Se lo volete di carta (e: un concorso per il digitale)

di

di giuliomozzi

Sono l'ultimo a scenderePoco più di un mese fa l’editore Mondadori mi avvisava della prossima macerazione delle copie residue del mio libro Sono l’ultimo a scendere (e altre storie credibili); nel contempo mi prospettava la possibilità di acquistare quante copie volessi, con lo sconto del 90% sul prezzo di copertina.
Oggi sono arrivati gli scatoloni. Ne ho prese duecento copie. Se qualcuno fosse interessato ad acquistarne, le offro a dieci euro a copia (spese di spedizione incluse). Basta scrivermi, magari mettendo nell’oggetto: “Sono l’ultimo a scendere”.
Dopo l’estate l’editore Laurana, che già ha ripubblicato Il male naturale e La felicità terrena, pubblicherà un’edizione digitale di Sono l’ultimo a scendere. Stiamo cercando un’immagine per la copertina, e abbiamo pensato di indire un concorso. Chi volesse proporre una propria immagine può inviarla entro il 31 agosto a Gabriele Dadati, presso l’editore. Il premio consisterà in una paccata di libri di carta e, ovviamente, in una copia dell’edizione digitale di Sono l’ultimo a scendere.

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32 Risposte a “Se lo volete di carta (e: un concorso per il digitale)”

  1. Giacomo Vit Dice:

    Io voglio una copia, dimmi le modalità di pagamento.

  2. virginia Dice:

    anche io, grazie. bonifico?

  3. virginia Dice:

    no, che idiota, ovvio che no. come lo pago?

  4. veronica tomassini Dice:

    Questo è ciò che penso di questo libro (tratto dal quotidiano La Sicilia e dal mensile La voce dell’isola): “Giusto ieri l’altro, discutevo con un’amica sul ruolo che uno scrittore oggi dovrebbe detenere, non era una conversazione casuale, in merito avevo appena letto l’intervento sul blog di Demetrio Paolin e di Federica Sgaggio. Avevo addirittura provato a dire la mia, su fb, poi ho preferito eliminare il commento che valutai troppo audace, sicuramente improprio. Ad ogni modo con l’amica discutemmo sul ruolo del poeta-scrittore: ha smarrito il suo proscenio, la sua platea – decidevo – giacché convinta da La vita è altrove, e con Kundera convenivo sul fatto che la rivoluzione socialista avesse finito con il sancire la morte del poeta e che quella rivoluzione fosse davvero il congedo universale nel foyer di un dramma storico. Non avevo strumenti per confermare la mia tesi se non la vicenda personale di uno scrittore e un capitolo di geopolitica di cui in fondo sapevo molto poco. Poi mi ostinai su un’altra ipotesi: lo scrittore (passai abilmente dall’uno all’altro canto) raccontava uno spaccato del tempo (uau, sai che novità), ma insistei, raccontava uno spaccato di un tempo quando ancora un tempo poteva essere raccontato. «Tò», dissi all’amica, «questo vale fino al neorealismo». Pratolini, Berto, Pavese, Moravia, Buzzati, enunciai in ordine sparso.

    Oggi niente si può raccontare, cioé non c’è un’epoca unitaria, sostanziale, con bei caratteri definiti. Qui si tratta, osservavo, di considerare ognuno il proprio pezzettino di tempo, un tempo che parla al suo ombelico. Ognuno, chiusa la porta di casa, realizza la sua personalissima epoca che coincide col minimo mondo, con una minima vicenda di dolore, al limite, frammentata e globale, una vicenda casomai cibernetica, ecco, debole a posteriori nel suggerire quella data lì, quegli anni, quel periodo lì. Ma. Leggendo il tuo libro, Giulio, fino a notte tarda, sono arrivata al punto. Il tuo libro non è un puzzle di shortstories (coerentemente disposte). Il tuo libro è un romanzo (immagino un titolo del tipo Storia di un uomo perbene, o una roba così) dove, ridendo e ridendo (fino a che mio figlio mi ha chiesto «’mbe mamma che hai?», allora gli ho dovuto leggere la storia del pecorino delle Madonie, del cane lupo e del poliziotto, e lui ha riso coprendosi con la manina i dentini davanti, ché si vergogna), ho maturato l’idea: questa è la nostra epoca, questo è il nostro tempo. Sta tutto qui, in questa gente che appare e si dissolve, che fende fugacemente giorni mobili, nel tedio claustrofobico di uno scompartimento o nel bel mezzo di una conversazione distonica.

    Ecco, questo libro, ho pensato, misura il polso del nostro tempo autistico (qualcuno te lo ha già detto), questo è il romanzo dove l’uomo perbene e lo scrittore (Emilio Cecchi avrebbe esultato, non pensi?) si sono seduti con mirabile empatia sui talloni della vita, lasciando che molto nitidamente, laconicamente, onestamente, la vita li attraversasse entrambi, svelando il suo misterioso caglio, il caglio di questi anni. E noi lettori, lattanti ruminanti, d’appresso, vi partecipiamo con curiosità o forse soltanto sorpresi. Ho trovato uno scrittore, quando cercavo l’uomo, lo disse Cecchi a Pavese (riferendosi a Prima che il gallo canti), permettimi di affermarlo da me medesima.

    Non sono nessuno, sono solo una che legge per cercare anche il proprio tempo, che ha letto senza criterio, che ha letto e basta. Allora oggi ho trovato il mio scrittore, e lo dico mollando Giulio che mi ha seguito, che mi ha dato ascolto, e tutto il resto.

    Leggo Giulio Mozzi, con un’intima ammirazione (diversa da quella nutrita fino a ieri, diversa, ma ritengo che l’una non debba escludere l’altra). Leggevo anche con l’attenzione di chi crede di essere una mestierante (sai che prova le colonne di un quotidiano, vabbé). I periodi, la prosa asciutta, ferma, i suoi rilievi, le ombre e le luci, il ritmo di una quotidianità ricercata: sono tornata a casa. Pasteggiando le microstorie con la consueta armonia che mi rimandava ad un déjà vu. Questo è già stato (la mia armonia), ma non è “già scritto, già detto”. Tutto nuovo per tornare a casa. E la casa abita un battito congestionato, quel battito siamo noi, patetici o pietosi, distratti o sepolti dall’acrimonia. Barbari o innocenti, innocenti come te.

  5. Greco Sabrina Dice:

    Di una sola cosa sono contenta. La copertina nuova. Per quanto mi riguarda, l’e-book non è un libro.
    “Sono l’ultimo a scendere” è un’opera spassosa e impietosa, triste e ironica, sorridente e piena di speranza. Giulio Mozzi è un acutissimo osservatore della realtà e un abilissimo narratore.

  6. enrico Dice:

    bellissimo il tuo percorso di lettura, Veronica. Condivisibile, toccante. Io direi che il libro di Giulio inizia dalla fine. Dalle ultime, ultimissime battute nelle quali l’autore s’interroga sul suo “alter”, il so protagonista. “Chi è quest’uomo che non sembra praticare alcuna comunicazione se non sotto il segno del sadismo reciproco?”.Qui Giulio Mozzi ci fa vedere la figura di un autore per cui la scrittura è la pelle sofferente, la pelle psichica, che viene esposta, tastata nelle sue “rappresentazioni” esemplari (gli “aneddoti” veri, o inventati, o veri-inventati). Una vita rappresentata con nitore, con impassibile nitore. Un libro persino “comico” sospeso a una domanda senza risposta (Chi è quell’uomo che non sembra praticare…), infilata come un termometro nell’ascella della patologia comunicativa – sì del nostro tempo – ma anche, forse innanzittutto, della spiazzante, sconcertante, sofferta ironia insita nel proprio inguaribile disagio di uomo sociale.

  7. manu Dice:

    giulio, ma per quale motivo volete cambiare l’immagine di rutu modan?

  8. Giulio Mozzi Dice:

    Manu, l’illustrazione di Rutu Modan è molto bella, ma un libro pubblicato da Laurana deve avere una grafica laurànica; e non mondadoriana.

  9. manu Dice:

    cavolo, io proprio non ragiono

  10. antonio Dice:

    200 copie? Significa che ne sono rimaste invendute anche altre? Ma allora dove sta il problema? Cioè, o l’editore ha fallito le previsioni di vendita, o il libro non ha quello che si suole definire uno “smercio facile”, oppure cos’altro?

  11. Giulio Mozzi Dice:

    Antonio: così a occhio, credo che invendute ne siano rimaste circa duemila.

  12. Andrea D'onofrio Dice:

    Giulio per la copertina io metterei papallino, quel coso tondo e con gli occhiali sopra “Il ricordo d’infanzia. Un libro da fare”. Perchè.

    1 – ha uno sguardo perplesso;
    2 – ti somiglia.

    Ciao

  13. Giulio Mozzi Dice:

    Andrea, non ho mai portato degli occhiali così.

  14. Antonio Dice:

    Mi piacerebbe sapere come stanno le cose, e magari anche il tuo parere, riguardo alla seconda domanda che ho fatto nel mio precedente intervento,
    Grazie.

  15. Greco Sabrina Dice:

    Preciso con fermezza che non ho detto che l’illustrazione di Rutu Modan sia brutta.
    Ho espresso il mio parere sul progetto grafico, sulla copertina. A mio avviso non si addice al libro. Non la sento parte integrante. Solitamente il disegno, la foto, penetra e si amalgama allo stesso odore del libro, al titolo, al senso, diventa un tutt’uno.
    Posso mettere il capolavoro di Botticelli o di Michelangelo su un libro e creare una brutta copertina. Tra l’altro, l’immagine ha un formato troppo grande, secondo me non compatibile nemmeno con lo stile dell’autore. Ma questa, come sempre, è soltanto una mia opinione.
    In libreria, sugli scaffali, quel che si vede, quel che spesso attira l’attenzione, è la copertina. E’ l’illustrazione che evoca un senso d’arte e un immaginario, richiamato pure coerentemente dal titolo. Immagine e titolo sono una specie di promessa, assieme ai trascorsi letterari di quell’autore. E’ questo, nella maggior parte dei casi, che ci fa prendere in mano un libro per aprirlo, sfogliarlo, decidere di acquistarlo.
    Non dimentichiamo che ci sono grandi edizioni illustrate di un’opera. Per cui quando introduco un’immagine, l’immagine entra a far parte dell’opera per quella edizione (scusate, spero di aver espresso bene il mio pensiero, rispettando tutti come nella mia intenzione, oggi ho un brutto mal di testa).

  16. sand Dice:

    ma come immagine va bene anche una foto?

  17. Greco Sabrina Dice:

    Enrico, voglio dire una cosa. Sono mesi che mi chiedo quale potrebbe essere la sua identità. Forse sono l’unica a non saperlo, ma non importa. Mi piace moltissimo come scrive.

  18. Giulio Mozzi Dice:

    Antonio, non so quali fossero le previsioni di vendita dell’editore. Non ho mai pensato che questo mio libro fosse di “smercio facile”: Antonio Franchini di Mondadori lo definì, quando ne parlammo la prima volta, “un libro per scrittori”. Forse voleva dire che è un libro per pochi? Ma se si dice che in Italia ci sono più scrittori che lettori… :-)

    Sand: sì.

  19. enrico Dice:

    grazie Sabrina. Per esempio sono nato nel 1970. Per esempio, ci diamo anche del tu, no? Per esempio. Insegno scrittura creativa. Abito a Cinisello. Oh. Di quante cose è fatta una… identità, e come è inafferrabile “da dentro”? Non di questo – anche – parla il perturbante “straniamento” di “Sono l’ultimo a scendere”?

  20. anna maer Dice:

    una foto per la copertina?

  21. elifucci Dice:

    La mia copia l’ha portata il postino questa mattina! Ragazzi! Una risata dietro l’altra questo libro! Ha scavalcato, in meno di quindici minuti i libri che stavo leggendo e autori del calibro di: Marshall B. Rosenberg, Antonio Tabucchi e Fulvio Ervas!!! Mi dispiace solo di non avere chiesto a Giulio una dedica all’interno del libro! Vorrà dire che lo conoscerò di persona… prima o poi!

  22. enrico Dice:

    Oh io ci metterei una foto come tratta da quelle telecamere a circuito interno poste nelle cabine della metropolitana, magari con una prospettiva dall’alto al basso (e a una “definizione” leggermente maggiore)… non c’è ressa, ma la fissità di questi “viaggianti”, il loro silenzio, la loro “comunità” di isolati… ci potrebbe anche essere – pensavo ora – uno “sguardo” uno solo: un viaggiatore osserva chi lo osserva, guarda “in camera” per così dire, unico là dentro… è una specie di strana epifania… hanno questo sguardo i bambini: non gardano dritto all’obiettivo solamente, solamente “davanti”, ma sono inconsapevoli dervisci rotanti e si accorgono spesso anche di quello che è dietro e di lato, sopra e sotto (potrebbe forse essere un ragazzino o bambino quello che “guarda”?)… ecco l’idea c’è… bisognerebbe realizzarla… mmm
    Enrico Ernst

  23. Giulio Mozzi Dice:

    Sì, Anna.

  24. Ivano Porpora Dice:

    Se la grafica deve essere Laurana, dopo la copertina del libro di Dadati io suggerisco Porpora in primo piano e sullo sfondo lo sguardo assassino di Demetrio Paolin. Col maglione di Dadati.

  25. Greco Sabrina Dice:

    Grazie, Enrico, sono proprio contenta di averti identificato grazie alle tue spontanee dichiarazioni. Il tuo “inafferrabile da dentro”… Eh, sarà pure per questi motivi, a parte tutto, che insegnate scrittura creativa… Già! :-) Siete seminatori.

  26. Lo Dice:

    Llibro arrivato, Giulio! Grazie per la rapidità. E per le risate. Ti dirò di più quando l’avrò finito. Ciao

  27. vbinaghi Dice:

    Arrivato e letto.
    “Sono l’ultimo a scendere” era probabilmente l’unico libro che potevo leggere in questi giorni post-operatori, non solo perchè i racconti brevi agevolano uno che non riesce a stare seduto più di cinque minuti, ma perchè dietro quella comunicazione apparentemente improntata a “sadismo” reciproco c’è una compassione e una tenerezza per la condizione umana, che per me in questo momento è corroborante.
    Certo, c’è pure la continua segnalazione dei corto-circuiti cui le rigide regole dei giochi linguistici ci espongono, in un modo che non sarebbe spiaciuto al secondo Wittgenstein, ma il tutto è risolto in una grazia mozartiana, il lettore che non ne sa e non ne vuol sapere di meta-comunicazione si gusta il primo livello, quello delle “storie credibili”, e si diverte un sacco.
    E comunque, se la grammatica è sotto accusa, il soggetto è salvo, questo è un messaggio forte.

  28. manu Dice:

    comunque è un meccanismo perverso, sgambettare tra frasi e gesti di chi ti passa accanto e non rivedrai più. se ti ci infili ti assorbe, e difficilmente ne esci.

    mentre leggevo ‘sono l’ultimo a scendere’

    sabato mattina. tentativo di resistere almeno due ore nel sudificio più vicino, meglio conosciuto come spiaggia.
    nell’ombrellone accanto al mio una famigliola, padre, madre e due figlioletti, un bambino sui tre o quattro anni e una bambina, lucrezia, di circa sei anni.
    il padre alla piccola, dopo aver sistemato l’accampamento: “lucrezia. lucreziaaa, vieni che ti metto la crema”.
    lucrezia non risponde
    “lucrezia vieni qua che ti metto la crema per il sole”
    lucrezia corre avanti e indietro portando sabbia tra le mani
    “lucrezia ascolta papà. vieni che ti metto la crema, per favore”
    lucrezia corre verso il mare.
    “lucrezia! vieni qua!”
    lucrezia si ferma, si gira e torna verso il genitore
    “lucrezia dai, che ti metto la crema!”
    “non voglio la crema” dice lucrezia
    “lucrezia, devo metterti la crema!”
    “no, non voglio” dice lucrezia
    spazientito il padre strattona la piccola e urla:
    “lucrezia, insomma! hai visto la pancia della mamma? eh? l’hai vista o no? hai visto tutte quelle macchie? eh? le hai viste, eh? no ma, vieni qui a vedere! e sai perchè? perchè non si è messa la crema! vuoi ridurti così, lucrezia??”
    “no”
    “allora vieni, che ti metto la crema”

  29. Greco Sabrina Dice:

    E la mamma, la mamma, Manu, …che ha detto…? Avrà pur detto qualcosa la mamma al marito… no?
    No perché io avrei preso la crema… :-)

  30. manu Dice:

    uh, sabrina, non ha fatto una piega. credo abbia frequentato un buonissimo corso di sopravvivenza. se la reincontro mi faccio dare indicazioni :-)

  31. manu Dice:

    ancora @sabrina
    ammetto che mi ha sfiorato per un attimo l’dea di risponderti ‘la mamma? che ne so, ho inventato tutto’.
    mi sarebbe piaciuto fosse così, per più di un motivo

  32. Greco Sabrina Dice:

    Non lo so, Manu. Io sono pronta a sopportare solo il dolore inevitabile. Questa è sopravvivenza. Altrimenti si è già morti.

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