Ora, il problema dell’esame ministeriale non sono gli errori contenuti in certe domande: sono le domande stesse. I quiz a risposta multipla sono infatti una scorciatoia che non porta da nessuna parte. Ai candidati alle cattedre nelle scuole medie e superiori si chiedevano cose come «Quando fu pubblicato in prima edizione il romanzo dannunziano Forse che sì forse che no?», «Qual è l’anno della Charte octroyée?», «Dove si trova la città di Porto Fuad?». Io insegno Letteratura italiana all’università e non avrei saputo rispondere a nessuna di queste domande, come a molte altre: avrei tirato a caso tra le quattro risposte possibili, e sicuramente non avrei superato l’esame. Peggio per me, naturalmente. Forse, se avessi passato l’estate a rileggermi tutti i manuali, comprese le parti scritte in piccolo, ce l’avrei fatta. Ma questo è il modello culturale di Rischiatutto….
Leggi tutto l’articolo di Claudio Giunta Il paese del bisognava.
11 settembre 2012 alle 23:19
Bisognava pur trovarlo, un modo per complicare la vita alla massa di plebei quasi sempre ignoranti e supponenti che aspirano a fregiarsi indebitamente del titolo di “professore”.
Troppo semplice e logico (io sono fissata) prevedere un percorso specifico di Didattica (delle lingue straniere, dell’italiano, per i vari livelli di istruzione etc) all’interno dei corsi universitari umanistici. Bisognava continuare a studiare Storia della storia della comunicazione o Storia della storia dell’economia di Fantaghirò.
Comunque, tornando seria, si profila la partecipazione – pare – anche per laureati-non abilitati più vecchi (http://www.orizzontescuola.it/node/25764).
Ma, nel dibattito tra chi è a favore e chi è contro, nel dibattito tra scrittori giovani e insegnanti vecchi, come non riconoscere che, in ogni caso, bisognava necessariamente essere italiani?
12 settembre 2012 alle 07:55
Puro buon senso quel che scrive Giunta. Che però è bandito da un paese dove i ceti intellettuali (esattamente come il ceto politico, di cui sono emanazione addestrata dall’ideologia a sembrare “critica”) mirano unicamente a riprodurre sè stessi.
“si porrà il problema di ripensare l’accesso alle facoltà, con una selezione all’ingresso o con una più severa selezione in itinere, auspicabilmente già al primo anno: altrimenti continueremo a produrre precari e disoccupati restando convinti di lavorare nel superiore interesse della Civiltà (che coincide, guarda caso, con l’interesse dei docenti universitari)”
Poi i “reclutati” imparano la lezione e riproducono a loro volta: chi ha mai visto un orario scolastico dettato dalle opportunità didattiche e non dai “desiderata” dei docenti?
Quanto alla Didattica, non è cosa che s’impara in un corso universitario. Il tirocinio serve innanzitutto per sperimentare la propria capacità empatica con gli studenti: l’erudito con scarsa empatia per gli adolescenti faccia un altro mestiere perchè sarà senza ombra di dubbio un insegnante doloroso e addolorato, quindi disadatto.
12 settembre 2012 alle 09:48
Nell’articolo di Claudio Giunta c’è un errore di fondo. Tutto il discorso è costruito sul presupposto che la scrematura debba far emergere i “migliori” , ma lo scopo della scrematura è scremare nel modo meno costoso possibile, punto e basta. Con meno costoso inntendo: costi economici, politici, sociali etc etc.
Il sistema è pensato per decimare, non selezionare.
E non credo sia possibile selezionare “i migliori” quando c’è un tale richiesta di posti lavoro nelle scuole.
Un qualsiasi criterio di selezione deve sempre tenere conto della desiderabilità del lavoro.
12 settembre 2012 alle 15:07
Concordo e aggiungo: reclutamento dovrebbe significare posti di lavoro; finita la scrematura irrazionale, formati, esaminati, abilitati i futuri insegnanti, sarebbe infine logico impiegarli in classe, ma dove?
La riforma ha tagliato
L’innalzamento dell’età pensionabile rende difficile il ricambio generazionale
Le file di chi è già abilitato, lavora da anni, ma non è riuscito a entrare in ruolo sono ancora lunghe.
Anche chi è già in ruolo da tempo sperimenta la gioia inattesa di una migrazione tardiva di scuola in scuola: alcune classi di concorso (“italiano e latino”, “greco e latino”, non “usi e costumi degli Inuit”) stanno subendo la sorte dei panda.
12 settembre 2012 alle 17:28
Perfettamente d’accordo con Valter Binaghi (ma anche con Giunta) che evidentemente parla della scuola dall’interno di essa, mentre spesso chi prende le decisioni (riforme, concorsi, ecc.) ha in testa solo teorie e nulla di quanto accade quotidianamente nelle aule, nei consigli di classe, nei collegi docenti. Quando ho fatto il concorso per l’insegnamento hanno accertato unicamente le mie conoscenze disciplinari, già accertate da una laurea con 110 e lode, presumo. L’unica domanda che mi hanno fatto di storia è stata: Chi era il ministro degli esteri che ha firmato il Patto di Londra con cui l’Italia è entrata nella Prima guerra Mondiale? Sidney Sonnino. Bravo, promosso! E della mia idea di scuola, della mia capacità di progettare e tenere una lezione, della capacità di valutare un’interrogazione o correggere una verifica scritta, della capacità di lavorare in gruppo, non volete sapere nulla? Dei miei interessi culturali, gli ultimi libri letti, se vado al cinema o a teatro, se ascolto musica o guardo la televisione, ecc.? Non volete assistere a qualche lezione, per vedere se sono capace di costruire una relazione efficace con gli studenti, se riesco a spiegare in modo chiaro e completo le mie discipline? Non volete vedere com’è il mio sistema emotivo, se perdo la pazienza facilmente, se urlo, se so ascoltare gli adolescenti, anche quando fanno baldoria e parlano tutti insieme?
Un mio collega sostiene che dovrebbero insegnanre solo coloro che hanno figli, che sono realizzati affettivamente, che si confrontano quotidianamente con l’asimmetria di essere genitori con i bisogni e i desideri di bambini e adolescenti. Forse è troppo, ma può bastare per mettere in ruolo un insegnante sapere in che anno è stato scritto Todo modo di Sciascia, che era una delle domande di italiano, alla quale ho risposto tirando in ballo Pasolini, Aldo Moro, la Democrazia Cristiana, Gian Maria Volontè e non ricordo che altro, ma senza dire l’anno?
12 settembre 2012 alle 17:34
L’articolo è sensato; i mali che denuncia ben noti tra gli addetti ai lavori, come mostrano anche i commenti precedenti.
Presentandomi alla “scrematura” oggi, con decenni d’insegnamento alle spalle, anch’io sarei in dubbio sul risultato.
Limitandoci alla storia recente, il sistema di reclutamento dei nostri insegnanti si caratterizza per l’alternanza di rigidità e sciatteria, e quasi sempre a danno dei più motivati. Dopo gli arruolamenti in massa di chiunque avesse una laurea (e anche no) dell’immediato dopoguerra – un forse comprensibile stato di necessità – molti sono stati supplenti per anni, assunti a ottobre e licenziati a giugno.
Per molti anni i concorsi nazionali hanno offerto un numero sempre risicatissimo di posti, malgrado l’organico sguarnito, e le prove, molto nozionistiche, di fatto non verificavano le capacità didattiche e tanto meno l’attitudine al rapporto educativo.
Ai miei tempi c’erano ancora l’abilitazione e il concorso, ma subito dopo ( siamo agli anni ’70) si passò alla sceneggiata dei corsi abilitanti e alle immissioni ope legis di massa, causa non ultima della progressiva “proletarizzazione” dei docenti.
I quali, restii a sottoporsi a ogni verifica d’efficienza – celebre il fallito “concorsone” di Berlinguer, peraltro discutibile – , non hanno brillato nella difesa della dignità professionale.
In seguito si sono succeduti concorsi sporadici, stabilizzazione di precari, post lauream e corsi variamente sperimentali.
Con l’intento palese di scremare, appunto, facendo cassa.
Inutile ripetere quanto sarebbe importante, specialmente in tempi di recessione e crisi, aver cura dell’istruzione.
12 settembre 2012 alle 18:15
Ho letto l’interessante ed attento articolo del prof. Giunta. Mi rendo conto che siamo alla conferma della banalità al potere. Non sono un insegnante, ma vedo come lo Stato persegua lo scopo di sgretolare e disgregare la formazione professionale in qualsiasi settore e qua il discorso si farebbe lunghissimo…
12 settembre 2012 alle 22:57
Teoria didattica della lingua inglese per la scuola primaria (ovvero come strutturare una lezione di inglese per bambini di 6 anni per mezzo di una canzone con gli orsetti e non per mezzo del bingo con i fagioli). Tecniche tachistoscopiche (per alunni dislessici, ad esempio, così evitiamo di sottolineare in rosso i loro orrori ortografici). Fondamenti di logica, come i paradossi di Zenone (così non affermeremo che la tartaruga è più veloce di Achille). Sono esempi poveri, ma certo che si può. Sarebbe una prima, ottima scrematura. Il tirocinio dopo, certo, per evitare il trauma da primo ingresso.
18 settembre 2012 alle 09:56
E che dire dei test di accesso alle facoltà a numero chiuso? Che forse a passare un test in cui viene chiesto chi ha vinto l’ultima edizione del Grande Fratello, si dimostra l’attitudine a diventare un bravo medico, o una brava maestra? E che cosa faranno quei giovani che non hanno avuto la “fortuna” (perché quando si parla di quiz, solo su quella si può contare) di superare i test? Dovranno iscriversi ad università senza numero chiuso? E le loro attitudini, i loro sogni, le loro capacità? Questo e lo scandalo dei concorsi per “precari” fatti solo per scremare, rimandare, rinviare, allungare il brodo e tenere buona la gente facendogli sperare che prima o poi toccherà a tutti un concorso ad hoc che “sistemi” ognuno (come se uno a fare l’insegnante ci andasse solo per avere un posto fisso, lo stipendio tutti i mesi e alla fine la pensione e non perché è un lavoro che lo si sente dentro, non perché sei ansioso/a di trasmettere quello che sai in termini pratici e teorici alle generazioni che sei chiamato/a a istruire, educare, crescere, non perché è un privilegio poter stare con i bambini e con i ragazzi e poter trarre da loro a tua volta, preziosi insegnamenti), questo, dicevo, è il sintomo di un Paese in agonia, in cui la libertà fa rima con possibilità (economica) e in cui il divario tra classi sociali è destinato ad ampliarsi sempre più, in cui vi saranno élites che potranno istruirsi, curarsi, aspirare a professioni ben retribuite, e una massa di persone che non avranno accesso a niente di tutto ciò. Ma la questione è: come abbiamo fatto ad arrivare a questo?