmeno Tolkien. Assomiglia piuttosto a Kafka. Perché? Perché Dante nel mezzo del cammin della sua vita si ritrova in una selva oscura. Cioè Dante ad un certo punto attraverso una certa soglia ed entra in un altro mondo. In questo senso Dante non è molto dissimile da Alice nel Paese delle Meraviglie. Perciò al lettore è tutto chiaro quello che accade. Dante passeggia in un bosco e poi, pluf, finisce all’Inferno. E’ chiaro. In Tolkien non avviene un passaggio nel mondo parallelo – non è come il Talismano di Stephehn King e Peter Straub. Semplicemente siamo in un mondo completamente diverso, ma di questo mondo ci viene detto tutto il possibile. Ora in Macioci siamo in un mondo parallelo, ma non c’è un protagonista che ci passa attraverso. C’è il mondo e Macioci ci tira dentro, a noi lettori, a quel mondo. Il libro è il mondo e siamo noi lettori che ci entriamo quando apriamo il libro. Però Macioci non ci tira dentro il suo mondo come Tolkien. Non lo descrive da cima a fondo, tutto è più o meno indistinto e fortemente, immediatamente simbolico. Don Sisma, il Dottor Cavafeti… Macioci crea un mondo parallelo che si presenta subito come un’allegoria, che non ha coordinate precise, tutto è nell’indistinto. Allora abbiamo indistinto più allegoria più atmosfere angoscianti e questo credo ci porti ad assimilarlo, in ultima istanza o in prima battuta, a Kafka.
Questo solo per dare un’idea. Poi Macioci è tutto diverso. Completamente altre sono le istanze, è tutto diverso. Ma per dare un’idea credo che Kafka sia l’autore a lui più vicino (e naturalmente quello che tutti più o meno meglio conosciamo). Voglio dire, il libro di Macioci ha delle ambizioni. Per questo si è costretti a pensare a Kafka. Fosse un libro senza ambizioni, sarebbe uno splatter e si penserebbe a Landsdale (che comunque è un grande). Infatti inizialmente anch’io avevo pensato di paragonarlo a Landsdale per via dello splatter. Solo che non è proprio possibile farlo. A Macioci riesce il gioco di magia di creare uno splatter chic. Uno splatter necessario, non gratuito. E poi ci sono le riflessioni filosofiche, eccetera. Quello di Macioci è un libro ambizioso. E’ pretenzioso? Forse. E con questo? Discutevo con alcuni professori di scrittura creativa in America e per loro Dostoevskij suona pretenzioso. Siamo sempre da capo, in letteratura vale tutto, la partita non è mai chiusa. Mai.
27 settembre 2012 alle 22:52
Il mio ultimo commento risponde a Andy.
27 settembre 2012 alle 23:09
@Marco C.: bene.
Però non vale dire kubrikiano, nabokoviano, kingiano ( si pronuncia kinghiano): il gioco doveva limitarsi a dire chi o cosa fosse kafkiano e mi pareva di capire che sotto certi aspetti, al di là della loro unicità, Kubrick e gli altri summenzionati avessero alcune caratteristiche che rispettavano i parametri di inclusione. Cioè, io porto il pallone da calcio e tu allora arrivi con le racchette da tennis, la palla ovale ed il canotto di gomma? Non vale
Lo splatter chic è quello di true blood.
27 settembre 2012 alle 23:10
Lucio, credimi, parla per te…
27 settembre 2012 alle 23:16
True blood è omo-splatter-chic. Voglio dire una cosa. Andy e io stiamo solo giocando. Ma in fondo fornire definizione esatte di kafkiano o surreale (cioè passare dal gioco a qualcosa di più serio) e poi vedere quanto ogni autore sia ‘realmente’ kafkiano, surreale non è poi così interessante. Perché Kafka è in realtà un codice. Il Codice Kafka. E come tale viene usato con significati multipli e da decifrare. Questo è interessante. Decifrare, di volta in volta, il Codice Kafka.
27 settembre 2012 alle 23:20
Il mio ultimo commento sembra scherzoso, ma è serio. Kafkiano viene usato impropriamente. Quindi va stabilito che cosa voglia dire esattamente questo uso improprio del termine. Va decifrato.
Grazie, Sabrina, per il sostegno con Angelini.
27 settembre 2012 alle 23:30
questa discussione è molto divertente, bravi
28 settembre 2012 alle 00:24
Figurati, Marco. Lucio Angelini è simpaticissimo.
Grazie Lucio.
28 settembre 2012 alle 00:32
Monica, di quale discussione parli? Perché ce ne sono incordo almeno quattordici.
28 settembre 2012 alle 00:32
in corso…
28 settembre 2012 alle 06:52
Devo una risposta a Enrico. Enrico scrive:
Mi pare Marco che a fronte di belle intuizioni, nella tua recensione manchi – a fronte degli elementi che evochi (Kafka, Dick, Zombie 2, e Tolkien; il discorso sullo splatter, la dimensione dell’irrazionale e dell’allucinatorio ecc.) – manchi, dicevo, l’impasto… La fine direi lo denuncia: in che senso cioè Macioci è “in grado anche di illuminarci nei modi più sottili”? Sembra che alla fine, dopo lo splatter, la crisi flaccida, l’allucinazione, tu possa dire qualcosa di più “interno” all’opera e a come l’hai vissuta: come se l’articolo fosse una preparazione a questo, ad “altro”… ma la recensione, ecco, con un crollo di sipario, finisce… non so se sono riuscito a spiegarmi. Grazie!
Mi sembra che sia tutto impastato bene. Ho mostrato attraverso una serie di esempi riportati dal testo e mediante la descrizione delle illustrazioni presenti nel libro che la mia lettura dell’opera maciociana come monumento allo splatter (il libro di Macioci, dato il suo aspetto, si presta in modo credibile a venire considerato un monumento a tutto ciò che contiene all’interno) è giustificata. Ho parlato dell’opera per sommi capi, fornendo rappezzature sulla trama. Ho fornito al lettore alcune coordinate di lettura (se leggi Macioci vai incontro più a Kafka che a Tolkien o Dante). Infine ho concluso il pezzo con una piccola frase ad effetto (l’allucinazione che illumina in modi sottili). Tu chiedi “In che senso Macioci è in grado di illuminarci nei modi più sottili?”. Questo è compito del lettore scoprirlo leggendo il libro.
28 settembre 2012 alle 07:10
Omosplatterchic lo brevettiamo. Trattandosi di Alan Ball comunque, è probabile che l’abbia già fatto.
28 settembre 2012 alle 07:33
Qua di veramente kafkiano c’è solo il mistero gaudioso cui accennava Garufi (peraltro scrittore coi controcoglioni e da me ampiamente recensito nell’autorevole Cazzeggi Letterari)*-°
28 settembre 2012 alle 08:11
Ma insomma, Angelini, il tuo contributo alla discussione è che una frase si poteva scrivere meglio? E’ così? Soltanto questo? Ripeto, io ti escluderei da queste discussioni (al di là della stima che nutriamo per te – come rileva Gian Marco Griffi: qui tutti ci stimiamo), perché la mia idea è che molti lettori che vorrebbero intervenire nella discussione si astengono dal farlo dato il rischio di venire da te aggrediti. Circa Giulio, a Giulio il pezzo è piaciuto forse perché ha letto il libro e ha forse pensato che la recensione rendesse giustizia al libro e che certi paragoni pur arditi e contestabili non fossero solo deliri narcisistici (come ventilato, invece, dall’Onorevole Paolo Gallina). Dunque, ancora una volta, sei tu che intorbidi acque limpide. Non c’è nessun mistero.
28 settembre 2012 alle 08:15
E va bene, ammetto di essere rimasto affascinato dalla teoria che Kafka prefigurasse Macioci e Dante Lewis Carrol. Oh com’è vero tutto ciò.
28 settembre 2012 alle 08:16
Marco, non so se riesco a riconoscerne quattordici, o distinguerle, ma mi piace assistere (non so se mi piace perché sono schadenfroh o perché siete scrittori e discutete da scrittori)
28 settembre 2012 alle 08:35
Io però nella mia recensione ho indicato in che misura l’opera di Macioci può essere considerata kafkiana. Non è stato un accostamento completamente gratuito – come spesso accade. C’è una spiegazione. La dissoluzione familiare è una grande costruzione allucinatoria fondata sull’elaborazione di un dolore. Kafka è stato il primo concepire opere come costruzioni allucinatorie fondate sull’eleborazioni di dolore, senso d’sclusione, disappartenenza eccetera. Dopodiché Macioci è tutt’altro. Ma di sicuro Macioci non c’entra con Hemingway o con Norman Mailer. Non c’entra con Thomas Mann e non c’entra con Tolstoj. Invece, per dare un’idea, c’entra con Kafka. Anche qui, misteri non ce ne sono.
Quanto ad Alighieri ha in comune con Carrol (e quindi con Macioci) di parlare di mondi che non appartengono a questo mondo. Mondi parallelli o sovrastanti o sottostanti e in ogni caso diversi.
28 settembre 2012 alle 08:43
per sdrammatizzare: gentile signora Sabrina Greco, potrebbe con estrema sintesi puntualizzare il concetto poc’anzi espresso intorno alla supposta incapacità di coloro che si sostentano operando nel settore edilizio (poco importa qui, sottilizzare se di recupero o nuovo) di argomentare di letteratura ? Grazie, in attesa, cordiali saluti.
28 settembre 2012 alle 09:29
@cletus. Effettivamente risulta singolare espungere dalla presente discussione letteraria gli imprenditori edili. E perchè allora non escludere: i lattonieri, gli operatori ecologici, gli igienisti dentali, gli acrobati, gli assistenti sociali, gli albergatori, i calciatori, i benzinai, i botanici, i danzatori, i grafici, i pizzaioli, gli elicotteristi, gli enologi, le guardie del corpo, i fisioterapisti, gli elicotteristi, le hostess, i carabinieri, le guardie giurate, i logopedisti, gli idraulici, gli ingegneri, i macellai, i liutai, i mobility manager, gli optometristi, gli omeopati, i vivaisti, i vetrinisti, gli ufficiali giudiziari, gli skipper, i tabaccai, i sommelier, i periti, i pasticceri, i promoter, eccetera.
Sorge il dubbio che si pensi che ad argomentare di letteratura siano abilitati esclusivamenti i (sedicenti) scrittori.
Così la discussione sarà (parafrasando il buon Candida):
Una sontuosa cattedrale eretta in onore all’autoreferenzialità.
28 settembre 2012 alle 09:33
@Paolo Gallina, ha colpevolmente trascurato dal suo pur robusto elenco una categoria fondamentale (per il proverbiale equilibrio e convergenza): quella dei gommisti. Saluti.
28 settembre 2012 alle 09:34
cit. Paolo Emilio Gadda, era un mortale ingegnere.
28 settembre 2012 alle 09:41
@cletus. Grazie per l’integrazione, davvero proverbiale.
… e Svevo era un mortale bancario e …( no dai, evitami un altro faticoso elenco)
28 settembre 2012 alle 09:41
Ciao.
non so bene come si mettono i link – Paolin? ma ancora dopo 10 anni di web non lo sai? No – comunque io ho scritto una recensione molto più breve e stringata su Il manifesto. In cui cercavo di dire che Enrico voleva costruire un romanzo post-moderno, lui è un ammiratore di David Foster Wallace, ma secondo me invece aveva attinto a una tradizione diverse e più lontana. Che era poi quella del poemi eroicomici tra 400 e 600 e al romanzo inglese del ’700 (Sterne in particolare)
La recensione di Marco va in senso diametralmente opposto al mio, e proprio per questo mi interessa.
Io ad esempio non ci ho visto Kafka, perché la creazione del mondo allucinatorio di Kafka è sostanzialmente data dalla ‘normalità’ del suo accadere, in kafka non c’è mai dismisura, non c’è mai eccesso. (in questo senso l’incipit dei romanzi e dei racconti di Kafka sono emblematici: ci mettono davanti a una situazione che per il narratore è normale, ma non lo è. L’uomo trasformato in insetto, il processo…etc etc). La dismisura in Enrico è presentissima invece e al massimo vi farebbe pensare – se non vogliamo pensare alla poetica barocca della dismisura – a Vonnegut di Mattatoio 5 (che penso sia più in linea con i gusti di Enrico) oppure alla Lettera a Veggente di Rimbaud (tutto il discorso sullo s-regolamento dei sensi).
d.
ps.
su Dante, Marco, sinceramente ci andrei piano a dare interpretazioni troppo moderne, senza tenere conto anche della “lettera” del poema dantesco e dell’immaginario con cui dante traffica nel 1300. Per Dante la selva oscura non è un mondo allucinatorio, ma è una realtà tangibile, reale, così come lo è la montagna bruna del purgatorio. Non è un altro mondo come quello di Carrol, o degli autori di fantascienza. Ma è questo mondo qui in tutto e per tutto. Questa differenza devi tenerla ben ferma quando ti approcci a Dante, se no fai della Commedia un romanzo post-mderno cosa che sinceramente non è.
28 settembre 2012 alle 09:49
Demetrio perché non posso vedere nella selva oscura ciò che ci vedo? O pensare alla Divina Commedia come a un romanzo post-moderno (salvo che non mi è ancora chiaro cosa sia)? La selva è questo mondo, un mondo allucinato, parallelo, posso essere io e leggere tutta la Divina commedia come una metafora di me stessa o di un mio organo interiore, o di un modo d’essere, ecc ecc.E posso anche dirlo, giocarci, non tolgo niente a Dante, non lo svilisco, lo amo e non vedo perché la critica letteraria (è questo che state facendo, no?) debba tenere ben presente qualcosa e non possa tenere ben presente altro (anche se l’altro non tenesse conto della prima, cosa che peraltro la prima già fa con la seconda)
28 settembre 2012 alle 10:07
@marco candida
“qui tutti ci stimiamo”
no
28 settembre 2012 alle 10:19
Infinite Jest è kafkiano?
28 settembre 2012 alle 10:26
@Monica
io credo che quando si passa dalla pura e semplice lettura, a un esercizio di critica in qualche modo bisogna tener aperto il discorso di una tradizione critica. La Commedia non è un romanzo. Non è un romanzo scritto in questi anni. ma un poema scritto nel 1300. E dire che Dante crea un mondo “parallelo” è certo legittimo, ma non tiene conto di cosa Dante chiedeva al suo poema che era un’altra cosa. (che è poi quello che Dante scrive alla lettera a Cangrande…).
Ad esempio per rimanere al testo di Enrico. Dante crea una sorta di allegoria: questa cosa è “questa cosa” ma è anche un’altra. Non mi pare che il testo di Enrico possa essere letto così.
28 settembre 2012 alle 10:43
Demetrio, ma perché non sei intervenuto subito? Almeno avremmo fatto una discussione seria fin da principio. Tu sei una persona seria e forse non sembra, qui in mezzo, ma anche a me piace la serietà. Purtroppo leggevo in un romanzo che siamo quello che inspiriamo negli altri. Evidentemente io non inspiro negli altri serietà e spesso mi trascino dietro soltanto una pletora di caciaroni che riconoscono in me solo una grande chance per fare caos. Fatta questa premessa a mo’ di cesura con il precedente “dibattito”, provo a risponderti.
Io vedo la costruzione maciociana come una costruzione allucinatoria fondata sul trauma del terremoto occorso all’Aquila. La dissoluzione familiare è tutto diverso dal Processo o da America, ma è pur sempre un mondo gettato nell’indistinto, fortemente allegorico e fondato su un trauma. Anche i mondi kafkiani sono nell’indeterminatezza, non si può fare altro che considerarli allegorici e sono l’espressione di un trauma. In questo senso Kafka è il primo che ha mostrato sulla pagina quello che enfaticamente definisco nella mia recensione “anima maciullata”. Karl Jaspers studiava i testi di Strindberg e di Holderlin come grandi “patografie”. Se Kafka non è un caso di “scrittura del dolore” io sono chi altro lo sia. Per quello che ho già detto dell’opera di Macioci aggiungendoci questo particolare decisivo (ed evidente) della “scrittura del patire” io credo che si possa dunque sostenere a ragione che Macioci sia assimilabile a Kafka.
Su Dante, se stiamo alla “lettera” della commedia dantesca, sì, quel mondo era reale e Dante entrando nell’Inferno non entrava in un altro mondo, ma restava ancorato a questo. Dante non aveva le allucinazioni quando se la vedeva con Caronte e la Chimera. A me interessava evidenziare il “passaggio” da un mondo all’altro. I mondi tolkeniani sono tangibili non allucinazioni, ma manca il “passaggio”. In Dante c’è il “passaggio” ma non da un mondo all’altro. E’ una distinzione che anche qui mi sa un po’ di lana caprina, in questo caso, perché noi oggi sappiamo che quel mondo che Dante considerava reale reale non è: è al limite un altro mondo.
28 settembre 2012 alle 10:53
@demetrio. Sarà come dici tu che “dire che Dante crea un mondo “parallelo” è certo legittimo”, ma è anche di una puerilità (di un tanto al chilo, per intenderci) disarmante. A meno che non si ritenga che filologia sia il nome accademico di cazzeggio letterario. Con buona pace dei vari Vandelli, Contini, De Robertis eccetera.
28 settembre 2012 alle 10:59
continui a non convincermi.
su Kafka. Un giorno stavo parlando con un grande scrittore rumeno che si chiama Norman Manea. Non so se hai letto i suoi libri (il ritorno dell’Huligano ad esempio), ma comunque spesso e volentieri si scomoda anche per lui l’aggettivo kafkiano.
In questa chiacchiera lui mi diceva che non era d’accordo con questa definizione e mi parlava proprio ‘indeterminatezza dei mondi kafkiani’ (per usare le tue parole).
E mi diceva che Kafka è ‘indeterminato’ e ‘allucinato’ perché in un qualche modo profetizza ciò che accadrà all’Europa da lì a poco.
Manea continuava dicendo che quello che Kafka ha predetto (quindi usando visioni, distorsioni tipiche della profezia) lui, Norman Manea, l’aveva vissuto. Quindi mentre Kafka scrive prima della catastrofe, Manea scrive dopo. Questa è una differenza decisiva.
Idem per Enrico. Enrico scrive dopo la scossa: è un atteggiamento di trauma che avviene “post”. Kafka non ha questo “post”, ma è come se pre-sentisse il trauma.
Ma la cosa più decisiva è secondo me il senso della “misura”, che Enrico volutamente non tiene, ma decide di far debordare.
su Dante, e poi chiudo: è vero noi sappiamo che quel mondo è un altro mondo – posto che ci sia. Ma Dante quando scrive questo non lo sa, e non sappiamo se e come sarebbe stata la commedia se fosse stata scritta anche solo dopo la scoperta dell’america. Quindi non dobbiamo mai dimenticare il momento in cui un testo prende forma. Dire che Dante crea un mondo parallelo è dire qualcosa che Dante non dice, non pensa e non vuole far dire al suo testo: una delle poche cose che il mio vecchio maestro mi ha insegnato è che dalla lettera si parte e alla lettera si torna.
L’immaginario di Dante è quello di un uomo coltissimo del 1300 e finisce lì. Non possiamo postporlo o farlo diventare ciò che non è.
non sono intervenuto prima perché stavo lavorando.
d.
28 settembre 2012 alle 11:01
Paolo. Io dicevo che si può dire, ma se ti prendessi la briga di leggere bene, avresti letto che sostengo anche che è sbagliato. (Io sono un critico letterario, ma se una persona vuole leggere dante come un romanzo fantasy, io gli posso dire che è errato, ma non posso vietargli la sua legittima idea di leggerselo così) Ti invito a leggere bene le cose che scrivo, perché una delle cose più noiose che mi tocca fare e spiegare due volte una cosa che ho detto chiaramente.
d.
28 settembre 2012 alle 11:05
Demetrio, non so se l’ultima parte di quel che ho scritto è quello che volevo scrivere. Tu, Demetrio, fai un po’ come nella scena finale di Kill Bill Vol. I dove il Boss prima manda tutti i suoi scagnozzi a stancare l’avversario e poi si presenta per il duello finale. Solo che io non sono proprio Beatrix Kiddo.
Allora, provo a riformulare meglio. In Dante è tutto chiaro quello che accade. Noi seguiamo Dante ovunque egli ci voglia condurre, non rischia lui e non rischiamo noi. E’ una sorta di gita turistica all’Inferno. Gita che però di “turistico” ha ben poco. Tolkien ci fa entrare subito in un mondo parallelo. Apri il libro è sei in un altro mondo – però questo mondo si chiarisce via via sempre di più. In Macioci le cose sono più complicate. Entri in un mondo e ti rendi conto che non è proprio chiaro tutto quanto e avverti anche la presenza di una forte vocazione allegorica. Macioci fa questo: “Io ti tiro via dal tuo mondo. Ti porto in un altro mondo. Ma contemporaneamente ti costringo a pensare al mondo dal quale ti ho appena tirato via”. Un’operazione curiosa. E a me, che un po’ me ne intendo, sembra un incubo spaventoso. Ecco perché penso a Kafka. Il dottor Cavafeti o Don Sisma non sono semplici personificazioni. Sbucano fuori dalla pagina come fantasmi. Scaturiscono direttamente dal trauma dell’autore.
Più o meno.
28 settembre 2012 alle 11:08
Per sdrammatizzare. Raffinatissima indovinata ironica battuta con significati apparentemente ascosi ma precisissimi, che non poteva sfuggire ad una persona attenta e intelligente come lei, Cletus Alfonsetti (un altro simpatico, detto sinceramente).
Passando ad altro, come si sarà capito, assolutamente non stimo tutti, anzi.
A differenza di Giulio, penso che la stima sia un sentimento in quanto, riconoscendo un valore comune, individua e stabilisce una vicinanza.
Grazie dell’attenzione.
28 settembre 2012 alle 11:11
@demetrio. Che noia dover spiegare due volte una cosa. Adesso tocca a me farlo. Il mio commento andava nella stessa direzione del tuo, voleva rendere ridondante il tuo invito a rimanere saldamente ancorati alla tradizione critica. Mi sembrava che il commento di Candida sul poema trascurasse il mastodontico edificio di filologia dantesca eretto nei secoli da illustri dantisti. Il mio era solo un (inascoltato?) appello: rigore, rigore, rigore.
Hai preso cappello, fraintendendo la mia nota, certo che siete molto suscettibili qui dentro, eh.
28 settembre 2012 alle 11:33
Ho modo solo ora di riguardare questo post: tutti questi commenti, che ancora non ho letto, sono la prova provata dell’interesse suscitato dalla recensione. Mi limito a rispondere al commento di Marco Candida che segue il mio, il secondo di questa lunga serie. Voglio complimentarmi per le argomentazioni precise e illuminanti, non conoscevo l’articolo di Agnes Peck che, modestissimamente, riflette il mio pensiero. Le intenzioni di Marco Candida erano tuttavia chiarissime, anche nell’utilizzo dell’azzardato paragone con Kafka. La mia considerazione voleva aprire una riflessione a parte, a prima vista direi che abbia raggiunto l’obiettivo!
28 settembre 2012 alle 11:49
Quello che manca nel dibattito, secondo me, è soprattutto il senso della misura. Davvero per il neonato e nano Macioci occorre scomodare tutta la galleria dei Giganti? Siamo in presenza di un Evento così epocale? Me lo dicesse Geno Pampurioni potrei anche crederci, ma detto da Candida… suvvia, potrà crederci la Sabrina Greco di turno, forse, (e difendo il suo diritto di lasciarsi incantare dal pupo di Tortona), ma scusate, “a me” non mi si incanta così facilmente, grazie:-)
28 settembre 2012 alle 11:56
@Lucio.
Quello che manca nel dibattito, secondo me, è soprattutto il senso della misura.
E’ quello che da due giorni cerco di dire. Ma qui si sentono tutti offesi; chissà forse temono di non essere presi troppo sul serio.
28 settembre 2012 alle 12:07
letta la recensione. Prim’ancora che evidenze fonetiche, si quella “e” suona di troppo, l’avrei tolta anche io, fossi stato chiamato a “editare” con i miei modesti strumenti di geometra il pezzo. Quanto al contenuto, fatte salve le inclinazioni di ciascuno, ricordo che nello scrivere recensioni (ad esempio su bottegadilettura ) ho cercato di contenere, senza voler darmi nessuna aria da critico letterario, che non sono, i riferimenti ad altri autori se non proprio necessario.
Il farlo, a volte, lungi dal fornire facili suggestioni, spesso credo vada in danno alla presunta volontà di parlarne bene, e quindi si rivela come un tragicomico effetto boomerang. Non ho letto Macioci. E in tal senso mi sono astenuto dal dirne alcunchè. Ma Marco Candida ha inteso qui raccontarci le sue impressioni di lettura. Il modo col quale l’abbia fatto (e la critica relativa) non credo debba travalicare l’interesse all’oggetto stesso della “recensione”.
Due parole infine sullo “splatter”. Anche qui, irretiti da tutta una filosofia che si è scatenata dove ha potuto, spot, bmovie, e compagnia bella, l’essenza subito dopo una automatica fascinazione (gli sia riconosciuta almeno questa valenza: quella di attirare, proprio in forza della spettacolarità, della teatralizzazione del dolore, cattura giocoforza il lettore) mi provoca sonnolenza. In altre parole, anche qui, basterebbe semplicemente la capacità maturata nel leggere almeno una dozzina di libri all’anno, per accorgersi che spesso, dietro i cosiddetti effetti speciali, resti ben poca cosa. A scanso di inutili polemiche e ad evitare ogni frainteso, non sto riferendomi al testo di Macioci, che ripeto, non ho letto.
28 settembre 2012 alle 12:28
Paolo. Tu hai letto male e mi hai fatto dire una cosa che non ho detto. E questo mi dà fastidio. Tutto qui. Io ho studiato filologia e non mi sognerei mai di prescindere da essa, ma non posso – ripeto – limitare la lettura di un testo a nessuno. Marco non usa il rigore filologico, io sì. Io glielo faccio rilevare, ma finita lì.
sul prendersi o no sul serio. Io non credo che nessuno dica che Enrico sia Kafka o chiunque altro, ma semplicemente si muova nell’analisi di un testo cercandone le influenze.
per rimanere a noi quando dico che Cecco da Ascoli risente di Dante, non dico che L’acerba e la Commedia siano la stessa cosa: però stabilisco una sfera di influenza. o no?
d.
28 settembre 2012 alle 12:37
@Gian Marco Griffi: Infinity Jest e’ Kafkiano. Era nella mia lista. E forse anche nella lista di Jacob (cit. volontaria da un uso kafkiano della drammaturgia che si fa in LOST).
Dico Lost anche acquietare i tanti che da una parte si sentono offesi perche’ presi poco sul serio e quelli che dall’altra si indignano per i paragoni iperbolici. Se kafkiano e’ un codice- come dice Marco Candida – o semplicemente un artifizio narrativo al servizio della storia, poi la valutazione deve vertere sull’uso che se ne fa. Voglio dire che il termine Kafkiano non deve per forza avere anche connotazioni di nobilta’, ma puo’ essere prestato a differenti livelli di narrazione, dal grande romanzo finanche alla serie tv americana- LOST appunto.
E poi, De Lillo e’ Kafkiano. Sicuro.
28 settembre 2012 alle 13:02
@demetrio. Va bene. con la dotta citazione di Cecco D’Ascoli hai certificato il tuo alto grado di erudizione su cui non ho dubitato fin dall’inizio. Converrai che stabilire una sfera di influenza tra Cecco e il coevo Dante sia molto più “ragionevole” che farlo tra lo stesso Dante e Carrol. Guarda che non ce l’ho con te, e in fondo neanche con Candida, ma con chi pratica una critica letteraria poco rigorosa.
28 settembre 2012 alle 13:14
Lacerba (la rivista di Soffici e Papini) senza apostrofo, a differenza del poemetto di Cecco d’Ascoli da cui prelevava il verso: «Qui non si canta al modo delle rane».
28 settembre 2012 alle 14:11
Caro Lucio, la Sabrina Greco di turno lo vai a dire a qualcun’altra (rispettivamente con altro nome e cognome).
Non a me.:-) Grazie.
La bellezza che guardo e che m’incanta è altra, e Marco devo dire che le ha tutt’e due.
E non è un pupo, è un uomo, intelligente, dotato di cultura, di intuizione e di riconosciuto estro. Non fare il papà o lo zio, anche se è indubbia la tua preparazione ed esperienza, a cui guardo con attenzione, curiosità e molto rispetto.
L’esagerazione non è sua, a mio avviso, non mi paga per dire questo (non mi paga in nessun senso nessuno).
E’ che qui a volte (nella rete in genere), non appena qualcuno di noto esprime un parere come hai fatto tu, non si procede nella discussione con una opinione libera e indipendente, ma si va dietro appoggiando quanto da egli affermato… come torna più comodo.
Con un uso alternato e oculato della propria firma.
O almeno, di questo mi sono accorta (impressione mia).
Saluti.
28 settembre 2012 alle 14:14
Paolo, per fare l’esempio con Dante e Cecco D’Ascoli non serve “dotta erudizione”. Basta ricordarsi qualcosa dal liceo.
Su Macioci: l’universo da lui creato in quel romanzo non è coerente, non si tiene tutto. E’ piuttosto un universo in espansione – non spaziale, ma schiumosa, formicolante. Tipo un blob.
28 settembre 2012 alle 14:46
@giulio. Non dirlo a me che il liceo non l’ho neanche frequentato (e me ne dolgo).
Mi hai convinto, leggerò La dissoluzione familiare.
28 settembre 2012 alle 15:27
Salve. Ringrazio tutti e intervengo nel pirotecnico dibattito con un paio di riflessioni che mi premono.
Mi ha colpito (positivamente) la diversa lettura che del romanzo hanno operato Candida e Paolin; entrambi dicono cose giuste, sensate e acute; entrambi mi trovano in parziale disaccordo – ma è un disaccordo “creativo”, nel senso che il significato d’un romanzo si nutre anche delle letture cui viene sottoposto, è anche il risultato d’uno scambio tra visioni diverse, è in definitiva la combinazione fra ciò che l’autore ha creduto di voler dire e ciò che i lettori hanno creduto l’autore volesse dire.
Devo ammettere che mentre scrivevo La dissoluzione familiare non ho mai pensato a Kafka (ho invece pensato a Dante, e segnatamente all’Inferno di Dante, mentre descrivevo le avventure del Principe Ham negli oscuri meandri dell’ospedale); devo altresì ammettere che non ho mai pensato alla tradizione cui Paolin mi riconduceva nel suo pezzo uscito sul Manifesto a maggio scorso (Pulci, Ariosto, Rabelais); ma la letteratura che ci ha preceduti aleggia, s’insinua negl’interstizi mentali, penetra anche nell’immaginario più a tenuta stagna, per cui è plausibile e anzi probabile che io mi sia rifatto a certi autori (capitali) e a certe opere (altrettanto capitali) al di là della mia volontà cosciente. Io posso dire che la mia volontà cosciente mi spingeva in direzione di Infinite Jest e dunque del David Foster Wallace più ricco, più esuberante; che sotto l’incantesimo recente di Wallace gli altri autori mi sembravano lontani, voci di sottofondo; e che desideravo esagerare, esondare, straripare, come Paolin ha ben sottolineato. Posso aggiungere che adesso un romanzo del genere non lo scriverei più ma che allora era necessario scriverlo, ed era necessario non solo per esprimere quel che avevo dentro – dolore, caos, malinconia, disperazione, poesia – ma anche per passare a un successivo livello estetico e cognitivo, direi poetico, che è quello cui mi trovo adesso (un livello non saprei dire se migliore o peggiore, ma diverso).
Infine sul tema, più volte echeggiante nei commenti, della tradizione letteraria, prendo spunto dal mio caso personale per un discorso ad ampio raggio: è chiaro che il nome di Macioci si trova in grandissimo imbarazzo accanto a Kafka, Dante, Tolkien, Rabelais eccetera (ed è anche ahimé ferocemente cacofonico); ma io credo che l’importanza della tradizione stia proprio nella possibilità che essa offre di discernere meglio, azzardando paragoni, misurando distanze, valutando analogie e differenze, il nuovo – buono o malvagio che sia. Del resto, è sempre tramite una rielaborazione del vecchio che il nuovo si manifesta, su questo nessun dubbio. Il problema è capire se sussista un’impostura o se il nuovo (anche solo in parte) si riveli davvero tale. L’epigonismo è una malattia da cui non si può prescindere, ma è una malattia che ha già in sé la propria cura: al tempo l’onore e l’onere di svelare se un autore si è vaccinato oppure se, nel tentativo di vaccinarsi, sia invece morto stecchito.
28 settembre 2012 alle 15:49
Del resto, ricordiamoci che Foster Wallace è un epigono di John Barth (un epigono di genio e molto più cordiale del maestro); e che entrambi si iscrivono appunto in quella tradizione di romanzo-antiromanzo-parodia-di-romanzo che comincia grosso modo con Petronio e L’ “Asino d’oro”, passa per Rabelais e Cervanes, trova forse il suo capolavoro nel “Tristram Shandy” di Lawrence, è ancora attiva nei grandi romanzieri americani che in Italia si leggono poco (poco rispetto a Hemingway, intendo) quali Faulkner, Dos Passos, John Barth (appunto), e i recentissimi che piacciono tanto al pubblico di minimum fax. Ma l’esito carnevalesco del romanzo di Enrico sta più dalle parti di Rabelais; ma anche dei “Viaggi di Gulliver”. Se Enrico non aveva in mente questa tradizione (e non ce l’aveva, lo so da sempre: ha letto il “Coltivatore del Maryland” di John Barth dopo aver scritta la “Dissoluzione”, e ne sono certo perché gliel’ho prestato io), allora sarà che certe cose ormai son diventate moneta corrente (e quindi hanno, in realtà, perduto il loro potenziale eversivo) o che Enrico è pazzo furioso di suo, senza bisogno di modelli.
Detto questo: l’esuberanza narrativa e linguistica di Enrico è tale che sembra davvero difficile trovar somiglianze (di natura, dico, e non di valore; perché, come già detto, quella è tutt’altra faccenda) con l’opera di Franz Kafka. Però… Però, se si va a leggere il racconto “Descrizione di una battaglia”, allora qualche sensazione diversa si può avere. Un aspetto decisamente “kafkiano” della scrittura di Enrico (ma non solo della sua) è questo: il fantastico viene introdotto nella narrazione non come fantastico, ma come ordinaria quotidianità. Ma anche questa è una cosa che sospetto sia diventata moneta corrente (succede, per dire, anche in tanti racconti miei; me lo fece notare in una pubblica conversazione Antonia Arslan).
28 settembre 2012 alle 16:59
giulio, sono molto offeso, perché dal tuo commento precedente sembra che tu creda che io non abbia letto L’acerba.
28 settembre 2012 alle 17:50
Demetrio, ho sostenuto che non serve averlo letto per fare il paragone (aggiungo: basta avere un vago ricordo liceale, consultare Wikipedia per sicurezza, ecc.). Se invece l’hai letto, ti dirò: quanta fatica per un paragone!
28 settembre 2012 alle 18:00
Marco, scrivi:
Eh, Marco, A volte, sai, la gente va al lavoro, fa la spesa, traffica con il coniuge, tira su il figlioletto o la figlioletta, accudisce gli anziani genitori, legge la “Gazzetta”, tira tardi al bar, fa colazione al bar la mattina presto, prende il treno, perde il treno, fantastica davanti a una vetrina di scarpe, fa la coda all’ufficio postale, rifà la coda all’ufficio postale perché aveva preso la lettera A anziché la P, va all’Enel a questionare per una bolletta ricevuta due volte (e due volte prelevata automaticamene dal conto, mannaggia), conduce la figlioletta o il figlioletto a vedere i germani reali sotto la Specola, attraversa la città di corsa in bicicletta per consegnare un certificato dimenticato, spazzola il pony, prende appunti davanti alla vetrina di un’agenzia immobiliare, si aggira nel centro commerciale, saluta uno sconosciuto alla fermata dell’autobus, prende l’autobus, scende dall’autobus, aspetta l’altro autobus, sale sull’autobus, viaggia nell’autobus, arriva dove deve arrivare, cerca le chiavi in tasca, le trova, apre la porta, controlla la cassetta postale, sale le scale, apre la porta dell’appartamento, bacia il figlioletto, bacia il coniuge, va in bagno, fa quel che deve fare in bagno, scende di corsa a fare due spese prima che il supermercato chiuda, eccetera eccetera, e solo dopo un po’, un bel po’, si siede davanti al pc e va a vedere cosa c’è di nuovo in “vibrisse”.
28 settembre 2012 alle 18:05
(la fatica fu per un esame di Letteratura Italiana. tremendo.)
28 settembre 2012 alle 19:35
Che bello quando Candida parla di kitsch che veste i panni naturali di un figlio legittimo dello splatter. Certo che sì, si tratta di una associazione naturale che traghetta ondeggiante verso le sponde del racconto surreale, che non è affatto una parolaccia: gran parte della grande letteratura attinge da lì. Grazie Marco, il tuo spiegare, le tue parole mi accompagneranno stasera in un letto semicaldo e soffice dove Kafka si addormenterebbe subito per essere poi baciato da un sogno… surreale.
28 settembre 2012 alle 21:06
Ssssttt, non aizzate Candida, potrebbe farvi il voodoo; o reagire come l’ultima volta che qualcuno l’ha criticato: http://www.nazioneindiana.com/2012/08/23/bamboccione-voodoo/ (in un dialoghetto al veleno che sarebbe probabilmente piaciuto ad Angelini, e che è finito con la constatazione di un’ovvietà triste ma in tutta evidenza non dubitabile). Più misteriosi sono i misteri gaudiosi (specialmente quando si credono David Foster Wallace) peggiore è il loro carattere.
28 settembre 2012 alle 21:16
Aggiungo solo un po’ di gossip alla Sallusti. Dunque:
Giulio aveva letto il romanzo fiume di Macioci e ne era rimasto affascinato come sempre gli succede con tutte le opere dalle 600 pagine in su (lui che è maestro della narrazione breve, come dimostra il delizioso commento qui sopra, in risposta al grido di Marco). Marco, per compiacerlo, gli ha preparato la goffa rece di cui ormai sappiamo. Giulio, suo più importante ammiratore insieme alla famosa Elizabeth che traduce entrambi in inglese, per farlo contento gliel’ha pubblicata in Vibrisse. Lucio Angelini, più volte definito da vari einaudiani “pernicioso flamer e troll della rete”, ha spruzzato un po’ di polvere pirica nel primo commento… ed eccoci arrivati agli oltri 100 commenti del post. Attendo un mazzo di rose da Marco, grazie.
28 settembre 2012 alle 22:25
Separiamo i fatti dalle opinioni, Lucio.
“Giulio aveva letto il romanzo fiume di Macioci”
Questo è un fatto, ed è vero.
“e ne era rimasto affascinato”
Questa è un’iperbole, che prepara la successiva.
“come sempre gli succede con tutte le opere dalle 600 pagine in su”
Questa è un’altra iperbole (nessuno può prenderla per vera, infatti) che facilmente viene intesa dal lettore come ironica.
“(lui che è maestro della narrazione breve”
Questa è una leccata di culo (per compiacermi?).
“come dimostra il delizioso commento qui sopra”
Il giudizio di deliziosità del commento è del tutto soggettivo, quindi la dimostrazione è fallace; è inoltre un proseguimento della leccata di culo (per compiacermi?).
“in risposta al grido di Marco)”.
Questa è una pedanteria deliberata, perché viene ignorato il tono scherzoso della frase di Marco.
“Marco, per compiacerlo”
Qui viene attribuita un’intenzione. Non viene presa in considerazione la più ovvia spiegazione del fatto: Marco mi stima come io stimo lui; io sponsorizzo un certo romanzo; Marco, per stima, se lo legge; lo trova interessante; pensa che a me potrebbe interessare pubblicare una recensione; me la propone. Entia non sunt moltiplicanda, e quando una spiegazione terra-terra è sufficiente il sallustismo non è salutare.
“gli ha preparato la goffa rece di cui ormai sappiamo”
Si dà per scontato che la recensione sia “goffa”: parere che non sembra condiviso da tutti.
“Giulio, suo più importante ammiratore”
L’ammirazione viene presentata come immotivata.
“insieme alla famosa Elizabeth”
Idem.
“che traduce entrambi in inglese”
Vero. Ma non traduce solo noi.
“per farlo contento gliel’ha pubblicata in Vibrisse”.
Qui viene attribuita un’intenzione. Non viene presa in considerazione che io abbia pubblicata la recensione semplicemente perché l’ho trovata interessante.
“Lucio Angelini, più volte definito da vari einaudiani ‘pernicioso flamer e troll della rete’ ”
Qui l’argomentazione trarrebbe beneficio dall’indicazione di una fonte (che possibilmente non sia lo stesso Angelini). Sarebbe stato corretto, da un punto di vista giornalistico (che non è necessariamente il punto di vista adatto in questa sede) indicare in quali contesti tale frase sarebbe stata profferita. Peraltro la dichiarazione viene, di nuovo, presentata come immotivata. Non si può escludere a priori l’ipotesi che, se gli einaudiani hanno detto (dove?, quando?, perché, ecc.) certe cose sul conto di Lucio, forse avevano le loro ragioni.
“ha spruzzato un po’ di polvere pirica nel primo commento…”
Questa è una metafora (o, se volete, una figura di sostituzione). Ciò che Lucio ha fatto in realtà è molto meno: ha segnalato una frase secondo lui infelice. (E che è infelice anche seconod me: che sono quindi colpevole di omesso controllo sintattico). Ma ciò che Lucio ha fatto in realtà è anche molto di più: ha tentato di screditare un ragionamento sulla base di una svista sintattica.
“ed eccoci arrivati agli oltri 100 commenti del post”.
Dei quali 51 (se non ho sbagliato a contare) prodotti da Marco e da Lucio (e quindi non contano). Qui si confonde deliberatamente il numero dei commetni con l’interesse suscitato da un articolo. Le persone che hanno effettivamente partecipato alla discussione, tolti Marco e Lucio, sono (se non ho sbagliato a contare) cinque.
“Attendo un mazzo di rose da Marco, grazie”
Allo stesso modo uno che affondando una petroliera inquinasse una spiaggia turistica, facendo finire il caso su tutti i giornali, potrebbe chiedere un mazzo di rose ai gestori dei bagni.
Le persone che hanno partecipato alla discussione sono in tutto (se non ho sbagliato a contare) una dozzina, delle quali:
- una è l’autore del romanzo,
- uno è una persona con la quale ho da anni un rapporto di stima reciproca,
- quattro hanno un romanzo da pubblicare e ne hanno parlato con me (o me l’hanno spedito, una da poco),
- uno mi aveva chiesto tempo fa di dare qualche contributo al blog dell’associazione della quale fa parte (e che organizza, tra le altre cose, corsi di scrittura nei quali compaio regolamente come docente),
- una ha un rapporto di amicizia profondo con uno dei contendenti,
eccetera.
Ossia: volendo attribuire intenzioni di compiacenza eccetera eccetera, si può fare molto – dico a te, Lucio – ma molto di più. Il tuo tentativo di sallustiare è proprio scarso, assai al di sotto dei suoi standard.
Tutte queste, sia chiaro, sono solo mie opinioni.
(Ah, Lucio, sai perché dedico tanto tempo a fare l’analisi logica del tuo commento?
Ovviamente è per compiacerti).
(MI scuso per le eventuali sviste sintattiche: ma stasera sono molto, molto stanco).
28 settembre 2012 alle 22:57
Marco (non Candida): nella discussione che tu citi qui, una persona inidentificabile (si firmava “holden”) ha avviato la conversazione con queste parole:
E Gianni Biondillo, che aveva pubblicato il pezzo di Candida, ha risposto così:
A fronte di questo Marco (Candida) ha reagito notando il paraculismo di Biondillo (“Io pensavo lo avessi pubblicato perche’ ti piaceva, Gianni. Ma che cos’e’ questo? Un incubo? In che razza di Paese viviamo?”) e scrivendo poi tutta una serie di interventi dei quali il principale mi pare questo:
E queste a me sembrano parole perfettamente condivisibili.
Il primo commento dell’autore inidentificabile che si firmava “holden” era del 23 agosto 2012, ore 14:57; questi ha finalmente fornito un po’ di motivazione al proprio giudizio (“robaccia”) solo il 26 agosto 2012 alle 11:01, dopo non poca (e assai colorita) insistenza da parte di Marco (Candida). Terminando con le parole:
Che, chissà perché, mi pare di aver già sentito. Magari qui.
Sallustiate, gente, sallustiate. Chi è, secondo voi, in realtà, il “pernicioso flamer e troll della rete” che si firma in certi luoghi copertamente, tipo “holden”, e in altri luoghi con il proprio nome?
28 settembre 2012 alle 23:08
Ah: ricordo a tutti che me ne andai da Nazione indiana, nel 2006, perché non ne potevo più delle discussioni interne sulla gestione dei commenti.
(E non dimentichiamo il caso così assurdo da essere ridicolo capitato a Valter Binaghi, da lui raccontato qui; non riesco a ritrovare l’articolo di questione in NI.
28 settembre 2012 alle 23:29
1) “lui che è maestro della narrazione breve”. Questa è una leccata di culo (per compiacermi?)
no, spiacente, io dico solo quello che penso. di recente ho definito melenso un tuo “non ricordo”. il pezzullo-commento è davvero molto carino. per compiacere qualcuno bisognerebbe aspettarsi qualche ritorno. dubito tu voglia o possa elargirmi alcunché solo perché ho detto che te la cavi nella narrazione breve*-°.
2) ‘pernicioso flamer e troll della rete’ . Qui l’argomentazione trarrebbe beneficio dall’indicazione di una fonte
Wu Ming 1, Girolamo De Michele e via discorrendo
3) Ciò che Lucio ha fatto in realtà è molto meno: ha segnalato una frase secondo lui infelice.
Sapevo che tanto sarebbe bastato a destabilizzare la compostezza di Marco, che prima mi lanciato la sfida: “Angelini, vai fino infondo, mostra, se ne sei capace, in che modo è sbagliato”, poi, quando l’ho fatto, ha comunque negato l’evidenza.
4) (Ah, Lucio, sai perché dedico tanto tempo a fare l’analisi logica del tuo commento? Ovviamente è per compiacerti).
Ma no, è solo perché, quando ti toccano il pupo, soffri terribilmente:-)
28 settembre 2012 alle 23:41
“Chi è, secondo voi, in realtà, il ‘pernicioso flamer e troll della rete’ che si firma in certi luoghi copertamente, tipo “holden”, e in altri luoghi con il proprio nome?”
Giulio, TI GIURO che non visito Nazione Indiana da almeno un paio di mesi. Hai cappellato di brutto. Fatti tranquillamente dare l’IP di Holden. Scoprirai che non c’entro nulla. IO ATTACCO SOLO FRONTALMENTE. Ho usato dei nick solo in Lipperatura perché il mio nome vero era blacklistato e censurato in automatico.
29 settembre 2012 alle 01:03
P.S. Grazie per averemi segnalato il racconto “Bamboccione voodoo” con l’esilarante corteo di commenti. Me ne fossi accorto in tempo, non avrei lesinato i miei. Riporto la considerazione finale di Gianni Biondillo:
“gianni biondillo il 26 agosto 2012 alle 16:59
Marco, stai dando uno spettacolo deprimente di te stesso, contieniti. Conosci NI dalla sua fondazione, sai come ci si comporta nei commenti, sai che l’anonimato non è mai stato un problema, tranne quando l’insulto (dell’anonimo o “in chiaro”) passa dal testo alla persona.
Ma se su 30 commenti circa il 90% sono tuoi è evidente che dimentichi un’altra delle regole non scritte di NI (e non solo): questo è l’atteggiamento di un troll, nel migliore dei casi. Del peggiore di una persona che ha, diciamo, problemi di comunicazione. Nel primo caso basta bannarlo, nel secondo consigliargli, nel mondo là fuori, persone che potrebbero aiutarlo.
Sei in pieno delirio dietrologico, contieniti, è un consiglio d’amico.”
29 settembre 2012 alle 01:14
Allucinante, quasi trash, direi. Forse per questo potrebbe anche rientrare nelle categorie dell’arte, chi sa.
29 settembre 2012 alle 07:43
E’ divertente vedere un flammer e troll che con una delle sue identità giura di non essere un’altra delle sue identità. D’altra parte, l’evidenza filologica è evidenza filologica. Sono bastati parallelismi meno evidenti per attribuire intere opere letterarie.
(Lucio, suvvia. Mi sono limitato a trattarti come tu tratti gli altri. Avresti dovuto sorridere, non giurare in tutto maiuscolo. Dov’è il tuo famoso senso dell’umorismo? Dov’è la tua celeberrima ironia? Che te ne fai dell’esperienza accumulata in tanti anni di vita? Dov’è il tuo spirito giocoso e fanciullesco?).
(Nelle frasi che citi, il paraculismo di Biondillo è evidente. Pubblica un testo, dichiara il diritto di un inidentificabile a coprirlo d’insulti, e all’autore che pungola l’inidentificabile rimprovera di comportarsi come un troll. In proverbio: lancia il sasso, nasconde la mano, e poi fa il predicozzo al sasso).
(Come puoi pensare, Lucio, che io prenda per buone le conclusioni di un ragionamento così sallustian-angelinesco? Suvvia. Un eserciciuzzo di retorica di tanto in tanto si può anche fare).
29 settembre 2012 alle 08:33
L’evidenza filologica dice con chiarezza che lo stile di Holden non ha nulla a che spartire con il mio. Quanto a coloro che mi denunciarono come troll (visto che non ne avevo apprezzato le opere come si aspettavano, dopo avermele fatte recapitare a domicilio), è emerso che i veri troll e i veri polimorfi della rete sono proprio loro. Concludo con un’ultima sallustiata. Sironi ti sironò proprio per certe ciofeche che rifilasti loro, Candida in primis. Ciapa!
29 settembre 2012 alle 09:18
scusate l’intromissione per una mera domanda di servizio. giulio, di chi è l’immagine in testa al post? sta dentro al libro di macioci? grazie
29 settembre 2012 alle 10:18
Dunque, vediamo di capirci qualcosa:
- il noto waso ming, che etichettò e boicottò Angelini come troll e polimorfo, da più parti è stato identificato come autore di campagne e scorribande guastatrici in Rete sotto mentite spoglie, attuate come sistema programmatico;
- la nota blogger di Kataweb, che etichettò e boicottò (ferocemente e istericamente) Angelini come troll e polimorfo, è stata identificata da più parti come autrice di azioni e campagne condotte sotto mentite spoglie, come sistema programmatico, al fine di ottenere con l’inganno spazi aggiuntivi in ambito editorial-culturale di tendenza;
- il noto animatore di nazione indiana, com’è evidente dalla maggior parte delle sue operazioni in quella sede, ha l’abitudine di creare e alimentare le condizioni perché si sviluppino discussioni violente e offensive, in modo da poter poi recitare le sue parti di conciliatore super partes ed elemento di stabilizzazione in un contesto guastato dalle intemperanze e insufficienza altrui.
Quanta onestà intellettuale, signori, quanta correttezza, quanta cultura! Siamo ammirati.
29 settembre 2012 alle 13:47
io ti escluderei da queste discussioni (al di là della stima che nutriamo per te – come rileva Gian Marco Griffi: qui tutti ci stimiamo), perché la mia idea è che molti lettori che vorrebbero intervenire nella discussione si astengono dal farlo dato il rischio di venire da te aggrediti
!!!
parlino i lettori intimiditi da lucio che non intervengono per paura! Se non intervengono, però evidentemente ci leggono. Dunque: amici! Entrate nello speciale programma di protezione da Lucio di cui mi faccio garante e denunciate l’abuso.
(Scusa, Candida, ma ti pare un argomento buono per buttare fuori Lucio? Ce ne sarebbero tremila migliori! Inoltre, la carta “disturba la discussione” è la più gettonata tra i Grandi Censuratori online. Ignorare un commento che non ci sconfifera è sempre il modo migliore per indirizzare e proseguire una discussione…)
29 settembre 2012 alle 16:34
“Ignorare un commento che non ci sconfifera è sempre il modo migliore per indirizzare e proseguire una discussione…”
Questa, se non erro, era anche la posizione di Giulio Mozzi quando, sei anni fa, in nazione indiana si discuteva su come gestire i commenti.
29 settembre 2012 alle 17:14
Vorrei solo modificare la dichiarazione: “Sironi ti sironò proprio per certe ciofeche che rifilasti loro, Candida in primis” (non ne ho le prove) nella più morbida “Vuoi mai che Sironi ti abbia sironato proprio per certe ciofeche che rifilasti loro, Candida in primis?”
Purtroppo la nobile tentazione di sostenere i propri allievi più deboli (a scuola come anche nei corsi di scrittura) può a volte risultare deleteria sia per chi docet che per chi apprende. Perché rafforzare Marco nella convinzione di essere un vate, quando magari sarebbe potuto diventare un ottimo impiegato del catasto?
29 settembre 2012 alle 18:30
Non sono d’accordo, Lucio. Sei ingiusto e pecchi di leggerezza quasi imperdonabile, pur con la battuta, nei confronti di un serio professionista.
Il fatto che Giulio sia particolarmente affezionato a Marco non significa assolutamente nulla, e non capisco perché debba dar fastidio.
Non trovo sia giusto neanche sminuire l’impegno e i risultati oggettivi di Marco Candida.
Una delle caratteristiche fondamentali dello stile professionale di Giulio Mozzi è l’esigenza. Lo conosco da quasi undici anni, ed un conto è l’amicizia, un conto il lavoro. Questo lo sanno tutti tranne te?
Perché non chiedi a Sironi come mai Giulio Mozzi ad un certo punto abbia smesso di lavorare per loro, visto che, ricordo bene, rinunciò ad un contrattone con Mondadori per quel progetto con la piccola casa editrice?
Queste son questioni delicate, e mi permetto di intervenire (Giulio scuserà) non solo per l’affetto e la stima che mi lega a Giulio Mozzi, di cui sono stata allieva, ma pure e soprattuto per onor del vero.
Mi risulta, inoltre, che la maggior parte degli scrittori svolgono pure un altro lavoro, a meno che, come nel caso di Giulio Mozzi, siano consulenti editoriali e insegnanti di scrittura.
Saluti.
29 settembre 2012 alle 18:31
Buongiorno, confermo di non essere Lucio Angelini (che tra l’altro nemmeno conosco), e invito caldamente a non dichiarare identità del tutto supposte con una tale giuliomozziana sicumera. Confermo inoltre (non ci vuole molto) a confrontare gli IP e i dati relativi (provenienza etc…) per dimostrare che io e Angelini siamo persone diverse. Non è molto difficile verificare prima di parlare: poi se per comodità si preferisce il dubbio ed evitare la spiacevole circostanza che più di una persona al mondo ritenga Candida un incapace, prego.
Ho linkato la conversazione di N.I. a dimostrazione del rischio che si corre a stuzzicare uno scrittore (nel senso lato di persona in grado di comporre frasi per iscritto) che si crede uno scrittore (nel senso stretto di autore di opere di letteratura), e le relative conseguenze. Quanto al lasso di tempo tra il primo e il secondo dei commenti firmati “Holden”, magari il tizio se n’è andato al mare o che ne so. Mi pareva però interessante notare, in quella discussione, che Candida ricopriva in modo visibilmente scomposto e incontrollato chiunque di insulti (in uno dei commenti sono anche puntualmente elencati), lamentandosi di riceverne da persone che o non gli ribattevano nemmeno più, o lo facevano con parole che non si capisce come si potessero definire insulti.
Mi fa tra l’altro sorridere che la versione di Candida di essere stato il bersaglio di un complotto sia qui ripresa dallo stesso Mozzi nello stesso modo in cui la esponeva Candida, citando ahimè soltanto uno – il più pacato, per combinazione – di quei deliranti commenti. Non sarà forse allora che Mozzi è Candida, se io sono Angelini?
29 settembre 2012 alle 18:40
@Sabrina. Hai ragione. Probabilmente Marco ha tutte le carte in regola per piacere a un pubblico di lettori di bocca buona come te, anche se non a lettori schizzinosi come me. Comunque lessi coscienziosamente e recensii ‘La mania per l’alfabeto”. Vedi:
http://bestofcazzeggiletterari.wordpress.com/2012/06/29/bocl-n-44-candida-come-te/
29 settembre 2012 alle 18:46
P.S. @Giulio Mozzi: a proposito dell’evidenza filologica e del fatto che spesso evidenze anche minori hanno consentito l’attribuzione di intere opere letterarie, be’, forse anche in alcuni di quei casi sarebbe stato meglio andarci un po’ più cauti. Ma forse ha ragione lei, è etstao meglio così: è infatti anche vero che, se non ci fossero stati così tanti sostenitori di “evidnze filologiche” così risibili, non avremmo avuto la possibilità di ridere delle teorie che vogliono Shakespeare “indubbiamente” (!) scritto di volta in volta da Francis Bacon, Michelangelo Florio, Christopher Marlowe… E Woody Allen non avrebbe potuto dire ” If Marlowe wrote Shakespeare’s works, who wrote Marlowe’s? “.
Alla prossima lezione di filologia.
29 settembre 2012 alle 19:32
Sottoscrivo paolo f delle 10.18.
(Quindi lucio è stato promosso a flammer, da troll che era. Già me lo vedo girare per il Lido tutto tronfio.)
29 settembre 2012 alle 19:56
Nella confusione generale, mi sembra che sia perso di vista un aspetto della questione che a me sembra centrale.
Ho trovato un po’ paradossale questo gioco di attribuzioni, applicato peraltro a grandi o grandissimi scrittori.
La cosa più pertinente (guarda caso) l’ha detta proprio Macioci, ma siccome non era molto polemica non se l’è filata quasi nessuno (mi sembra l’abbia ripresa solo Giulio). La questione dell’epigonismo e della tradizione.
Kafkiano, felliniano, bergmaniano, kubrickiano… Aggettivi che si possono usare con diverse accezioni. Se riferite all’opera dell’autore chiaramente ne connotano un aspetto caratteristico (il grottesco-onirico in salsa romagnola per Fellini, la cupa angoscia esistenziale di Bergamn e così via…). Ma applicati agli epigoni non mi pare che possano essere presi come un complimento. Se di un mio ipotetico film si dicesse che è “tarantiniano” ci rimarrei proprio male se si facesse riferimento a Quentin e non ad Ezio Tarantino. Che fallimento. L’ambizione di ognuno non dovrebbe essere quella di essere maciociano, candidiano, mozziano?
Richard Ford ha scritto che “gli scrittori – tutti gli scrittori – hanno bisogno di appartenere a qualche cosa. Solo gli scrittori veri – purtroppo – fanno parte di un club che ha soltanto un membro.”
Ecco, se da una parte è normale che i grandi autori siano pochi e tutti gli altri si scelgono il club cui iscriversi contraendo inesigibili debiti culturali, ci si inserisca cioè in una tradizione, dall’altra questo epigonismo può diventare un limite enorme. Un epigono, diceva giustamente Macioci, deve superare il maestro e prendere la sua strada. Invece io ho il forte dubbio che quando diciamo di autore che è “kafkiano”, a parte che non gli stiamo facendo un favore, lo stiamo assimilando non tanto a Kafka ma alla tradizione che si è formata a partire da aspetti molto esteriori (da antologia di liceo) che in modo molto schematico identificano uno scrittore (o un regista). Entra a far parte, cioè, di una tradizione minore, di una scia.
Sostenere che se nel libro di Macioci troviamo elementi che sappiamo essere caratteristici dell’opera di Kafka e legittimamente li definiamo “kafkiani” (anche se probabilmente non lo caratterizzano tanto quanto caratterizzano l’opera di Kafka), significa che stiamo parlando comunque di un derivato, di un opera forse ancora immatura, priva di una sua identità, di un’autonomia espressiva perfettamente compiuta.
Quindi dovrebbe essere Macioci a prendersela con Candida, non noi.
Io di Sergio Garufi, per esempio, non potrei dire che è qualcuniano. Né, tantomeno, di David Foster Wallace e Don Delillo!!! Ma nemmeno di Giulio Mozzi, né di Walter Siti, né… Se devo scegliere di andare un vedere un film probabilmente non ne sceglierei uno di cui una recensione mi dice che è “felliniano”, o “bergmaniano”, perché l’originale è sempre meglio. E se proprio si sceglie di stare nella scia di qualcun altro, almeno mi aspetterei che lo faccia in modo critico, consapevole e scoperto.
In sostanza, io non so se mi interessa un libro kafkiano, o tolkeniano. Fossi in Macioci non sarei quindi in “grandissimo imbarazzo accanto a Kafka, Dante, Tolkien, Rabelais”, ma molto incazzato (o preoccupato). Come del resto Marco Candida, il quale forse dovrebbe preoccuparsi e non poco ad essere paragonato a Wallace, Proust e a non so chi altro, ma non per i motivi che si sono detti (nomi troppo ingombranti! ce la farà il giovane Marco a reggerne il peso?), ma perché non è stato paragonato a Marco Candida.
29 settembre 2012 alle 20:11
Sarebbe divertente sapere CHI paragonò Candida a Proust o a Wallace. Magari fu sua zia.
29 settembre 2012 alle 20:51
@sabrina. Lei mi fa tenerezza. Dotata di buon senso, animata da sentimenti quali la riconoscenza, la stima, la simpatia, l’affetto si getta nell’agone indifferente al clangore della battaglia. Occhio, che questi menano fendenti a destra e a manca e c’è il rischio di restare vittima di qualche effetto collaterale alla contesa. Sono basito dallo spettacolo cruento di cavalieri (non so quanto nobili) che disquisiscono sull’affilatura delle armi (non sarebbero ammesse lance arrotate fino all’offesa) oppure sulla impenetrabilità della celata.
@giulio. cit. L’arena letteraria è un videogame.
Quando il videogame si fa duro, i duri cominciano a giocare. Hai fatto bene a linkare la discussione su NI con protagonisti Candida e il cavaliere oscuro Holden. Così chi non la conosceva ha potuto documentarsi e non affidarsi ai diversi resoconti perlopiù contradditori. Hai scritto poco più su:
“…il paraculismo di Biondillo è evidente. Pubblica un testo, dichiara il diritto di un inidentificabile a coprirlo d’insulti, e all’autore che pungola l’inidentificabile rimprovera di comportarsi come un troll…”
Non ho elementi per contestare l’attributo paraculo a Biondillo (se non che, vista la ipersensibilità che alberga nel blog, potrebbe sentirsi offeso e scendere nell’agone) ma mi pare che nel suo intervento dichiari soltanto il diritto in NI di commentare in anonimo. Adesso, qui non siamo alla scuola del cacca-pissìn (lett. asylum) ma mi pare che tra i vari contendenti il primo (e forse anche l’unico) a offendere sia stato proprio il Candida. Infatti il primo commento (non di Holden) è di Laserta ed è un assertivo: “pessimo” riferito al testo di Candida. La laconica, misurata, ed elegante risposta dell’autore è stata: “E lei è un cafone e uno scemo.” Questo per stabilire subito un giusto rapporto tra l’autore e il lettore, il quale viene giudicato intellettualmente minorato per aver espresso un giudizio di merito. Segue una serie di commenti dove si reiterano gli insulti e sale la febbre persecutoria del nostro. Secondo me, il paraculo per antonomasia, fa bene a reguardirlo e alla fine chiudere i commenti, si rischiava il delirio.
Mi è adesso più chiaro comprendere la reazione di Candida al rilievo mossogli da Lucio sulla frase infelice. La reazione è sembrata quella di un tarantolato, ma soprattutto mi ha colpito la pervicacia con cui ha continuato a sostenere che la frase non era errata, nemmeno dopo che gliel’hai confermato pure tu. Una persona che si sente offesa, perché, quando qualcuno lo cita, dimentica di dire che lui ha pubblicato romanzi o perché definisce Vibrisse un blog e poi si lascia andare a offendere chi esprime un giudizio (seppure duro) sul suo lavoro direi che presenta un tratto spiccato di narcisismo e paranoia. Senza offesa, sia ben chiaro.
29 settembre 2012 alle 21:03
@Paolo Gallina. C’è del sale nella tua zucca:-)
29 settembre 2012 alle 21:21
Sai quale sensazione ho ora, Lucio? Quella di essere contenta di non essere una scrittrice, di essere fuori.
Mi piacerebbe scrivere, sì, qualcosa di significativo, qualcosa per cui qualcuno un giorno possa ringraziarmi, ma l’idea di entrare in un contesto in cui se va bene si riesce a difendere la serietà e l’impegno speso, rinunciando amaramente ad un serio e sereno confronto che gioverebbe a tutti, non mi alletta per nulla, e son contenta, stasera, spero stasera soltanto, di essere, come dici tu, la lettrice di turno che sta guardando quel che succede. Poi mi dico che questi fatti son normali, e magari, domani si starà ridendo e scherzando di nuovo insieme tutti quanti, con l’obiettivo unico di fare cultura e senso contro chi vuol fare a pezzi tutto. Ma credo che non si sia più abituati all’amore, e a qualcos’altro che fino a poco tempo fa era ritenuto importante.
E’ la critica, mi dirai. Non soltanto, ti rispondo.
Non è paura. E’ che ogni tanto amo chiedermi: questo perché, per dire cosa?
La mia bocca non è né buona né cattiva. Non é schizzinosa, fortunatamente. Lo dico anche se tu sei uno scrittore noto, e sei avvezzo a ben altro tipo di rapporto, molto più compiacente. Ti invito però ad apprezzare schiettezza e sincerità. Di Marco Candida ho sempre ammirato la freschezza narrativa. Non ho detto che è il mio scrittore preferito, non escludo che possa scrivere qualcosa per cui possa entrare tra i miei scrittori preferiti. Non dimentico che Giulio Mozzi è un eccellente talent-scout. Non dimentico che ho conosciuto personalmente Marco Candida, e trovo che sia una persona seria gentile e tranquilla. Ho comperato e letto il suo libro perché mi fido di Giulio Mozzi.
Amarezza che passerà. Alcuni commenti a questo post sono belli e interessanti.
30 settembre 2012 alle 00:12
@eziotarantino. Sono parzialmente d’accordo. Il ragionamento che fai è, dal punto di visto teorico ineccepibile. Lo trovo però poco realistico: quando dico che Delillo- per esempio- è Kafkiano, non sto negando la sua originilità ma gli sto semplicemente riconoscendo una caratteristica, che non è certamente la sola. Sono d’accordissimo con te quando dici che è meglio un film di Tarantino (quentin e non Ezio, almeno per il momento) che un film alla tarantino e che in linea generale non c’è niente di peggio che mettersi a scrivere per fare qualcosa alla qualcun’altro. Ma ammetterai anche che nessun autore può prescindere da quelli che l’hanno preceduto e che le influenze sono tali proprio perchè inevitabili e non controllabili. Nessun autore è naiv. Tutto copiano, reinventano, rielaborano e fanno proprio. Ed è su queste capacità di reinventare, sull’uso che si fa del mezzo (cinema, scrittura o serie tv che sia) che si valuta la grandezza e l’originalità di un autore e della sua opera.
Prendi Lost: la costruzione del racconto si basa su due-all’inizio- e poi tre artifizi narrativi. Il primo è noto come “lo schioppo di Checov”. Il racconto viene farcito di particolari bizzarri che catturano l’attenzione del lettore e vengono solo successivamente esplicitati attraverso una elaboratissima, quadratissima e cazzuttissima costruzione della storia. Lost è stata acclamata come la serie tv più innovativa di sempre, ancora oggi è considerata il futuro, in America esistono centri di rehab per la dipendenza da Lost etc. La serie tv – non esattamente quindi un prodotto letterario- più innovativa di sempre si regge quindi sullo schioppo di Checov, sui flash-back e dalla IV stagione sui flash-forward. È anche molto kafkiana, l’isola, il progetto Dharma, la lista di Jacob etc. sono quanto di più concettualmente kafkiano si sia mai visto in tv.
30 settembre 2012 alle 01:29
finito qua per caso, avevo letto Macioci tempo fa http://www.ilrecensore.com/wp2/2012/07/il-romanzo-ipertestuale-di-macioci/
30 settembre 2012 alle 06:33
Lucio, scrivi:
Ma è ovvio che un vero flamer e troll, nel passare da un’identità all’altra, e soprattutto se è una persona che ne sa di lettere, adotta un diverso stile. Ciò da cui non sa liberarsi (come tutti, peraltro) sono le proprie ossessioni.
Fosti tu, Lucio. Per dire che Candida è di loro molto inferiore. (Non necessariamente un paragone è elogiativo, no?).
Marco (non Candida), scrivi:
Mi pareva chiaro che stavo scherzando. D’altra parte non ce lo vedo proprio Lucio nei panni di chi fa il flamer e troll, e va in giro a firmarsi con nomi di fantasia tipo “holden” o “Ow Ouch”.
30 settembre 2012 alle 07:37
@giulio. ok, ti va di pensare che holden fossi io, amen. felice tu, felici tutti. in fondo la figuraccia non la fa holden, nello scambio in Nazione INdiana con Candida, ma proprio il talent che ti organizzò tutti quei corsi di scrittura creativa in quel di Tortona (di qui il debito di gratitudine?). Ow Ouch meriterebbe una digressione a sé, ma a che pro rivangare per l’ennesima volta i tempi di it.cultura.libri e le mie giocose (ed evidenti a tutti) parodie di allora? se ben ricordi, prendevo in giro anche Garufi (cfr. la serie “Iooooo e Borges”), che se ne adontava da morire e invocava la mia estromissione da icl. Non per questo ho esitato a lodare entusiasticamente il suo libro quando è uscito: davanti all’alta qualità della scrittura mi inchino sempre senza alcun pregiudizio, cosa che non mi è ancora capitato di poter fare con Marco. forse, a furia di divorare e assimilare libri altrui, riuscirà a tirar fuori anche lui un mix accettabile, anche se al momento non lo trovo affatto promettente. mio limite, maybe. tutto può essere. magari, se lo spingi a dovere, finiranno per einaudizzare anche lui.
30 settembre 2012 alle 07:44
Lucio, scrivi:
No. Non lo penso, non l’ho mai pensato, e l’ho detto chiaramente. Se vuoi far finta di non capire, fa’ pure. Mi ripeto:
30 settembre 2012 alle 09:18
Come stagista dello studio legale che rappresenta questo blog, vi ricordo che non si può dire che lo scrittore xy è paraculo, solo – se mai – che i suoi libri peccano di paraculismo (per la letteratura, vedi Carofiglio vs Ostuni). E così, dando dello “scemo” a un commentatore su NI, lo scrittore yz si è scavato la fossa!
Inoltre: non si può dare del troll o flamer a wq, se mai si può dire che il suo stile di scrittura è trollesco o inflammatory. Di lui, al massimo che è “adversarial”.
x giulio: non lo dico per spirito di parte, essendo io della squadra che gioca fuori casa: ma io avevo capito – leggendo il tuo commento – che stessi proprio dicendo quello che dici di non aver detto!
x gallina: my sentiments exactly.
x tutti: càrma.
p.s. maria teresa: come vado come assistente?
30 settembre 2012 alle 09:19
never ending thread. C’è una voglia di comunicare (al di là dei toni) che si traduce nei quasi 160 commenti. Lo saluterei come un dato positivo, a prescindere dall’oggetto del contendere. Fossi in Macioci, a questo punto, suggerirei a tutti di andarselo veramente a leggere il suo lavoro, o no ?
30 settembre 2012 alle 09:19
anche se “adversarial” nel caso di wq è leggermente eufemistico
30 settembre 2012 alle 10:37
@giulio
“Sergio: ho molta stima di Lucio Angelini anche se a volte lo trovo insopportabile. Ho molta stima di Marco Candida anche a volte lo trovo insopportabile. Ho molta stima di te, anche se a volte ti trovo insopportabile. Ho molta stima perfino di Enrico Macioci, anche se a volte lo trovo insopportabile.
La stima non è un sentimento.”
io intendevo sostenere nel senso di “supportare”, non sopportare. quello che non mi spiegavo è la tua stima per candida. non mi sognavo neanche lontanamente d’indagare i tuoi sentimenti, non sono così indiscreto.
30 settembre 2012 alle 11:53
Per fare veramente le cose in modo serio, occorrerebbe poter entrare in una piattaforma con numero di carta d’identità, scegliendo di identificarsi con nome e cognome veri, oppure, a scelta, con un nick-name.
Così si potrebbero scoraggiare coloro che, ridotti non bene, s’inventano una quindicina di nick-names, dieci dei quali per attaccare chi critica negativamente le proprie opinioni e per difendere posizioni prese, e cinque invece per farsi notare, lodando e ammirando quanto affermato.
Così forse si riuscirebbe ad avere dati più attendibili.
Cosa ne dite?
Per ipotecare persino il futuro di Marco, che solo Dio conosce, Lucio, quel ragazzo ti ha avvelenato il gatto?
30 settembre 2012 alle 12:25
@sabrina. mi scrive diait nel mio blog:
“una considerazione. trovo strano che candida non impari mai la lezione e continui a ripercorrere strade/strategie che ogni volta finiscono in un vicolo cieco.
l’impressione, comunque, è che lucio stia parlando a giulio, e non a candida. Candida non se ne accorge, e anziché farsi da parte per schivare i colpi,come forse sarebbe più sensato fare, rilancia credendosi davvero al centro di un dibattito letterario su di lui. In fondo, tutti parlano a giulio e di giulio, invece.”
Le ho risposto: “diait, parlo a entrambi. a giulio ho detto esplicitamente quello che ha appena ribadito Garufi alle 10.37*-°
però – in fondo – capisco anche il ragazzino Marco. si è ritrovato addosso questa gran voglia di essere un fuoriclasse senza averne il talento… una bella maledizione.”
Quanto al futuro di Marco, gli auguro sinceramente di essere felice.
30 settembre 2012 alle 13:07
@ Greco Sabrina: giusto! E anche con le impronte digitali! E se scrivi una cosa che non piace al titolare del blog, galera!
Che ridere queste posizioni oltranziste sulla rete: da parte di qualcuno che poi magari sputa veleno contro i SOPA – PIPA.
30 settembre 2012 alle 13:24
Che confusione, Lucio. E’ logico. E’ stato Giulio Mozzi a proporre, attraverso la casa editrice per cui lavorava, il romanzo di Marco Candida.
Marco Candida però è pure quel che è in quel libro, ma non è solo quello. Ci son stati grandi autori i cui esordi hanno prodotto opere molto interessanti per determinati motivi, non all’altezza di quanto poi l’autore è riuscito ad essere in una composizione successiva.
Trovo gli interventi di Marco molto coraggiosi.
Tutti coloro che lavorano e scrivono seriamente perchè hanno in mente un progetto son convinti di una diversità e unicità, ed in realtà l’hanno, è così, o no? Ed hanno voglia di difenderla, di battersi.
Son d’accordo con Andy quando afferma: “nessun autore può prescindere da quelli che l’hanno preceduto”, “le influenze sono tali proprio perchè inevitabili e non controllabili.”
Parliamo di grandissimi maestri. Pur avendo colto il significato delle tue parole oneste, penso sia persino indispensabile subire fruttuose contaminazioni che si piegano come materia assecondando pienamente o parzialmente propri significati, altrimenti saremmo in presenza di una improbabile sterile tabula rasa, in un distacco forzato da un humus da cui prendere le distanze formalmente o contenutisticamente.
Perché non entrare in quel fascino e lasciare fiorire in maniera diversa?
30 settembre 2012 alle 14:26
Ma Andrea! La rete dovrebbe soltanto cercare di rendere la comunicazione più facile, non ha mica il compito di favorire la brutta abitudine ai colpi bassi! Dovrebbe, in qualche modo, rispecchiare la presenza e la voce oggettiva e reale delle persone.
Non ti conviene?
Per tua informazione, sappi che non ho la volgarità di chi sputa, né veleno da sprecare.
Quando vai a votare o partecipi pure fisicamente ad un dibattito sei uno, nessuno, o centomila?
Cose che non piacciono al titolare del blog ne scrivo.
Non considero Giulio Mozzi una persona insicura del proprio valore o, peggio, così poco intelligente da temere il confronto.
Hai queste paure, Andrea?
Abbiamo già parlato di cosa può legalmente essere considerato lesione all’onore della persona per cui si rischia la galera.
30 settembre 2012 alle 14:28
Ops. Ho scritto Andrea. Mi riferisco a Marco (che non è Marco Candida).
30 settembre 2012 alle 14:55
Scusa Sabrina, ovviamente la mia era un provocazione (non mi sembri per niente una persona volgare, dal modo ragionato in cui scrivi). Sono d’accordo – ad un livello ideale – con quanto scrivi sui compiti che tra gli altri la rete dovrebbe avere; ammetterai però che richiedere la carta d’identità a chi si iscrive ai commenti non è certo la soluzione. E anche avendola, poi, cosa cambierebbe? Voglio dire, io so (o suppongo) che Sabrina Greco sia il tuo vero nome, ma questo non cambia in nulla il mio eventuale accordo o disaccordo con quanto scrivi, né muterebbe di una virgola il rapporto che io posso avere con te in questa sede. Per me farebbe lo stesso se tu ti chiamassi Maria Rossi o Galadriel.
La parte relativa alla galera per i disaccordi con il titolare del blog era il seguito della provocazione: non mi riferivo a eventuali miei insussitenti timori per le reazioni di Giulio Mozzi, che vedo anzi essere sempre pacato e tollerante nei commenti. Stavo parlando, in altri termini, per assurdo.
Mi pare che tu abbia confuso (deviata dalle false insinuazioni sulla presenza di molteplici fake di un unico individuo) la presenza oggettiva di un singolo individuo nel dibattito con la sua reale identificazione. In questo dibattito in particolare non ci sono (credo) fake, io perlomeno non sono un fake; ci sono solo persone che si firmano con il loro nome, ed altre con uno pseudonimo. Ma questo non inficia il valore o il significato delle loro parole. mi pare: su internet l’anonimato nei commenti è la norma, e nessuno se ne lamenta (finché, va da sè, non lo si usi per trascendere).
30 settembre 2012 alle 15:30
Tra l’altro, a proposito di trollaggio, segnalo un altro post di NI (addirittura del 2003) con divertentissimo corredo di commenti in cui Candida devia in modo goffissimo l’attenzione dall’argomento che si dovrebbe discutere per fare una pubblicità risibilmente maldestra al suo blog. Beccandosi, peraltro, anche una notevole risposta da Tiziano Scarpa: http://www.nazioneindiana.com/2003/11/19/on-advertising-2/
Tanti anni dopo, le situazioni si invertono, e Candida, qui, candidamente implora con il consueto candore di non perdersi in chiacchiere inopportune, e concentrarsi sul post (forse perché stavolta l’ha scritto lui): come cambiano le cose.
A proposito, ma dov’è il Nostro?
30 settembre 2012 alle 17:10
Il valore di quanto dico, Marco (non mi riferisco a Marco Candida, puntualizzo per non rischiare di indurre in errore altri lettori…) non mi viene dal chiamarmi proprio Sabrina Greco, ma dall’essere identificabile.
E cioè, se io scegliessi d’ora in poi di commentare col nick-name Galadriel, dovrebbe poter essere, la mia vera identità, riconducilbile al nick-name Galadriel e non ad altri.
Ed in quel blog io dovrei, col mio numero di identità, poter commentare soltanto con il nick-name scelto.
Ti faccio un esempio.
Ho conosciuto Marco Candida. Lui mi sa identificare e riconoscere soltanto come Sabrina Greco, perchè è il mio nome e cognome e con questi riferimenti mi sa riconoscere.
Con il mio vero nome e cognome elogio Marco Candida, o non commento, oppure lo conforto a posteriori.
Creo diversi altri nick-name, da utilizzare in questo modo:
con alcuni lo attacco, con altri dico a chi l’attacca che ha ragione, con altri ancora dico che ho ragione io.
Tutto questo che fondamento di utilità, onestà e senso può avere? Se parliamo di valore oggettivo, nessuno. Qualche tornaconto e qualche vuoto risultato.
Non dico di impronte digitali. Tutte le operazioni serie comportano una seria identificazione.
Internet dovrebbe dare la possibilità, a Gianna Brown dalla California, di venire a conoscenza di un evento pubblico, per esempio, e spedire a Giulio Mozzi il proprio contributo (egli infatti ha chiesto guarda caso una identificazione per poter partecipare al suo libro, e cioè la fornitura di dati personali da apporre in calce al documento).
Oppure, la rete dovrebbe servire a dirti, senza spostarmi da casa, che trovo interessante quanto tu proponi, o a darti la possibilità di leggere quanto sto scrivendo.
Allora gli incontri reali, i dibattiti, non virtuali, son tutti falsi se nessuno ha l’ardire di esprimere come la pensa veramente!
Il coraggio dell’onestà bisognerebbe averlo.
Non dimentichiamo che si aggirano pure criminali in internet.
Non capisco poi il problema, se è vero che non vi son secondi fini da tutelare.
Giulio Mozzi è una persona tranquilla e tollerante, sì, ma è una persona acuta e intelligente che non si fa mica sopraffare né permette ad alcuno di minacciare l’oggettiva decennale esperienza e credibilità che ha costruito meritatamente con il proprio lavoro!
Ricordati, Marco, che le cose cambiano sì, evidentemente e fortunatamente, altrimenti vorrebbe dire, nella situazione, che le parole dette da Tiziano Scarpa a Marco Candida allora furono vane. In maniera intelligente, Marco Candida ha imparato così come imparo io ed impari tu. Sennò perchè il confronto.
30 settembre 2012 alle 17:15
Correggo, pluridecennale. Ho scritto questo commento in due minuti.
30 settembre 2012 alle 19:30
@Sabrina. Scriveva Candida in quel post:
“… E poi basta con questo agomentazionismo dilagante! Per oggi non mi metto più in mostra, ché faccio troppo bella figura! Domanda seria: è possibile copiare e incollare una propria fotografia in un post di commento. Comunque sul mio sito è possibile vedere il mio viso e anche il mio seducente corpo!”
Sicura di non essere stata sedotta proprio da quello, anziché dalla sua scrittura?
30 settembre 2012 alle 19:52
Sicurissima! (Il ragazzo è sicuro di sé e simpatico. Non è una colpa essere belli, saperlo, giocare e ironizzare con intelligenza.)
Poi a me, solitamente, piacciono “i brutti” e il fuoco. Cosa sia veramente la bellezza è cosa seria. Indaghiamo sulla seduzione?
Prima o poi leggerò pure qualcosa di tuo.
Ma ora basta, per oggi non mi metto più in mostra, ché faccio troppo bella figura! Ciao Lucio. Un sorriso. Grazie.
30 settembre 2012 alle 22:25
Giulio, assolutamente devo precisare qui quando scrivi:
Non viene presa in considerazione la più ovvia spiegazione del fatto: Marco mi stima come io stimo lui; io sponsorizzo un certo romanzo; Marco, per stima, se lo legge; lo trova interessante; pensa che a me potrebbe interessare pubblicare una recensione; me la propone. Entia non sunt moltiplicanda, e quando una spiegazione terra-terra è sufficiente il sallustismo non è salutare.
No. Le cose non sono andate così. E non dico che non sono andate così solo perché tu mi attribuisci un’intenzione e, che tu ci prenda o no, io posso smentirla in tutti i casi. Non è proprio vero. Io ho acquistato il romanzo di Macioci alla Fiera del Libro di Torino – assieme a Sinapsi di Galiazzo. L’ho pagato solo dieci euro. L’ho acquistato perché avevo già incluso un racconto di Macioci nell’antologia di racconti Orbite vuote da me e Chiara Fattori (la “signora” Intermezzi) curato. E poi perché Macioci e io abbiamo fatto delle chiacchierate su Facebook. Enrico ha lasciato commenti positivi ad alcuni miei pezzi. Prendiamo entambi molto seriamente Stephen King. Insomma, in poche parole, ho comprato il libro per la simpatia che ho per Enrico. E ho trovato un romanzo che mi è sembrata una costruzione allucinatoria che scaturisce da una rielaborazione di un dolore – quello del terremoto e altro. E così mi è venuto da pensare a Kafka. Kafka come colui che offre al lettore una radiografia della sua anima.
Non è una questione di geogragia letteraria. So anch’io che Macioci non è Kafka. Ma il mio testo lo dice. Parla di anima maciullata. Parla di sbattere i demoni davanti agli occhi del lettore. In questo senso, Giulio, va letto il mio riferimento a Kafka. Quindi, in questo senso, ho assolutamente ragione a sostenere quello che sostengo.
Qualsiasi sia il motivo che ha spinto Macioci a scrivere questo romanzo, questo romanzo è la rielaborazione di un dolore, di un trauma. A questo punto io lo so cosa potrsti dire tu. Potresti dire: “Be’, ma allora in base a questa logica anche Topolino potrebbe essere la radiografia dell’anima di Walt Disney o anche Gianni e Pilotto o Mork e Mindy”. E io ti dico, sì, d’accordo. Ma per un’opera piena di un immaginario così oscuro, brodoso, formicolante questa lettura alla Jaspers (e anche un po’ melodrammatica che ho fatta; in sede di recensione non è che bisogna per forza essere del tutto cogenti e rigorosi, questo me lo concederai) si presta meglio.
1 ottobre 2012 alle 08:13
Posso sapere a quali tuoi pezzi Macioci – di cui ho apprezzato la risposta e anche l’intervista
http://www.abruzzoweb.it/contenuti/terremoto-enrico-macioci-e-la-dissoluzione-familiare/39898-308/
ha lasciato commenti positivi? Si possono ancora verificare? Grazie.
1 ottobre 2012 alle 11:25
Angelini, dato che la risposta alla tua domanda non serve solo a difendere me stesso, ma c’entra anche con l’autore della Dissoluzione familiare, ti rispondo. Nel numero 66 di Atelier c’è una recensione scritta da Enrico Macioci a proposito del mio ultimo romanzo Il bisogno dei segreti (Las Vegas Ed.) – dove vengo paragonato a Stephen King, cosa di cui ringrazierò Enrico sempre. (Trovi qui l’articolo: http://marcocandida.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2012/09/Atelier-66-recensione-a-Candida-di-Macioci1.pdf oppure lo trovi acquistando la rivista). L’altro è un pezzo che si tova su Doppio Zero (il link è questo: http://www.doppiozero.com/materiali/fast-food/quel-macdonald%E2%80%99s-di-stephen-king). Oltre a Sabrina Greco, ringrazio Daniela Montanari (la persona che si firma Daniela; pittrice, su Exibart si trovano le sue mostre) per aver lasciato il suo commento. A Ezio Tarantino, rispondo che più o meno qualsiasi scrittore è stato paragonato ad un altro scrittore. Lo stesso Vladimir Nabokov in un’introduzione racconta di essersela dovuta vedere con le ombre di molti autori: dell’ombra Kafka (che Nabokov nemmeno conosceva) piuttosto che di quella del colosso bicefalo e pressoché imprescindibile Tolstoevskij. Ma poi Nabokov, scrivendo Lolita, si è riuscito a liberare delle ombre degli altri autori e a lasciare che si distinguesse accanto alle altre la sua.
1 ottobre 2012 alle 12:09
Beh, paragonato è una parola grossa. Macioci dice “L’autore a cui Candida assomiglia di più…” senza specificare se ti considera comunque lontano mille miglia dalla grandezza di King. Anch’io, per divertimento, ho scritto il pezzo “Alla maniera di Wu Ming 1″ (ancora in rete), ma Bui resta ben al di sotto del mio livello di grandezza, come può dirsi anche di Shakespeare, di cui ho adattato e migliorato tre commedie per Loescher Scuola:-)
(sboronata per sboronata)
1 ottobre 2012 alle 12:10
Stessa immagine dell’humus! Però. D’altronde è così. Da qualche parte lessi o mi fu detto che prima impariamo a leggere e poi a scrivere. Siamo figli della storia, rami di un albero. Son contenta per te, Marco. Ho stima dell’onestà, e una “fissazione” vera e propria per la giustizia da cui non è possibile in alcun modo distogliermi.
1 ottobre 2012 alle 12:16
Ehhh, Lucio. La somiglianza implica necessariamente una non eccessiva lontananza. O no?
1 ottobre 2012 alle 12:56
Non a caso ho scritto “sboronata per sboronata”.
1 ottobre 2012 alle 13:04
(@ eredi di Shakeaspeare, che potrebbero farci causa:
Oggi il sig. Angelini non ha preso la terapia, quindi tende a esagerare, ma n’è gniènte.
1 ottobre 2012 alle 13:25
Ortega non era proprio Maradona, ma qualcosa di Maradona ce l’aveva.
1 ottobre 2012 alle 13:30
Maestra Diana, ha cominciato prima Marco! Sgridi anche lui.
1 ottobre 2012 alle 13:33
@griffi. anche mia nonna, se le si mettono delle ruote, somiglia a una carriola.
1 ottobre 2012 alle 13:58
Trasformarsi in carriole potrebbe essere un modo, per i vecchi, di rendersi utili alla società.
Su Ortega: Ortega faceva cagare, ciononostante qualcuno è stato in grado di paragonarlo a Maradona. Spiegare una frase ironica è imbarazzante, ma mi rendo conto che l’ironia di uno scrittore piemontese molto minore, molto fallito e molto frustrato non sempre sia comprensibile.
1 ottobre 2012 alle 14:02
@lucio angelini
Della già vasta produzione di Marco Candida ho letto solo il romanzo Il bisogno dei segreti, qualche racconto e il saggio su Stephen King apparso su Doppiozero. Se ho paragonato Candida a King, non l’ho certo fatto pensando che Candida “disti mille miglia da King”. Se paragono un autore a un altro autore (assai più noto) non lo faccio a caso; lo faccio per rendere più esplicite certe mie impressioni – che com’è ovvio possono risultare fallaci. Nel romanzo di Candida (e anche nei racconti) mi è parso di scorgere analogie stilistiche ma soprattutto immaginative col romanziere del Maine. Candida ha una visione peculiarissima, lo sguardo sghembo che penetra nelle pieghe, negli angoli quotidiani eppure bui; e trova il ritmo per narrarci questa visione.
E’ in ogni caso prematuro paragonare in senso assoluto Candida a un autore di 65 anni, il quale ha alle spalle una produzione quantitativamente abnorme ed è oramai assurto a mito. La reale statura di King (e di Candida) ce la dirà il tempo; oggi King è deformato, è sepolto dal mito (positivo e negativo) che lo circonda. Candida è un uomo; King non è un uomo ma una rockstar, “i Beatles in una persona sola”. E qui si torna al discorso del mio precedente commento, all’epigonismo cioè, alla sua inevitabilità, ai suoi rischi, alla difficoltà nel discernere fra pura imitazione e quel che Harold Bloom chiama “fraintendimento creativo”, sarebbe a dire la benedetta originalità; senza mancare di rispetto verso i giganti ma senza farsene eccessivamente intimorire, e senza dimenticare che la prospettiva dell’oggi è sempre ingannevole. Nel 1871 due esimi professori e studiosi di letteratura ricevettero la stramba missiva d’un sedicenne di provincia, e la bollarono per ciò che sembrava: la stramba missiva d’un sedicenne di provincia. Oggi quella missiva è la Lettera del Veggente di Arthur Rimbaud. Mi si passerà l’esempio estremo, ma lo utilizzo per estrema chiarezza: l’oggi, nel bene e nel male, inganna; e valutandolo occorre mescolare giuste dosi di coraggio e cautela.
Ps: il saggio di Candida su King, apparso su Doppiozero, mi sembra davvero formidabile; è quanto di meglio abbia letto in Italia sul re dell’horror assieme a certe pagine di Beppe Sebaste o di Genna. E’ colto, appassionato, denso, e rende giustizia alla bravura di King.
1 ottobre 2012 alle 14:22
@macioci. Prendo atto di questa tua opinione. Riassumendo: Macioci sta a Kafka come Candida sta a King come Angelini sta a Shakespeare. Vivremo tutti felici e contenti?
1 ottobre 2012 alle 15:44
Da vibrisse sono rimbalzato per caso al blog di candida, ho guardato la sua presentazione e mi sono fermato dopo poche righe, queste: “Per contatti: marco.candida@libero.it, marcocandida616 (skype). Puoi leggere la trama del mio primo romanzo pubblicato a vent’otto anni”
vent’otto. e questo sarebbe uno scrittore.
1 ottobre 2012 alle 16:39
Garufi, guarda che è stato grazie a Raul Montanari se ho scritto recensioni per il sito di Baldini&Castoldi Delcinema.it e che adesso si chiama MyWord.it. E’ stato anche grazie a Raul Montanari e alla sua recensione su Psycologist se Il diario dei sogni ha trovato un editore in Canada e ha trovato qua e là pubblicazioni negli Stati Uniti. E’ stata una bella recensione ed è servita. Quindi io devo molto a Raul Montanari. E ti dirò che mi sembra uno dei pochissimi (un altro è Giulio, ecco perché ho un’evidente dipendenza psicologica nei suoi confronti) qui in Italia che capisce davvero di come si scrive una storia di narrativa – che è cosa diversa da un testo argomentativo a scuola o un articolo di giornale o. Perciò è inutile che lo vendichi per una cosa accaduta, per quanto grande nella tua testa, accaduta circa nove anni fa. Forse dello scrittore non ho nulla, ma possiedo senz’altro una dote che è quella di rendere memorabile qualsiasi cosa scriva. E adesso ne ho avuto abbastanza. Vi saluto.
1 ottobre 2012 alle 17:35
“possiedo senz’altro una dote che è quella di rendere memorabile qualsiasi cosa scriva”
ma che vendico, che blateri? ho solo fatto notare un errore marchiano, roba che non ti farebbe passare la maturità, altro che patente di scrittore. per il resto fai tutto tu, basta che scrivi e ti rendi ridicolo. su una cosa sola concordiamo, la tua presentazione sul tuo blog è memorabile sin dall’incipit.
1 ottobre 2012 alle 17:37
e se avessi un briciolo di onestà intellettuale, ammetteresti lo sbaglio e l’imbarazzo, tant’è che hai subito corretto, altro che vantare padrini.
1 ottobre 2012 alle 17:47
Oh, beh, l’altro giorno mi è capitato di scrivere “vado ha casa”. In una lettera privata, però. Così nessuno mi ha potuto dire: “Questo sarebbe uno scrittore”.
1 ottobre 2012 alle 18:34
non ti preoccupare giulio, non c’è bisogno di trovargli un alibi, anzi devi essere orgoglioso, hai scoperto un talento incredibile, uno che rende memorabile qualsiasi cosa scriva.
1 ottobre 2012 alle 19:43
Oggi, su Repubblica, nell’intervista per il suo novantesimo compleanno, Raffaele La Capria dice di Goffredo Parise:
“Un incredibile ballista. Non sapevi mai se le storie che ti stava raccontando erano vere o no.”
1 ottobre 2012 alle 20:30
Lucio devo riconoscere che sei simpatico proprio di tuo.:-)
Il “fraintendimento creativo” non te lo aspettavi, eh?
Ah, la virgola.
1 ottobre 2012 alle 20:34
Marco fa degli errori grammaticali, questo è un fatto, Marco scrive dei libri, questo è un altro fatto, perciò Marco è uno scrittore che fa degli errori grammaticali.
Ma questo non vuol dire che è un pessimo scrittore, o un bravo scrittore, secondo me la qualità di uno scrittore non è determinata dagli errori grammaticali. Una volta per ovviare a questo inconveniente c’era il correttore di bozze, oggi ci sono coloro che fanno editino.
Se fosse vero che uno scrittore è colui che scrive correttamente allora tutti i professori di lettere sarebbero scrittori, ma così non è.
Certo Marco farebbe bene a ripassare un po’ la grammatica, sarebbe anche opportuno che dicesse: “Sì, è vero quella frase è scorretta, quella parola pure”, ma l’acredine di alcuni di voi è veramente esagerata.
Non voglio pensare che sia invidia, d’altra parte non saprei come chiamarla, però lo spettacolo che qui si è dato non è per niente edificante.
1 ottobre 2012 alle 21:00
Ho appena visto “Reality” di Garrone. Tristissimo. Mi ha fatto pensare a Marco. Ma gli auguro lo stesso di essere preso a vita nella Casa del Grande Fratello dell’Editoria. Nel frattempo, per precauzione, gli suggerirei di trovarsi un lavoro vero. Si profilano tempi molto duri…
A Lucia Marchitto posso dire che non mi sembra proprio che Garufi sia mosso da invidia verso Candida, di cui è senz’altro più bravo. Se l’allusione era diretta a me, al massimo potrei invidiare Giulio Mozzi per la facilità con cui trova grossi editori (io me li inimico sempre tutti, con la mia schiettezza e la mia mancanza di diplomazia), non certo Candida: onestamente mi picco di saper padroneggiare i ferri del mestiere meglio di lui, anche se nell’ultimo decennio mi sono occupato più di traduzioni che di romanzi.
1 ottobre 2012 alle 21:11
Questo post è una sontuosa cattedrale eretta in onore di una persona convinta di riuscire a rendere memorabile qualsiasi cosa scriva. Specialmente le cavolate, aggiungerei, meglio se alimentate da un ego ipertrofico qual è quello tipico delle persone che, al di là di esso, hanno ben poco da offrire.
1 ottobre 2012 alle 21:20
ma possiedo senz’altro una dote che è quella di rendere memorabile qualsiasi cosa scriva.
o_O
1 ottobre 2012 alle 21:21
p.s. non so come si scrivono le faccine, né come farle apparire, ma il senso era:
“Whaaat?”
1 ottobre 2012 alle 21:34
E’ così, dia’: non facciamoci domande.
1 ottobre 2012 alle 21:35
Marco, se tu, perché sei stato tu, tiri fuori una cosa scritta nove anni fa, mi dispiace tanto, puoi dirne tutto il male, ma quella cosa ha lasciato il segno. E questo, nel giudizio di un autore, quando si parla di scrittura creativa, emozionale, conta. Conta eccome. Vale di più un’asineria che lascia il segno (arrivo a dire qualunque segno) piuttosto che un testo perfettamente pulito, editato, che però scivoli via troppo facilmente. Il mio ultimo commento l’ho fatto su me stesso, e l’ineleganza è evidente, ma avrei potuto farlo per chiunque – o pensarlo di chiunque. D’altro canto in questo contesto è comprensibile, come nota Lucia Marchitto, che il mio “ego” si senta danneggiato e che si rifugi nell’autoconsolazione: e quindi il mio commento ha una giustificazione emotiva evidente.
Ma a voi queste cose non interessano. Per voi la profondità psicologica di un personaggio non è importante, non è importante che aspetto ha, non importa come veste o che lavoro fa. A voi interessa solo la prosa, e in particolare una prosa tutta a posto e a puntino oppure “sregolata” ma che sia sregolata in tutta evidenza, secondo canoni e modalità che voi sappiate presto riconoscere (un bel controsenso). Ebbene, c’è molto di più di questo, Marco. Ecco perché guardo alla Dissoluzione familiare con rispetto. Sì, non è un romanzo facile da leggere, ma non si può proprio dire che sia un libro che non è facile da leggere perché non funziona, piuttosto il contrario. Piuttosto il contrario, sottolineo. E mi auguro con tutte le cellule del mio cuore; Marco, che tu non sia chi comincio a sospettare che tu sia davvero. Ma se vuoi dire chi sei, dire anche il cognome, non sarà un grosso problema, avrai fatto un gesto di onestà: un gesto di onestà che ti puoi permettere e che non “rovinerà” nessuno.
1 ottobre 2012 alle 22:39
“Nessuna cosa se ne osservo il terreno sviluppo,
Più d’un rapido breve momento perdura perfetta
E la scena immensa del mondo non offre che comparse
Su cui in segreti influssi, stelle proseguono commento,
E, poiché considero che gli uomini come le piante crescono
Favoriti sempre o osteggiati dal medesimo cielo (…)”
W. Shakespeare
1 ottobre 2012 alle 23:19
Ah, sì, Shakespeare, che prefigurò Angelini…
1 ottobre 2012 alle 23:56
William Shakespeare, in pratica, fu un Lucio Angelini ante litteram: non per niente fu un genio.
1 ottobre 2012 alle 23:57
Resta da capire Lucio Angelini (in quanto genio) chi sta prefigurando…
1 ottobre 2012 alle 23:58
Certo, si studia, si legge, si rappresenta Shakespeare per questo!
Ringrazio di cuore coloro che hanno, come luna, illuminato la notte. (Se nel cielo non ci fosse la luna, Lucio, non sarebbe così.)
2 ottobre 2012 alle 00:06
Gli errori d’ortografia stanno alla scrittura come l’aritmetica sta alla matematica. Basta una calcolatrice.
2 ottobre 2012 alle 00:14
Sempre su Repubblica, nell’intervista per il suo novantesimo compleanno, alla domanda: “Scrivere una sceneggiatura è diverso dallo scrivere un romanzo?“, Raffaele La Capria risponde:
“Diversissimo. Scrivere una sceneggiatura significa capire che un tavolo per stare in piedi deve avere tutte e quattro le gambe della stessa lunghezza. Questa parte di artigianato farebbe bene anche al romanzo. Invece molti autori contemporanei, soprattutto i giovani, spesso se ne dimenticano. Vanno per la tangente. Deragliano, creano opere squilibrate. Non faccio nomi, perché spesso sono amici carissimi.”
2 ottobre 2012 alle 02:00
Circa l’errore di ortografia ero convinto di averlo corretto da diversi mesi… Invece era ancora là.
2 ottobre 2012 alle 07:47
Andy, scrivi, rispondendo a Tarantino:
eziotarantino. Sono parzialmente d’accordo. Il ragionamento che fai è, dal punto di visto teorico ineccepibile. Lo trovo però poco realistico: quando dico che Delillo- per esempio- è Kafkiano, non sto negando la sua originilità ma gli sto semplicemente riconoscendo una caratteristica, che non è certamente la sola. Sono d’accordissimo con te quando dici che è meglio un film di Tarantino (quentin e non Ezio, almeno per il momento) che un film alla tarantino e che in linea generale non c’è niente di peggio che mettersi a scrivere per fare qualcosa alla qualcun’altro. Ma ammetterai anche che nessun autore può prescindere da quelli che l’hanno preceduto e che le influenze sono tali proprio perchè inevitabili e non controllabili. Nessun autore è naiv. Tutto copiano, reinventano, rielaborano e fanno proprio. Ed è su queste capacità di reinventare, sull’uso che si fa del mezzo (cinema, scrittura o serie tv che sia) che si valuta la grandezza e l’originalità di un autore e della sua opera. Prendi Lost: la costruzione del racconto si basa su due-all’inizio- e poi tre artifizi narrativi. Il primo è noto come “lo schioppo di Checov”. Il racconto viene farcito di particolari bizzarri che catturano l’attenzione del lettore e vengono solo successivamente esplicitati attraverso una elaboratissima, quadratissima e cazzuttissima costruzione della storia. Lost è stata acclamata come la serie tv più innovativa di sempre, ancora oggi è considerata il futuro, in America esistono centri di rehab per la dipendenza da Lost etc. La serie tv – non esattamente quindi un prodotto letterario- più innovativa di sempre si regge quindi sullo schioppo di Checov, sui flash-back e dalla IV stagione sui flash-forward. È anche molto kafkiana, l’isola, il progetto Dharma, la lista di Jacob etc. sono quanto di più concettualmente kafkiano si sia mai visto in tv.
Intanto non c’è nulla di male a scrivere qualcosa come qualcun altro (” in linea generale non c’è niente di peggio che mettersi a scrivere per fare qualcosa alla qualcun’altro”). Esistono parecchi libri pubblicati e venduti che “fanno qualcosa alla qualcun’altro”. Un celeberrimo esempio? Vitaliano Trevisan. Non bisogna ricercare l’originalità a tutti i costi. Secondo Giulio Mozzi, David Foster Wallace deriva da John Barth. Secondo te DeLillo è kafkiano. Per me, invece, è bellowiano. Stephen King è goldaniano. Un autore può ampliare e moltiplicare alcuni elementi formali presenti in un autore e dunque non “inventare” nulla dal punto di vista stilistico. E tuttavia creare opere degne, degnissime. Cioè, non bisogna essere così netti. E questo è un modo di essere che riscontro in molti “critici” o “lettori” o “scrittori”. E’ per gusto tuo che dici “non c’è niente di peggio che scrivere qualcosa alla qualcun’altro”. Se non vuoi leggere “qualcosa scritto alla qualcun’altro” la cosa migliore che puoi fare è rivolgerti a quegli scrittori che hanno vinto premi importanti come il Nobel, lì non sei mai o quasi mai (va valutata anche questa affermazione) nel puro prêt-à-porter.
2 ottobre 2012 alle 08:16
Giulio scrivi in riferimento ai commenti su Nazione Indiana:
(Nelle frasi che citi, il paraculismo di Biondillo è evidente. Pubblica un testo, dichiara il diritto di un inidentificabile a coprirlo d’insulti, e all’autore che pungola l’inidentificabile rimprovera di comportarsi come un troll. In proverbio: lancia il sasso, nasconde la mano, e poi fa il predicozzo al sasso).
Io la vedo in modo un po’ più sottile. Non vedo perché Biondillo dovrebbe avercela con me, tanto più che mi ha pubblicato spesso i pezzi che gli ho mandato. Vedendo a quel che è successo io ipotizzo che Biondillo abbia controllato l’IP o l’e-mail di Holden e si sia accorto che dietro a Holden ci fosse una persona autorevole. Ecco perché chiedevo alla persona che si firma “Marco” di dichiarare, senza temere nulla dato che non c’è nulla da temere, il proprio cognome.
Dichiaro inoltre di sapere di aver agito sbagliatamente. Anche se l’accusa di trollaggio che Biondillo mi ha poi mosso è un po’ insussistente, avendo io fatto trollaggio a me stesso. Tuttavia, se questo è un dato che conta, qualcuno potrebbe pensare che io abbia agito per gonfiare i commenti facendoli arrivare a trenta. La verità (anche se so che qui in mezzo non ho forse molta credibilità per cominciare con una locuzione tanto impegnativa) è che io ero semplicemente ferito a morte. Io non ci sto a farmi dire che le cose che scrivo sono come Holden le ha definite. Specialmente quando quello che ho scritto non lo è, non lo vuole essere. Così ho compiuto un gesto plateale e sbagliato. Però. Se si accetta che io sia uno scrittore si deve anche accettare che uno scrittore si possa prendere, in taluni casi, la libertà di agire in deroga a qualunque principio allo scopo di portare alla luce un valore che gli sembra importante. Lo scrittore spesso agisce in deroga alla morale comune. Ecco perché ci sono molti romanzi che sono tutto sommato apologie di reato o ci sono storie che “determinano scandalo”. Perché lo scrittore si arroga la possibilità (è un’arroganza ma ci vuole anche molto coraggio) di agire in deroga ad alcuni principi accettati comunemente. In quel caso, trattandosi comunque di scrittura ed essendo il post riservato a me, anch’io ho agito così – è stata una specie di articolo supplementare pubblicato nei commenti di Nazione Indiana.
2 ottobre 2012 alle 08:46
Faccio presente che qualcuno ha già chiamato il diciottenne Filippo Scicchitano “il nuovo Mastroianni”. Insomma basta avere la bocca o la penna per sparare cazzate. Detto ciò, è sicuramente vero che solo Dio crea, mentre gli uomini attingono all’esistente. Non tutti, però, sanno farlo da dio:-).
2 ottobre 2012 alle 09:37
Ciao Marco, io potrei esserti zia e mi rivolgo a te come tale. A ‘sto punto sono curiosa di leggere un tuo romanzo, dopo averne tanto sentito diquisire. Ma credo che una forte ridimensionata ti farebbe bene. Probabilmente arriverà con l’età e con le legnate che non risparmiano nessuno di noi, ma io brucerei le tappe e comincerei da subito. Scrivo cose memorabili, la mia analisi è un po’ più sottile, posso prendermi libertà che ad altri non sono concesse, sono tutte dichiarazioni che stonano con naiv, vent’ottanni e vendica (?).
Ma, ripeto, ti leggerò.
2 ottobre 2012 alle 09:41
p.s. x Marco (Candida) – Per quanto mi riguarda, la più importante serie tv del ventennio – senza nulla togliere a lost – è “The Wire”. “Se Dostoevskij fosse vivo, scriverebbe per The Wire” – hanno dichiarato i critici. Tra i “Wireists Anonymous” moltissimi scrittori, infatti, e registi.
2 ottobre 2012 alle 10:18
@diait. puoi iniziare con questo assaggio letto davanti a una folla oceanica in un reading organizzatogli dalla solita morosa americana:
http://library.und.edu/digital/writers-conference/2009/
2 ottobre 2012 alle 10:56
molti consigliano a Marco Candida di ridimensionarsi (come la zia diait, che gli preannuncia anche legnate inevitabili), perché? è dannoso? a me non sembra. è fastidioso? forse (per me no), e allora? eliminiamo i fastidiosi dalla faccia della terra?
2 ottobre 2012 alle 12:05
macché, winters, se eliminassimo i fastidosi dovremmo fare a meno di Angelini. Figurati! Io sono un’affiliata del suo blog.
Effettivamente, però, quando si leggono certe affermazioni (autopompanti) la reazione istintiva è uno “Scendi da cavallo”.
Ma le legnate non le auguro a nessuno. Tanto arrivano da sole. Pure Angelini ne ha prese parecchie qui. Ora toccherà a me, e così via, la conversazione virtuale fa il suo giro. Vabbè.
2 ottobre 2012 alle 12:10
@Marco candida: c’e’ una leggera differenza tra “scrivere qualcosa alla qualcun’altro”, quello che tu cioe’ riporti citandomi, e “Mettersi a scrivere qualcosa alla qualcun’altro” che e’ quello che ho realmente scritto.
Come presupposto per fare un buon lavoro, quello di voler fare una cosa alla qualcun’altro sono convinto non sia il migliore. Farlo deliberatamente intendo. Per questo parlavo di influenze e fonti di ispirazione. Il manierismo e’ sempre dietro l’angolo ed e’ da quello che bisogna difendersi, anche a costo di essere originali. Che tu redarguisca posizioni troppo nette nei tuoi interlucotori fa sorridere
@diait: Marco Candida non ha menzionato Lost. io l’ho fatto. Forse non e’ la miglior serie di tutti i tempi, di sicuro e’ stata la piu’ innovativa. Come confezione, la mia preferita e’ “Madmen”.
2 ottobre 2012 alle 12:21
ah, eri tu, scusa/te. A volte non si capisce chi dice o quota cosa… O comunque non lo capisco io. Madmen non l’ho mai vista, gli ho preferito Breaking Bad,
2 ottobre 2012 alle 12:30
(p.s. andy – …. coda de soreca? Atroce! Ma fantastico il tuo blog di cose che se magnano in salsa umoristica. A tutti: leggevàtelo!)
2 ottobre 2012 alle 12:31
Oltre duecento commenti, dovremmo compiacerci!? Tra paragoni altisonanti, scritture memorabili, dichiarato disprezzo per la modestia e discrezione, avverto come una sensazione: che la discussione stia diventando poco, poco, appena, appena stucchevole.
2 ottobre 2012 alle 12:48
What about “quoto”?
Approvo, condivido, appoggio…?
Mi ricorda, fuori moda come sempre, il dividendo-divisore, quoziente o quoto, sapendo di pecunia, di mercato… Excuse me!
2 ottobre 2012 alle 12:48
@paolo. cfr. Giovanni Pascoli:
“Marco è là, come in croce, che tende
quel verme a quel cielo lontano;
e il suo nido è nell’ombra, che attende,
che pigola sempre più piano.”
2 ottobre 2012 alle 12:51
invidiare marco candida. bellissima. neanche ionesco l’avrebbe potuta concepire. come desiderare di vivere in una favela. io scendo, buon proseguimento.
2 ottobre 2012 alle 12:54
@Lucio. La poetica del fanciullino applicata al pupo (di Mozzi). Così lo definisti tu / qualche post più su.
2 ottobre 2012 alle 12:55
@andy e candida: cmq “qualcun altro” senza apostrofo (non elisione, ma troncamento):-)
2 ottobre 2012 alle 12:59
Ma meno male, Sergio! Era ora!
2 ottobre 2012 alle 12:59
@paolo e tutti. suvvia, si è fatto tardi. seguiamo il buon esempio di garufi e scendiamo tutti:-/
2 ottobre 2012 alle 13:01
con-vengo, quindi scendo.
2 ottobre 2012 alle 13:40
Andy, scrivi:
Come presupposto per fare un buon lavoro, quello di voler fare una cosa alla qualcun’altro sono convinto non sia il migliore. Farlo deliberatamente intendo. Per questo parlavo di influenze e fonti di ispirazione. Il manierismo e’ sempre dietro l’angolo ed e’ da quello che bisogna difendersi, anche a costo di essere originali. Che tu redarguisca posizioni troppo nette nei tuoi interlucotori fa sorridere
Certo, non sei convinto sia il migliore, sta di fatto che esistono testi scritti “alla qualcun’altro” come tu dici, e questi testi sono cool o per dir meglio funzionano. Non è poi detto che bisogna difendersi dai manierismi. Tanto è vero che il manierismo è una corrente letteraria che ci ha dato Torquato Tasso. Lo so (così come sapevo che cosa intendeva dire Paolo Gallina quando ha citato Giacomo Leopardi) che cosa intendi dire. E dal punto di vista strettamente pratico sono d’accordo con te. Ma poi salta fuori tutta una serie di questioni su che cosa sia o non sia manierismo e dopo un po’ ci accorgeremmo, tu e io, che si tratta per lo più di decisioni prese intersoggetivamente. Ecco perché romanzi come quello di Enrico Macioci sono interessanti, perché oltre al resto, mettono in questione proprio queste decisioni prese intersoggettivamente. Prende lo splatter, che noi abbiamo deciso intersoggettivamente essere sinonimo di trash, e lo riutilizza per raccontare una storia di decadenza all’interno di una costruzione palesemene allucinatoria. E lo fa con uno stile di scrittura “virtuosisticamente virtuoso” (come affermo nel testo della recensione) che tutto in qualche modo fa funzionare.
Quanto a “Lost” o “Madmen”, prendendoti sul serio e senza pensare che stai facendo qualche allusione (perché anche questo suona un “manierismo”, dato che “lost” significa “perso” e “madmen” significa “uomini fuori di mela” e in questo contesto non sembrano titoli utilizzati a caso), io non li conosco, così come non ho letto il romanzo di Sergio Garufi e non posso dirne nulla. Certo, devo dire che non mi ha fatto venire voglia di correre a leggerlo con tutti gli interventi a sproposito e offensivi che ha fatto in questa discussione. Io parlo di un romanzo e quello interviene per dire che ho fatto un errore grammaticale sul mio blog che conta 1476 post. Come se io gli dicessi “Zitto, tu, che ho letto sul tuo blog che indossi mutande ascellari” – e c’è scritto davvero! Io dico che questo è il caos totale, non discutere.
2 ottobre 2012 alle 14:13
@Marco Candida: alla fine diciamo la stessa cosa, + o -. La chiave sta nel termine “utilizza”: come ho detto fin dall’inizio (con l’apostrofo? Boh, speriamo, con questi misteriosi girini non e’ che ci vada tanto d’accordo -sempre con l’apostrofo- tant’e’ -apostrofo e apostrofo in luogo dell’accento- che appunto li uso sulle vocali per accentarle, visto che la mia tastiera non contiene vocali pre-accentate e l’apostrofo fa un po’ di tutto,ma non e’ ancora capace di apostrofare le persone- chissa’ perche’ poi si dice cosi’, come se la cosa avesse una connotazione negativa o persino punitiva) tutto dipende dall’uso- con apostrofo- che si fa del mezzo (libro, cinema serie tv etc.) e dei suoi “codici”.
A questo punto suggerisco quindi un articolo a Marco Candida dal titolo “Il codice Kafka”, e a Lucio Angelini un saggio sull’uso corretto dell’apostrofo e del termine apostrofare. Guarderei con grande interesse anche ad una iniziativa che si proponesse di rivelare finalmente l’uso corretto del punto e virgola.
Il tutto sia detto, ovviamente, senza alcun intento polemico.
P.S.: i riferimenti a Lost e Madmen sono serissimi.
2 ottobre 2012 alle 15:50
Sì, è vero, mi ero ripromesso di scendere, ma Andy,mi ha provocato sul punto e virgola. Sono andato così a ripescare un mio post pubblicato sul blog del Circolo Tobagi
http://www.waltertobagi.net/dblog/
che contiene anche la citazione di Leopardi che ho postato in precedenza. Eccolo:
A proposito (…) dell’uso del punto e virgola ho trovato un vademecum dell’Accademia della Crusca in merito alla punteggiatura:
“Il punto e virgola (punto acuto, punto coma) segnala una pausa intermedia tra il punto e la virgola e il suo uso spesso dipende da una scelta stilistica personale. Si adopera soprattutto fra proposizioni coordinate complesse e fra enumerazioni complesse e serve a indicare un’interruzione sul piano formale ma non sul piano dei contenuti.”
Certo che con l’imperante uso da parte degli scrittori moderni della scrittura paratattica è molto difficile rinvenire nei loro testi proposizioni coordinate complesse. E quindi, il punto e virgola va a farsi friggere.
Vale la pena comunque ricordare che sul valore di una punteggiatura ben scelta G. Leopardi scriveva nel 1820 a Pietro Giordani: “Io per me, sapendo che la chiarezza è il primo debito dello scrittore, non ho mai lodata l’avarizia de’ segni, e vedo che spesse volte una sola virgola ben messa, dà luce a tutt’un periodo. Oltre che il tedio e la stanchezza del povero lettore che si sfiata a ogni pagina, quando anche non penasse a capire, nuoce ai più begli effetti di qualunque scrittura”.
E questa citazione non intende certo rimandare ad arcaismi, ma mi sembra preziosa laddove richiama il primo debito dello scrittore nei confronti del Lettore: la chiarezza.
Sperando di intercettare la predisposizione di Marco Candida all’ironia volevo invitarlo a fare attenzione con gli anglicismi perché il termine cool (pron. cul) è lo stesso che noi nel Veneto, ma anche in Friuli, utilizziamo per indicare i testi che NON funzionano (nel migliore dei casi)
esempio: quelo el xe un libro cul
2 ottobre 2012 alle 17:54
Non conosco Sergio Garufi, Lucio Angelini, Marco Candida e tutti gli altri che hanno commentato. Conosco solo Giulio Mozzi. Per cui il mio commento era “un occhio esterno che guarda il combattimento dentro l’arena”. Ho fatto una ricerca su internet e ho scoperto che Garufi ha scritto un libro e Angelini più di uno, su Marco non ho fatto alcuna ricerca perché già sapevo che è uno scrittore.
2 ottobre 2012 alle 18:55
@Marco C. – C’è del vero in quello che dici, e anche in quello che dice @Andy. Il postmoderno, del resto, è il regno del “alla qualcun altro” (ci va l’apostrofo? credo proprio di no); e certo, nella scrittura di chiunque c’è il raccolto più o meno visibile di una semina letteraria interiorizzata dallo scrittore/lettore. Ma il punto è: quanto visibile e in che modo visibile.
Dire che David Foster Wallace derivi da Barth è una intuizione critica più o meno discutibile che non toglie nulla a un dato che non può non essere evidente a chiunque: è il più originale (non dirò il migliore, anche se per me lo è) scrittore della sua generazione. E nessuno potrà mai dire: DFW è barthiano.
Lo stesso per Q.Tarantino: lui lavora sul pulp, sul trash, sul B-Movie (addirittura italiano!), sul fumetto: ma i suoi film sono suoi e basta, e farne di simili sarebbe patetico, tanto sono esplicitamente connotati.
Poi ci sono quelli che hanno debiti culturali molto profondi e poco visibili, come Sergio Garufi, tanto per rimanere in casa nostra (che tu non abbia la curiosità di leggere un libro solo perché ti ha trattato male, beh… fa venire voglia di schierarsi con il partito di Lucio). Ma anche Giulio, non lo dico certo per piaggeria. Così come Busi, come Mari, come Siti (la trimurti di intoccabili): hanno certamente i loro predecessori, i loro maestri, ma il punto è: non si vede.
LOST è forse la più originale serie televisiva perché ha degli evidenti spunti letterari che si possono indagare e (d)enunciare. Ma è unica e irripetibile. Ecco. Essere unici e irripetibili è l’obiettivo. Senza alibi culturali.
Anche per me Mad Men è una serie di altissimo livello: qui il debito nei confronti di John Cheever è del tutto esplicito (lo hanno dichiarato i creatori e sceneggiatori). Ma ciò non toglie che nell’ambito del genere serie televisiva Mad Men sia un prodotto originalissimo perché non si rifà a modelli preesistenti. Quello che non mi piace nella narrativa (italiana o no, giovane o no) e nel cinema è la pratica troppo diffusa della memoria interna: si raccontano cose che si sono lette o viste, non che si sono vissute. E non mi riferisco solo a ciò che si racconta, ma a come si racconta. Se non si ha una voce propria, io suggerirei di fare di tutto per cercarla, o di finirla lì.
Tutto questo, ci tengo a sottolinearlo, non ha nulla a che vedere con il libro di Macioci e con i libri di Marco.
2 ottobre 2012 alle 18:58
@andy.
http://www.grammaticaitaliana.eu/elisione_troncamento.html
da cui:
Un troncamento si ritiene obbligatorio in questi casi:
- con l’articolo indeterminativo uno (un amico) e composti quali nessuno, alcuno, ciascuno a cui seguono parole maschili che iniziano per consonante o vocale, ad eccezione di s impura, z, x, ps, gn (alcun male, ciascun bambino);
2 ottobre 2012 alle 19:11
Condivido l’ultimo commento di Tarantino. Anche per me Lost è la serie tv più geniale e innovativa, un’autentica spaccatura rispetto a prima. E’ uno spartiacque. E poi mi piace quel tipo d’immaginazione cosmica che in Italia manca – negli Stati Uniti sembra essere tutto più grande e più terribile, e forse lo è.
Sull’originalità della voce – il tema ricorrente e più interessante in questo focoso dibattito: io credo che lo scoccare dell’originalità sia una specie di miracolo, un’alchimia in parte magica, un salto quantico non del tutto spiegabile razionalmente, o col lavoro e la fatica. Penso a Leopardi: fino all’Infinito non crea qualcosa di davvero suo, di davvero leopardiano; è un epigono; eppure scrive come un matto già da dieci e più anni, ed ha una cultura e un intelletto spaventosi. Poi ecco L’infinito. Eccola, la voce. Questo per dire che “finirla lì”, come suggerisce Tarantino, potrebbe significare finirla un attimo prima di, un istante prima della svolta, e forse non ne varrebbe la pena (è pur vero che un sacco di scrittori hanno taciuto, anche precocemente; e consiglio a tal proposito il bellissimo libretto di Enrique Vila-Matas Bartleby e compagnia – Gli scrittori del no, ed. Feltrinelli).
2 ottobre 2012 alle 19:33
Ezio, ti ringrazio per il commento. Ovviamente la mia risposta Sergio Garufi se l’è proprio cercata – e Lucio Angelini col quale addirittura vorresti schierarti col suo ultimo commento ha danneggiato, immagino sarai d’accordo con me, il tuo commento molto bello e pertinente. Quello che dici sulla postmodernità è persino illuminante. E’ profondo. Quando scrivi del debito di un autore nei confronti delle proprie letture “Ma il punto è: quanto visibile e in che modo visibile”. E lo stesso vale per quello che dici su Barth-Wallace. Secondo Demetrio Paolin, l’opera di Enrico Macioci è debitrice nei confronti di Wallace. Certo, perché c’è un apparato paratestuale notevole nel romanzo di Enrico Macioci. Ci sono debiti piccoli e debiti grandi. Bisogna fare attenzione quando affermiamo, come Giulio, pur legittimamente, ha fatto, che Wallace deriva da Barth. In questo caso stiamo paragonando un autore che ha pubblicato una trentina di opere tra narrativa e saggistica a volte anche di un migliaio di pagine a un autore che ha pubblicato una ventina di opere. Una cosa è rintracciare nella Dissoluzione familiare tracce di Wallace o Kafka (tra parentesi: Wallace è stato anche paganotato a Nabokov), una cosa è paragonare autori dotati di una così vasta produzione e concludere che l’uno deriva dall’altro. Tanto è vero che nella pagina italiana dedicata a David Foster Wallace su Wikipedia si afferma che l’autore di Ithaca è stato paragonato a più autori. Ecco il testo su Wikipedia: “Definito dal New York Times un “Émile Zola post-millennio” e “la mente migliore della sua generazione”, la critica ha spesso paragonato David Foster Wallace ad autori celebrati come Thomas Pynchon, Don DeLillo, Vladimir Nabokov, Jorge Luis Borges”
2 ottobre 2012 alle 19:34
@Eziotarantino “….Sergio Garufi, tanto per rimanere in casa nostra (che tu non abbia la curiosità di leggere un libro solo perché ti ha trattato male, beh… fa venire voglia di schierarsi con il partito di Lucio…”
Non per fare il politico che si smentisce, ma io non ho mai detto niente del genere.
2 ottobre 2012 alle 20:26
@candida. ho sempicemente soddisfatto la richiesta: “A questo punto suggerisco quindi un articolo a Marco Candida dal titolo ‘Il codice Kafka’, e a Lucio Angelini un saggio sull’uso corretto dell’apostrofo e del termine apostrofare”.
Peraltro fa bene anche a te ripassare le norme su elisione e troncamento, date le tue lacune grammaticali.
2 ottobre 2012 alle 20:50
Ti faccio notare, Angelini, che Macioci e io abbiamo lasciato un commento a brevissima distanza per rispondere entrambi a Ezio Tarantino. Insomma ci siamo gettati a capofitto per rispondere non appena abbiamo ricevuto un commento serio e ben fatto. Il che vuol dire che abbiamo fame di discussioni serie e ben fatte. Se il tuo modo anche abbastanza schifoso di scrivere (i link continui, le assimmetrie del testo, le faccine disgustose, asterischi, parentesi… è un horror il tuo modo di scrivere i commenti qui come altrove: poi può piacere, non discuto, ma siamo dalle parti del gusto per l’orrido) ti sembra corretto, allora prego seguita pure.
2 ottobre 2012 alle 21:04
Sei proprio un pupo.
2 ottobre 2012 alle 21:40
Associare un autore (spesso “a sua insaputa”) a qualcun altro non è uno sport solo nazionale. Rammento che per uno scrittore fra quelli che amo di più, Harold Brodkey, Harold Bloom sul Washington Post scomodò addirittura Proust. Si converrà che di Bloom in giro, e me ne scusino gli intervenuti, su questo eterno thread se ne ravvedano pochi, mentre ciò che non è mancato è il continuo ricorso a tale sport.
Ho paura a dire una cosa, anche se scomoda, ma la dico: il ricorso al facile “associare” temo sia più un esplicitazione di un non detto…”lo vedi quanto sò fico ? Io ho letto questo, e quest’altro, e posso, al solo semplice citarlo, dare sfoggio di…”. Ecco. Da umile scrittore di impressioni di lettura, se un pregio devo riconoscere a questa discussione, è questo: guardarsi dal “sussumere” in un modello pregresso ciò che andrebbe analizzato “a prescindere da”.
Sarebbe un grande passo avanti. Libererebbe le menti da questo angusto gioco, e lascerebbe a ciascuno la libertà di riscontrare le proprie, insindacabili, assonanze, con gli scrittori che desidera, siano essi al momento seppelliti od intenti, davanti ad un computer, alla stesura del loro prossimo, indimenticabile, lavoro. Amen.
2 ottobre 2012 alle 22:33
@Angelini: un ripasso della grammatica non può che essere salutare, magari la prossima volta aggiungici anche qualcosa tipo “L’origine dell’apostrofo: dai geroglifici all’alfabeto morse, tutte le metamorfosi di un oggetto noto ma sconosciuto”. Una cosa così, giusto per dare un po’ di colore alle polpette
@ Paolo Gallina, che è sceso ma è risalito in corsa: ok, Leopardi è probabile che sapesse esattamente come si usa il punto e virgola ma tra tutti gli altri- intendo l’umanità intera, o giù di lì- anche dopo averne letta la scheda tecnica, chi può affermare con certezza di averne colto il significato più profondo?
@ Marco Candida: attendo almeno l’incipit de “Il Codice Kafka”, magari con una frasetta deliberatamente farraginosa in grado di generare con la sua sola comparsa un altro paio di cento commenti e fare di questo post qualcosa di immortale
3 ottobre 2012 alle 09:20
Andy, mi riferivo a Marco C. E’ Marco ad aver detto di non voler leggere Garufi perché ha parlato male di lui.
3 ottobre 2012 alle 09:29
@Marco. Ma è ovvio che DFW sia stato anche giustamente paragonato a questo o a quest’altro, è normale (poi bisogna vedere se sia vero). Solo che il suo stile è inconfondibile; la sua poetica è inconfondibile e non è assimilabile a niente che non sia davidfosterwallace. Tutto qui. Poi leggi Figli delle stelle di Edoardo Nesi del 2001 (io l’ho letto quest’estate), che aveva finito di tradurre Infinite Jest, e ti cascano le braccia per quanti calchi (credo involontari e quindi intollerabili) ci trovi dentro. Oggi, per dire, non è possibile scrivere un romanzo e infarcirlo di note lunghe due pagine: l’ha fatto Wallace, basta, è un marchio di fabbrica, se n’è impossessato, è arrivato primo, ok, facciamocene una ragione: se lo fa qualcun altro è il segno di una debolezza che con un po’ di autocontrollo si può e si deve evitare.
3 ottobre 2012 alle 09:39
un’altra cosa e poi comincio a lavorare e non mi sentite più: @Enrico: provare e riprovare fino a che non si raggiunge “la voce” va bene, per carità. Ma non è che sia proprio obbligatorio anche pubblicare. Così a spanne (Giulio non chiedermi di suffragare quanto sto per dire con dati testimoniali e incontrovertibili): il 90% della produzione letteraria che si trova in libreria è inutile. E la percentuale sale limitandoci ai libri italiani.
3 ottobre 2012 alle 09:41
@andy. molto carino il tuo blog. complimenti.
3 ottobre 2012 alle 13:58
@eziotarantino
Wallace non ha infarcito di note il suo romanzo: le note sono tutte alla fine (nelle Brevi interviste o nei saggi ci sono note nel testo). Inoltre non è stato il primo a utilizzare le note: Nabokov, tanto per fare un esempio, pubblicò Fuoco pallido nel 1962. E neppure Nabokov arrivò per primo.
Vero, non è obbligatorio pubblicare. Sta, credo, alla sensibilità di ciascuno percepire quando ciò che si è scritto possa/debba essere letto; e la sensibilità è fallace.
Ancora una volta, sul tema dell’imitazione: il problema non è – secondo me – se qualcuno ha già fatto qualcosa, il problema è se qualcosa, adesso, esiste vibra vive oppure no. Vede, mentre scrivevo le mie duecento note io conoscevo Wallace a menadito, ma obbedivo comunque a una necessità. Non ho mai pensato, durante i nove mesi di stesura del romanzo, che “potevo e dovevo” evitare le note; non lo penso neppure adesso che questo romanzo me lo sono lasciato alle spalle già da un po’; eppure ho un’idea piuttosto chiara del panorama letterario e delle mie responsabilità poetiche e mi chiedo costantemente, quando scrivo, se sussista o meno un’urgenza, un calore. Nelle mie note c’è una sincerità estetica, ecco, forse potrei dire così. Spero che il lettore lo percepisca.
Infine, sulla percentuale d’inutilità delle opere pubblicate (così come sul resto), io non sarei così assertivo. Lo ero fino a non molto tempo fa. Poi ho capito che la faccenda, in narrativa come in poesia, è spesso assai più sottile di quanto sembra.
3 ottobre 2012 alle 14:44
@Diait and Lucio: grazie per i complimenti relativi a tuttoperbocca!
3 ottobre 2012 alle 15:03
Signor Macioci, io, Kafka o no (più no che sì, nel suo libro, dal mio umile punto di vista), Foster Wallace o no (chiaramente più sì che no), Rabelais o no (nì), le faccio i complimenti sia per la Dissoluzione, sia (e oserei dire: soprattutto), per i suoi racconti del terremoto. Le note, da un punto di vista della fruibilità del testo, sono micidiali. Certamente le note in letteratura non le ha introdotte DFW (mi vien da ridere), e certamente qualsiasi scrittore si deve confrontare con chi lo ha preceduto. Dal confronto di uno con altri scrittori sono nate opere straordinarie. Dal confronto di uno con altri scrittori, mi verrebbe da scrivere, nasce la vera originalità di uno scritto, racconto o romanzo o poesia o opera teatrale, anzi, nasce la letteratura – questa mi pare una cosa evidente.
Definire il suo libro kafkiano invece non mi pare per niente scandaloso (poi uno può vederci più Kafka o meno Kafka, non è questo il punto) e basta; scusate l’intervento, ma avendo l’opportunità di fare direttamente i complimenti all’autore di un libro che ho trovato molto interessante li ho fatti.
Augh.
3 ottobre 2012 alle 16:12
Certo che le note non le ha inventate David Foster Wallace, e lo so che sono alla fine del testo (non per questo credo sia scorretto affermare che il romanzo sia “infarcito” di note). Non ho letto Fuoco pallido. Ci sono più di trecento pagine di “note” come in Infinite Jest? (già definirle “note” è piuttosto riduttivo, dal momento che sono assolutamente indispensabili e di pari dignità e rilevanza letteraria del testo) non siamo autorizzati a dire che abbia preso le note e le abbia trasformate in qualcos’altro? in qualcosa che è assolutamente wallaciano?
3 ottobre 2012 alle 16:31
Se posso permettermi:
“Non siamo autorizzati a dire che abbia preso le note e le abbia trasformate in qualcos’altro? in qualcosa che è assolutamente wallaciano?”.
Per me: sì e ancora sì.
Tuttavia mi domando: non è forse questa operazione (prendere le note – già utilizzate in letteratura – e trasformarle in qualcos’altro) un confrontarsi con qualcosa di preesistente e rielaborarlo per ottenere un risultato nuovo?
Le note di Macioci, peraltro, sono un’altra roba rispetto a quelle di Wallace, quindi anche Macioci si è confrontato con qualcosa di preesistente, l’ha rielaborato e ha ottenuto qualcosa di nuovo (secondo me). Questo ottenere qualcosa di nuovo dalla rielaborazione è, propriamente, la letteratura. E’ la letteratura che vive e progredisce.
Tra un po’ ne arriverà un altro e partendo dalle note di DFW (o dalle note di Nabokov, o da quelle di Gadda, o da quelle di Manganelli o di T.S. Eliot o di Macioci) si inventerà qualosa di ancora diverso.
3 ottobre 2012 alle 18:00
@ gian marco griffi
Grazie.
Colgo l’occasione per dirti che – ricordando il tuo interesse qui in vibrisse per il mio libro in uscita – ho visitato il tuo sito e poi ho tentato di mettermi in contatto con te via mail, via facebook, via piccione viaggiatore…ma non ci sono mai riuscito. Lo so, è assurdo; ma non ce l’ho fatta.
Però io su facebook ci sono, e se vuoi chiedermi l’amicizia l’accetto, e adesso basta sennò la questione diventa imbarazzante
3 ottobre 2012 alle 18:15
La recensione è stata accettata anche da Unonove. E’ online da adesso. (http://www.unonove.org/%E2%80%9Cla-dissoluzione-familiare%E2%80%9D-di-enrico-macioci/)
3 ottobre 2012 alle 19:40
Sul punto e virgola mi sono già espresso.
3 ottobre 2012 alle 20:07
I piccioni li fucila tutti il mio vicino di casa (spero non leggano i miei amici della lipu), facebook mi procura pruriti e lo evito, una mail adibita a cazzeggio e affini però ce l’ho, retaggio di una relazione conflittuale con una fan di de gregori: essa è pezzidivetro@hotmail.com. È utilizzabile, tanto a parte quelli del cialis non mi scrive praticamente mai nessuno.
22 ottobre 2012 alle 13:42
Desidero precisare meglio a che cosa alludevo quando in uno dei commenti precedenti scrivevo a Andy queste parole:
“Non è poi detto che bisogna difendersi dai manierismi. Tanto è vero che il manierismo è una corrente letteraria che ci ha dato Torquato Tasso. Lo so (così come sapevo che cosa intendeva dire Paolo Gallina quando ha citato Giacomo Leopardi) che cosa intendi dire. E dal punto di vista strettamente pratico sono d’accordo con te. Ma poi salta fuori tutta una serie di questioni su che cosa sia o non sia manierismo e dopo un po’ ci accorgeremmo, tu e io, che si tratta per lo più di decisioni prese intersoggetivamente”
Questo è importante saperlo, quando, pur avendo fatto tutto quello che andava fatto per scrivere un buon testo, si riceve un no. Sono decisioni intersoggettive. Non bisogna dimenticarlo. E, se si può, non prendersela troppo.