Che cosa facevi nel settembre del 2010?

di

di giuliomozzi

[Facendo un certo lavoro, sono saltati fuori questi vecchi frammenti qui. gm]

Firenze, vicino alla stazione, undici e quarantacinque (di sabato 25 settembre 2010).

Davanti al MacDonald un ragazzo con la faccia da mongoloide e la divisa del Mac spazza il marciapiede.
Passa una ragazza molto bella in minigonna e top, alta.
Il ragazzo si ferma. La guarda incantato.
La ragazza gli sorride, poi gli mostra la lingua.

Grosseto, Hotel ***, sala colazioni, ore otto e venti (di domenica 26).

Due giovanotti stanno facendo colazione.
Uno dice: “Questo albergo è davvero squallido. La mia stanza ha le pareti nude, non c’è nemmeno un quadro”.
L’altro dice: “Nella mia ce n’è uno, ma piccolo”.
Il primo dice: “Bello o brutto?”.
L’altro dice: “Non lo so, non ci ho guardato”.

Firenze, caffè della stazione di Santa Maria Novella, otto e venti (di lunedì 27 settembre).

Un giovanotto ricciuto va alla cassa, poi al banco. Dice: “Un caffè e un cornetto”.
Il banconiere: “Deve fare lo scontrino”.
Il giovanotto si fruga nelle tasche, poi si volta verso la cassiera: “Signora, non mi ha dato lo scontrino”.
La cassiera: “Guardi che gliel’ho dato”.
Il giovanotto: “Signora, non me l’ha dato, mi creda”.
La cassiera: “Giovanotto, gliel’ho dato, mi creda mi creda”.
Il giovanotto: “Signora, non voglio fare polemica, ma non me l’ha dato”.
La cassiera: “Se vuole far polemica, faccia, ma io gliel’ho dato”.
Il giovanotto: “Non facciamo polemica”.
La cassiera al banconiere: “Augusto, dagli il caffè e il cornetto, sennò questo fa polemica”.

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51 Risposte a “Che cosa facevi nel settembre del 2010?”

  1. Giacomo Vit Dice:

    Giulio, potresti chiedere ai lettori di continuare le storie

  2. monicawinters Dice:

    oppure di scrivere i loro appunti di settembre 2010

  3. Giulio Mozzi Dice:

    Cletus e Toni l’hanno fatto di tanto in tanto, negli anni, di continuare le storie.
    E, a proposito, cosa facevate nel settembre del 2010?

  4. manu Dice:

    perchè?

  5. Marco Dice:

    Io, il 4 settembre del 2010, come ogni anno, compivo gli anni.

  6. Cletus Alfonsetti Dice:

    Quello che sembra un giochino innocente in realtà è un gran bell’esercizio. Fare palestra, in altre parole. La capacità di scrivere dialoghi passa anche da questi “quadretti”. Non è una roba da poco. Dominante penso sia la dimensione ludica, è la voglia di divertirsi ad immaginare altre, possibili, evoluzioni e insieme, laddove si riesce, a divertire chi ci legge.

  7. gian marco griffi Dice:

    Poiché son pigro pure a cancellare i messaggi ho nel telefono circa cinquemila sms. Non pensavo che un telefono ne potesse memorizzare tanti. Questo per dire che:
    il 27 settembre 2010, per esempio, mia moglie mi scrive: “Ho preso delle rolatine di coniglio, stasera faccio quelle con spinaci di contorno”.
    Quindi con tutta probabilità la sera del 27 settembre 2010 ho mangiato rolatine di coniglio con contorno di spinaci. Curioso, soprattutto perché gli spinaci non mi piacciono per niente (il coniglio sì).
    Dopo mi scrive: “devo andare alla Benetton a cambiare il vestito di mia cugina, a che ora torni?”.
    Cinque minuti dopo scrive: “cazzo torni tardissimo”; probabilmente avevo una giornata schifida a lavoro.
    Infatti: io solitamente il lunedì sono a casa ma quel giorno ero a lavorare (è verificabile – e ho verificato – anche questo) perché al golf c’era pro-am (che non sto a spiegare cos’è tanto non gliene frega niente a nessuno, cioè, meno ancora delle rolatine di coniglio che ho mangiato).
    Poi c’è tutta la vita nascosta o “letteraria”, costituita da centinaia di appunti presi sull’agenda (sempre del telefonino). Il 26 settembre 2010 ci sono cinque appunti, tutti riferiti a un ufficio cause papabili di suicidio. Quel racconto l’ho poi scritto, anche se il papabili è diventato eleggibili. Il 27 settembre un solo appunto, lapidario: “utilizzare storia del pornografo, scrivere sceneggiatura porno”.
    Sta cosa che attraverso i messaggi di mia moglie e gli appunti posso ricostruire ogni singolo giorno dei miei ultimi tre anni di vita mi terrorizza. Credo li cancellerò tutti.
    Comunque, adesso sai più o meno esattamente cosa facevo io mentre tu eri a Firenze o giù di lì. Se vuoi sono in grado di dirti cosa facevo dalle 00.00.00 del 1° settembre alle 23.59.59 del 30 settembre 2010. Altro che Funes.

  8. Roberto Coracaglina Dice:

    Nel settembre del 2010 traslocavo. Avevo dovuto vendere la mia casa e andavo a stare in affitto a soli cento metri da lì.

    In quel momento, già da alcuni mesi, ero innamorato di una donna infelice, talentuosa e complessa. Con calcolo ingenuo e spregevole avevo immaginato di rendermi grato a lei aiutandola come potevo, benché poco prima avesse chiarito, anche con fastidio, come non lei corrispondesse al mio sentimento; le avevo affidato parte di un mio lavoro, sicuro della sua buona volontà e delle sue capacità. Arrivati oltre il termine stabilito, il lavoro non lo aveva fatto, anzi, aveva reagito in malo modo al mio sollecito. Rassegnato per tutto il resto, quest’ultima cosa mi aveva invece sorpreso molto.

    Morale: nel settembre del 2010 ero avvilito ed esausto per quel trasloco subìto e insignificante, addolorato e offeso da quell’altra vicenda, che con buona ragione mi aveva anche fatto sentire uno stupido (non ho vent’anni e neanche trenta), e in ritardo col lavoro!

  9. Luca Dice:

    Iniziavo il mio primo anno da docente di ruolo.

  10. Roberto Coracaglina Dice:

    Sono avvilito. Non solo nel settembre 2010 non facevo niente d’interessante, ma il raccontino di quel poco che facevo non ha passato il vaglio di Vibrisse… :-/

  11. sergio pasquandrea Dice:

    Lunedì 13 settembre 2010 rientravo in un’aula scolastica e riprendevo a insegnare, dopo tre anni di congedo per motivi di ricerca universitaria.

    Dato che ho una memoria ottima per i libri e per tutto ciò che è scritto/letto/suonato/ascoltato, ma pessima per tutto il resto (facce, nomi, fatti in genere), ho ormai affidato la mia memoria al mio blog.
    Nel settembre 2010, il mio blog recita:

    “Venerdì, primo collegio docenti.
    Il preside mi assegna tre prime, italiano e storia. Un po’ faticoso, neanche una classe di triennio, ma vabbè. Vado a vedere la lista degli alunni: rispettivamente 29, 30 e 31.
    “C’entrano nelle classi?”, chiedo al preside.
    “No”, mi risponde, “siamo ben oltre i limiti di sicurezza, ma in Provveditorato un’altra prima non me l’hanno voluta dare”.
    “E come facciamo?”.
    “Non lo so. Stiamo cercando una soluzione”.
    “Manca una settimana all’inizio dell’anno scolastico”.
    “Lo so, Pasquandrea, lo so”.”

    “Ieri ho partecipato agli scrutini per gli alunni con “sospensione di giudizio” (ora si chiamano così: in pratica, sono i vecchi “rimandati a settembre”), in sostituzione di una collega che c’era l’anno scorso, precaria, non riconfermata. Mia compagna d’università, per inciso.
    Su quattro alunni da giudicare, due non si sono presentati. Uno era ricoverato in nefrologia: è tossicodipendente. L’altro ha 21 anni, è stato già bocciato tre volte, vive praticamente per strada.”

    “Una mia vecchia preside: sosteneva che per fare gli insegnanti ci vuole spirito di sacrificio (leggi: lavorare senza esser pagati), e io ribattevo che, finché noi insegnanti saremo considerati (e continueremo a considerarci) missionari, invece che professionisti, la scuola continuerà ad andare a rotoli.
    Mi viene da pensare che, certe volte, anche solo fare il proprio mestiere sia quasi un atto d’eroismo. ”

    “Primo giorno di scuola. Tutte le aule hanno lo stesso odore: aria spessa, viziata, carne giovane imbottita di ormoni. Aerare serve a poco.
    E tutte le facce, il primo giorno, sono uguali, viste da qui. Non sorridono alle battute, non si fidano. E hanno ragione.
    Il lavoro, quello duro, è di espugnarle, una per una. ”

    “Memorandum: Ogni attentato alla libera espressione riduce la ricchezza d’un paese. La tirannia è il più rovinoso dei lussi. Questo è vero a tutti i livelli e, in un paese dove i poeti sono imprigionati o esiliati, è fatale che le casalinghe facciano la coda davanti ai magazzini. (Michel Tournier)”

  12. giordano boscolo Dice:

    Rolatine di coniglio?

  13. gian marco griffi Dice:

    Eh..il giorno dopo, 28 settembre 2010, non so quello che ho mangiato ma so quello che ho comprato, c’ho una lista della spesa lunga 3 sms.

  14. huntersmirror Dice:

    [ commento grosseto 26] Ora con un traco gli mando un quadro di prospettive probabili.

  15. manu Dice:

    ecco, ho visto ora, sono messa come gmg, segno tutto (calendari, agende, e un simil-diario da qualche anno a questa parte).

    operando un’estrema sintesi, nel settembre 2010 l’evento che più mi ha scossa è stata una gaffe involontaria nei confronti di una persona a cui tengo in modo particolare, un mezzo incidente diplomatico, frutto dell’invio di un sms al destinatario sbagliato.

    in realtà era solo una frase che andava spiegata, ma l’aggravante della lingua straniera non mi ha mai permesso di capire fino in fondo se dall’altra parte c’è stata vera comprensione.
    a rileggerla ora, la mia reazione mi sembra eccessiva, ma allora la cosa mi ha turbata per giorni. ecco. in quell’occasione ho sentito tutto il peso di essere in mano alle lingue per comunicare.

  16. Bettina Todisco Dice:

    In questi giorni, mettendo ordine ad appunti sparsi su vari taccuini, ho trovato queste righe.

    Sarajevo, 26 settembre 2010

    Domenica mattina. Dopo aver vagato per la Bascarsija, scelgo di salire alla fortezza per strade ripidissime in pietra, tra botteghe di stagnino, panetterie, minuscoli caffè, moschee cariche di azzurri lumini. E infinite lapidi bianche. Lapidi ovunque. Lapidi ai bordi delle strade su ordinati manti erbosi verde prato all’inglese. Lapidi in cimiteri. Lapidi allo stadio, trasformato in cimitero.

    Qui la morte non si nasconde. Qui la morte regna ovunque.

  17. gian marco griffi Dice:

    Minchia dalla rolatina di coniglio allo stadio di Sarajevo trasformato in cimitero (nel 2010? Mi son perso qualcosa). Sono sempre il solito frivolo.

  18. giordano boscolo Dice:

    Fate soffriggere in poco olio un trito di cipolla, carota, sedano e rosmarino.
    Mettete le rolatine e fatele rosolare in maniera uniforme.
    Aggiungete il vino bianco e le carote tagliate a rondelle spesse circa 1 centimetro
    Fate cuocere per circa un’ora.
    Quando carne e verdura avranno raggiunto la cottura ideale, tirate via le carote e passatele nel mixer.
    Impiattate le rolatine con sopra la crema di carote.

  19. Silvia Dice:

    Finalmente, anche nel 2010 arrivò il Settembre. C’era tanto sole nel cielo azzurro, alle Cave di Maiano sotto Fiesole. Ero “ospite” di un posto, Poggio Sereno. Basta il nome e forse a qualcuno viene già in mente qualcosa. Comunque ho il coraggio di dirlo io. Un istituto di cura privata, sovvenzionato con la ASL fiorentina, predisposto all’accoglienza di utenti psichiatri, neuropsichiatrici e…! Mi pare, solamente dal quartiere 2 per degenze brevi o quanto necessario. In quel momento, all’ospedale di Santa Maria Nova, a parte le battute, era in corso un manicomio. I due reparti di psichiatria, uomini al primo piano le donne al secondo, erano stati riunificati per lavori di ristrutturazione di tutta la struttura ospedaliera. Perciò, una volta che i medici, con il consenso del responsabile dei reparti, avevano riempito di brande camere e corridoi, i “più fortunati” erano trasferiti appunto a Poggio Sereno.
    Per sereno esso in effetti è.
    Immerso nel verde delle colline fra Settignano Cave di Maiano e Fiesole, isolato (‘pacchia’ del depresso, che almeno nel reparto cittadino poteva rompere a fondo le scatole a infermieri, dottori e volontarie per avere il permesso di scendere a prendere il caffè alla macchinetta, e già così ritrovarsi in mezzo ad un mare di gente di ogni tipo e razza, con l’illusione, grande amica! di essere fuori dal reparto chiuso a chiave…) luogo ampio, neoclassico da parere una residenza estiva di personaggi ad esempio come i Martini, e con all’interno ampi saloni…anzi un ampio salone nel piano a livello del giardino, vivibile anche d’Agosto tra alberi e panchine, tra quello che discute con la radiolina come se parlasse col suo agente di borsa, e l’altra che vuole giocare a briscola con uno che vuole fare scopa, e beh, si c’ero anche io, camminavo in lungo e in largo, chiedendomi dove era finito il mio, allora, marito Manases e provando a non ascoltare il vocio dentro la testa. Era finito in Perù, a riflettere se il nostro matrimonio era da salvare o no! Anch’io ero in riflessione, quella davanti alle vetrate del salone implacabili fotocopie della mia immagine corporea. Ma non è che me ne importasse più di tanto. Ero e sono ancora abituata a convivere con l’immagine del corpo.
    Dunque perché è sereno l’ho detto, poggio vien da se.
    La cosa che mi va di raccontare è la dimissione verso la metà di Settembre.
    Dunque, non avevo la macchina, né tanto meno quattrini per un taxi. In fibrillazione dalla sera prima, in attesa che il dottore mi chiamasse per gli incartamenti e eventuali modifiche nella terapia.
    E vi assicuro, chi di voi ha passato una dimissione ospedaliera, sa quanto forte sia la paura, il senso di imprigionamento per esempio un imprevisto rimando all’uscita, un ‘E’ meglio se resta con noi qualche altro giorno, tanto fa così caldo in città, qui almeno respira, si riposa’, di fare un buco nell’acqua e perciò dover restare ancora in quella buia camera a due letti ( credete,un lusso) con la signora anziana che rischia ogni due per tre di scivolare giù da terra perché paralizzata.
    Invece il dottore, molto carino per altro, mi diede tutto il necessario e fui dimessa.
    Ero dimessa anche nell’aspetto. Fuori dal portone e dall’aria fresca dell’interno della Villa, un bollore madornale. Taxi che s’incrociavano, uomini e donne di varie età scendevano dalle auto e con borsoni entravano nella struttura, motorini parcheggiati del personale, ancora non era orario di visite, non potevano essere di parenti…serpenti… E in quel Settembre del 2010 avevo, e ce li ho ancora, tutti i motivi per apostrofarli così.
    Quando non si sta bene, lascio scorrere in cosa non stavo bene, piace poco incontrare nel imprevisto improvviso vecchi amici o persone con cui si ha avuto un rapporto di lavoro, ai quali avevamo omesso di raccontare i fatti nostri.
    Dico la verità, me ne andavo da un ricovero di 15 giorni vestita come quindici giorni prima, senza altro che 5 euro in tasca e l’abbonamento dell’Ataf, fortunatamente valido! Un borsone infinito, dove c’è il poco e l’assai peso, ma così peso, che sudo solo a guardarlo, lì piazzato fra trolly mega valige di pelle borse di Gucci.
    Faccio per imboccare il cancello per andare a prendere a 1 Km. il primo autobus per giungere al secondo autobus che mi avrebbe riportato, finalmente a casa, quando escono da un taxi due persone. Un uomo, di passa sessantanni, grosso, con una maglietta celeste tipo lacoste e pantalone marrone di cotone,capelli lisci e radi su una notevole testa con un ardito naso…lei minuta, sofferente ma sorridente, con i capelli scompigliati azzurro grigino, e lei, la figlia, energica bella con i capelli lunghi sciolti e un abito indiano. Lei prende le valige. Pagano il taxi. Intanto io vibro in me. Il prof. L’A.A. e la moglie, e lei V una delle figlie. O no:::no non ora.
    Avevo lavorato per lui, direi per loro, come segretaria tutto fare. Lui: cattedra universitaria. Militanza politica per la Pace, un archivio cartaceo monumentale e monumentalmente disorganizzato. Una cosa da far paura il casino che c’era in quello studio. Tanto che molte volte, mi mettevo mestamente seduta sul bordo del bracciolo della poltrona di stoffa verde, e preso in mano il primo volumetto che mi capitava, mi mettevo a leggere. Kosovo, missioni di pace. Le donne in nero. Dove sono, cosa fanno, oppure la sociologia del semiinterrato.
    Comunque ero una di casa, senz’altro, a quei tempi, in quella sera che chiusero l’aeroporto di Pristina e Diana, la mia amica del Kosovo restò bloccata in Italia, invece di poter ricongiungersi con la famiglia a Pristina. E tutti eravamo nell’orrore della guerra.
    Adesso conclude in breve, e queste persone mi riconobbero e a bocca aperta mi chiedono: “Cosa ci fai tu qui?”.
    Eh! Cosa ci faccio io qui
    Sai Alberto, mi hanno ricoverato perché ho fatto uno sciopero del bere (del mangiare non sarebbe stato credibile vista la corporatura) a favore dei detenuti di Sollicciano. ( Cosa peraltro che sarebbe stata più che nobile, utile.)…
    No!? Dicci! No…adesso no ho una coppia di amici che mi stanno aspettando fuori dal cancello. Mi portano con se a Manfredonia!
    Il resto del mese l’ho trascorso.

  20. manu Dice:

    silvia, mi hai ricollocato nella vita in un attimo. grazie

  21. Silvia Dice:

    grazie a te, Manu

  22. Morena Silingardi Dice:

    Grazie tante anche da parte mia, Silvia. Ho letto il tuo Settembre tutto d’un fiato, mi è parso di vedere te a Poggio Sereno con gli occhi e col cuore.

  23. Silvia Dice:

    Anche se non fa proprio ridere, magari sono riuscita a scrivere con un pizzico di ironia, umorismo…magari!

  24. Cletus Alfonsetti Dice:

    Cosa facevi nel settembre del 2010.

    Non sa, non risponde.
    Come nei sondaggi. Poi ho provato a chiedere aiuto a Outlook. Niente da fare, anche se ci fossero, e ci saranno stati sicuramente, una serie di appunti per quel mese, niente. Inghiottiti in qualche meandro del disco rigido, archiviati sotto chissà quale nome. A memoria non ricordo nulla di significativo. Dove per significativo potrei considerare, un viaggio, una nuova fiamma, auto, casa (non necessariamente nell’ordine). Quindi non mi rimane altro che chiedere aiuto al blog.
    Sicuramente ero tornato da poco da un viaggio (ma era fineagosto, ad Amsterdam). E quindi non vale. Però devo aver visto (dal momento che gli dedico un post al vetriolo) un film della figlia di Coppola, “Somewhere”…verrebbe da aggiungere “…over the rainbow” ma i rainbow per me sono rimasti a Tokio nel leggerissimo “lost in translation”.Dedico un altro post ad un pazzo sedicente prete americano che ha bruciato il Corano, provocando di conseguenza non so quanti morti nei paesi osservanti quel testo, e infine un post su una telefonata allucinata ricevuta da mio cugino nel cuore della notte. Per il resto, lavoro, fatture, solleciti di pagamento, bolle di consegna. Se mai domani sparissi e il solito zelante investigatore volesse prendesi la briga di ricostruire il mio profilo a partire dai file seppelliti nell’hard disk del mio pc, resterebbe profondamente deluso. E’stato, usando una metafora calcistica, un mese da campionato promozione.

  25. Pee Gee Dice:

    mongoloide? Quanto cattivissimo gusto in un termine del genere!

  26. Giulio Mozzi Dice:

    Macché cattivo gusto. Come riconosciamo, a colpo d’occhio, una persona affetta da quella che oggi viene comunemente chiamata “sindrome di Down”? Risposta: dai tratti mongoloidi. L’aggettivo “mongoloide”, sostantivato, è nell’uso corrente da parecchi decenni per indicare le persone affette dalla “sindrome di Down”. Certo: la parola viene usata anche come offesa; esattamente come tante altre parole che indicano malattie: “Ma sei cieco?”, “Ma sei sordo?”, ecc., fino a “storpio”, “monco” eccetera. Pensiamo anche al recente verbo “sclerare” (da “arteriosclerosi”), o pensiamo alla facilità con cui diamo a uno del “paranoico”.
    Dovremmo forse vietare tutte queste parole, solo perché qualcuno le ha usate per insultare qualcun altro? Dovrei offendermi se qualcuno mi dà del “caucasico”? O se qualcuno, difronte a un’operazione fatta “alla va là che vai bene”, dice che è fatta “all’italiana”?

  27. Pee Gee Daniel Dice:

    ‘Mongoloide’, per l’uso che se n’è fatto e correntemente se ne fa, non corrisponde semplicemente a termini clinici come cieco e sordo, ma a vocaboli dispregiativi quali ‘negro’ o ‘cretino’. Anzi, peggio, perchè se questi ultimi due termini nascevano in origine con un ruolo semplicemente connotativo, deterioratosi poi con l’uso, ‘mongoloide’, oltre ad essere odioso per l’ingiuria che è venuto a rappresentare verso persone disabili assolutamente degne di rispetto, partiva già come un insulto razzista. Il significato che Down e il collegio medico a lui coevo intesero infatti conferire a un tale conio linguistico (che letteralmente significa: ‘simile a un mongolo’, ‘a forma di mongolo’) risiedeva nelle deliranti idee scientifiche del tempo, che tendevano a confondere storicismo e pseudoevoluzionismo: in altre parole, la falsa plica mongolica che si può osservare nei soggetti affetti da sindrome trisomica evidenziava, agli occhi di tali accademici, la presenza di una malattia regressiva che abbassava la mente superiore di un rappresentante della razza bianca (ariano-caucasica si direbbe nei telefilm polizieschi) al livello degradato di un asiatico…

  28. Giulio Mozzi Dice:

    Appunto: le “deliranti idee scientifiche del tempo”, che oggi la massa dei parlanti nemmeno più conosce (anche se parecchi, magari senza rendersene ben conto, hanno idee della stessa specie). E’ curioso che la parola che oggi viene usata e percepita come eufemismo (“sindrome di Down”, “persona Down” o “persona down”, ecc.) rimandi a quelle origini e a quelle idee in maniera forse addirittura più esplicita. (E nessuno se ne rende conto, complice il fatto che “Down” viene da quasi nessuno interpretato come il cognome del signor John Langdon Down).
    Ho l’impressione che verso queste parole non abbia molto senso l’atteggiamento proibizionistico. Il problema sta nella mente di chi parla e/o di chi ascolta, non nella parola in sé. Le espressioni che contengono etichettature simili sono innumerevoli:
    - un pianto greco,
    - robe turche,
    - cineseria,
    - fare l’indiano,
    - portoghese (= che non paga il biglietto),
    - una russia (= gran confusione, oggi credo disusato),
    - filarsela all’inglese, e a proposito di questo:

    Andarsene all’inglese è locuzione che ci ricorda quanto potente sia l’etnocentrismo come visione e interpretazione pregiudiziale della realtà. Si tratta di una delle non poche espressioni che dimostra l’intenzione di attribuire all’Altro, allo straniero, abitudini, comportamenti, azioni disdicevoli, senza peraltro alcun fondamento reale. Il fatto di andarsene via senza salutare, di nascosto, furtivamente, per sfuggire a situazioni ritenute noiose, sgradevoli, imbarazzanti da chi compie l’azione, non è certamente caratteristico di questa o quella identità nazionale o etnica. Il meccanismo psicologico che soggiace a questo tipo di formulazioni linguistiche è però chiaramente spiegabile secondo il principio dell’autodifesa che si trasforma in attacco: se l’atto in sé della fuga più o meno indecorosa può essere attribuibile a chiunque, il marchio linguistico ci assicura, rassicurandoci, che il modello comportamentale da cui il singolo e ripetibile atto discende non appartiene alla cultura e alla civiltà nostrane cui, in casi simili, ci vantiamo implicitamente di appartenere. Naturalmente, lo scambio di sfavori fa parte delle regole del gioco. Se in Italia sotto accusa sono gli inglesi, in Calabria, in particolare e diversamente, i maleducati sono gli spagnoli (andarsene alla spagnola); a Venezia sono i romani (andarsene alla romana). In Germania sich auch französich verabschieden vale “andarsene alla francese”, mentre in Francia, di nuovo, sotto accusa sono gli inglesi, filer o aller à l’anglaise, i quali ribaltano l’accusa oltre la Manica con to take french leave.
    Per quanto riguarda il secondo quesito, il termine chetichella, che si adopera soltanto nella locuzione citata da chi ci interroga, deriva da cheto, allotropo popolare di quieto. L’espressione alla chetichella subentra in tempi relativamente recenti (durante l’Ottocento), alla più antica alla cheta, con l’introduzione di una sorta di raddoppiamento allitterativo di umore scherzoso. (fonte: Treccani)

    Alla scelta proibizionistica – quasi una lavanderia del linguaggio – si può utilmente proporre, credo (e spero), una scelta non tanto antiproibizionistica quanto, diciamo così, liberale. Accettiamo che la lingua funzioni come funziona; cerchiamo di non prendercela troppo con le catacresi e le formazioni simili (stavo per dire: “sclerotizzate”, che quasi una catacresi è, ormai). Ricordiamo peraltro la sentenza paolina:

    Omnia munda mundis,

    (da qualche parte nella lettera a Tito), ma cerchiamo di ricordarla per intero:

    Omnia munda mundis; coinquinatis autem et infidelibus nihil mundum, sed inquinatae sunt eorum et mens et conscientia.

    [Tutto è puro per i puri; per i contaminati e gli increduli invece nulla è puro, bensì (o anche: perché) il loro intelletto e la loro coscienza sono inquinati].

    Non per nulla ai miei nipoti è stato insegnato a dire “nero”, “africano” ecc. (col problema di decidere se i tunisini sono “africani” o no), ma i loro compagni di classe (delle elementari) chiedono orgogliosamente di essere chiamati “negri” (meccanismo tipico di autoattribuzione e rivalorizzazione in senso positivo dell’etichettatura o stigma – vedi cos’è successo alla parola “gay“).

    Peraltro, il problema del proibizionismo è che non ha mai fine. Vogliamo provare ad abolire la concordanza al maschile dei casi misti? (“…il loro intelletto e la loro coscienza sono inquinati“).

  29. gian marco griffi Dice:

    L’altro ieri all’interno della splendida struttura in cui ho il privilegio di prestare i miei servigi retribuibili con un salario netto, una mia collega della contabilità mi ha fatto notare che è davvero molto disdicevole riferirsi a una persona morta dicendo “E’ morto tizio”, dopo che – su precisa richiesta – avevo comunicato a un socio che un altro socio aveva esalato l’ultimo respiro. Mi sono immediatamente scusato. La formula appropriata per dire di uno che è morto che è morto è “mancato”, mi ha detto. Invece la formula appropriata per mandare affanculo una collega è “vaffanculo”, le ho detto. Ma mi sa che non è appropriata nemmeno quella.

  30. Pee Gee Daniel Dice:

    Qua chiaramente non si tratta di un atto censorio. Ogni parola può essere usata. Quel che non ne giustifica mai l’uso, specie nel caso di un’ingiuria, è però l’assoluta gratuità. Se metto in bocca ‘mongoloide’ a un medico protonovecentesco o al personaggio di un energumeno poco scolarizzato che insulta dalla propria macchina un altro automobilista per una manovra sconsiderata, questo ha un senso. Se lo uso semplicemente per dire che uno ha la faccia da scemo mi sembra in effetti gratuito. Tanto più che qui non si tratta di una ‘metafora morta’: il termine ‘mongoloide’ nella sua costruzione tecnico-linguistica potrebbe anche saper descrivere, in maniera del tutto neutrale, le fatezze simil-asiatiche dei portatori di una certa disabilità. Ma le parole sono spugne: nel corso del tempo assumono e assimilano valori diversi, dovuti alla storia del linguaggio, alla storia tout court e al loro specifico impiego. E la parola in oggetto è sicuramente un vocabolo detestabile (e come tale da usarsi, credo, senza eccessive leggerezze) per le ragioni poco sopra esposte.

  31. Giulio Mozzi Dice:

    Pee Gee, scrivi:

    Qua chiaramente non si tratta di un atto censorio.

    Direi piuttosto, come ho già scritto, “proibizionistico”.

    Se lo uso semplicemente per dire che uno ha la faccia da scemo mi sembra in effetti gratuito.

    Sono d’accordo. Non capisco come tu possa pensare che io abbia usate quelle parole semplicemente per dire che il ragazzo in questione aveva la faccia da scemo. Il ragazzo in questione non aveva la faccia da scemo. Aveva la faccia da mongoloide: e probabilmente lo era. Dico “probabilmente” perché non mi sono fermato a parlarci. Non ho scritto “un ragazzo mongoloide” perché, così scrivendo, avrei affermato qualcosa di cui non ero certo; non ho scritto “un ragazzo con la faccia mongoloide” perché mi sembrava che così avrei indicato un’appartenenza etnica; ho scritto come ho scritto perché volevo far intendere che cosa avevo intuito, o immaginato, di quel ragazzo, mentre gli passavo davanti quella mattina.

    E la parola in oggetto è sicuramente un vocabolo detestabile

    Trovo bizzarro pensare che una parola possa essere “detestabile”. Ad esempio, quando tu scrivi

    … la falsa plica mongolica che si può osservare nei soggetti affetti da sindrome trisomica…

    mi dà un po’ fastidio che vi sia la parola “soggetto” dove poteva stare benissimo la parola “persona”. Ma qui siamo quasi a livello di puro gusto, e comunque la parola “soggetto” non mi pare proprio detestabile.

    Riscrivo la mia storiella:

    Davanti al MacDonald spazza il marciapiede un ragazzo in divisa del Mac. I suoi tratti facciali mi fanno sospettare che sia affetto da sindrome trisomica.
    Passa una ragazza molto bella in minigonna e top, alta.
    Il ragazzo si ferma. La guarda incantato.
    La ragazza gli sorride, poi gli mostra la lingua.

    Non so. Non mi sembra che sia meglio.

  32. Pee Gee Daniel Dice:

    Non credevo parlassi realmente di un ragazzo Down per una congettura tutta mia, immaginando infatti che la McDonald’s non impiegasse persone con tali disturbi. Se lo fa, si è guadagnata un punto in più di rispetto da parte mia (nonostante i panozzi ammazzafegato che confeziona). Comunque tale informazione non inficia minimamente quanto prima dicevo e sì, lo penso seriamente, la storiella così riscritta mi pare migliore. Indica con precisione il tipo di persona che vuole descrivere, senza sbrodolature (per alcuni almeno) fastidiose e cacofoniche, ricorrendo ad una puntualità scientifica che trasmette come un senso di piacevole xenikòn linguistico nel lettore.

  33. Giulio Mozzi Dice:

    Non credevo parlassi realmente di un ragazzo Down per una congettura tutta mia…

    E invece no: bisognava prendere alla lettera ciò che è scritto.

    …immaginando infatti che la McDonald’s non impiegasse persone con tali disturbi.

    McDonald’s ha tutta una serie di politiche “sociali”, chiamiamole così, come ogni altra azienda che abbia grande visibilità e problemi di difesa “etica” del marchio.

    Se lo fa, si è guadagnata un punto in più di rispetto da parte mia (nonostante i panozzi ammazzafegato che confeziona).

    Domanda: è vero che i panini del Mac sono “ammazzafegato”? Sicuro che non sia “una congettura tutta tua”?
    (Ho visto anch’io il film di quello che si è devastato mangiando esclusivamente cibo Mac. Ma lì il problema è che è da deficienti mangiare esclusivamente cibo Mac, così come è da deficienti – che so – nutrirsi esclusivamente di verdure di colore rosa pallido o di pasta in bianco).
    Ti ricordi di Enzo Baldoni? Il pubblicitario e giornalista che andò in Iraq con scopi umanitari e fu ammazzato? Ebbene: fu a lui (che tra le altre cose aveva inventato anche una memorabile campagna abbonamenti per “il manifesto”) che McDonalds commissionò un’importante campagna istituzionale. (Eccola qui). Prima di accettare l’incarico Baldoni (e qui la fonte è un articolo del “manifesto” di tanti anni fa: vado a memoria) si studiò accuratamente i “panozzi” del Mac: e scoprì che, in effetti, la materia prima era ottima, le procedure di cottura e confezione ineccepibili, e così via. “Non sparate sul panino”, si chiamava una delle puntate della campagna.

    …un ragazzo Down…

    Potrei contestarti quest’espressione, che fa riferimento a uno scienziato razzista ecc. – Ma non lo faccio.

    …sì, lo penso seriamente, la storiella così riscritta mi pare migliore.

    Invece secondo me è peggiore: perché ho sostituito una parola descrittiva con parole non descrittive.
    Mi spiego: in un romanzo di Marco Lodoli, “Crampi”, c’è un tipo che va sempre a mangiare in un negozio dove danno “pane e carne”. Tutti i lettori capiscono che si tratta (guardacaso) proprio del Mac, o al massimo del Burger King. Ma il fatto che si parli di negozi dove danno da mangiare pane e carne, e non si dica “il McDonald’s”, costringe a pensare alla materialità della cosa.
    Ecco: il mio uso della parola “mongoloide” ha questo scopo qui. (E qui parlo del mio scopo: che lo raggiunga, è un’altra cosa).

    Potrei provare ancora:

    Davanti al MacDonald spazza il marciapiede un ragazzo in divisa del Mac. I suoi tratti mongoloidi mi fanno sospettare che sia affetto da sindrome trisomica.

    Ma il problema è che è solitamente assai brutto, nelle narrazioni, fornire un indizio e poi subito dopo la spiegazione. Quindi tolgo la spiegazione:

    Davanti al MacDonald spazza il marciapiede un ragazzo in divisa del Mac. Ha tratti mongoloidi.

    E questa forse è la soluzione più equilibrata: peraltro, lascia in dubbio il lettore (cioè: il lettore non ha indizi sufficienti per decidere se il ragazzo sia d’origine mongolica o affetto da sindrome trisomica). E quindi non va. Non del tutto, almeno.

    …senza sbrodolature (per alcuni almeno) fastidiose e cacofoniche…

    Dove stavano, scusa, le sbrodolature cacofoniche?

  34. Morena Silingardi Dice:

    Sto seguendo con interesse questa discussione sull’eticità delle parole. Personalmente, mi convince la versione “Ha tratti mongoloidi”, ma ancor di più la considerazione “Omnia munda mundis”. In ogni caso, mi sembra che queste puntualizzazioni abbiano il merito grande di tirare in ballo il “mundus” Enzo Baldoni, bravissimo traduttore, tra le tante sue virtù, di Doonesbury di Trudeau, mio fumetto preferito da sempre. Aldilà della mia stima per la persona, copio e incollo queste sue disposizioni testamentarie: per me ben chiarscono il fastidio che si può provare verso un linguaggio di maniera e, viceversa, l’utilizzo “puro” di termini solo in alcuni contesti ritenuti volgari (checcazzo, sveltina…).

    (…) Ordunque, trascurando il fatto che io sono certamente immortale, se per qualche errore del Creatore prima o poi dovesse succedere anche a me di morire – evento verso cui serbo la più tranquilla e sorridente delle disposizioni – ecco le mie istruzioni per l’uso. La mia bara posata a terra, in un ambiente possibilmente laico, ma va bene anche una chiesa, chi se ne frega. Potrebbe anche essere la Casa delle Balene, se ci sarà già o ci sarà ancora. L’ora? Tardo pomeriggio, verso l’ora dell’aperitivo.Se non sarà stato possibile recuperare il cadavere (…) andrà bene la sedia dove lavoro col mio ritratto sopra. Verrà data comunicazione, naturalmente per posta elettronica, alla lista EnzoB e a tutte le altre mailing list che avrò all’epoca. Si farà anche un annuncio sui miei blog e su qualsiasi altra diavoleria elettronica verrà inventata nei prossimi cent’anni. Vorrei che tutti fossero vestiti con abiti allegri e colorati.Vorrei che, per non più di trenta minuti complessivi, mia moglie, i miei figli, i miei fratelli e miei amici più stretti tracciassero un breve ritratto del caro estinto, coi mezzi che credono: lettera, ricordo, audiovisivo, canzone, poesia, satira, epigramma, haiku. Ci saranno alcune parole tabù che *assolutamente* non dovranno essere pronunciate: dolore, perdita, vuoto incolmabile, padre affettuoso, sposo esemplare, valle di lacrime, non lo dimenticheremo mai, inconsolabile, il mondo è un po’ più freddo, sono sempre i migliori che se ne vanno e poi tutti gli eufemismi come si è spento, è scomparso, ci ha lasciati. Il ritratto migliore sarà quello che strapperà più risate fra il pubblico. Quindi dateci dentro e non risparmiatemi. Tanto non avrete mai veramente idea di tutto quello che ho combinato. Poi una tenda si scosterà e apparirà un buffet con vino, panini e paninetti, tartine, dolci, pasta al forno, risotti, birra, salsicce e tutto quel che volete. Vorrei l’orchestra degli Unza, gli zingari di Milano, che cominci a suonare musiche allegre, violini e sax e fisarmoniche. Non mi dispiacerebbe se la gente si mettesse a ballare. Voglio che ognuno versi una goccia di vino sulla bara, checcazzo, mica tutto a voi, in fondo sono io che pago, datene un pò anche a me.Voglio che si rida – avete notato? Ai funerali si finisce sempre per ridere: è naturale, la vita prende il sopravvento sulla morte -. E si fumi tranquillamente tutto ciò che si vuole. Non mi dispiacerebbe se nascessero nuovi amori. Una sveltina su un soppalco defilato non la considerei un’offesa alla morte, bensì un’offerta alla vita. Verso le otto o le nove, senza tante cerimonie, la mia bara venga portata via in punta di piedi e avviata al crematorio, mentre la musica e la festa continueranno fino a notte inoltrata. Le mie ceneri in mare, direi. Ma fate voi, cazzo mi frega. Enzo G. Baldoni

  35. Pee Gee Daniel Dice:

    Per l’uso corrente della parola stessa, temere che per ‘tratti mongoloidi’ uno possa pensare a fattezze orientali sarebbe come sentir dire a qc. “ho avuto parecchie conoscenze bibliche” e, in base all’etimologia greca, equivocare che ha letto numerosi libri. Poi, ma qua si rischia di entrare nell’evanescente campo del gusto personale, all’imposizione di piccoli esercizi mentali per il lettore come “un negozio che serve pane e carne” preferisco definizioni più stringenti, tipo “giù al Mac”, che restituiscano immediatamente l’ambientazione e vi calino lo spettatore, il quale, così facendo, sarà sufficientemente pronto per assistere e concentrarsi sulla scena che gli offriamo senza altre inutili distrazioni. Quanto alla cacofonia, ebbene, per dirla veloce e facile, ‘mongoloide’, cmq la si metta, suona veramente ma veramente male. Mi si potrà anche venire a dire che è lecito farci un’ode in rime ABABCC dal titolo “Oh mongoloide, mongoloide lieto!”, ma personalmente non ci credo. E ancora, fatto salvo che la campagna “La rivoluzione non russa” rimane nel mio immaginario la promozione pubblcitaria più geniale e riuscita a cui possa pensare, tirato per la giacchetta spezzerò anch’io la proverbiale lancia a favore della tanto odiata catena di cibarie marroncine: la McDonald’s è più di sinistra di molti altri gruppi che si fregiano di quel titolo! Lo è fattivamente, nel momento in cui permette (come è successo a me per i 4 anni di mio figlio) di fare una bellissima, spassosa festicciola per una ventina di bambini con soli 130€, cioè davvero alla portata di tutti.

  36. Silvia Dice:

    Noi siamo quello che mangiamo.
    Questo è dare a Mac quello che è di Mac, e alla Salute quello che è della Salute. Mi dispiace solamente che questa replica è semplicemente una reazione

  37. manu Dice:

    ommioddio la festa al mc donald’s per i 4 anni del bimbo! = non devo fare niente se non pagare. la mia casa resta pulita e in ordine. gli amici di mio figlio non mi gireranno per le stanze. nessun vaso andrà rotto da una pallonata. niente coriandoli, trombette e stelle filanti ovunque da ripulire. ne tantomeno chiazze annerite e appiccicose di marmellata sul pavimento. li parcheggiamo lì e si arrangiano gli animatori per quel tanto che basta. al massimo dovrò scambiare qualche parola di convenienza con il solito genitore che non vuole andarsene per tornare a riprendere il figlio all’ora convenuta.
    ma allora è proprio vero. c’è chi fa codeste stramberie. e io che non ci credevo. fortuna che il compleanno viene una volta all’anno. quello che non sapevo era che fossero considerate di sinistra. ma se è così allora io … ommioddio!

    (ho letto un po’ in fretta. è probabile che mi sfugga qualche passaggio. mah)

  38. Giulio Mozzi Dice:

    …definizioni più stringenti, tipo “giù al Mac”, che restituiscano immediatamente l’ambientazione…

    No. Nel mio raccontino, le parole “Davanti al MacDonald” non “restituiscono l’ambientazione”: casomai ne sottraggono (perché tutti i MacDonald sono uguali, perché un nome proprio porta meno significato di una scelta descrittiva ecc.). (A meno che il mio scopo non sia proprio quello di mostrare che qualcosa avviene in un posto qualsiasi, e marcare con MacDonald proprio la qualsiasità del luogo).

    Quanto alla cacofonia, ebbene, per dirla veloce e facile, ‘mongoloide’, cmq la si metta, suona veramente ma veramente male.

    Ma: è una parola morfologicamente corretta (vedi). Non è un orrore del tipo di “velocizzare”, “contattare” o – peggio – “qualsiasità”.

    Però, Pee Gee, ti faccio notare che questo argomento da te ora portato è un nuovo argomento, che non c’entra nulla col precedente. Una parola può suonarti bene o male (e sarà questione di gusti: dei quali non si può discutere) a prescindere dal suo significato dalla sua storia o dal suo essere più o meno politically correct.

    Comunque volevo capire di che cosa parlavi parlando di “cacofonia”. Mi resta da capire di che cosa parlavi parlando di “sbrodolatura” (“poco interessante nel contenuto e troppo prolisso nella forma”, Treccani). Che l’intero raccontino sia poco interessante nel contenuto, è questione sulla quale non mi esprimo; ma che sia troppo prolisso è cosa della quale dubito seriamente.

    …la McDonald’s è più di sinistra di molti altri gruppi…

    No, McDonald’s non è di sinistra: McDonald’s ha un marketing.

    Manu, scrivi:

    …ma allora è proprio vero. c’è chi fa codeste stramberie…

    Pensa che io sono perfino andato alla cena di San Valentino dell’Ikea (vedi).

  39. Pee Gee Daniel Dice:

    Dai, su, provaci chè magari ci arrivi anche tu, Manu dal genere sessuale imprecisato. Magari, dico, forse, ci arrivi a capire che se uno abita in un modesto appartamento non ce la fa proprio a invitare tutti gli amichetti del figlio e che, se magari al momento è pure disoccupato, pagare una cifra tanto risibile per far giocare e festeggiare i figli in uno spazio organizzato (bada bene, al massimo sarai tu a fare il parcheggiatore abusivo della tua prole, sempre che quel ttuoddio che invochi tanto a vanvera – qualsivoglia manufatto animista esso sia – te ne abbia mai fatto grazia) è una manna. Dai, prova a spremerti un po’ le meningi e pensaci su. Mi raccomando però: fermati prima di un rischio emorragico, se proprio non ci riesci.

  40. Pee Gee Daniel Dice:

    @ Giulio Mozzi: a parer mio una parola ‘suona male’ non per ragioni squisitamente estetiche. Non sempre perlomeno. No di certo in questo caso: ‘mongoloide’ suona male perchè, con una sensibilità diversa rispetto al passato, abbiamo (o dovremmo avere) la consapevolezza della storia spiacevole che tale termine porta con sè. E’ in un ambito come questo che la coincidenza di bellezza, giustezza e verità compiuta dal platoaristotelismo riassume tutta la sua fragranza. Quanto alla sbrodolatura, vale l’accezione di ‘sovrappiù’, in quanto credo che nel raccontino si intendesse focalizzare l’attenzione del lettore sullo svolgimento dei fatti, ovvero sull’incontro tra il ragazzo e la ragazza davanti al Mac, più che impegnarne la mente su una terminologia fastidiosa che non può che distrarlo verso pensieri come quelli da me elaborati e qui sopra esternati: ecco perchè una descrizione puntuale e scientifica, nella sua asepsi, o neutra freddezza, lascia che chi legge fili dritto alla storia, senza inciampare in questi problemi marginali. Per il McDonald’s poi,dire che è di sinistra è chiaramente una provocazione. Lo è fattivamente, dicevo, in quanto viene incontro ai bisogni di molte persone laddove struture più sbandieratamente ‘filo-proletarie’ latitano.

  41. manu Dice:

    ffiu! giulio. per un nanosecondo ho tremato e c’ho creduto. mi convinco sempre più che comunicare, spesso, è rischioso

  42. manu Dice:

    @pee gee daniel
    pee gee, mi spiace, ma non ho parlato a vanvera nel mio intervento, e provo brevemente a spiegarti il perchè

    manu sta per manuela. e si, sono pure genitore. e si, quando mio figlio era in età da feste di compleanno si abitava in un modesto appartamento (soggiorno, cucinino, camera matrimoniale, cameretta, bagno, stanzino per la caldaia, disimpegno tra la zona giorno e la zona notte di un metro quadro, tolti spigoli e rientranze).

    l’età da feste di compleanno con l’orda selvaggia di amici è durata per gli anni di asilo, di scuola elementare e pure di scuola media. E se le ricordano ancora, quelle feste, ora che hanno vent’anni. Si arrivava ad una quindicina di bambini e la sera tenevamo a cena (in piedi ovviamente) lo zoccolo duro dei genitori, quelli con cui si aveva il piacere di intrattenersi ancora.

    i primi anni era totale devastazione, ma nel tempo si è riusciti a migliorare, lasciando sempre un momento per lo sfogo libero, ma riuscendo a pilotare la situazione verso altre direzioni senza che si capisse troppo (storie, giochi, altro). Unico imperativo rimaneva ‘un regalo fatto con le proprie mani’ per non pesare con l’invito su nessuno (arrivavano le cose più assurde, quello era l’aspetto che mi divertiva di più. E parentesi sulla parentesi, sai cosa hanno regalato gli amici a mio figlio quando ha compiuto 18 anni? Una macchina, dimensioni naturali, fatta da loro tutta in cartone, che in quattro di loro hanno trasportato mettendosela sulle spalle e andando a piedi lungo la circonvallazione fino al luogo dove c’era la festa. Dunque qualcosa è rimasto, nello spirito).

    certo, c’era un sacco di lavoro da fare, quando arrivava sera avresti voluto scomparire, e qualcosa andava pure storto, ma rifarei tutto. Può essere che tu stia in un mini appartamento (camera bagno cucina) allora si, la cosa risulta impossibile, ma poi, sei sicuro che 130,00 euro siano pochi?

    C’erano anche allora le feste nei contenitori animate o meno da altri, ma davvero, non ho mai capito questa cosa, piuttosto li mollo in un campo e faccio il guardiano. tutto qua.

    Buon ferragosto. P.g.d. e scusa la lungaggine

  43. gian marco griffi Dice:

    Cos’è, una gara a chi è (o è stato) più pezzente?
    Ps: “Piuttosto li mollo in un campo e faccio il guardiano”. Io sono nato il 16 dicembre, per fortuna mia madre non ha mai avuto una simile idea.
    Trovo che “mongoloide” sia una parola perfetta e bellissima.

  44. manu Dice:

    gmg, tu mi fai sempre ridere, davvero!
    non mi sento nè più brava, nè più buona (rileggendo quello che ho scritto sento puzza di predica, cosa che mi piace poco e mi scuso con il destinatario) nè più pezzente :-) sono solo allergica a certe situazioni di gruppo

    p.s. mai giocato all’aperto d’inverno? suvvia!

  45. gian marco griffi Dice:

    Da piccolo ero un po’ cagionevole, comunque meglio un pic-nic a meno cinque che un compleanno da mcdonald, questo è pur vero, ne sarei rimasto traumatizzato. Meno male che abitavamo in una casa enorme, Monti non lo conosceva nessuno, la nostra splendida nazione accumulava debiti su debiti e noi ce ne fregavamo ed eravamo felici, avremmo potuto invitare a casa cinquantacinque miei amichetti per i miei compleanni, anche cinquantasei. Ciononostante i miei non hanno mai invitato nessuno, grazie a dio, perché le “situazioni di gruppo” mi procurano shock anafilattici; a volte in due si è già in troppi. (Minchia come sono apèrto al prossimo).

  46. Antonella Dice:

    Comunque… settembre 2010 è diviso in due, per me. Prima ero incinta. Poi ero mamma.
    Ero incinta e la mia bimba era con me mentre decoravo la sua cameretta con fiori e farfalle colorate. Poi ero mamma ma lei era in terapia intensiva a lottare e io non sapevo perché. I medici erano troppo impegnati con le molte urgenze per trovare il tempo per spiegarmi qualcosa.
    Finchè, dopo un giorno e mezzo, ho urlato. Devo aver spaventato a morte l’infermiera, perché poco dopo avevo mia figlia in braccio, che non respirava ancora da sola, ma almeno era con me.
    E non mi importava più di che colore fosse la sua cameretta, né se ci fossero fiori o farfalle.
    Tanto, ora, li strappa tutti e ride.

  47. Giulio Mozzi Dice:

    Pee Gee, ora scrivi:

    a parer mio una parola ‘suona male’ non per ragioni squisitamente estetiche. Non sempre perlomeno. No di certo in questo caso: ‘mongoloide’ suona male perchè, con una sensibilità diversa rispetto al passato, abbiamo (o dovremmo avere) la consapevolezza della storia spiacevole che tale termine porta con sè.

    Dunque non si tratta di “cacofonia”. Scusa eh, ma mi pare che salti da un argomento all’altro.

    Quanto alla sbrodolatura, vale l’accezione di ‘sovrappiù’, in quanto credo che nel raccontino si intendesse focalizzare l’attenzione del lettore sullo svolgimento dei fatti, ovvero sull’incontro tra il ragazzo e la ragazza davanti al Mac, più che impegnarne la mente su una terminologia fastidiosa che non può che distrarlo verso pensieri come quelli da me elaborati e qui sopra esternati:

    Il fatto che altri lettori non si siano “distratti” verso pensieri come i tuoi è la prova empirica che non è vero che il lettore non possa che essere distratto verso quei pensieri ecc.

  48. Pee Gee Daniel Dice:

    Per Manu: tutto risolto. Che ognuno faccia ciò che vuole, anche se a parer mio fare una festa al McD. una volta nella vita non ha mai traviato l’infanzia di nessuno. Quello che mi ha toccato i nervi è stato pasare per un genitore che ‘parcheggia il figlio’. Finito. Pace. Buon feragosto anche a te, per l’anno venuro ormai.
    Per Giulio Mozzi: sc. me proprio di cacofonia si tratta. Suona male, appunto, per voltarla in italiano: ‘latu sensu’ per tute le questioni tirate in ballo, e ‘strictu sensu’ perchè la parola è proprio brutta in sè. Tu mi dirai: “Per te, magari!”. E in effetti un tuo seguace arriva a dire che è bellissima!!! (rob’ di màt, si dice dalle mie parti). Vorrà dire che alla nota divisa scolastica: “De coloribus et gustibus non disputamdum est” andrà aggiunto: “de sonis” o “de vocibus”.
    Ma poi, per tagliare la proverbiale testa al proverbiale toro, per capire se sia giusto usare una parola al posto di un’altra in maniera tanto gratuita, forse è meglio rifarsi a chi vede la propria vita coinvolto in certe definizioni e non ne fa una semplice disquisizione accademica. Come tu conosci dei ragazzini di colore che pretendono di essere chiamati ‘negri’ (sono rari, credo. Un mio amico senegalese è giustamente pronto a spaccare la faccia di chi gli si rivolga in quel modo), magari ci sono dei parenti di persone affette da quella sindrome che potrebbero illuminarci. Genitori di bambini Down che conosco, mentre accettano di buon grado la definizione che ho appena usato, si sentono mortalmente feriti quando percepiscono chicchessia rivolgersi ai propri figli con ‘mongoloide’. Magari poi ce ne sono pure che adorano quel’appellativo e chiamano i loro figli così anche in casa. Un sondaggio alla mano al momento non ce l’ho. Mi attengo semplicemente al buon senso..

  49. gian marco griffi Dice:

    Ed eccomi trasformato in un seguace del Mozzianesimo. Questa mi mancava.
    Dalle mie parti, pee gee, si dice: ma va caghè ant’al tani.

  50. Pee Gee Daniel Dice:

    Sì, se dpo’ t’ bèivi!

  51. Silvia Dice:

    Salto di palo in frasca…
    In quel Settembre ecco un esempio di fiducia.
    A casa di un amico fu ospite, oltre a me, un gattino di tre mesi. Faceva parte di una colonia felina protetta in via di…sterilizzazione le femmine e castrazione i gatti. Così vuole la legge della colonia felina…
    Però il cucciolo in questione poteva essere adottato, anzi lo era stato da una signora che non poteva passare a prenderlo fino al sabato, eravamo al giovedì. La casa dell’amico è molto piccola, una cucina quadrata appena abitabile con una terrazza, quella abitabile.
    La camera da letto, bagno e stop. Per non fare pasticci il venerdì il gattino fu tenuto fra le nostre braccia e la gabbia. Perché? Era ancora un po’ selvaggio e tendeva a buttarsi contro ogni cosa dura, le mura di casa, le porte, le ante dell’armadio. E poi rintontito girava sulla coda e voleva, lui, rientrare in gabbia. Non mi piacque. Proprio no. Sentivo che non ero in grado di stare con lui, e il mio amico invece tendeva a tenerlo sempre in collo.
    Ore 4 del mattino. Mi sveglio con un conosciuto attacco di frutta notturna, e vedo che micio micio (lo chiamavo così) era zuppo dell’acqua della ciotola puntualmente rovesciata, con altre cose umide e… dunque cambio la specie di lettiera rimetto poca acqua e un po’ di croccantini. E ruoto verso il letto.
    Un minuto dopo sentiamo, nel frattempo anche il mio amico è stato costretto a svegliarsi, uno stoviglio e miaolii. Si alza, anzi lo precedo. Chiudo la porta della terrazza e inizio a cambiare nuovamente il tutto. Avevo visto micio schizzare fuori dalla gabbia e sbatacchiare contro la porta, la apro e lui sparisce, nel minuscolo luogo.
    Cerca, chiama, cerchiamo, chiamiamo. Dico: Dio mio e ora, dov’è finito. Il primo pensiero terrorizzante è stato: la finestra della terrazza era aperta e lui si è catapultato di sotto. E veramente era volatilizzato. Un terrore ci scuote e il mio amico dopo un quarto d’ora di “cerca”, serio mi fa:-ascolta sei sicura al mille per mille che hai chiuso la porta della terrazza prima di farlo uscire?
    -Certo-rispondo-sicura al mille per mille.
    -bene-dice lui- allora tu cercalo in casa io scendo in cortile….chi lo trova si chiama col cellulare!

    il gatto fu trovato dietro al frigorifero nascosto, invisibile e silenzioso.

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