“Pigra giovinezza”, di Valter Binaghi, 11

di

Madri d’Italia

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I

Domenica, giorno di vacanza e relax in qualsiasi altra parte della provincia. Qui no. La domenica, anche a notte inoltrata, qui le auto scalpitano, t’incalzano a due centimetri dal paraurti finché non ti fai da parte e le fai passare (ma dove cazzo andate?). Gente che sgomma, impreca, come se dovesse correre in ufficio a timbrare entro cinque minuti. Qui il ritmo è sempre quello frenetico del business, anche per riportare a casa la fidanzata. Questa città la detesto. Ci ho vissuto un anno ai tempi dell’università, e sono scappato appena ho potuto, una volta scoperto che i miei ritmi metabolici sono e vogliono restare quelli del contadino.
Piccola storia del mondo, dalle bucoliche alla bomba atomica.
Il mondo è diviso in gente di città e gente di campagna, e i cittadini, che sono infelici e intossicati, non si danno pace finché riescono a fregare i campagnoli, e a farli diventare come loro. La gente di campagna ha bisogno di poco e odia le novità. I cittadini conoscono molte parole in più, riescono a farti sentire scemo quando vogliono, e soprattutto sanno come istillarti la passione malsana per l’universale. Cominciano dalle donne, e le seducono con le solite cose: specchi per truccarsi e tendine alle finestre per non lasciarsi vedere senza trucco. Le donne insegnano ai figli a disprezzare i loro padri, e a diventare migliori di loro. Così prima o poi andranno a ingrossare l’esercito dei ciarlatani e degli ansiosi di città, e faranno a gara per chi costruisce il marchingegno più abnorme e stupefacente.
Tutto qui? Tutto qui.

Sono le due passate. La macchina finalmente sfreccia sul Sempione da Rho a Nerviano, tra supermarket e punti vendita silenziosi come molossi accasciati in un momentaneo letargo. Monica è accartocciata sul sedile, avvolta in un giubbino che non deve tenerle troppo caldo, mi pareva che dormisse, ma a un certo punto dal viso affondato nel collo di pelo sale un borbottio: « Non puoi cambiare musica?»
È la prima cosa che dice da venti minuti.
«Cos’è che non va in Johnny Cash, American Recordings II?»
«Non so nemmeno chi sia. Qualcosa di meno palloso?»
Premo il pulsante passando dal CD alla radio. Gamma Radio. A quest’ora il solito pop gracile ma variegato. Ammetto che il Johnny Cash degli American Recordings è più roba da resa dei conti nella terza età: lo scontro all’OK Corral col tuo angelo custode. Ma anche a diciannove anni ogni tanto serve un bilancio.
«Non te l’aspettavi, eh?»
Tira fuori la testina dal bavero, come una lumachina intorpidita: «Che cosa?»
«Che la tua cuginetta ti spedisse fuori»
Fa una smorfia di disappunto. Ci mette un po’ a rispondere.
«Me l’aveva detto subito che non potevo stare lì. Le ho combinato un bel casino coll’architetto e i suoi amici. Adesso rischia di perdere un cliente fisso e oggi pomeriggio viene a trovarla il professore.»
«Discutono la tesi?»
«Non fare lo scemo»
«Va bene, Barbara è un’affermata professionista e non vuoi rischiare di rovinarle la piazza. E tu? Sempre decisa a seguire le sue orme?»
Mi lancia un’occhiata smarrita. Socchiude le labbra come per parlare, poi crolla il capo e rinuncia. Mi pare il momento d’insistere.
«Come ti ho detto, bisogna avere la pelle dura per fare certe cose, oppure esserci costretti. A casa tua va proprio così male? Scommetto che hai una gran voglia di infilarti nel tuo lettino col tuo pelouche preferito, e farti una bella dormita»
«Neanche per idea!». Sogghigna, piegando la bocca tra scherno e dolore. «Io stasera a casa non ci torno, e nemmeno domani. Se mi vedono così mi torchiano e finisce che incasino pure Barbara»
«Ma…allora?» faccio finta di chiederlo, ma ho già capito dove andrà a parare.
«Mi porti da te, no? Non hai detto che vivi da solo con tua figlia? Ce l’avrete un divano in casa…E non ti preoccupare, ti pago il disturbo. L’architetto ha sganciato in anticipo. Ho in tasca ottocento euro»
Devo evitare di guardarla. Quell’aria saputa da donna di mondo con cui ha provato a incantarmi l’altro giorno al parco le dev’essere tornata all’improvviso, mentre calcola le spese dell’albergo e ti tratta come il portiere di notte, ma adesso so che è solo una brutta maschera. Dentro la diga è già franata, e bisogna lasciarla tranquilla per un po’, in attesa che possa permettersi di accorgersene.
«Va bene», dico. «Sei maggiorenne, a casa mia per qualche giorno ci puoi stare. In camera di mia figlia c’è pure un letto in più, ogni tanto ci dorme una sua compagna quando i genitori sono via. Ma coi tuoi, di genitori, come la metti?»
«Ci parli tu»
«Io?»
«È per questo che ti ho chiamato. Sei un professore, di te si fidano. Da qui a domani mattina c’inventiamo una storia, poi io gli faccio una telefonata e tu vai da loro a prendermi qualche vestito. Si prende tempo e intanto ci si pensa. Io comunque, sia detto tra noi, quelli meno li vedo e meglio è»
«Ma perché, che ti hanno fatto?»
«Niente. È che quando sto a casa mi viene voglia di aprire il gas»
«E se io non ci sto a reggerti il gioco e raccontare balle ai tuoi genitori?»
«Non ti sei impegnato a redimere la pecorella smarrita? Se mi dai una mano in questa cosa giuro che con la carriera di escort ho chiuso per sempre»
Io lo sento che questa mi sta imbarcando in una faccenda pericolosa e confusa, ai limiti della legalità perfino, ma proprio non ci riesco a oppormi. Penso a Valeria, a tutti i progetti che avevo fatto su me e lei in una notte, svaniti al mattino come neve al sole. Provo rabbia nei suoi confronti, e mi detesto per il fatto di provarla: che diritto ho di entrare subito e di forza nella sua vita? Per questo è meglio che a Valeria adesso non ci pensi proprio, meglio dar retta a questa ragazzina e vedere di aiutarla schiarirsi le idee, anche se in mezz’ora è passata dal pianto della schiava maltrattata alle pretese della principessa che ha preso possesso di casa mia e mi sta organizzando la vita come se fossi C1B8, l’androide nano di Guerre Stellari.

II

Le ho dato un plaid e un cuscino e l’ho sistemata sul divano del salotto.
Alle sette dorme ancora e la lascio dormire. Lisa le passa davanti in pigiama, si curva appena sul volto tumefatto e poi mi guarda con un ghigno.
«Lo dico sempre che dovresti cambiare le lenti a contatto. L’hai tirata sotto in macchina?»
«È un caso umano» faccio io, con l’aria compunta. «Resta da noi per qualche giorno. Adesso vai a scuola, poi a pranzo te la presento e ti raccontiamo tutto»
Annuisce, senza commentare. L’ultimo caso umano che le ho portato in casa era un mio alunno di terza dell’anno scorso, finito in un brutto giro di spaccio e tolto dalla circolazione per qualche giorno, in attesa che la polizia sgombrasse il campo dai giovinastri che lo ricattavano. Non me lo dirà mai, ma so che queste mie incursioni nell’assistenza sociale sono le uniche cose che le piacciono indiscriminatamente di me, seppure non prive d’inconvenienti (il tipetto dell’anno scorso l’ha aspettata mentre usciva dalla doccia e poi ci ha provato goffamente, rimediando dalla figlia del prof una scarica di insulti da trivio che l’ha annichilito).
Io oggi entro alla seconda ora, vale a dire alle nove. Aspetto che Lisa sia uscita e poi sveglio Monica. Apre gli occhi e sbadiglia, prima di ricordarsi che la mandibola le fa un male cane: lo sbadiglio si chiude in una brutta smorfia.
«Bisogna chiamare i tuoi», dico: «Hai pensato qualcosa?»
Le brillano gli occhi: «Come no. La notte porta consiglio: me la sono sognata tutta, per filo e per segno. E vedrai che figata. Passami il cordless»
C1B8 esegue e siede in poltrona, in attesa della performance.

La prima telefonata è per Barbara, per concordare la versione. La cuginetta sembra convinta e apprezza, promette che all’uopo confermerà. Poi Monica chiama a casa. Risponde la madre.
La ragazza ha ritrovato una spigliatezza di tutto rispetto, il tono morbido, l’attesa sapiente della battuta altrui, la replica cortese, senz’ombra d’irritazione. Sembra una che negli ultimi tre anni ha lavorato solo in un call center.
«No mamma, adesso non sono più da Barbara, sono da questa mia amica….Lisa. Partiamo insieme stasera, per il lavoro in Fiera.»
«…»
«Mamma, era una cosa da decidere al volo, prendere o lasciare. L’amica di Barbara è stata chiara. Se non avevano subito una sostituta per la ragazza malata passavano ad un altro nominativo. Per me è importante, vuol dire che quest’estate magari me ne capitano un altro paio di cose così, e ci paghiamo le tasse dell’università. Dimmi che non ho fatto bene…»
«….»
«Ecco, lo sapevo che avresti capito. Per la scuola non ti preoccupare, l’amica con cui parto fa anche lei la Quinta liceo, ci portiamo i libri e studiamo nei momenti liberi. Poi lei è bravissima, figurati che è la figlia di un professore. Anzi, verso l’una viene lui a ritirare la mia roba, okay?»
«…»
«Ma non posso venire io. Devo andare nei loro uffici di Milano, firmare il contratto, cose così. Dunque, quando viene il professore, gli dai il trolley quello piccolo, arancio e nero, okay? Dentro la solita roba da bagno, la biancheria, i collant e poi due paia di jeans, la felpa rosa e quella nera, il pigiama a righine, quattro T shirt sceglile tu. Scarpe da ginnastica le Adidas, e un paio col tacco basso, quelle beige. Ma no, niente vestiti, il tailleurino della divisa te lo danno loro. Okay mamma? Bacione»
Ecco fatto. Detto e scritto il copione, parola per parola, ad uso dello spudorato mentitore che dovrà sostenere la parte di fronte all’ignara genitrice.
Monica si mette a braccia conserte e mi guarda, sembra molto soddisfatta della sua sceneggiatura. Poi fruga nella borsetta ai piedi del divano, toglie un pacchetto di Camel: «Si può fumare in questa casa o solo sul balcone, come da noi?»

III

«Bella eh? Lo so cosa sta pensando: in un appartamentino come questo è una roba esagerata».
In effetti una teca alta due metri e larga due, piena di cocci e bronzetti etruschi che devono aver fruttato mica male alla sempre attiva genia dei tombaroli, è più una cosa da villa patrizia. In questo modesto salottino di trilocale condominiale ci sta come un’aragosta su un trancio di pizza d’asporto.
«Cosa vuole, io ai tesori dell’arte non so rinunciare», dice la signora, dopo un sospiro plateale. È una creatura piacevole a vedersi, più dietro che davanti però. Tra i quaranta e i cinquanta, snella, capelli mesciati lunghi con una lieve ondulazione, gonna stretta il giusto, mi ha preceduto nel salotto dove mi ha fatto subito accomodare in poltrona, sedendosi davanti a me e il marito, un uomo dall’aria pacifica, tendente alla pinguedine, gli occhi grandi come quelli della figlia. La signora invece non somiglia a Monica: viso affilato, zigomi sporgenti e labbra strette, e occhi scintillanti che ti scannerizzano alla ricerca di qualche stranezza o imperfezione mettendoti immediatamente a disagio.
«Del resto», aggiunge subito con un certo sussiego: «mica abbiamo abitato sempre qui, sa?. Prima della disgrazia» (getta un’occhiata mista di compassione e disprezzo verso il marito, il quale dev’esserci più che abituato e si limita ad assentire con un lieve cenno del capo) «stavamo in una villa con un giardino bellissimo, a Castellanza» E s’interrompe, forse aspettando che io mostri curiosità per la vicenda familiare che s’intuisce avventurosa. Me ne guardo bene. La bugia che devo cucinarle mi sta come un rospo in gola, e sono già pentito di essere qui.
Ma lei continua, imperterrita: «Mio marito aveva una piccola azienda meccanica.» Di nuovo sospira, profondamente: «Altra abitazione, altro tenore di vita, altre frequentazioni, come potrà immaginare. Purtroppo» e qui lancia una nuova occhiata al muto consorte, questa volta chiaramente carica d’astio: «ci vuole polso fermo e una certa durezza nel mondo degli affari. E, come ben si vede, mio marito è troppo buono». Da tradurre in: troppo coglione. «La ditta ha chiuso, i soci sono spariti e Mario si è venduto tutto per liquidare gli operai. Così, eccoci qui, con un modesto impiego, a sperare un destino migliore per la nostra bambina».
Non dimenticherò mai lo sguardo d’implorazione che mi lancia Mario, come un cane alla catena: un pacifico San Bernardo che quella donna ha provato a trasformare in pitbull buttandolo nella mischia, per poi ritirarne la carcassa malridotta e tenerselo a cuccia per tutta la vita, ricordandogli ogni santo giorno la sua inettitudine. In un lampo mi sembra di capire un sacco di cose, e in quale strano modo la natura agita il suo shacker per ottenere da due ingredienti così diversi quel cocktail asprigno che il mondo chiama Monica.
«Ecco, appunto, Monica», avanzo timidamente: «Se vuole essere così gentile da portarmi la sua valigia, io dovrei proprio scappare. Mangio un boccone e alle due e mezza ho un collegio docenti…»
La donna sorride a braccia conserte mentre farfuglio le mie scuse, e mi fruga con quegli occhi da orefice, forse alla ricerca di qualche pregio oltre la modesta apparenza, oppure di un segno che attesti la mia veridicità, ma stranamente non vedo ombra di sospetto nel suo sguardo: piuttosto una certa ironia, che si manifesta apertamente quando atteggia le labbra a un sorrisino di commiserazione.
A quel punto capisco: non se l’è bevuta. A differenza del marito, che mi chiede cordialmente se gradisco un aperitivo («No grazie, devo proprio andare»), lei non crede a una parola di tutta la faccenda del lavoro in Fiera e della partenza improvvisa. Perché? mi chiedo: eppure la storia imbastita da Monica ha una sua coerenza. Forse la signora sa qualcosa che non so, ma non dà a vederlo.
Si alza, mi mostra il Trolley arancione e nero già pronto, mi precede verso la porta d’ingresso e solo allora, mentre il marito in salotto dev’essersi finalmente sfilato le scarpe per posare i piedi intorpiditi sul tavolino, lei mi stringe il braccio e mi costringe a guardarla. Gli occhi sono due fessure, la maschera di cortesia è calata, i calcoli delle ultime due ore sono rimasti impressi come da carta carbone nelle piccole rughe agli angoli della bocca: «Mario non sa niente, naturalmente» dice sottovoce: «Ma questa mattina mi ha chiamato l’architetto»
«Quale architetto?»
«Lo sa benissimo. È un conoscente di mia nipote, che ha organizzato quella cena all’Hotel ***. La persona che ha molestato mia figlia è infinitamente dispiaciuta. Non è abituato all’alcol è ha avuto quella brutta reazione ma è pronto a riparare.»
Non ce la faccio a non sorridere. Se giochiamo a carte scoperte, voglio vedere fin dove arriva la voracità della sua ambizione materna. «Vuole sposarla?»
Socchiude gli occhi, come per cancellare la mia stupidità, e riprende imperterrita:
«Un impiego importante, prestigioso, presso uno studio notarile. La mia Monica avrà tutto l’agio per laurearsi in Giurisprudenza e la carriera già aperta. Naturalmente a patto che nessuno sfrutti questo disgraziato episodio per procurarsi la notorietà di un minuto e distruggere la carriera politica di un uomo per altri versi assolutamente meritevole»
«E l’architetto le ha spiegato anche il motivo di questa cena, oltre alla ragione per cui vi partecipava una ragazza di diciannove anni insieme a queste eminenti e meritevoli personalità?»
La mia ironia non le fa il minimo effetto. Recita il suo copione, senza nemmeno fingere sdegno: «Una cena d’affari. Cosa c’è di male a circondarsi di qualche bella ragazza? Monica e Barbara sanno bene come va il mondo. Chi aspira al successo deve innanzitutto imparare da chi il successo l’ha già ottenuto. O vuole che mia figlia faccia la mia fine, vicino a un uomo qualunque senza spina dorsale?»
Un tempo questa è stata una donna, anzi una ragazza, che baciava i ragazzi sotto il portone di casa col cuore in gola, una cui qualcuno, forse anche Mario, ha dedicato versi d’amore sul diario di Quinta Liceo. Adesso invece è un pescecane, un’ammiratrice accanita della nuova razza padrona, perciò non avrei nessuna remora a dirle in faccia quello che penso, condito con gli epiteti del caso. Ma ho il trolley di Monica in una mano e l’altra già posata sulla maniglia della porta, e sono convinto che quella ragazza abbia bisogno innanzitutto di stare lontano da qui, per un po’ di tempo almeno.
«Ha già chiamato sua figlia per dirglielo?»
«Naturalmente. Anche se…» qui finalmente mi pare che perda sicurezza. Ha un attimo d’esitazione, si morde il labbro inferiore: «È piuttosto confusa. Mi ha detto che vuole restare da lei e sua figlia per qualche giorno e io acconsento volentieri. Capisco bene che non voglia farsi vedere in giro con l’occhio nero, anche se lei stessa ha ammesso che non è niente di grave. L’importante è che non faccia sciocchezze, e per questo mi raccomando a lei»
Sciocchezze, tipo denunciare il bastardo? No, Monica vuole troppo bene a sua cugina, ha un cuore, lei, dove sua madre adesso ha un congegno frigido e preciso come un Bulova Acutron.

Mentre guido verso casa penso che i tempi sono cambiati da quando le madri cartaginesi accettavano di offrire un neonato ogni tanto di una prole troppo numerosa a Moloch, il demone a forma di caldaro che esigeva sacrifici d’infanti per tutelare la città. La civiltà ha fatto i suoi bravi passi in avanti, e adesso i sacrifici umani restano nell’immaginario collettivo come relitti antiquari, il mito delle origini inchiodato nelle menti psicotiche di satanisti della domenica.
Oggi la liturgia del potere si celebra in forme meno cruente. Le madri d’Italia sospingono avanti le figliole meglio tornite, implorando per loro la vetrina del Reality Show o meglio ancora l’addestramento d’anca della Letterina, sperando che gli capiti quel che capita alle più fortunate, cioè fungere da contorno o da dessert in una di queste cene tra potenti dove la fica è rimasta l’unica moneta sonante in un business ormai declinato in valuta virtuale. Qualcuna delle madri d’Italia ha urlato slogan femministi nei Settanta e oggi non ama ricordarlo, ma dopotutto in qualche maniera bisognava sdoganare la gnocca dal pudore e dal sussiego della censura democristiana. E la promessa della fica per tutti resta l’unica vera seduzione del potere, oggi troppo mercantile per pretendere gloria imperitura. Dal consiglio comunale di un borgo remoto alle convention di multinazionali farmaceutiche, su su, fino alle residenze barocche del Presidente geniale e puttaniere, c’è bisogno di pietanza popputa e sorridente per insaporire un rituale sempre più prevedibile e svirilizzato. Se nessuno più crede di poter raggiungere presso i posteri la statura monumentale di virtuosi come Cincinnato o Sandro Pertini, bisognerà pure garantirgli il massimo comfort in questo mondo, o perché se no sporcarsi le mani in politica?. Madri d’Italia, uteri facilmente benedetti dalla prossimità vaticana, datevi da fare! lo scenografo imperiale lo implora, il prodotto interno lordo lo esige.

IV

Lo sento dall’ingresso che stanno trafficando in cucina. Non fosse per i rumori che mi arrivano, è il profumo del basilico, inconfondibile. Grandioso, oggi niente precotti Barilla sui maccheroni.
«Sugo al pomodoro fresco e basilico. Sogno o son desto?»
Monica stava sul pezzo, cioè il pentolino del sugo, e si volta. L’occhio è sempre violaceo ma il gonfiore della mandibola è sceso di parecchio. Pomodori e basilico in casa non ce n’erano, dev’esserle costato uscire con quella faccia. Un bel pensiero, però. Glielo dico. Alza le spalle.
«Prima o poi…Non posso mica starmene reclusa una settimana. Comunque, dopo la telefonata di mia madre dovevo fare due passi o mi mettevo a spaccare tutto»
Lisa sta apparecchiando la tavola, in silenzio, e non commenta. È una buona mezz’ora che sono qui insieme. Avranno fatto altro che annusarsi? Mi piacerebbe che l’esposizione delle reciproche credenziali fosse già avvenuta, ma non oso sperarlo.
Infatti: «Sugo al pomodoro fresco, wow» miagola Lisa, imitando la voce un po’ cantilenante di Monica. E poi rivolta a me: «Complimenti per l’età della geisha. Ma dovresti trattarle un po’ meglio le donne. Cos’hai adoperato per conciarla così, una mazza da baseball?»
Monica fa un passo verso di lei, fissandola con odio. Lei invece continua a distribuire posate e bicchieri intorno ai piatti, senza alzare il viso.
«Okay», faccio io. «Adesso ti riassumo l’essenziale così capisci perché hai detto una stronzata. Poi ti scusi con Monica»

Sono stato conciso ed efficace come raramente mi riesce, mentre Monica scolava e condiva la pasta che poi distribuiva nei piatti. Sulla faccia di Lisa sono passate le più svariate espressioni, un vero campionario della mimica giovanile, indignazione, curiosità, disprezzo, fino alla rabbia che non riesce a trattenere.
«Ma perché non lo denunci quel bastardo?» dice rivolta a Monica.
«Quale dei tanti?» faccio io.
«L’architetto, è chiaro. Il consigliere è il classico segaiolo, fa più pena che schifo. Ma l’architetto, con le sue cenette per la bustarella, dovrebbe finire in galera»
Monica scuote la testa: «Non la posso fare questa cosa a mia cugina» e rivolta a me: «L’hai vista mia madre, no? Hai visto come tratta mio padre? Bè a casa di Barbara è pure peggio, ma al contrario. Suo padre l’ha gonfiata di botte la prima volta in terza media quando l’ha vista al parco con un compagno di scuola, e in questi anni le rinfacciava pure i soldi spesi per le matite. Lei indietro non ci torna, piuttosto si tira un colpo. E se la metto in mezzo mi odierebbe per tutta la vita»
«E del risarcimento che ne pensi?»
«Quello che ho detto a mia madre. Mi fa schifo la sola idea. Stanotte ho capito un sacco di cose, che ti credi? Accettare un impiego da quelli è diventare la loro puttana per sempre. Mia madre fa finta di non capirlo, o magari non lo capisce davvero, ma se fa tanto così per convincermi non mi vede più»
A questo punto Lisa fa una cosa che io non potrei mai fare, e che mi commuove fino alle ossa. Va vicino a Monica e l’abbraccia, stretta.
Monica risponde all’abbraccio e scoppia in lacrime. Anche Lisa piange.
Piangerei anch’io, ma la pasta si raffredda nei piatti. Per una volta che abbiamo scampato il sugo del barattolo sarebbe un sacrilegio.
«Si mangia?» dico.
Entrambe mi guardano come un nano dall’altezza dei loro nobili sentimenti e di una solidarietà femminile che deve sembrargli in questo momento una conquista memorabile. Poi mi fanno un sorrisino accondiscendente, si accomodano fianco a fianco di fronte a me, e divorano la porzione in meno di cinque minuti.

Il caffè lo faccio io, visto che poi sono l’unico a berlo.
«È chiaro» dice Lisa, «che tu vieni a vivere da noi»
Beata irruenza. «Vabbè», dico io restando voltato sui fornelli: «Non so se i suoi genitori sarebbero contenti»
«Per questo non c’è problema, sono maggiorenne e faccio quello che voglio. Mi piacerebbe stare con voi, almeno fino alla maturità. Poi mi trovo un lavoro. Ma nell’attesa mica posso vivere qui a scrocco…»
«C’è già una soluzione» annuncia Lisa trionfante: «Al pub dove lavoro cercano un’altra ragazza per le serate del week end. Cinquanta euro a sera più le mance (ma su quelle non sperarci troppo). Ovviamente in nero. Non è un granché ma per pagarti quello che mangi basta e avanza, giusto papi?»
Normalmente mi chiama per nome. Papi è per bussare a quattrini o annunciare un voto inferiore al cinque. Lo ritengo un progresso nelle nostre relazioni familiari.
Monica non ha detto niente, ma si vede che è contenta.
Lisa si alza di scatto: «Chiamo la padrona, mica che poi ne trova un’altra»
Monica, con quell’occhio pesto e il labbro gonfio, ha l’aria di un cucciolo tolto dalla strada. È bello sentire che qualcuno prova gratitudine per te.
Ma lei: «Tua figlia è una tipa fantastica» , dice.
Fantastica, certo. Infatti in un quarto d’ora si è impadronita dell’automezzo, mi ha sbattuto in là e si è messa al posto di guida. E io? Non ho fatto niente io? Chi si è cuccato una notte in bianco per portarti via da Babilonia, e si è lasciato rosolare allo spiedo per un quarto d’ora da quella strega di tua madre?
Lisa torna indietro, raggiante: «Tutto fatto. Cominci questa settimana. Poi ti spiego come funziona. È un posto carino, puoi anche invitarci i tuoi amici»
«Amici ne ho pochi, solo qualcuno a scuola. Ma già che ci sono mi piacerebbe chiudere anche con quelli. Ricominciare da zero»
«Okay, allora stasera sai che si fa? Vieni con me al ‘Coyote’ ». Ti faccio conoscere un po’ di gente giusta. Ci sono anche i musici del mio gruppo»
«Suoni in un gruppo rock? Che figata»
Da qui in poi sono di troppo. Mentre vado di là Lisa sciorina il repertorio della band, per poi fermarsi a lustrare il santino di Kurt Cobain. Scommetto che prima di sera i Nirvana avranno guadagnato una nuova fan, sottratta un attimo prima di affogare alla melassa oceanica del pop radiofonico.

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4 Risposte a ““Pigra giovinezza”, di Valter Binaghi, 11”

  1. icalamari Dice:

    Apprezzo la capacità di dare voce ai personaggi femminili in modo tanto credibile. Attraverso questi brani io lettrice entro in un gioco di specchi con l’io maschile narrante. Il risultato è una commozione sottile che accompagna la lettura. Piacevole, tanto più in un giorno di pioggia.

  2. libreriamoderna Dice:

    Bulova Accutron [con due c]. E non e’ un congegno frigido e preciso.

  3. Greco Sabrina Dice:

    “Mi basta una sonata di Corelli”.

  4. Andy Dice:

    “Aragosta su un trancio di pizza d’asporto” fantastica similitudine!

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