di Demetrio Paolin

Per parlare di Future Umanità. Quale avvenire per gli studi umanistici (:duepunti edizioni) di Yves Citton, libro curato e tradotto da Isabella Mattazzi, inizio raccontandovi che quest’anno mia figlia, 4 anni, ha frequentato il primo anno di scuola materna.
Come ogni scuola anche quella di mia figlia ha un programma didattico, che quando è stato presentato in dettaglio ha suscitato il mio stupore. Infatti era previsto lo studio dell’Italia e di alcune sue regioni. Lo stupore è aumentato, quando un giorno viaggiando verso la Val Susa, Rebecca guardando fuori dal finestrino dice che quelle che si vedono all’orizzonte Sono le Alpi. Insomma mia figlia ha quattro anni e sa che a Torino c’è il Po, le Alpi e la Mole Antonelliana. Peccato che un giorno passeggiando al Valentino io le abbia fatto vedere il grande fiume che striscia tra il verde, ma lei non ha riconosciuto in quel corso d’acqua un fiume, perché nessuno le ha mai spiegato come è fatto un fiume. Così come nessuno le ha mai insegnato come si disegna una casa o le montagne. Lo stupore aumenta quando, chiacchierando con gli altri genitori, li scopro contenti di questo sistema di studio perché così i bimbi sanno tante cose. La traslazione dal sapere alla conoscenza, dalla cultura alla nozione è già in fieri nel modesto programma di una scuola materna. Credo, però, che proprio questo racconto possa fornire una precisa portata dell’importanza che il libro di Citton può a dare a chi riflette o si trova a riflettere sul ruolo della cultura, e della cultura umanistica, in questo nostro tempo.
Partiamo da una semplice constatazione linguistica, secondo i giornali, i proclami politici e i trattati europei noi stiamo vivendo nell’epoca della società della conoscenza. Io stesso, al tempo in cui lavoravo per un sindacato, spesso e volentieri mi ritrovavo a inserire ogni due righe frasi del tipo “è necessario prevedere nuovi investimenti per la formazione e per conoscenza proprio perché si cammina a passi spediti verso un tipo di società e di modello sociale dove alla produzione si sostituisce la conoscenza”.
I due termini presi in separatamente “società” e “conoscenza” hanno retoricamente un valore positivo; dal punto di vista della comunicazione, dei preamboli dei trattati economici, nei comunicati stampa da far girare ai giornali questi due termini sono formidabili specchietti per le allodole.
Chi potrebbe, in effetti, criticare o muovere obiezioni a una affermazione in cui si sostiene che “bene investire per una società della conoscenza”? Nessuno, se ci si fermasse alla semplice carica evocativa delle parole.
Citton, però, è un intellettuale abituato a lavorare sulle parole e utilizza nel suo libro le armi della critica del testo. Così facendo, mette in evidenza come ad esempio il termine conoscenza non abbia nulla di consonante ad esempio con il dantesco “canoscenza”, ma sia più vicino all’immagine delle nozioni che possiamo immagazzinare leggendo wikipedia o facendo surfing su google. In questo senso la “conoscenza” è ancora un prodotto, che per quanto immateriale e liquido – altro termine ormai privato delle connotazioni date da Bauman – ha bisogno di luoghi di produzione.
Un caso secondo me emblematico, per miopia e scaltrezza pubblicitaria, per spiegare questa deriva è stata l’esperienza delle fabbriche delle idee di Nichi Vendola. In questo caso possiamo notare una doppia variazione: da società a fabbrica; da conoscenza a idee. Tale spostamento verbale sottintende una accettazione acritica, talmente introiettata da farsi marchio, che non mette in dubbio come l’essere nella società della conoscenza sia un bene.
Altro esempio di questa deviazione possiamo rintracciarlo nella democrazia del web, concetto caro al movimento a Cinque stelle e a Grillo. Che tipo di modello di conoscenza mettono in campo questi soggetti? In primo luogo quello dell’accumulo di nozioni, le quali non sempre vengono chiarite e disambiguate, i cui collegamenti tra di loro sono di tipo analogico e non logico (ovvero ci si muove per intuito e non per dimostrazione) e soprattutto hanno come certificazione di autorità il numero di accessi e il numero di condivisioni.
Questo secondo Citton è in realtà una depravazione delle infinite possibilità della rete, che invece può offrire lo sviluppo di strumenti conoscitivi nuovi e avanzati. L’idea, insomma, è che la società della conoscenza non sia altro che una continua e ampia e, in parte, incontrollata produzione di contenuti, che rimangono sterili.
Ritorniamo all’esempio di mia figlia. Rebecca sa che a Torino c’è la Mole Antonelliana, ma non sa disegnare una casa. Le hanno dato una nozione, ma non le hanno fornito gli strumenti per conoscere e per comprendere.
L’antitesi per Citton alla “società della conoscenza” sono la comunità e l’interpretazione. Per l’autore francese l’interpretazione del testo può divenire lo strumento migliore, il più adatto, per leggere anche contesti diversi da quelli squisitamente letterari. L’interpretazione ha sempre una faccia duplice da una parte è azione solitaria – riguarda il lettore o lo studioso alle prese con determinato scritto, testo, argomento -, ma dall’altra non può mai fare a meno di confrontarsi con una comunità di lettori, di studiosi che hanno letto o che leggeranno, in futuro, il testo in questione. Anche l’interprete primario di un testo sconosciuto vive questa tensione tra singolo e comunità: intanto perché legge le parole di un altro, leggendole fa i conti con le connessioni che questo scrittore aveva con altri. E così questo allargamento di reti e di connessioni fa comprendere come ogni testo, ogni libro, ma anche ogni singola parola ha un luogo proprio nel campo letterario e come questo campo sia un reticolo fitto di rimandi.
Comprendere questa interconnessione e vastità è compito di una vera interpretazione, che porta con sé l’abitudine a non pensare solo a ciò che si sa (la nozione) o a ciò che è lettera, ma anche a tutto quel brulicante mondo che è attorno al testo stesso. L’interpretazione letta in questo modo diventa quindi un’operazione politica, in primo luogo perché si inserisce nel contesto vivo del tempo presente in cui essa avviene, e infine perché fornisce un modello e un modo per vedere il mondo, la società.
Il ruolo politico del critico è quindi quello di dare strumenti, di fornire alle persone – siano essi studenti, lettori di libri, di giornali o ascoltatori televisivi – una cassetta degli attrezzi per poter comprendere la realtà in cui vivono.
Non una serie di nozioni, ma una ventaglio di saperi, di medium, che possano liberare le capacità di ognuno e renderle in grado di manifestarsi. Il ruolo o il compito delle scienze umane (le umanità del titolo) è quasi un ritorno all’antico: ovvero tornare a essere la base sui cui s’appoggiano i diversi modi di interpretare il mondo. Gli studi umanistici sono in questo senso simili al Virgilio dantesco che “come quei che va di notte,/ che porta il lume dietro e sé non giova,/ ma dopo sé fa le persone dotte”. Non è un caso che Citton così concluda il suo libro: “Le nostre società umane, nella loro diversità e nella loro solidarietà, hanno bisogno continuamente di essere coltivate, reinventate, riaffermate, riarticolate. Ed è proprio perché stanno sempre davanti a noi, in un futuro che non possiamo mai “conoscere”, che il lavoro retrospettivo e riflessivo fornito dagli studi umanistici è indispensabile: questo solo può permetterci attraverso la cultura dell’interpretazione, di orientarci nel presente perché sia possibile, fin da oggi, tracciare con facilità le nuove vie dell’avvenire”.
Etichette: Demetrio Paolin, Due punti editore, Future Umanità, Isabella Mattazzi, Yves Citton
10 luglio 2012 alle 13:39
molto bene la “pars destruens”, la parte critica, ma la “pars construens”?… qualcuno di voi me la sa spiegare? Si parla di fornire agli “studenti” una cassetta degli attrezzi (ma come? non aveva detto che quegli “attrezzi” risultavano avulsi, le nozioni ad esempio, nel rapporto con il mondo e l’ “altro”?), poi si parla di “un ventaglio di saperi, di medium che possano liberare la capacità di ciscuno e renderlo in grado di manifestarsi”… Fuor di metafora? Che strana sensazione, ciò che si “rifiuta” non è che ritorna dalla “finestra”? Ma è più probabile che mi sfugga qualcosa… help
10 luglio 2012 alle 13:51
ciao enrico ci provo, invitandoti a leggere il libro in cui la part costruens è meglio specificata e molto più complessa di quella che io potevo dire.
il discorso è più importante insegnare dei saperi (nozioni) o insegnare come trovare questi saperi (interpretazioni)? Data per assodata una base minima, è più importante che io ne leggere un testo ai miei alunni lo cristallizzi oppure fornisca degli strumenti critici affinché l’alunno che legga provi a fare un suo percorso interpretativo. E se questi strumenti che gli fornisco li usasse non solo per leggere dante, ma pure i giornali che percezione del mondo avrebbe. Porto l’esempio di giulio qua su vibrisse, spesso e volentieri, giulio prende un pezzo e lo smonta secondo le leggi della retorica e mostra la demistificazione che c’è dietro un articolo di giornale. Pensa se ad esempio la retorica non venisse vista insegnata e percepita come una cosa ‘muffita’ buona giusto per il compito di latino, ma fosse calata nel tempo vivo… ecco ad esempio al retorica potrebbe essere un attrezzo di quella cassetta…
10 luglio 2012 alle 14:28
Condivido ogni singola parola, anche se le mie bambine hanno avuto esperienze educative felicemente retrograde – il contesto campestre facilita il toccare, annusare, assaggiare e poi riprodurre, disegnare, raccontare.
Non c’è conoscenza vera che non contempli in qualche forma esperienza e quindi curiosità, scoperta. Quando le risposte precedono le domande, la tempistica insensata le rende posticce, inutili, mentre è tanto più affascinante educare a coltivare dubbi e domande.
10 luglio 2012 alle 15:03
Demetrio, cercherò il libro di cui parli.
Per Enrico: la pars costruens mi pare anche la trasmissione del piacere di una scoperta che non è solitaria e casuale, ma si innesta in una lunga storia umana. La cultura umanistica è stata (proprio etimologicamente) una straordinaria possibilità evolutiva per la specie umana che nel porsi, generazione dopo generazione, le domande essenziali dell’esistenza ha potuto contare sulla riflessione dei propri predecessori. Oggi leggere Cicerone e Seneca, ma anche Omero, Virgilio, Dante o i maestri della filosofia, è sapere di essere un segmento (solo un segmento ma con che potenzialità!) di una strada che ci sopravviverà.
Ciò che è comunicabile è non solo, e talvolta non tanto, la validità attuale delle acquisizioni di chi è venuto prima, ma la commozione per quelle domande e per l’autenticità appassionata di quelle ricerche. Questo mi pare il piacere di un cammino educativo condiviso, nel quale chi insegna rinnova il proprio incanto e l’interesse nasce anche per contagio. Perdonate il tono lirico (mitigato dal realismo con cui constato l’altalenante efficacia di questo pensiero), ma a volte temo che la consapevolezza di essere “nani sulle spalle di giganti” (immagine con cui traduco/allargo l’accostamento al Virgilio dantesco) lasci il posto a un mondo di nani replicanti e inevitabilmente annoiati.
10 luglio 2012 alle 15:18
ecco demetrio, ma per esempio: nel caso della piccolina che impara “fiume Po” e poi non “sa” che cosa è un fiume (non lo riconosce), lì non c’è interpretazione che tenga, mi pare: devi farglielo toccare, il fiume: annusare, immergercela, farle sentire l’acqua sui piedi ecc. Per andar giù piatto: deve andare in gita sulle sue sponde se vuoi farle “capire” che cos’è il Po (poi tu puoi farla “sognare”: la fonte del Po, che arriva al mare, che si allarga per arrivare al mare, a meno di non portarla al mare ecc.)… e poi forse potrà interpretare (mi piacerebbe capire cosa si intenda, in questo caso, con tale verbo): chessoio, potrà raccontare del “re fiume” o disegnarlo, o farne una vivida descrizione ai genitori… ecco! Quando parli di Dante, o di un giornale, di retoriche, o di manufatti del “senso”, umani troppo umani… bhe lì mi pare che qualcosa muti, ecco… anche perché in quel caso (con Dante, con i giornali intendo) non è necessario fare correre i piccoli al fiume (sento che in parte non è vero, certo!)…
10 luglio 2012 alle 15:41
Il fiume non è solo un fiume. Acqua che scorre, nutre, irriga, divide, collega. Da dove arriva? Dove va? Perché scorre? Sempre scorre o solo ora? Cosa la ferma? Forse (non il Po) talvolta si perde nelle cavità carsiche e poi riemerge, come il Timavo. E poi l’acqua è limpida o torbida, bassa o profonda. E il sasso affonda, dopo due rimbalzi o tre se sei bravo, ma il legno galleggia come le barche. Perciò l’umanità viaggia, commercia, conosce luoghi che non sapeva esistessero, poi sceglie un posto fertile e protetto, forse un’isola, vi costruisce una casa, due, un palazzo, un tempio, una città. Sulle sponde uomini e donne si innamorano, si dicono addio e forse cantano, pregano o pensano.
Compongono parole sulla loro isola, sui mondi che non sanno, sull’inondazione che ha distrutto ogni cosa e sulle prime foglie di una vegetazione che rinasce ostinata dalla terra limacciosa, sullo straniero che sbarca, sui loro amori, sui loro addii.
Quante cose in un fiume, che la sillaba Po non racchiude. A chi e a cosa attribuiamo il compito di illuminare tutto questo, prima che ci paia importante conoscere la formula dell’acqua e la composizione rocciosa del Monviso?
10 luglio 2012 alle 15:50
Ultimo commentino con le parole di una poesia scoperta di recente:
Non lasciate i figli a casa (…)
quando le foglie si staccano
e pesano sulla loro immaginazione.
Non lasciate i figli a casa a capire da soli
il perché di questo cadere naturale
senza spiegazione.
(Andrea de Alberti)
11 luglio 2012 alle 08:52
Alcune riflessioni più terra terra, forse.
Il libro di Citton non lo ho letto ma neppure ho mai sentito prima il nome di questo studioso. Posso immaginare (ma potrei sbagliare), tuttavia, che sia un libro per pochi eletti, per chi sia in grado di seguire un certo tipo di argomentazione. Che mi appare astratta e noiosa.
Anche il tuo articolo appare a me interessante solo quando parli di tua figlia perché quelle cose lì io le seguo e le capisco.
Fa parte del processo del conoscere prima sentire il nome del Po e poi andarselo a cercare. Conoscenza nella nostra società a me sembra bombardamento di cose immagini e se vuoi nozioni ma non ci vedo niente di male nel momento in cui poi ognuno di noi si ferma su ciò che gli interessa e approfondisce.
Gli “strumenti dell’interpretazione” non stanno nelle Accademie o nelle scuole. Dei saggi che ho studiato all’Università, qualcuno mi sarà servito a speculare, ma pochissimi a interpretare la realtà che ho intorno, ancor meno a conoscerla.
Il problema della società della conoscenza mi sembra la mancanza di curiosità. La società ti bombarda ma tu poi devi essere curioso.e attivo.
Nessuno può insegnarti a disegnare, non credo sia compito della scuola.
I nostri bambini (almeno i miei) oggi si annoiano con Hansel e Gretel e impazziscono per Stacey Jaxx al cinema. Sono cambiati i tempi. Secondo me la Mole Antonelliana ci sta, poi però dobbiamo noi portargliela a vedere. E’ molto faticoso stare al passo delle cose da conoscere oggi perché le “nozioni” che arrivano sono tante veloci e multiple. Ma io lo trovo davvero affascinante. trovo lento, molto lento, ciò che succede nelle aule accademiche.
Forse ho ragionato velocemente e un po’ superficialmente ma credo che anche in Europa abbiamo bisogno di “americanizzarci” un po’ anche nella “cultura” se no davvero perdiamo tanto di ciò che ci accade intorno.
Ciao!
11 luglio 2012 alle 11:41
beh non so. a me l’americanizzazione del sapere è una delle cose che mi spaventa di più; e credo che questo sia uno dei motivi per cui il testo di Citton, un testo che non è per pochi eletti, ma è scritto con precisione semplicità e nettezza dei giudizi, mi convince: propri perché propone una ipotesi di sapere e di conoscenza diversa se dovessi usare un termine l’americanizzazione del sapere ha a che fare con il concetto di “mutiplo”, mentre la proposta di Citton con il concetto di “complessità”.
quello che volevo significare con l’esempio della casa e del disegnare è che spesso un corto circuito: prima conosciamo la cosa e poi cosa è… [questo a un livello conoscenza basilare è accettabile], ma solitamente prima di “conoscere” una cosa, bisognerebbe sapere cosa è.
11 luglio 2012 alle 21:25
Sì Patrizia, mi pare di non capire bene cosa intendi per “americanizzarci” – mi interessa sinceramente capire quello che vuoi dire: ovverosia quali sarebbero i “modi” o i “valori” di questo “processo” di evoluzione e apprendimento. E poi, davvero buffo: l’idolo Stacee Jaxx, di cui ignoravo l’esistenza, è il protagonista di un film ambientato nel 1987, che “rivitalizza” i miti del rock “duro” a stelle e strisce, finito e morto ormai da un pezzo… cioè altro che “ultimo grido” o “ultima moda”, il tipo impersonato da Cruise è un pezzo del vintage contemporaneo… paradossalmente appartiene più a noi (adulti) che a loro (i piccoli)… un’operazione nostalgia… posso aggiungere un’ulteriore domanda: cosa li fa “impazzire” per Jaxx? Questo mi pare un approccio interessante: siamo noi che insegnamo loro, ma quanto hanno da insegnarci… loro… i nostri piccoli, i nostri… allievi… quali sono le “loro” fruizioni, e interpretazioni, qual è il loro mondo, prima di “consigliare” e indicare le nostre, di fruizioni, di interpretazioni?
11 luglio 2012 alle 21:43
Yves Citton non è noto in Italia, ma gli addetti ai lavori conoscono almeno un suo lavoro del 2008, miscellanea su Spinoza, di cui riprendeva la distinzione tra conoscenza affettiva e cognitiva per elaborare una concezione del potere abbastanza vicina al Foucault di “Le parole e le cose”.
Non ho ancora letto il libro di cui parla l’articolo.
Benvenuto se rinnova l’elogio dell’analisi critica, propaganda la complessità, invita a verificare le fonti, mette in guardia dalle formulette assiomatiche che “anche” la nostra cultura umanistica ormai adotta.
Il rischio intellettuale di certe pratiche non riguarda solo Dante o Kant. Ci rende, il che è più grave, cittadini inconsapevoli e inetti.
12 luglio 2012 alle 07:42
Due strade per il sapere. Demetrio le identifica bene usando i termini “multiplo” e “complesso” (un altro modo per dirlo potrebbe essere “orizzontale” e “verticale”).
Parlare male dell’americanizzazione a prescindere mi sembra una supidaggine (sono d’accordo con Patrizia in questo). Loro, con quella loro metodologia, sono arrivati a fare cose che noi non saremmo mai riusciti a fare.
Il problema semmai è un altro: che noi stiamo abbandonando la complessità e non la stiamo rimpiazzando con nulla.
12 luglio 2012 alle 08:30
Molti percorsi si intrecciano nello scritto di Demetrio Paolin e negli interventi successivi.
Provo a individuarli.
- le nozioni sono indispensabili per pensare/fare/comunicare qualsiasi cosa. Sono però immobili;
- le nozioni accompagnate dall’esperienza (vedere/toccare/assaggiare) sono già qualcosa di più vivace. Portano con sè movimento, curiosità, voglia di andare avanti;
- la capacità di porsi delle domande e di cercare in modo organizzato le risposte porta alle conoscenze;
- usare le risposte alle domande, quando queste risposte siano possibili, porta ad acquisire delle competenze e ad avere la sensazione di “controllare” la vita;
- gli ambiti di conoscenza sono tanti, tante le competenze possibili, tante le scienze;
- il sapere umanistico e il suo peso sulla civiltà sono caratteristici della vecchia Europa. La cultura del Nuovo Mondo è più volta all’ efficienza e al pragmatismo;
- la critica letteraria (il tallone di Achille di tutti questi discorsi sta nella indefinitezza di questa disciplina) può essere una “cassetta degli attrezzi” e portare a interpretazioni. Questo fa raggiungere una consapevolezza maggiore e più dinamica di sè, di ciò che si legge, della conoscenza. Guida alle interpretazioni.
A me sembra che manchi un percorso, quello legato alla storia.
Solo conoscendo la storia delle parole, dei concetti, degli individui, delle civiltà si riesce a creare nella mente lo sfondo o, meglio, un “sistema”, perchè è qualcosa di dinamico, necessario a capire (la parola assente negli interventi precedenti) pensare, interpretare.
Mi viene in mente il Virgilio di Dante, Purgatorio, XXII:
Facesti come quei che va di notte
Che porta il lume dietro e sé non giova,
Ma dopo sé fa le persone dotte,
La capacità di farsi illuminare da chi (da ciò) che è accaduto prima di noi mi sembra essenziale a qualsiasi processo di conoscenza e ad una vita veramente umana.
12 luglio 2012 alle 09:05
Demetrio:
per americanizzazione intendevo semplificazione nell’analisi e nell’esposizione, non mancanza di complessità (circa la moltepilicità, beh, questa è una categoria che a me pare molto positiva). Intendevo capacità di sintesi e di divulgazione, meno pippe mentali, se vuoi. L’ideale sarebbe sempre la sintesi, ovviamente, che poi hanno teorizzato i tedeschi e non a caso sono il popolo europeo più avanzato (semplifico, ovviamente, perché si aprirebbe una discussione infinita);
circa il linguaggio del libro, beh, non lo ho letto, ma trovo già faticosa la lettura dell’analisi con il latino e tutto il resto, e niente se non la lingua, secondo me (ma questa è la mia idea di comunicazione) dovrebbe non selezionare i lettori;
sembra che giochiamo con le parole ma non credo che sia possibile sapere cosa sia una cosa prima di conoscerla. prima ci sono l’intuizione, il nome se vuoi, la curiosità, poi il processo di conoscenza che mi fa appunto imparare cosa è, forse, perché le definizioni e le verità sono appunto molteplici e complesse. se, però, il tuo discorso va per categorie filosofiche, alzo le mani proprio perché sono più terra terra.
Enrico:
Stacey Jaxx (ne ho detto uno a caso) significa che è cambiato l’immaginario, e lo imparo proprio guardando giorno dopo giorno i miei figli che sono lo specchio per capire che il dna è cambiato, il linguaggio è cambiato, è più scafato, che la scuola materna e quella elementare e quella superiore hanno bisogno di argomenti diversi, che sti bambini e ragazzi si annoiano con cose che sembra abbiano già assimilato alla nascita. Che sbagliamo quando cerchiamo di insegnargli sempre tutto per benino, che abbiamo paura a dargli “nozioni più grandi di loro”. penso ne abbiano bisogno per reimparare ad essere curiosi, abbiamo generazioni di ragazzi che hanno gettato le armi, che o la pappa pronta o niente. In realtà dobbiamo comunicare in modo diverso. Non è operazione nostalgia, ma già i bambini sono capaci di un processo di sintesi che è più veloce anche del nostro, vivaddio, che vivono in un mondo per cui anche la fiaba di biancaneve riesce a interessarli dopo i tre anni solo se viene riproposta in quella versione lì, per esempio. Stacey Jaxx racconta la storia di Biancaneve ma il principe è una rockstar, anzi in quel film ce ne sono due di principi rock e ci sono due biancaneve e la matrigna cattiva non è una strega ma una frustrata. E questi film sono americani… ma non solo… Ecco, mi riferivo all’immaginario e, appunto, al linguaggio.
12 luglio 2012 alle 10:17
Posso testimoniare sull’insegnamento liceale della filosofia, che mi sembra emblematico. E’ possibile elaborare un modello che, senza indulgere alle autoreferenziali elucubrazioni ex cathedra della mia gioventù, non si riduca ai riduttivi formulari che, in nome dell’efficienza, spesso caratterizzano l’approccio cosiddetto anglosassone.
Dal quale è utile mutuare, con i debiti aggiustamenti, gli strumenti “oggettivi” di verifica e valutazione che da noi non avevano cittadinanza.
La capacità di rapportarsi alle fonti, la padronanza logico linguistica, le capacità di analisi e critica eccetera, finalità ben note di questi studi, possono essere perseguite con strumenti di vario genere. Attualizzarli è vantaggioso e necessario. Un noto testo del teoretico Ferraris s’intitola “Ontologia del telefonino” e risale in tutta serietà a temi fondanti del platonismo.
12 luglio 2012 alle 13:53
Oops, questo è imbarazzante!
Chiedo scusa a Demetrio Paolin e a tutti. Ho citato i versi danteschi senza rendermi conto che D.P. li aveva citati e prorpio per questo li avevo in orecchio…
Perdonatemi!