La biga alata
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I
Cercavo un buon motivo per non passare il pomeriggio a correggere i compiti di storia di Terza, e pare proprio che l’abbia trovato. La collega Porrini telefona raramente, ma quando capita la cosa non dura mai meno di un’ora e mezza. Eleonora Porrini, cinquant’anni di illibata dedizione alla pedagogia, un solo lungo fidanzamento finito in cenere alle soglie dei trenta e il resto della vita a sublimare sulle orme dell’adorato Pascoli.
Il fatto è che per lei ogni studente sotto la media del sei è un caso umano. È sopravvissuta a stento l’anno scorso all’arresto per spaccio di un suo ex alunno ma ne ha parlato per mesi, torturando se stessa e i colleghi di corso con assurdi sensi di colpa, finché Gianazza, disturbato nella sua pennichella pomeridiana di pensionato statale per un ex alunno di cui nemmeno ricordava il nome, l’ha mandata a cagare e lei ha smesso. Ma quest’anno c’è la Lombardi di Quarta A, l’ultimo caso di anoressia conclamata nel nostro piccolo Liceo di provincia. Facile ridere delle sue premure appiccicose di zitella, ma è’ lei che se n’è accorta per prima, è lei che ha allertato la famiglia: dapprincipio si sono pure irritati, negavano l’evidenza, ma poi hanno dovuto ricredersi e ora la ringraziano per averla presa appena in tempo e ricoverata. Ieri Eleonora è stata in ospedale, per l’appunto.
«Tu non puoi immaginare, un angelo crocifisso al lettino, le braccine distese, la flebo»
Perché, Eleonora? Perché ti lasci andare a queste maledettissime metafore spirituali? Perché ci caschi anche tu, in questa idea che rinnegare la carne è avvicinarsi a Dio?
«Mi ha raccontato i suoi sogni. Un castello scolpito nel vetro, uomini e donne con ali di libellula. Una scacchiera su cui si muovono figure recitanti una saga senza fine»
È l’armonia senza gioia. La versione diabolica del Paradiso. Non vedi quanto questi esseri sono ubriachi di sé stessi, quanto succhiano il veleno della perfezione dal convolvolo satanico? Se ne vanno da noi e da tutto, ma non per sparire: gli è stato promesso il controllo, la cabina di regia. Se il tuo angelo potesse estendere a te quella mente inflessibile che le permette di piegare lo stesso istinto di sopravvivenza, ti comanderebbe a bacchetta come la matrigna di Cenerentola.
«È una ragazza così sensibile, così ferita»
Come tutti, no? Puoi scommettere che anche dietro uno stupratore ci sta uno stuprato: i preti lo chiamano peccato originale, nessuno nasce con la pagina bianca e il primo ricordo di tutti è un orrore. Ma se c’è specie umana, cultura e storia, è perché quell’orrore si può lasciare alle spalle.
«Io non so come fare. Sto rileggendo un libro: ‘Sante e anoressiche. C’è un interpretazione suggestiva. L’ascesi, la mistica femminile…»
La stessa bocca si apre per baciare e per mordere: non puoi capirlo da una foto. In questi paragoni si perde di vista l’essenziale, e alla fine si vede quel che si vuol vedere. È la tua infelicità, Porrini, la tua carne digiuna che ti fa ammirare segretamente la sua fuga. Sono quelle come te, che hanno scritta in faccia l’eterna recriminazione al Creatore, che legittimano la sua follia. Vuoi guarirla? Falle desiderare di avere un corpo di cui soffrire e godere, unica maniera per agire, cioè vivere sul serio! E tu puoi farlo, ma solo se te lo vede fare, non basta che lo dichiari. Stupida femmina, perché non ti restituisci a un sano senso comune e a te stessa, con una bella scopata terapeutica?
Oddio, avevo innestato il pilota automatico e gliel’ho detto sul serio.
«Ma quanto sei stronzo! Come ti permetti? Guarda che io ho una vita più piena della tua, faccio del bene io, ho un sacco di amici io, e studio, io. Tu invece sei uno sfigato e pure cafone, e scommetto che il filosofo che legge solo tedeschi in tedesco, non ha mai sentito il bisogno di documentarsi un minimo, sull’anoressia»
Ha ragione, sui libri e sul resto. La Porrini è una buona, avercene, e io la prendo a pesci in faccia. Le chiedo scusa, era una battuta del cazzo, la ragazza come sta?
«Mi ha chiesto da leggere, le ho portato ‘La merlettaia’, di Pascal Lainè. È un gran romanzo, ci hanno fatto anche il film»
Mi ricordo. È una ragazza abbandonata dal grande amore, che diventa anoressica. Qualcosina di più allegro, tipo Jasper Fforde, no eh?
«Sto pensando a uno svezzamento graduale dalle sue mitologie. Come gli Eskimesi, quando trovano uno semiassiderato lo strofinano prima con la neve. Il romanzo ti permette di vedere la cosa dall’esterno. Intanto sua madre le ha levato il portatile, così non può più andare sui siti dei devoti di Ana»
Quest’ultima cosa mi sfugge. Ana, deve trattarsi di una mitologia della Rete, ma la Porrini mi ha già dato dell’ignorante una volta, e quindi faccio a meno di chiederglielo. Faccio io qualche ricerca, domattina a scuola, nell’ora buca.
II
A quest’ora c’è almeno un computer libero nella saletta multimediale accessibile agli insegnanti anche per private utilità (il laboratorio informatico è ad esclusivo uso didattico, al massimo il tecnico di laboratorio ci masterizza film vintage a richiesta, io mi sono fatto tutto Kurosawa, prima e dopo il tentato suicidio).
Dei quattro PC a disposizione qui dentro, su uno c’è la Marzorati che litiga con problemi matematici sul sito della Facoltà, all’altro c’è il supplente di educazione fisica, un casertano piuttosto losco, che si prepara il puttan tour per il mese prossimo, quando accompagnerà la Quinta in gita scolastica a Copenaghen.
Il terzo è praticamente proprietà privata: c’è dentro incistato a vita Pozzetto, il responsabile del Progetto Qualità. Sarebbe una novità del Terzo Millennio, una specie di rivoluzione permanente della modulistica scolastica, la polizia interna di una burocrazia bidimensionale che insegue il mito del Modulo Perfetto: il foglio che ti affidano da compilare è la Pietra Filosofale che trasforma l’irrazionalità dell’atto umano in necessaria e garantita procedura.
Il quarto computer è mio: c’è una scheda video dei tempi di Babbage, ma ce la faccio ad andare su Google e digitare ANA. Così scopro che questa è una sigla, dietro cui si trova tutto un sottobosco di siti amatoriali e blog di adepte di un vero e proprio culto. Ana, una silfide dall’anima di vetro, il sogno dell’incorporeo rubato agli Dei. L’anoressia da sindrome nervosa o patologia alimentare qui diventa un goloso segreto da custodire, un obbrobrio per cui si piange ma anche un’impresa eroica di cui ci si vanta di essere le poche elette incaricate. L’assoluta indipendenza dal cibo e dall’appetito. Libertà dall’istinto.
Vi si danno consigli tattici, tipo di bere un bicchiere d’acqua ogni ora (perché riempie lo stomaco e in più depura) e trucchi vari per ingannare i familiari, e perfino un segno di riconoscimento se ci s’incontra fuori dal web, un braccialetto in cuoio, di colore rosso. Una specie di Carboneria al femminile, che prepara l’assalto non a una Dinastia di despoti, ma alla specie umana.
Mi viene una rabbia che prenderei a calci il computer, e proprio nessuna pietà per queste svitate che non contente di estinguersi spargono il profumo letale della morte per convertire, finché vedo le foto.
Di queste anime torte, di questi lemuri spaventosi. Ana gli ha promesso la leggiadria dell’aspetto, l’assenza di gravità che è Bellezza, e si ritrovano manichini ossuti e ripugnanti, con le croste alle natiche. Fanciulle scheletriche a cavallo di un asina, come in un’allegoria medioevale, recano al viandante del web auguri inquietanti. Le osservi bene, e ti accorgi che in quegli sguardi traluce lo spietato rigore del carnefice, insieme al muto strazio della vittima. Come se l’anima oppressa e l’invisibile oppressore vivessero insieme, in un corpo che ha accolto il parassita che lo divora. Hanno un topo cucito nello stomaco, come nelle peggiori pene infernali che il Poeta ha preferito lasciare al Bmovie. E ti vengono le lacrime agli occhi, a te che non sopporti nemmeno il pensiero che tua figlia cammini con uno spino conficcato al piede. Liberarle. Come? Qual’è la parola giusta, l’unica a disposizione, quando l’altro è a due secondi dall’orlo del baratro?
Raccatti la tua inutile scienza, spegni il computer e ti avvii all’aula di Terza, non prima di esserti provvisto di uno snack alla macchinetta per pura scaramanzia, meditando sull’antico mistero dell’inimicizia di anima e corpo, che Platone ha raccontato così bene.
III
«Una biga alata, Parmanioli, non è una vagina semovente, ma un cocchio tirato da due cavalli. L’anima per Platone si può rappresentare così. Il cocchio, i due cavalli e l’auriga. In realtà è un immagine antica, si trova anche in una Upanisad indiana di secoli prima»
« Un caso di plagio, prof «. Parmanioli è un tipo sensibile agli aspetti legali, un professionista dell’alibi. Finirà tra i trecento avvocati di Berlusconi.
«Chissà. O una tradizione sotterranea, esoterica. Comunque questa è la condizione originaria delle anime: circolare beatamente nella pianura di Verità, contemplando e godendo dell’Essere come è.»
L’immaginario platonico li zittisce, a un certo punto, tutti. È una delle rarissime volte che accade in un corso di filosofia triennale, come se il vecchio Plato parlasse la mitica lingua degli uccelli, la lingua madre e l’anima di tutte le lingue, cui nessuno è estraneo.
«Questo finché uno dei due cavalli, che è più bizzoso e distraibile, scarta bruscamente, l’auriga perde il controllo, il cocchio deraglia dal suo percorso, e l’anima precipita in questo mondo «
« Con cavalli e tutto?»
« Il cocchio diventa un corpo, i cavalli le passioni. L’auriga, la mente. Ma è un’immersione nel medium della materia. L’anima ha interamente scordato la propria origine. Il suo istinto innato di volatile si dibatte nella gravità, la mente è come un faro nella nebbia. Un bel titolo, Anceschi?»
Anceschi ha le treccine da rasta, e il cuore traboccante di poesia.
«Straniero in terra straniera, prof»
Non mi aspettavo di meno.
«Prof, ma quale dei due cavalli è quello andatoammale?»
Bella domanda, Parmanioli.
«Dunque, diciamo che i cavalli rappresentano le due passioni fondamentali: l’orgoglio o l’amor proprio il cavallo bianco, il desiderio o la curiosità per altro da sé il cavallo nero. Ed è il cavallo nero che si distrae, scarta e fa precipitare l’anima nel mondo materiale»
«Capito, prof. È la solita storia da preti del sesso peccaminoso.»
«Non direi. Perché poi è proprio l’amore che riporta l’anima al suo vero destino»
Qui mi godo la pausa di silenzio, e il risveglio delle migliori aspettative.
Parlare della nobiltà dell’amore a un’adolescente, è una delle vere gioie di questo mestiere: gli restituisci fiducia in ciò che sente scorrere impetuoso in sé come mai più sentirà in vita. Lui ti guarda con gratitudine, perché questo è ciò che capisce meglio in assoluto e che potrebbe dare senso a tutto il resto, se solo la letteratura scolastica non lo soffocasse ogni santa mattina tra le spine della filologia.
«Immersa nell’oscurità della carne, l’anima si dibatte per schivare ferite e nutrire questa vita fragile, sempre boccheggiante. Costretta dalle necessità della natura, è del tutto dimentica della sua origine, finché accade qualcosa di straordinario. La visione della Bellezza. Pensateci: nessun animale può distinguere il piacevole dal bello, perché l’unico obiettivo dell’appetito animale è la soddisfazione. Ma l’uomo non si limita a leggere nelle sensazioni un segnale di cibo o di pericolo: l’uomo è colpito dalla forma delle cose, si ferma ad ammirare. La Bellezza, dice Platone, non è solo un sentire: ha a che fare col conoscere. Nel suo linguaggio: l’idea del Bello è l’unica tra le Idee che s’incarna nel sensibile. È in questa nuova percezione che l’anima si risveglia a sé stessa, e comincia a provare la nostalgia dell’Origine. È l’Eros, l’amore per il Bello, che la libererà dal carcere del corpo»
La Roversi spalanca gli occhi, estatica.
Un po’ troppo, pensa Parmanioli, suo compagno di banco nonché fidanzato ufficiale, che si affretta a precisare: « Prof, ma quando uno si innamora di una tipa, mica vuole uscirci dal corpo. Anzi, ci vorrebbe entrare»
Risata generale e occhiataccia della Roversi che gli bisbiglia: «Quanto sei bleso»
«Ma no, ha ragione», dico io: « Lo dice anche il filosofo greco: vogliamo riprodurci, o meglio essere di nuovo partoriti nel Bello. In ogni bella forma c’è la Madre che lo Spirito intravede, per rinascere guarito dal suo male. Ma finché rinasce nella carne, non c’è pace: ogni condizione umana ha in sé la sua spina e l’amore dei corpi perpetua il dolore di vivere. Bisogna uscire dalla Ruota»
«La metempsicosi, prof. La reincarnazione è male. Come Pitagora e Orfeo»
«E come l’India. Ma l’induismo propone la rinuncia totale, la ciotola del sannyasin. Platone invece ha in mente un’elevazione, un percorso graduale. È più rispettoso della natura, vuole insegnare all’uomo ad essere libero, ma nel tempo della vita media di un ateniese del V secolo avanti Cristo. Parmanioli, quando capisci che è amore?»
«Quando non puoi più star senza. Però anche….quando capisci che lei è speciale»
«Esatto. Nel suo corpo stai imparando ad amare l’anima: quella che chiami personalità che ti attira, il suo modo di essere, è l’anima Parmanioli, o quello che Platone intendeva come tale e in quel momento perfino tu stesso, dordo come sei, ti accorgi di averne una»
«Ma anche no, prof.»
«Non ti vien voglia di farti bello, di sembrare meglio di quello che sei? All’inizio fai un po’ lo spaccone, ma poi capisci che vuoi veramente diventare un uomo migliore, per lei. Più fedele, più coraggioso. Capisci che puoi farlo: vali più di quello che credevi. Sai qualcosa di te che non sapevi. La tua anima spiega le ali»
Il giorno che sei nata, Lisa, ho voluto essere per te l’eroe, il contrario del mio padre troppo modesto, io il profeta, il salvatore. Ho passato anni a scrivere libri che nessuno leggeva per lasciarti in eredità una voce ferma, un pensiero innovativo. Marta avrebbe voluto una casa sul fiume, io sacrificavo tutto il mio tempo libero a scrivere per i posteri, lei ha serrato le cosce e io l’ho fatta fuori dal vaso. Così è andata. E nemmeno sono riuscito a piacerti, ma tu hai capito che è stato per te: è per questo che sei rimasta qui. Scontiamo insieme le mie velleità.
«Questa è solo la prima tappa. Ci sarebbe da scoprire la Bellezza nelle Leggi e poi nelle Idee, quello che oggi chiameremmo i Valori. Ad esempio c’è chi lascia professione e famiglia e va a combattere per una bandiera. Come lo chiami, Parmanioli, uno così? »
«Pirla»
«Ecco, appunto. Avete un senso civico che fa schifo ma siete in media con la seconda Repubblica. Comunque la lezione è finita. ‘La Repubblica’ di Platone va in scena venerdì»
IV
Cos’hai che ti tormenti, le ho chiesto? Da due ore saltelli come un grillo, dal computer al telefono, come una che aspetta l’Invio per mettersi in moto.
«Tu invece sei proprio un culone. Incistato alla poltrona» mi ha risposto Lisa.
Certo, non è l’aggettivo più affettuoso che ti aspetteresti dalla bocca di tua figlia, ma dopotutto ha ragione. Nessuno ti cerca e non cerchi nessuno, non ti piace niente, non ti muovi mai. Non fai che parlare. A scuola e fuori. Te la ricordi la canzone di Mina? Parole parole parole…
Sono andato in bagno a pesarmi (non lo facevo da mesi): 86 chili per uno e ottantasei, sembrerebbe perfetto e invece no, sono sovrappeso, la pressione è alta, e quel che più conta non mi ci sento proprio in quella specie di fratello più scemo che mi trascino dietro, infilato nelle mie scarpe. Sono la caricatura dell’Occidente. È da Platone in poi che sognamo di salvarci mollando il corpo alla deriva. Ne ho abbastanza. Alzare il culo e muoversi. Perché? Per piacere a Lisa, almeno.
Mancano due ore alla cena con pokerino da Sergio Ragusa (ogni primo martedì del mese), e sono uscito lo stesso. Cammino fuori paese, fino alla provinciale, l’attraverso e prendo un viottolo che s’infila tra le robinie. La campagna è ancora abbondante, i boschetti di robinie, un resto di brughiera. Mi piacerebbe avere un cane da portarci, un cane da chiamare Skip o Lupo, un Husky come quelli di Jack London, un compagno di silenzi. Alle nove sarò puntuale, a Legnano da Sergio Ragusa. Le bottiglie sono già in auto.
Altre volte queste serate mi sono sembrate perfino divertenti, ma non stasera, che per me è solo meno due dalla cena con Valeria di giovedì. La moglie di Ragusa il martedì è fissa a un cineforum, e lascia insalata di riso e bresaola olio limone grana e rucola, spartane e garantite. Noi portiamo gli alcolici, Ragusa un mazzo di carte nuove ogni volta, come nelle bische serie.
È un quartetto nato ai tempi della DemoProle Press, quando redigevamo gratis il menabò fino alla fotocomposizione (che ci costava quasi tutti i proventi delle copie vendute) di una rivistina che passava per underground. Era un uzzolo da universitari, ma non privo di una sua nobiltà. Scoprii certi scrittori a quel tempo, che non ho più smesso di leggere (come John Fante, a differenza di Bukowski). Poi ognuno dei quattro ha fatto cose diverse, Sertoli il giornalista di cronaca, Girardi ha aperto una libreria con la moglie, io e Ragusa ci abbiamo provato sul serio a scrivere. Ragusa ad esempio ha pubblicato: «Un amore di centro-sinistra» e «Beati i penultimi», tra il romanzo sentimentale e il bilancio generazionale. Successo mediocre per entrambi. Lui galleggia ancora nella piccola editoria, io mi sono rotto le scatole prima. Ma in queste serate, tra una carta e l’altra si va ancora avanti a perorazioni o stroncature di libri letti e gossip letterario su gente che si frequentava ai tempi.
«Hai sentito di Lo Ritto? Si è inventato un festival per far parlare dei suoi libri»
Lo so Ragusa, fa schifo. Ma ti piacerebbe. Se te lo proponessero ti faresti fotografare con un orango e diresti che è tua moglie pur di accreditare l’ennesima favola ni-global.
«E Gentili? Si è autopubblicato l’ultimo, si vede che gliel’hanno rifiutato tutti»
Sai bene che non è vero, gli dico. Oggi si pubblica qualsiasi cosa.
Gli editori hanno adottato un principio rigorosamente darwiniano: se i costi di pubblicazione si abbattono, pubblichiamo chiunque, e la selezione naturale del mercato ci dirà chi dobbiamo immediatamente ristampare (ci mettiamo una settimana). Editori anche grossi, per lo più ti buttano nella mischia, senza cacciare una lira per spiegare che libro hai scritto. Il rischio è solo tuo. È per quello che aumenta in modo esponenziale nello scrittore l’ansia di comunicare, di farsi riconoscere nella massa, ci si espone di persona, si canta o si urla, ognuno dal suo blog, ci si arruola in una conventicola che sosterrà la propria causa. Il Giallo Padano, la Nuova Epica Bolognese.
«Altro che conventicole» dice lui: «ci sono poteri reali, ricchi uffici stampa, ci sono bombe mediatiche, che creano un’attesa e fior di prenotazioni dalle librerie»
«Si, ma se poi non c’è il libro si sgonfiano»
«Verissimo» interviene Girardi. Ne ha visti lui di bagni quando lavorava in una major.
«Ma se c’è il libro e nessuno lo vede è peggio. E allora?»
«E allora, caro Ragusa, siamo una generazione che ha pagato per tre. Pensa ai dentisti»
«Sei fuori? Che cazzo c’entrano i dentisti!»
«Segui il ragionamento: la nostra generazione è andata dal dentista molto più della precedente e della seguente. I nonni mangiavano sano, zuccheri naturali, niente Coca Cola, denti sani. I nostri figli sono artisti della prevenzione a partire dai quattro anni: dentifrici, colluttori, filo interdentale. I più sfigati, che hanno pagato per tutti, siamo noi. I primi figli del boom, le prime merendine del cazzo. Quanti denti sani avete in bocca?»
Mi guardano tra l’annoiato e il malevolo, tutti e tre.
«Mi devi ancora spiegare cosa c’entra coi libri.»
«Stessa cosa. Abbiamo imparato a scuola una letteratura che era nobiltà di spirito e fonte di conoscenza. Ma era la letteratura dei nostri nonni. L’industria culturale dà dignità letteraria anche a diari sentimentali, sit-com di marca televisiva, prodotti seriali di genere, dev’essere inesauribile nel fornire occasioni d’intrattenimento. Si fa venir voglia a tutti di scrivere: la scrittura come espressione di sé, non come arte raffinata della rappresentazione. Ma bisogna essere così per scrivere così. Essere connessi 24 ore su 24, leggere il primo libro a vent’anni, pensare ai propri sentimenti e paturnie come al massimo della materia narrativa, senza che ti venga da ridere. E col media raccontare altri media: la tua vita interiore è la tv che hai visto. Nonni e nipoti, in due mondi diversi. Noi dei Settanta non eravamo nè gli uni nè gli altri: nè con lo Stato nè con le BR. Ma se va bene noi di quella generazione produciamo scarti culturali, contaminazioni, mutanti del romanzo borghese»
Ragusa adesso è raggiante, gli ho toccato il cuore. «E perciò?» dice.
«E perciò, se tu senti di avere il talento e l’immaginazione per far vedere qualcosa d’importante, scrivi e basta, e non rompere i coglioni con i tuoi piagnistei «
«E tu allora, perché hai smesso?» mi chiede lui.
«Semplice. Perché io non ce li avevo»
V
Scrivere era una cosa, ma poi c’era l’indotto. Presentare il libro in remote biblioteche di periferia o in una libreria del centro davanti a cinque persone, contattare febbrilmente recensori, promuoversi sui blog, quaranta sigarette al giorno, pillole per dormire e l’invidia per il successo altrui che mi rodeva il fegato come l’aquila a Prometeo.
«Ma non è stato questo a farti smettere» dice Ragusa, con un sorrisetto che non mi piace.
«No. Ho smesso perché non ne valeva la pena. Non avevo talento sufficente per impormi, e nel frattempo stavo mandando in pezzi la famiglia»
«Marta se n’è andata lo stesso, però»
«Si era rotto l’elastico. Per scrivere avevo abbandonato lezioni private, consulenze editoriali che qualche lira portavano. Marta all’inizio era contenta che scrivessi, anzi mi spingeva lei. Io sono stato stupido a farle sperare che in qualche anno avrei guadagnato soldi veri, con i libri. Lei si è fatta il suo film della casa sul fiume, e quando ha visto che le cose non sarebbero mai cambiate ha avuto una delusione tremenda»
« Mi ricordo» dice Girardi. «Eravate in scazzo continuo. Anche quella volta a cena da noi»
Ecco, Girardi, questi ricordi sgradevoli te li potresti pure tenere. Quella volta Marta mi ha rovesciato direttamente il piatto di spaghetti sui jeans. E c’era pure Lisa, mio Dio.
«E tu eri tanto stressato, eh? Poverino»
Il cineforum l’ha lasciato a metà, Tania Ragusa. Era lì sulla porta da un po’ alle mie spalle, e adesso deve dire la sua.
«Stressato. Si può dire anche così» rispondo.
«Eh si, perché l’artista aveva le ali tarpate dalla massaia avida e calcolatrice. Che a un certo punto ha trovato l’avvocato che le fa fare la signora. È così che te la racconti, o no?» Si avvicina e prende una sigaretta dal pacchetto sul tavolo. È una donna piacente ma tende alla pinguedine. Pacifica nei gesti, scarsamente aggressiva. Tranne stasera. «Sei un bello stronzo, lo sai?»
Eppure lei e Marta non sono mai state amiche sul serio. Non mi sembrava almeno.
«Cosa vuoi dire, scusa? «
«Che ci siamo dimenticati la Repossini, o sbaglio?»
In effetti. Una Repossini esiste.
« Marta» continua lei: «avrebbe anche sopportato di avere una larva mediatica al fianco invece di un uomo, come io con questo signore, se almeno fosse stata rispettata. Ma tu no. Tu non potevi rinunciare ai tuoi slanci spermatici. E sei andato a scopare con la Repossini»
Proprietaria di una libreria qui vicino. Troppo vicino. Alle sette e mezza abbassava la saracinesca con te dentro e scopavate tra i best-sellers americani prima di tornare a cena dai rispettivi consorti. L’hanno saputo tutti.
Si avvicina e si curva su di me: «Tu l’hai offesa, e lei se n’è andata. Questa è la storia vera»
Cala un silenzio di piombo sul tavolo a quattro, sui resti di patatine, i portaceneri debordanti di mozziconi e le carte addormentate capovolte.
«Allegria ragazzi» sbotta Girardi: «facciamo l’ultima mano?»
Ragusa annuisce prontamente, con l’espressione sollevata.
«Ma certo», dice lei: «vi lascio giocare. Largo ai professionisti della trama»
E con quest’ultima pugnalata allontana dalla stanza il suo morbido sedere.
5 luglio 2012 alle 08:44
Dopo la ragazza drogata, anche l’anoressica! Non ti vuoi far mancare nulla, caro Binaghi! Ho trovato veramente irritante il tono in cui ne tratti, cito in particolare le frasi “«È una ragazza così sensibile, così ferita» Come tutti, no?”, e “proprio nessuna pietà per queste svitate”, dove non so se il cinismo sia del personaggio o dell’autore, in ogni caso esecrabile. L’anoressia è una malattia che ancora adesso ha esiti positivi solo in una parte dei casi, può diventare cronica e può condurre, in casi estremi, alla morte. Nessuna colpa va imputata a chi ne soffre, come nessuna colpa va imputata a chi soffre di schizofrenia. Non basta navigare un po’ su Internet per diventare degli esperti.
5 luglio 2012 alle 08:57
Oh, a me tocca questa storia. il rapporto con la figlia. Quanto si cresce, quanto si impara su di sé, sulla vita, avendo il coraggio di guardare fino in fondo al rapporto con un figlio?
Qual’è la verità sulla fine dell’amore? Cosa vuol dire scrivere, per chi è nato negli anni cinquanta? E nei sessanta? E nei settanta, negli ottanta, nei novanta? E’ possibile vivere a lungo restando fedeli a sé stessi e alla propria idea del mondo?
5 luglio 2012 alle 09:10
E perché tutti (Francesca, Binaghi) scrivete “qual’è”? Non sono una patita dell’ortografia, ma questo dà veramente nell’occhio
5 luglio 2012 alle 09:14
Marisa, per quanto riguarda me si tratta di ignoranza e di pigrizia. E’ una regola che non mi entra in testa. La trovo poco giustificata. Ma, ripeto, la mia è soprattutto ignoranza. Ciao.
5 luglio 2012 alle 09:54
Come mai se il personaggio di un romanzo è uno stupratore assassino serial killer nessuno taccia l’autore di perversione (magari dicendogli che è ‘esecrabile’), mentre se il personaggio di un romanzo (NON l’autore, il personaggio) si permette di utilizzare la parola ‘handicappato’, oppure si permette di liquidare con un certo menefreghismo-cinismo il tema dell’anoressia (peraltro: il personaggio in questione, per quale ragione dovrebbe essere un esperto di anoressia? Può benissimo fregarsene, delle donne anoressiche), apriti cielo, scandalo, eresia?
Cosa deve fare l’autore? Ogni volta che un suo personaggio ha comportamenti turpi o pronuncia espressioni ciniche o gergali o ‘ignoranti’ dovrebbe inserire una nota che dice: “Le opinioni di questo personaggio non rispecchiano le mie, io so che l’anoressia è una brutta malattia eccetera”?
5 luglio 2012 alle 10:10
Curioso. Io ho sentito questo capitolo come un predicozzo, mentre Marisa ci vede cinismo, che non sa dire se sia dell’autore o del personaggio narrante.
sono d’accordo con gmg.
il narrante è un essere umano ferito a sua volta, il cinismo è coerente con la sua storia. ci sta tutto. pure lui è un personaggio del romanzo, fa da ponte con il lettore perché racconta, ma la storia che leggiamo è la sua, attraverso quella di altre figure. perché chiamare in causa l’autore? è vero che Van Gogh non avrebbe dipinto quello che ha dipinto se non fosse stato l’uomo che è stato, o è vero che Van Gogh è un artista? (vexata quaestio). quella del narrante, secondo me, è semplicemente una visione laica del dolore a differenza della visione della collega, tutta strazio e soccorso. empatia, non simpatia.
conosco anch’io personalmente una famiglia che fortunatamente ha superato il problema, ma che c’entra con il romanzo? non ci troviamo di fronte ad un trattato sull’anoressia, il personaggio non è un esperto, è un uomo impantanato nel processo iniziale di una metamorfosi di cui ancora non vede la luce. mica può ‘perdere tempo’ con i problemi degli altri, lui. per questo risulta un personaggio credibile. diversamente sarebbe un ‘pastrocio’.
5 luglio 2012 alle 11:04
Quoto GMG. Se nemmeno in un romanzo- che per quanto possa essere auto-biografico e autoriferito e’ pur sempre un prodoto di fantasia- si puo’ (prima di scatenare l’irritazione di Marisa specifico che la mia tastiera non contiene vocali preaccentate, costringendomi a sopperire con l’uso dell’apostrofo. Ciononostante contiene tutte le vocali con dieresi-äüö-) essere cinici-spietati-disillusi, in quale altro luogo sarebbe possibile farlo? Alle riunioni di condimonio? Nei commenti su youtube relativi ai video di Balotelli? Nei giudizi di Paolo Bonolis in “Chi ha incastrato Peter Pan?”
Personalmente poi trovo esecrabile l’utilizzo della parola “esecrabile”, ma capisco da solo che e’ un mio limite.
Ciao a tutti e complimenti a VBinaghi per un lavoro veramente ben fatto.
5 luglio 2012 alle 13:20
Non credevo di scatenare un coro di proteste in nome della libertà dell’arte, sono tutt’altro che moralista, so bene che il narratore può esporre qualsiasi visione della vita che non deve necessariamente coincidere con quella dell’autore, tuttavia ho trovato molto indisponente questo tirare in ballo “la drogata”, “l’anoressica”, a quando “la ragazza in coma vegetativo”?
5 luglio 2012 alle 16:06
….la letteratura,è anche una trama che “esista” ,e che abbia un minimo di sviluppo,non un qualcosa che cresca per accumulo,magari per prender tempo,intarsiando qua e la con dialoghi improbabili e qualche accenno ai massimi sistemi!
sennò si riduce la letteratura non tanto un a film intimista…ma proprio a documentario!:)
5 luglio 2012 alle 20:32
Registi di calibro internazionale si sono cimentati e misurati nella produzione di documentari, Davide. Il documentario è un genere cinematografico importante di cui si occupano Università e uomini di grande cultura, non un sottoprodotto.
5 luglio 2012 alle 22:52
Impressioni personali.
A me il protagonista del romanzo piace molto. Ha uno sguardo sornione e flemmaticamente fastidioso da dissacrante paziente, oculato, preciso, di chi consuma, di chi ha in mente un piano non ancora formulato, e che avanza coraggiosamente interrogando e andando oltre la facciata, con stanchezza e con la vivacità di uno squarcio liberatorio finale supponibile che si intravede chiaramente a tratti. A volte sembra avere l’innocenza e la freschezza che è nel gioco del delfino in mare.
Fa molta simpatia e trovo che, altrimenti, comunque incuriosisca il lettore. La caratteristica predominante è la lentezza di andamento e di indagine, che indebolisce personali ipocrisie, autoinganni, e impalcature comportamentali e di atteggiamento sedimentate, oscuranti.
6 luglio 2012 alle 11:09
Da un Internet Café.
Il riferimento alla ragazza drogata o all’anoressica possono sembrare pretestuosi se non si fa caso al fatto che il protagonista è un insegnante delle superiori, cioè uno che ha a che fare con una certa frequenza con casi del genere. In più, come dimostra il siparietto sulla biga di Platone, quello della “difficoltà dell’incarnazione” è un elemento portante del romanzo, che in una versione antica e poi in gran parte riscritta s’intitolava “Anima e corpo”.
Esprimendo giudizi si finisce sempre per irritare qualcuno. D’altro canto devo dire che la mia conoscenza dell’anoressia è tutt’altro che libresca. Persone a me molto vicine ne sono state colpite. Ovviamente, l’atteggiamento apparentemente sbrigativo del protagonista appartiene a lui, ma l’espressione “Se ne vanno da noi e da tutto, ma non per sparire: gli è stato promesso il controllo, la cabina di regia” è l’impressione più forte e duratura che io stesso ho provato a contatto con questa sindrome.
6 luglio 2012 alle 11:37
PS – Mettere preservativi alle parole è cosa buona e giusta nella pubblica amministrazione. Nei romanzi è una forma di sterilizzazione che deprime.
6 luglio 2012 alle 14:39
Non ho letto in modo completo i capitoli messi in rete finora, li ho solo scorsi soffermandomi qua e là. Diciamo che quello che ho leggiucchiato non mi ha invogliato a divorare tutto il resto. Non sono affatto favorevole all’ipocrisia, al mettere i preservativi alle parole (quando mai?) e non ho tacciato nessuno di perversione, ho detto solo che il cinismo di certe affermazioni mi pareva esecrabile, e mi scuso con chi non considera accettabile questo aggettivo. Faccio anch’io l’insegnante e conosco molti giovani con molti problemi. Dico solo che in letteratura a volte si rischia di “usare” il caso pietoso, il che non significa che di malattie o handicap non si debba parlare, basta che non si faccia la fiera del dolore. In quersto caso, mi sembra che l’autore abusi un po’ nel proporci figure dolenti, per di più liquidate brevemente con giudizi piuttosto sbrigativi o banalità varie. Può dire: ma è il personaggio narrante che è un po’ testa di cazzo, okay, prendo atto. Dunque il romanzo vuol essere l’autocoscienza di un professore-padre che pensa prevalentemente cavolate. Binaghi ha chiesto, tempo fa, come gli sembra che siano tratteggiate le figure femminili: ripeto, non ho letto con profonda attenzione, ma per quel che ho visto (e per quel che conta la mia opinione, va da sé) mi sono apparse un po’ stereotipate. La prof. Eleonora Porrini, “cinquant’anni di illibata dedizione alla pedagogia, un solo lungo fidanzamento finito in cenere alle soglie dei trenta e il resto della vita a sublimare sulle orme dell’adorato Pascoli” è certo uno stereotipo. Binaghi non me ne voglia, mi sembrano donne viste attraverso occhiali fortemente maschilisti, per esempio la figlia probabile preda di maschi infoiati, gli amori giovanili… Ma certo, è il punto di vista dell’io narrante testa di cazzo…
6 luglio 2012 alle 15:15
Marisa, hai scritto nel primo intervento:
Ora, è evidente che se troviamo “esecrabile” (= “che desta riprovazione o orrore”, Sabatini-Coletti) ciò che dice o fa un personaggio, ce la stiamo prendendo con qualcuno che esiste solo nella finzione. Se troviamo “esecrabile” ciò che dice o fa una persona (nel caso: l’autore di una storia), ce la stiamo prendendo con una persona reale.
A me sembrano cose molto diverse. Se perdo un milione di euro a Monopoli, la mia emotività ne risente pochissimo: e anche la mia vita reale. Se mi faccio borseggiare cento euro veri, la mia emotività ne risente un po’, e un po’ anche la mia vita reale.
Trovo quindi bizzarro quell’ “in ogni caso”. E’ come se dicessi:
Uno che dicesse una cosa del genere, sarebbe difficile prenderlo sul serio.
6 luglio 2012 alle 16:34
Provo a spiegarmi meglio. Se il cinismo è del personaggio, è esecrabile, ma di personaggio si tratta, quindi siamo nel gioco, nella finzione: l’ebreo Fagin di Oliver Twist è esecrabile. Se il cinismo è dell’autore, che (come mi è parso, ma ovviamente posso sbagliare) “usa” certe situazioni che “fanno tanto” letteratura del dolore, in questo caso però affrontata con una certa supponenza (posso diro? E’ sempre un’opinione, sia chiaro), allora a me non piace questo tipo di operazione. Faccio un esempio: La solitudine dei numeri primi.
6 luglio 2012 alle 16:48
salvee marisa
si posson fare ben altri rilievi alle pagine di Vb,ma non certo quello di inseguire argomenti alla”tv del dolore”o simili ;semmai c’è qualche sociologismo di troppo,e il tutto è appesantito dal continuo raccontare vicende minimal ,senza mai una sferzata narrativa incisiva
quanto alla considerazione libro di Giordano,il paragone lo trovo improbabile;nel libro di PG c’eran anche momenti ariosi,sereni,di riscatto dal dolore(nella 2a parte),non solo momenti cupi e dolorosi;non si capisce perchè in troppi si siano fissati SOLO sulla prima parte del libro
6 luglio 2012 alle 17:54
A Binaghi consiglierei per il prossimo romanzo un bel post-atomico infarcito di mutanti, così nessuno si riconosce e si offende.
Però un lettore affezionatissimo almeno se l’è fatto: questo Davide, veramente assiduo.
6 luglio 2012 alle 19:54
L’autore ha chiesto un’opinione alle lettrici, il punto di vista femminile.
Egli per mezzo del personaggio ha voluto esprimere un punto di vista maschile che esiste, quello del padre che guarda con gli occhi di un uomo sua figlia (“la figlia probabile preda di maschi infoiati, gli amori giovanili…”).
6 luglio 2012 alle 20:35
Giulio, io oggi ho smenato 500 € con le Intesa San Paolo. Sapessi come è difficile non prendermi sul serio.
6 luglio 2012 alle 21:04
ops mi era sfuggito qualcosa
citazione da Marisa:
“”"La prof. Eleonora Porrini, “cinquant’anni di illibata dedizione alla pedagogia, un solo lungo fidanzamento finito in cenere alle soglie dei trenta e il resto della vita a sublimare sulle orme dell’adorato Pascoli” è certo uno stereotipo”"
ok marisa ci siamo,concordo
7 luglio 2012 alle 01:08
Volere il Bene dell’altro, in una coppia, non significa mica soltanto aver cura, fare figli, ma comporta l’essere sensibili alle domande implicite di attenzione, desiderando la felicità di entrambi.
“In cenere”. Radicale, estremo, spietato, l’autore non ha salvato nulla…:-)
Io ho conosciuto casi simili, fanno tristezza.
7 luglio 2012 alle 11:50
Sull’anoressia meglio “Biografia della fame” della Nothomb, ma qui non è il centro ed il personaggio ha i suoi diritti.
7 luglio 2012 alle 14:34
“Figlia, mia cara
come sabbia al sole
sei d’oro…
Tu, figlia
piccola mia luna
misteriosa per me…”
Angelo Branduardi
Ciao Valter. Ho ascoltato questa canzone stamattina ed ho pensato a te, al tuo romanzo. S.
7 luglio 2012 alle 18:43
caro max:),
tra i mutanti da una parte,e ,che so,le storie intimiste, agli antipodi,le vie di mezzo,tra i due estremi,sono tante,e molto variegate,dico nella scelta dei “materiali”che si posson scegliere per far letteratura:)
7 luglio 2012 alle 19:31
Davide, toglimi una curiosità. Ma prima di commentare bevi?:-)
7 luglio 2012 alle 19:34
no,miss,piuttosto,mi tolga lei una curiosità:
i prima di commentare lei legge “il piccolo principe”o le annate complete del “reader’s digest”:):):):)?
7 luglio 2012 alle 19:36
sa,lo chiedo perchè di cose melense e svenevoli al mondo se ne leggono eh….:)
7 luglio 2012 alle 21:44
Mi spiace farcire di mele la sua lettura, e poi… zac! sapere che sviene.:-)
Non faccia Biancaneve.
Peccato. Forse speravo nel passaggio del Pipe De Oro in incognito, dopo la Bottiglia. Oggi mi sento piena di fuoco amico e di voglia di incontri belli.
Quanto alle cose che non mi fanno impazzire, appena mi accorgo che non mi interessano, smetto. Pensi, non ho mai iniziato a fumare perché so che fa male. Bevo vino, ma non da sola, adoro il cibo, e m’inebria l’odore della salsedine, del tabacco e del sottobosco dopo la pioggia (la vita!), non certo un trucchino da streghetta con mela alterata.
E se svengo, pazienza, è perchè mi hanno fot.u.a vilmente. Sino ad un certo punto… Spalanco gli occhi immediatamente (sono abbastanza sveglia), mi rialzo, e sono guai.:-)
A me piace la favola di Cenerentola.
Viva Alessandro Piperno, Emanuele Trevi, Valter Binaghi, e tutte le creature intelligenti.
8 luglio 2012 alle 08:52
Scrive Max: “A Binaghi consiglierei per il prossimo romanzo un bel post-atomico infarcito di mutanti, così nessuno si riconosce e si offende”.
E i pomodori dove li mettiamo? Per non parlare dei polli. Stiamo attenti e riflettiamo, riflettiamo, buondio, prima di avanzare simili proposte.
8 luglio 2012 alle 10:13
Ogni volta che dal romanzo sbuca Lisa è come una boccata d’ossigeno, per me… A Davide: lo sai, grazie a un tuo commento sulla letteratura ho fatto una bellissima figura con un docente!! Però……. se tu fossi un insegnante verresti crivellato da centinaia di palline di carta sbavate
8 luglio 2012 alle 11:47
Mai dire mai.:-)
8 luglio 2012 alle 13:17
cit “E”:
“”A Davide: lo sai, grazie a un tuo commento sulla letteratura ho fatto una bellissima figura con un docente!!”"[..]
grazie,bene bene,buona la prima!:)
poi,x greco sabrina:infarcire ogni messaggio del pronome personale IO,come fa lei ,è una noia colossale:):)
8 luglio 2012 alle 13:17
sempre per “E”:se mi dici qual era il commento, mi fai un gran piacere,solo curiosità,ciao!
8 luglio 2012 alle 13:42
ops,vedere qua,da sopra
“”"È per quello che aumenta in modo esponenziale nello scrittore l’ansia di comunicare, di farsi riconoscere nella massa, ci si espone di persona, si canta o si urla, ognuno dal suo blog, ci si arruola in una conventicola che sosterrà la propria causa. Il Giallo Padano, la Nuova Epica Bolognese.”"
“” Parmanioli è un tipo sensibile agli aspetti legali, un professionista dell’alibi. Finirà tra i trecento avvocati di Berlusconi.”"”
anni fa,in un saggio sullo scrivere fatto di piccoli saggi di molti scrittori italiani,lo scrittore Roberto Pazzi dice una cosa curiosa
“..evitare in letteratura,di soffermarsi sulla cronaca o sui fatti recentissimi :quello che in cronaca sà di novità ,in letteratura invece ,che dovrebbe avere anche uno sguardo al futuro,sa di vecchio poco tempo dopo”
cfr. sopra..:)
8 luglio 2012 alle 14:24
Ma le virgole, nel saggio di questo Roberto Pazzi, erano proprio sistemate così o ce le ha messe lei alla cazzo di cane?
8 luglio 2012 alle 14:31
Non dica così, Griffi, che me lo sturba.
Questo sanziona e prescrive come una suorina delle patrie lettere, e mi sa che ce lo dovremo sorbire fino alla sedicesima puntata.
Il romanzo gli fa schifo, l’autore peggio, ma lui ha trovato il lenzuolo su cui imprimere la sua Sacra Sindone di Magnifico Lettore.
8 luglio 2012 alle 14:33
PS: peraltro, dal mio punto di vista, non ha neppure torto.
8 luglio 2012 alle 14:35
(Intendevo Roberto Pazzi, che non conosco minimamente – mia ignoranza -, quando afferma quella roba della cronaca eccetera: è una roba su cui talvolta si può scivolare)
8 luglio 2012 alle 14:35
Eh, la parola IO, canta Gaber…
Ho notato che lei si annoia facilmente, Davide. Faccia qualcosa…
Farcisco di mele, e infarcisco un pollo. Spero tanto, a quel punto, che il Golia non sia lei…:-)
C’è un cavallo, nella biga, che non sta tanto bene, Doctor.:-)
Ne “La Vita è bella” lo pitturarono.
8 luglio 2012 alle 16:53
Bellissimo l’inno alla Bellezza di Roberto Pazzi.
Sì, Gian Marco, bisogna semplicemente, secondo me, stare attenti a non scivolare. Non credo sia difficilissimo. Ma non ci si può sottrarre.
Se sappiamo che potremmo scivolare, è perché sappiamo cosa c’è, conosciamo quell’evitabile che quasi sicuramente potrebbe permetterci di non arrivare all’inevitabile. E’ già tantissimo.
Come afferma Orwell, non si può prescindere dal considerare fatti importantissimi di attualità quando si riconosce sostanzialmente la profonda incidenza di essi sulla realtà che riguarda tutti (Nel ventre della balena).
Credo se ne abbia il dovere e va considerata l’urgenza dell’azione. La valutazione è rimessa all’intelligenza.
8 luglio 2012 alle 17:11
Secondo me ci sta il discorso di Pazzi, ma anche no.
Mischiare la storia cosmica (la cristiana economia della salvezza) alla cronaca dei suoi tempi (i Farinata ecc.) è una delle forze dell’universo dantesco. La vita dello spirito attraversa verticalmente l’eternità e l’istante. Ogni romanziere, anche senza essere Dante, potrebbe considerare il proprio personaggio incompleto se non è incarnato fino in fondo, non solo in una generica psicologia modernista, ma anche nell’attualità storica che cambia cose e persone. E nemmeno questo è obbligatorio: è un rapporto tra finalità e risultati che fa la differenza di qualità, non una formula astratta di composizione.
8 luglio 2012 alle 18:43
In linea di massima concordo con Pazzi. Dante non lo prenderei a esempio in questo caso, perché Dante ha scritto di Farinata e compagnia bella in terzine incatenate di endecasillabi, in volgare, linguisticamente è stato un Gadda del milletrecento, e se sei capace di scrivere come Dante puoi anche scrivere l’autobiografia di Emilio Fede e Lele Mora e ottenere un capolavoro della letteratura.
Comunque Dante non c’entra un fico secco con quanto volevo scrivere. Volevo scrivere che mi pare che la citazione da Roberto Pazzi non calzi proprio a pennello con la citazione da Valter Binaghi (cioè: non mi pare che in questo romanzo Binaghi “si soffermi sulla cronaca o su fatti recentissimi”, se non per l’accenno en passant al Berlusca).
Va benissimo Orwell, purché si riesca a trasformare questi fatti importantissimi di attualità anche in altro, e quell’altro è la letteratura. E poi a Orwell, che è stato geniale nel tirar fuori quell’altro dalla sua attualità, come dice un mio amico, mica devo insegnarci io.
8 luglio 2012 alle 18:49
signori,scusate,io ho fatto in tempo poco dopo il mio ultimo post qui ore fa,ad andare in piscina con amici e amiche,e cosa scopro,tornato ora,che avete passato il pomeriggio qui,o cmq leggendo anche qui
?
accipicchia,volevo replicare,ma devo ancora riprendermi dallo shock..di sapervi qui al pomeriggio di domenica,col caldo che faceva!:)
aloha:)
8 luglio 2012 alle 20:07
Riprenditi pure, Davide.
Gian Marco. Se parliamo di un romanziere, parliamo (ottimisticamente) di una persona che sa “tirar fuori letteratura” per definizione.
Ora, dice Orwell, “un romanziere che trascuri i più importanti avvenimenti mondiali del momento è di solito o un superficiale, o un perfetto idiota.”
Io sono d’accordissimo con lui.
Se Valter Binaghi ha deciso di affrontare in un romanzo il tema della paternità e dell’adolescenza (e non solo), poniamo fiducia in lui che abbia ritenuto necessario centrare l’attenzione su qualcosa valutato come importante nel contesto in cui opera.
8 luglio 2012 alle 20:27
P.S. Da Emilio Fede e Lele Mora credo non si possa tirar fuori nulla di bello. Va bene la fatica per tentare di creare la Bellezza… non ne varrebbe la pena. Tutto ciò che ruota attorno alle loro biografie (si esalterebbero come grandi personaggi, è sufficiente il loro confino della cultura all’ambito del G.F.), è stato ampiamente previsto in 1984. Geniale Orwell, come dici. Il Financial Times nel 2010 ha parlato di “Berlusconi Discount”. Una sola parola. Creare la Bellezza potrebbe essere il discorso di chi il Discount lo sa mostrare, lo sa far vedere, e di chi porta fuori dal Discount.
9 luglio 2012 alle 00:19
Sabrina non concordo con Orwell e mi tengo il mio Beckett, il suo Finale di partita e il suo Malone; sono sincero: quando gli “avvenimenti mondiali” (o “italiani”) son trattati troppo esplicitamente, mi annoio a morte. Forse è per questo che a Saviano preferisco Martin Mystere (e di gran lunga). Ma son punti di vista, gusti, perversioni letterarie.
Per tornare a noi, la paternità non è certo un tema del momento, né un avvenimento mondiale (anzi, è proprio l’opposto), quindi qui il problema non si pone.
9 luglio 2012 alle 09:25
Gian Marco, Roberto Saviano è un grande giornalista, autore di saggi e romanzi.
La paternità a mio avviso è un tema del momento eccome! Orwell dice “che trascuri”, non “che non tratti esplicitamente”. Un autore calato nel suo tempo, culturalmente preparato e in grado di raccontare.
Guarda intorno a te il mondo degli adolescenti. Ogni giorno incontro ragazzini che osservo. Spesso obesi o in cerca della forma ideale per piacere a quelli che contano e poter contare qualcosa, con in mano un telefono, che si organizzano, che sono spaventati o coraggiosamente battaglieri e informati, ironici o scoraggiati e in cerca di risposte, con a volte genitori frettolosi che rincorrono impegni e appuntamenti, lavoro e stabilità, e si fermano stanchi solo la sera. La famiglia, un’unità ancora tentata oppure la disgregazione, le relazioni, il peso e l’importanza di giovanissimi segnali spesso trascurati, che si perdono via cavo.
Sono il futuro. Dobbiamo delle risposte. Forse un padre che fa pure lo scrittore questa urgenza la sente ancor più.
Ciao e grazie.
9 luglio 2012 alle 10:30
Una mia riflessione. Spesso ho sentito dire di noia mortale, di desiderio di evasione. Penso ci sia pure chi opera in questo senso, eccome! Un bell’alone di parvenza di noiosità sul presente di cronaca per poter operare indisturbati creando contesti di “evasione” alternativi e artificiali in cui scaraventare quanti più possibile. Naturalmente non è il tuo caso, visto che sei un uomo molto intelligente e preparato. Ma esci per un attimo dal tuo contesto fortunato che hai costruito col tuo impegno.
Spostare abilmente l’attenzione della valutazione critica da un’attualità ove, in fondo, son le solite cose che accadono… non c’è da preoccuparsi, è il gioco che stanno facendo.
L’attualità non deve interessare, non può interessare, perché è noiosa e annoiante. C’è chi costruisce i propri interessi.
Ora, io non ci casco, questo mondo mio lo rivoglio indietro intero intero. Proprio perchè giustamente parli di punti di vista, a me interessano tutti, perché tutti, esistendo, trasformano, sono angolature di vedute reali.
Per tornare al romanzo di Valter Binaghi. Non sono fatti estranei a noi. Quel che capita alla ragazzina ad “Arcore”, dico. L’uomo si interroga guardando attorno a sé a partire dal proprio ambito definito. Quello in cui è chiamato e in cui può direttamente intervenire.
Ci deve essere qualcuno che senta pure come propria responsabilità la necessità della difesa del futuro di adolescenti (in primis) dagli stessi genitori che sognano “Arcore” per le proprie figlie.
Valter Binaghi è padre e insegnante, e scrittore responsabile.
9 luglio 2012 alle 11:23
valter binaghi è lupo de lupis, il lupo tanto buonino (perdonami sabrina ma mi è venuta così, di getto…)
9 luglio 2012 alle 11:30
Perché dovrei perdonarti?
Peccato non compaia il tuo cognome, Manu. Non tutte le Manu mi piacciono.
9 luglio 2012 alle 11:35
mah, forse perchè è bello essere perdonati, in generale
l’avevo capito da mo’ che non tutte le manu ti piacciono. nemmeno a me. manu è la mia firma. punto. anagrammato fa uman. ciao
9 luglio 2012 alle 12:33
Beh, la paternità è un tema del momento? Sì, ma di qualunque momento, da Omero a chi scriverà tra mille anni. Ergo, non è certo attualità o cronaca, né tantomeno avvenimento mondiale, e di ciò si discuteva; almeno io intendevo quello, dalla citazione di Pazzi.
Saviano sarà quel che sarà, mica lo discuto, ma io preferisco Alfredo Castelli. Diavoli dell’inferno.
9 luglio 2012 alle 12:48
Lupo de lupis. Una ventata dalla mia (nostra?) infanzia, Manu.
Ma anche il gatto Silvestro, e perchè non Braccobaldo bau?
In effetti alla paternità e al magistero responsabili ci sono arrivato tardi e con fatica, un po’ come il mio personaggio, qui, e comunque il passato di corsaro non si cancella, rimane dentro di te come una squilla perenne che chiama al bagordo o alla distruzione.
E’ di questo che mi piace scrivere, di metamorfosi e d’incompiutezza. Per me sono le cifre della condizione umana, e la miglior prova che Dio ci sta ancora creando, nonostante gli sforzi che facciamo per disgustarci di noi stessi e buttarci via.
9 luglio 2012 alle 13:01
Manu è pure la firma di una Manuela che non mi piace.
Essere perdonati in generale per quel che sicuramente sfugge ad una scrupolosa responsabile autoanalisi coscienziosa di comportamenti alla luce di giustizia e verità, sì, per quel che potevamo fare, per quel che avremmo potuto vedere, non come rischiesta di facile lasciapassare.
Gian Marco. A mio avviso l’esigenza di Valter Binaghi di scrivere sulla paternità è sorta soprattutto da una impellenza “storica”, non solo dal motivo dell’essere padre che è di tutti i tempi.
Ho conosciuto Kafka leggendo come prima opera (eccezionale la mia insegnante che ricordo con infinita gratitudine) “Lettera al padre”. Ciao.
9 luglio 2012 alle 13:17
“Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno”.
Non è più tempo. Lo sanno.
“A chi ti percuote sulla guancia, porgi anche l’altra”
Non è più tempo. E’ tempo di veglia attenta.
La Santità di Giuda, no…
giuda lontanissimi da Dio, ora.
“E il Suo regno non avrà fine”. Questo voglio. Questo non vogliono.
9 luglio 2012 alle 14:21
mi scuso anticipatamente con giulio mozzi per quanto segue.
sabrina ci siamo già beccate in un altro post, e forse per colpa mia ci torniamo qui, ora.
non ti piace manu, che è abbreviazione di manuela, e che è lo stesso nome di un’altra manuela, che non sono io, che non ti piace per niente.
bene.
lascia solo che ti dica una cosa.
questo è un blog dove si scrive, meglio, si commenta. quando una persona arriva ad inviare più di una decina di post si inizia ad intravvedere uno stile, o per lo meno una identità di quella persona tra le righe, un modo di porsi o di ragionare. dunque sono convinta (e lo sono perchè sei una persona sensibile, e lo dico senza ironia) che tu sia in grado di distinguere se quella manu scrive come me, o se io dico le cose che direbbe lei, e dunque anche di capire che DANNAZIONE io non sono lei!
se ti critico è perchè ti considero, o devo ignorarti? sabrina. dimmi pure che ti do fastidio, che non ti piaccio, o quel cavolo che vuoi, o non dirmi niente, ma dillo, o non dire niente, a me, senza tirare in ballo ogni volta chi non c’entra nulla. che cavolo. continuerò a firmarmi manu. se vuoi al massimo ti faccio un elenco dei miei ‘gusti’ tipo carta d’identità o autoritratto così magari riscontrando differenze ti convincerai che si tratta solo di coincidenza di nomignolo, e niente più, ma poi basta, dai.
ecco. ho finito la mia filippica. scusate tutti.
9 luglio 2012 alle 15:19
Sì Sabrina ma il tema paternità non c’entra nulla con l’affermazione di Pazzi, e io su quell’affermazione mi basavo. Poi che la paternità sia un tema del momento, in questa situazione storica, certo che sì, chi lo nega. Ma sicuramente non è cronaca o avvenimento o fatto recentissimo come scrive Pazzi (a me quella frase lì interessava discutere e approfondire, che riferita a questo romanzo che stiamo leggendo significa i riferimenti a Berlusconi eccetera, mica l’argomento paternità). Comunque non ha importanza. Augh.
9 luglio 2012 alle 15:47
@valter
eh. ma lupo de lupis non l’ho detto a caso, braccobaldo mica ti somiglia, secondo me, lupo de lupis di più (sui gatti non mi esprimo).
infanzia anche mia…quasi, io sto a metà della paura
9 luglio 2012 alle 20:17
Sei tu a provocarmi, manu. Te lo dico bonariamente. Fai un commento riguardante Valter Binaghi e ti rivolgi a me chiedendomi di perdonarti. Che cosa significa?
Non sono così capricciosa o infantile o Cappuccetto Nero da chiederti addirittura di non firmarti così come fai… Non è cambiando nome che si cambia identità o la sostanza delle cose. Ho solo detto che mi auguro che tu non sia lei. E ti ho spiegato, provocata, cosa intendo per “perdono”.
Gian Marco, sì, ma non mi hai convinta.:-)
Se un grave fatto di cronaca (i “festini” ad “Arcore”) richiede un intervento del mondo della cultura, e si assiste al sorgere di un “modello” pericoloso, e il senso di responsabilità sentito da uno scrittore si trasforma nella stesura di un romanzo che tratta la paternità e l’adolescenza ponendo interrogativi e suscitando riflessioni, possiamo dire, credo, che, se non è articolo di giornale con esplicito riferimento di cronaca, è un “curare” fatti importanti alla maniera detta da Orwell.
9 luglio 2012 alle 22:47
@ sabrina
era sull’ultima frase tua il mio commento, non su valter binaghi in sè. ma non importa, davvero, mi basta non averti offesa. ciao e grazie per il chiarimento
10 luglio 2012 alle 00:20
Ad rivum eundem Lupus et Agnus venerant siti compulsi: superior stabat Lupus, longeque inferior Agnus.
Fortunati i tuoi allievi e le persone che ti stanno accanto, Valter. Sentimento.
La tua scrittura ha attimi di splendore.