di giuliomozzi
Non mi ricordo le storie di Pierino Porcospino che mia madre ci raccontava, inventando sul momento, mentre ci dava da mangiare (eravamo in tre, io ero il più piccolo).
di giuliomozzi
Non mi ricordo le storie di Pierino Porcospino che mia madre ci raccontava, inventando sul momento, mentre ci dava da mangiare (eravamo in tre, io ero il più piccolo).
21 settembre 2012 alle 23:11
la mia mamma le usava come esempio negativo per costringermi a tagliarmi le unghie e in genere a lavarmi e a pettinarmi
21 settembre 2012 alle 23:13
Giulio, che fortuna. Le hai ascoltate, anche se non le ricordi.
Da noi a tavola tanta tensione, questo ricordo. Buonanotte
22 settembre 2012 alle 00:55
Non le conosco le storie di Pierino il porcospino ma so quelle in puro dialetto mantovano del merlo sopra l’albero per esempio, raccontate mentre ero sulle ginocchia di mia madre davanti alla tv. E ho continuato a dirle insieme a lei fino ai 18.
22 settembre 2012 alle 08:27
Mi fu regalato da mio padre verso i miei 5 anni: un classico della letteratura tedesca per l’infanzia!
Erano storie di una crudeltà pazzesca che mi davano gli incubi di notte. Edificanti e con punizioni sadiche. La storia del sarto che taglia le dita, la bambina che muore bruciata…
Solo molti anni dopo sono riuscita a sorriderne ascoltando Paolo Poli che le recitava compunto a filastrocca evidenziandone tutta l’assurda, ipocrita cattiveria.
22 settembre 2012 alle 09:07
mi associo a gloria, anche se non le ho lette!
22 settembre 2012 alle 09:31
Gloria, ti riferisci forse allo Struwwelpeter? Ho comprato il libro a Vienna l’anno scorso per curiosità, e ho scoperto che esiste anche la versione femminile di questo personaggio, ma credo che sia nata in un secondo momento, forse per fare in modo che le bambine vi si identifichino più facilmente. Credo si tratti della versione tedesca di Pierino Porcospino, che però non ho mai letto.
Ci sono delle informazioni sull’orgine del testo a questo link:
http://www.letteratour.it/tesine/A06_struwwelpeter_hoffmann.asp
22 settembre 2012 alle 09:47
Sì, Caterina, mi riferisco a l’originale che è tedesco, della metà dell’800 e poi tradotto e in Italia con lo stesso formato e gli stessi disegni. Non conosco la versione al femminile, ma l’originale era l’esempio tipico dell’educazione severa di quell’epoca, con lodevoli intenzioni, ma terrificante. Per più di un secolo è stato propinato ai bambini come un libro divertente ed educativo. In tempi attuali mi auguro non sia più di moda se non per le sue parodie.
22 settembre 2012 alle 09:55
Non mi hanno raccontato le storie di Pierino Porcospino.
Infanzia difficile?
22 settembre 2012 alle 10:09
Nooo: serena e permissiva!
22 settembre 2012 alle 10:48
Fortunatamente Pierino Porcospino l’ho incontrato, nella mia infanzia, di striscio. Solo qualche breve lettura.
Secondo me non è importante ricordare quelle storie, quanto il fatto che qualcuno ce le raccontasse.
Amavo “I Quindici”, mio padre li conserva ancora ed in perfetto stato.
Mi hai fatto pensare al meraviglioso “Lessico famigliare” di Natalia Ginzburg.
22 settembre 2012 alle 11:00
Facendo ricerche sull’autore di Pierino Porcospino, ho trovato questa bella citazione di Groddeck:
Oh Hoffmann, tu, il più saggio di tutti i saggi, gli uomini credono che tu abbia fatto un libro illustrato per bambini, e invece hai composto e fatto il cantico dei cantici dell’inconscio per gli adulti.
Ecco, umorismo e pedagogia “nerissimi”, più adatti agli adulti che ai bambini. A meno che non si tratti di bambini così fortunati da poter ridere di tanto nero.
Eppure, Heinrich Hoffman è stato un innovatore illuminato – leggo – in campo psichiatrico e pedagogico. Sua la filosofia del non restraint per i suoi “matti”, grandi e piccoli, sulla Roccia delle scimmie.
Una storia fantastica la sua, che non conoscevo.
Sulla pedagogia nera a cavallo tra 700 e 800 c’è l’immensa Katharina Rutschky. Mai tradotta in italiano! (Ma citata da Alice Miller)
22 settembre 2012 alle 14:04
Mia madre non raccontava storie: cinque figli, uno dietro l’altro, senz’acqua corrente in casa… però ci comprava il Corriere dei Piccoli alla domenica.
22 settembre 2012 alle 14:40
Perdonatemi, io non ho figli, ma aiutatemi a capire.
Pierino Porcospino ha di certo fatto danni (almeno su di me, che pur non ricordando mi sia mai stato letto, sono cresciuta dentro gli stessi canoni), ma i bulletti di oggi e i ragazzi che per il mondo sterminano in camping e scuole i coetanei, di cosa son cresciuti?
22 settembre 2012 alle 15:19
Mah, secondo me tutto dipende dalla chiave di lettura, dal modo con cui è stato proposto ai bambini, e dalla diversa sensibilità degli stessi, di cui un buon genitore dovrebbe tener conto. Direi pure dalle finalità con cui si racconta.
Spauracchi sono sempre stati presenti e ventilati in qualsiasi infanzia. Se vogliamo, anche le favole più belle contengono una parte di atrocità e di ingiustizia subita ai danni del protagonista.
Io (che, piccola, quando scoppiava il temporale e tutti si nascondevano alzavo la serranda della portafinestra per vedere i lampi e il cielo cambiare) ricordo soltanto l’immagine di Pierino Porcospino. Semplicemente mi dissi di memorizzare di evitare di diventare così. Logicamente mica i bambini son tutti uguali! E’ per questo che non dovrebbero essere mai lasciati soli o considerati “una nidiata”. E soprattutto ascoltati.
I bambini, a mio avviso, crescono tutti allo stesso modo, e cioè hanno bisogno, per nutrirsi, delle stesse cose. Bisogna vedere se le trovano, dove, se in cambio di qualcos’altro e di cosa.
Poi, per l’amor del cielo, ottimi genitori possono trovarsi un figlio pluriomicida.
22 settembre 2012 alle 15:36
semplicemente, Pierino Porcospino rifletteva – per certi versi – la pedagogia dell’epoca. Si è detto solo questo, non che generasse dei mostri o dei traumatizzati a vita! Ai miei nipoti raccontavo un’unica storia insulsa inventata da me una sera, che mi è stata richiesta per anni, identica a come l’avevo raccontata la prima volta, e SENZA LA MINIMA VARIAZIONE. Un incubo, per tutti: adulti (che dovevano raccontarla) e bambini (che se la sciroppavano).
22 settembre 2012 alle 18:17
Diait, tu dici bene. Pedagogia dell’epoca, giustamente. Sono comunque convinta che di certe paure possono essere responsabili altri, se non aiutano correttamente a superare, soprattutto durante l’età infantile (attenzione al linguaggio del bambino e alle manifestazioni emotive su stimoli naturali o indotti, clima di fiducia). E questo in ogni tempo.
Pure all’epoca di cui parli, il ruolo di genitore che impartiva una educazione rigida era solitamente dato al padre (certe volte alla madre). Ma uno dei due genitori (assai spesso la madre) ha sempre svolto un ruolo addolcente di mediazione e di maggiore diretto ascolto.
Mi riferivo più all’aspetto psicopedagogico che non a quello propriamente pedagogico.
Non si può essere in balìa della “pedagogia” o di un “libro”, bisogna pur usare l’intelligenza, l’esperienza e la cultura personale. Io, quando leggo una favola o un libro per l’infanzia a un bambino, presto attenzione alle domande sue e alle risposte mie, alle domande mie e alle risposte sue, e persino al mio tono e modulazione di voce mentre leggo (immaginazione).
I figli miei li cresco come voglio, non solo nel senso di negativa non informazione da evitare, ma anche in quello di non eccessiva informazione teorica da seguire alla lettera. Quello che conta è la sensibilità, le richieste tacite ed esplicite del bambino, gli strumenti a disposizione, il buon senso. Altrimenti gli insegnanti sarebbero dei controllori di apprendimento di regole impartite e di lezioni, e non degli educatori.
E’ uno dei motivi per cui possono venire in mille a dirmi che è scientificamente provato che un bambino non soffre in una situazione di omogenitorialità, ed io non sono e non sarò mai d’accordo.
Sono convinta di tutto questo perchè è esperienza, anche se non ho figli, e amore con la sua bella logica, oltre ad un po’ di cultura. Non ho mai letto testi di psicologia o di pedagogia.
Scusate la lunghezza del commento. Questo tema m’appassiona.
22 settembre 2012 alle 18:49
Non sto a discutere sul come educare i figli. Semplicemente reputo non sia necessario terrorizzarli. soprattutto nella prima infanzia. Tanto tempo fa si minacciava l’arrivo del “uomo nero che ti porta via”. O addirittura l’arrivo del diavolo. Insomma per scoraggiare la disobbedienza il metodo era il terrore,
Penso che adesso che, tra televisione e cultura mediatica, ai bambini lo spauracchio non faccia più alcun effetto. In compenso immagazzinano dai media visioni di violenza continue che possono indurre in uno scarso rispetto umano.
22 settembre 2012 alle 18:56
da “Io sono un autarchico”, di Nanni Moretti.
Moretti al figlioletto:
“Ma non dormi ancora? Guarda che chiamo la vecchia, chiamo il gorilla, chiamo il negro?”.
E il bambino tira fuori un martello.
Questo me lo ricordo.
22 settembre 2012 alle 19:06
Mia figlia, quando era sui dieci, leggeva Vampiretto prima di addormentarsi. Generazione del dopo Muro?
22 settembre 2012 alle 21:40
Io non so chi sia Pierino Porcospino, ritengo di essere troppo vecchia. Ricordo invece le storie di Topone che mi raccontava mio padre. Topone era un personaggio inventato da lui. Le storie all’incirca tutte con la stessa trama,ma io mi divertivo molto perchè mio padre , nel raccontarle, mi terrorizzarmi un poco…poi ridevamo di gusto.
23 settembre 2012 alle 21:33
Considerando che l’il “papà” di Struwwelpeter pè morto qualche anno prima della fine del XIX secolo; e che il traduttore in italiano ha superato di un paio di anni la soglia del XX: Maria Teresa deve avere un’età davvero ragguardevole per essere “troppo vecchia” per Pierino Porcospino.
23 settembre 2012 alle 22:05
Caro Gattomur, chiedo venia…davvero non ho mai sentito parlare di Pierino Porcospino, nella mia infanzia. La mia età è semiragguardevole..59anni ! grazie comunque perchè dopo il tuo intervento mi sono tolta la curiosità di andare a vedere chi fosse ‘sto Pierino. Un vero classico, direi !