di giuliomozzi
[...] Se penso al Giulio Mozzi che scriveva racconti con facilità, che progettava libri con disinvoltura, be’: mi sembra una persona un po’ fuori mano. Come uno di quegli amici che per un po’ non si frequentano (perché vanno a lavorare nel Missouri, perché gli nascono tre gemelli, o perché noi andiamo a lavorare nel Missouri e lì ci nascono tre gemelli), e quando li rivediamo dobbiamo ammettere: sono loro, ma non sono più «come» loro. È il mio amico Giuseppe, indubbiamente; ma non è più «come» il mio amico Giuseppe.
Poi, riprendendo a frequentarli, magari scopriamo che una rottura c’è stata davvero. Che in un qualche momento della vita i nostri amici hanno dato un taglio e hanno presa una direzione diversa. Oppure siamo stati noi, a dare un taglio e a prendere una direzione diversa: ma se non incontravamo l’amico lungamente infrequentato, col fischio che ce ne accorgevamo.
Guardo ai miei libri pubblicati, lo confesso, con certo sospetto. [...]
Cercando altro ho ritrovato, nella pancia del mio pc, questo testo scritto per il convegno annuale di Bombacarta tenutosi a Reggio Calabria nel 2006. Il tema era: Il mistero di scrivere. Se v’interessa leggere tutto l’intervento, cliccate qui. Tenete conto che alcuni link sono scaduti, e che proprio pochi mesi dopo, con l’avvio della lavorazione di Sono l’ultimo a scendere (e altre storie credibili) e di una serie di altri libri, generalmente piccoli, (1, 2, 3, 4, 5, 6, 7), le cose e la mia prospettiva sulle cose sono ancora cambiate un po’. L’illustrazione in alto a sinistra viene da qui.
19 agosto 2012 alle 08:31
Carneade! Chi era costui?
19 agosto 2012 alle 09:54
Credo che scrivere con un progetto di pubblicazione certa cambi un po’ la prospettiva, cambi l’approccio alla scrittura. Certamente deve essere molto più impegnativo. Il gioco si fa un po’ più duro, l’asticella si alza. Ma in realtà non so.
19 agosto 2012 alle 14:37
Col tempo molte cose cambiano. Cambiano le opinioni, i desideri, le ambizioni..c’è una continua evoluzione e non sempre ce ne rendiamo conto. Un romanzo che abbiamo letto tempo fa ci era sembrato bellissimo, rileggendolo potremmo avere una visione diversa. Potremmo anche arrivare alla conclusione che si tratti di una vera “boiata”. Non è il romanzo che è cambiato, ma chi lo rilegge.
20 agosto 2012 alle 17:47
Interessante: in conclusione, mi hai fatto pensare al “Jakob von Gunten” di Robert Walser. Il cui epilogo, a ben vedere, potrebbe anche essere eroico, eroicomico o cose del genere.
Insomma, la condizione servile rappresenta a volte una diversa forma di coraggio – se condividi l’affermazione -.
21 agosto 2012 alle 12:36
Penso che in ogni scrittura sia presente una quota del non intenzionale. Come diceva D. Lessing, si scrivono storie non per fornire un significato, ma per lasciare che sia il lettore a trovarne uno. Lo scrittore è come dio, che crea e poi lascia libertà di interpretazione circa la sua creazione.
23 agosto 2012 alle 06:06
Bruno, posso dire che lo “Jakob von Gunten” è una delle opere letterarie che hanno messa in moto la mia scrittura.
Pococurante: che dio lasci libertà d’interpretazione circa la sua creazione, è un’affermazione sulla quale mi piacerebbe sentire l’opinone di dio.
24 agosto 2012 alle 08:45
Anche se fosse possibile, non sarebbe un’opinione attendibile: conterrebbe anch’essa una quota del non intenzionale.
25 agosto 2012 alle 13:14
Ciao Giulio,
buona cosa, penso io, perché si tratta di un gran bel libro.
31 agosto 2012 alle 10:43
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